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S. Alfonso Maria de Liguori
Dissertazioni teologiche-morali

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§. 2. Del tempo, luogo, e termine della risurrezione.

 

10. Si dimanda per 1. In qual tempo avverrà la risurrezione generale de' morti? Si risponde che sarà prima della fine del mondo, come costa dalle scritture, ed attestò Gesù Cristo anche de' fedeli: Qui videt Filium (s'intende sotto il velo della fede), et credit in eum, habeat vitam aeternam, et resuscitabo eum in novissimo die2. Poiché scrive s. Matteo: Messis vero consummatio saeculi est3. Sotto nome di messe s'intende il tempo della general retribuzione, allorché ciascuno mieterà quel che in vita ha seminato di bene o di male. Ma si oppone quel testo di s. Giovanni: Et vidimus animas decollatorum propter testimonium Iesu, et propter verbum Dei... et vixerunt et regnaverunt cum Christo mille anni. Ceteri mortuorum non vixerunt, donec consummentur mille anni. Haec est resurrectio prima4. Per questo testo dissero alcuni eretici che la prima risurrezione doveva esser quella di coloro che regnassero in terra con Cristo per mille anni, onde furon chiamati millenarj; ed a questa opinione un tempo inclinavano ancora molti de' primi padri della chiesa; ma quei padri altro sentivano da quel che dicevano gli eretici, i quali dal testo di s. Giovanni deduceano che non tutti gli uomini risorgeranno insieme nella fine del mondo. Ma risponde s. Tommaso5, che gli anni mille, ne' quali si dice che i santi regneranno con Cristo, per lo numero millenario non s'intende un numero determinato, ma tutto il tempo, nel quale al presente quei santi (che han data la vita per Cristo) regnano con esso in cielo; ed intanto quelle anime beate si dicono regnare con Cristo mille anni, perché regnano (come s'intende) per quel tempo che passa dalla loro morte sino alla fine del mondo, in cui ripiglieranno i loro corpi. E perché in questo tempo sono beate, questo presente stato di beatitudine si chiama per esse la prima risurrezione; ma questi santi (eccettuati quei pochi, di cui femmo menzione alla dissert. 5. n. 2) non ripiglieranno i loro corpi, se non nella risurrezione universale degli uomini.

 

11. E così anche s'intende quel testo di s. Giovanni, che 'l demonio sarà legato nell'inferno, e poi di uscirà e sedurrà le genti: Et cum consummati fuerint mille anni, solvetur Satanas de carcere suo, et exibit, et seducet gentes etc.6. Per li mille anni s'intende tutto il tempo che vi è dalla morte di Gesù Cristo sino al tempo dell'Anticristo; poiché in questo si dice il demonio legato, in quanto il Signore ha frenata la di lui potestà di sedurre gli uomini, che avrà in quel tempo dell'Anticristo. Da questo testo poi di s. Giovanni alcuni (e fra questi il cavalier Maffei) ne ricavano che dopo la morte di Gesù Cristo non vi sono più ossessi, perché il Signore, avendo legato il demonio, gli ha tolta la potestà che prima della redenzione avea di possedere i corpi umani. Ma ben risponde al Maffei un dotto autore che dopo la morte del Redentore è stata bensì limitata al demonio una tal potestà, ma non affatto tolta; come si deduce dalla storia ecclesiastica, ove si riferiscono mille esempj di ossessi liberati per opera de' santi; né si può credere che tutti questi esempj sieno inganni o false apprensioni. Ma la ragione più valida è, che nella chiesa vi è l'ordine degli esorcisti, che da' vescovi sono ordinati a questo fine di scacciare gli spiriti maligni da' corpi umani; e s. Carlo Borromeo appunto a questo fine ordinava esorcisti anche i fanciulli, per confondere gli eretici che negano questa potestà alla chiesa. Ma secondo il Maffei dovressimo dire che quest'ordine oggidì sia inutile, ed invano si conferisca agli ordinandi; il che non sappiamo come possa asserirsi da un cattolico. Non si nega che molti i quali si dimostrano invasati dal demonio, non sono veri ossessi; ma non perciò può dirsi che dopo la morte di Gesù Cristo non vi sono stati più ossessi né ve ne saranno.

 

12. Si dimanda per 2., se questo tempo della risurrezione sia occulto? Si risponde ch'egli sarà affatto occulto sino al tempo


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del giudizio; il qual tempo anche sarà affatto occulto, finché non arriva. Quindi dice s. Tommaso1, che questo tempo non può sapersi neppure per rivelazione, perché Dio lo vuole affatto occulto, e perciò l'ha nascosto anche agli apostoli; onde Gesù Cristo rispose loro, quando cercarono di saperlo: Non est vestrum nosse tempora vel momenta quae Pater posuit in sua potestate2. E poi giunse a dire che neppur egli lo sapeva: De die autem illo vel hora nemo scit, neque angeli in coelo, neque Filius, nisi Pater3. Non che Cristo l'ignorasse, come bestemmiò Calvino, ma perché Gesù Cristo, quantunque egli abbia ricevuta da Dio la scienza di tutte le cose passate e future, nondimeno (come dicono i teologi) questa scienza del giorno del giudizio non l'ha ricevuta da Dio per poterla palesare, e perciò disse, Nemo scit, neque Filius, affin di rimuovere tutti gli uomini dal voler sapere questo tempo, la notizia del quale è riservata solo a Dio. Né vale il volere argomentare il giorno estremo da' segni registrati nelle scritture, perché noi non possiamo sapere quando tali segni saranno adempiti e compiutamente adempiti; e perciò dice s. Tommaso che tutti quelli i quali han voluto numerare il tempo predetto, si sono trovati ingannati. Quindi dicono comunemente i teologi presso il card. Gotti, doversi ributtare l'opinione tenuta da s. Giustino, s. Ireneo, Lattanzio, s. Ilario, s. Girolamo4, ed anche da s. Agostino5, al quale un tempo non dispiacque l'opinione che prima fu abbracciata da' riferiti santi padri, in considerare che la creazione del mondo fu fatta in sei giorni, e che mille anni avanti a Dio sono un giorno (come si dice nel Salmo 89. 4); e da ciò ne deduceano congetturando che il mondo non dovea durare più di seimila anni; ma di ciò non vi è niun valido fondamento. Quel ch'è certo è quello che disse Gesù Cristo: De die autem illo vel hora nemo scit etc.6. E perciò s. Tommaso ributta tutte le congetture che altri fanno del tempo del giudizio per diverse riflessioni.

 

13. Si dimanda per 3., quale sarà il luogo della comune risurrezione? In ciò vi sono due sentenze: alcuni dicono che ciascuno risorgerà nel luogo ove si troveranno le sue ceneri o la maggior parte di quelle; altri dicono che le ceneri di tutti gli uomini saranno raccolte dagli angeli e saran portate nella valle di Giosafat, ed ivi poi tutti gli uomini risorgeranno. Ma la prima sentenza sembra molto più probabile da più scritture che vi sono. In Ezechiele si dice: Et scietis quia ego Dominus, cum aperuero sepulchra vestra, et eduxero vos de tumulis vestris, popule meus; et dedero spiritum meum in vobis, et vixeritis etc.7. Dice, eduxero vos de tumulis vestris, dice vos, non già cineres vestras; dicendo vos, par che dica, voi già viventi. S. Girolamo in detto luogo di Ezechiele tiene la stessa sentenza, dicendo: Cum resurgere debeant mortui ex his locis in quibus sepulti sunt; non già nella valle di Giosafat. Lo stesso sente s. Grisostomo8: Visura sit Roma Paulum repente ex illa techa cum Petro resurgentem et sublatum in occursum Domini. Dunque s. Pietro e s. Paolo prima risorgeranno e poi saranno innalzati ad incontrare il Signore. Lo stesso sente s. Tommaso9. Favorisce ben anche questa sentenza il testo di s. Giovanni: Omnes qui in monumentis sunt, audient vocem Filii Dei et procedent10. Si noti, in monumentis audient.... et procedent, dunque andranno, quando sono già risorti. Favorisce ancora quel che dice s. Matteo11: Congregabunt (angeli) electos eius a quatuor ventis. Dunque non dice che congregheranno le ceneri e le porteranno alla valle, ma congregheranno gli eletti già risorti, ed alla valle li condurranno. Questa sentenza la tiene per certa il p. Calmet12.

 

14. Si dimanda per 4. se tutti gli uomini dovranno morire prima di risorgere? Si risponde assolutamente che sì, poiché oltre di tante scritture che l'affermano, ciò si prova dalla ragione detta di sopra alla Dissert. IV. num. 11, dove si è provato che tutti gli uomini che si troveranno vivi nella fine del mondo saranno tolti di vita dal fuoco che brucerà la terra e quanto vi è nella terra, e subito allora tutti gli uomini risorgeranno. Questa verità poi, che prima di risorgere tutti hanno da morire, si prova da mille scritture: In omnes homines mors pertransiit, in quo omnes peccaverunt13. Statutum est hominibus semel mori14. Quis est homo qui vivet et non videbit mortem15? La ragione è, perché la morte è pena del peccato, ma tutti han peccato in Adamo, fuori di Gesù Cristo e della


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Vergine Maria (come si tiene oggidì quasi comunemente da' teologi); dunque tutti hanno da morire; tanto più che anche Gesù e Maria son morti, quantunque non abbiano essi contratta la macchia di Adamo.

 

15. Ma ciò non ostante si è dubitato da taluno, se dovranno morire tutti gli uomini, che nel giorno del giudizio si troveranno vivi; poiché nell'epistola 1 di s. Paolo ad Cor. cap. 15. vers. 51, dove la nostra volgata legge: Omnes quidem resurgemus, sed non omnes immutabimur, cioè che tutti morremo, ma non tutti saremo mutati colla glorificazione: all'incontro i codici greci leggono così: Non omnes quidem dormiemus, omnes tamen immutabimur. Dove par che dica s. Paolo: Noi giusti tutti saremo mutati per la gloria, ma non tutti morremo. E ciò sembra confermarsi dal seguente verso: Mortui resurgent incorrupti, et nos immutabimur. Gli uomini morti in peccato risorgeranno incorrotti, cioè immortali, ma noi giusti saremo mutati per lo stato della gloria. Ma si risponde per prima che le parole non omnes dormiemus, non si trovano in tutti i codici greci, come attesta s. Girolamo1 con Didimo, ma solo in alcuni a cui è contraria la nostra volgata, la quale sola è stata dichiarata regola di fede dal concilio di Trento; onde a questo dobbiamo stare. Si risponde in secondo luogo, che dalle parole di s. Paolo di sopra riferite: Mortui resurgent incorrupti, et nos immutabimur, non si ricava l'argomento; dunque nel tempo del giudizio gli empj risorgeranno incorrotti, ma noi giusti saremo mutati per la gloria, senza risorgere, poiché non saremo morti. Quest'argomento diciamo che non vale, perché è chiaro che qui la parola immutabimur non significa la mutazione nello stato di gloria, ma nello stato dell'immortalità, come sta spiegato nel verso seguente 53, ove si dice: Oportet enim corruptibile hoc induere incorruptionem, et mortale hoc induere immortalitatem. S. Tommaso2 ne la ragione: Omnes ei (cioè a Cristo) conformabuntur in reparatione vitae naturalis, non autem in similitudine gloriae, sed soli boni. Dunque tutti, empj e giusti, saranno mutati allora colla immortalità nella risurrezione che suppone la morte degli uni e degli altri.

 

16. Si oppone per 2. Nel giorno del giudizio verrà Gesù Cristo a giudicare i vivi ed i morti, che perciò si chiama Iudex vivorum et mortuorum3. Dunque nel giorno finale alcuni saranno giudicati essendo ancor vivi? Ma risponde s. Tommaso4: Illi dicuntur vivi reperiri, qui usque ad tempus conflagrationis vivent in corpore. Sicché tutto il tempo di quell'incendio universale, da cui saran bruciati vivi, si comprende sotto il nome del giorno finale.

 




2 Io. 6. 40.



3 Matth. 13. 39.



4 Apoc. 20. 4.



5 Suppl. part. 3. quaest. 77. a. 1. ad 4.



6 Apoc. 20. 7.

1 Suppl. part. 3. quaest. 77. a. 2.



2 Act. 1. 7.



3 Matth. 13. 32.



4 S. Iust. quaest. 71. s. Iren. l. 5. advers. Haeres. c. ult. Laetant. l. 7. c. 14. s. Hilar. in c. 17. Matth. s. Hier. in c. 4. Micheae.



5 L. 20. de civ. c. 7.



6 Matth. 13. 32.



7 Ezech. 37. 13. et 14.



8 Hom. 32. in ep. ad Rom.



9 In 1. Thess. 4. 5. lect.



10 Io. 5. 28.



11 24. 31.



12 In dissert. de resurr. mort.



13 Rom. 5. 12.



14 Hebr. 9. 27.



15 Ps. 88. 49.

1 Ep. 152. ad Minervium etc.



2 Suppl. qu. 75. a. 3. ad 2.



3 Act. 10. 42.



4 Ib. quaest. 74. a. 2. ad 3.






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