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S. Alfonso Maria de Liguori
Dissertazioni teologiche-morali

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§. 3. Della visione beatifica.

 

8. L'oggetto primario che da' beati si vede in cielo, è Dio, il quale non può vedersi cogli occhi del corpo, come scrive s. Paolo: Quem nullus hominum vidit nec videre potest. La ragione è perché Dio è puro spirito; onde non è oggetto proporzionato alla facoltà del corpo; essendo che quel che si vede cogli occhi corporei, si vede per mezzo delle specie corporee, ma lo spirito non può vedersi colle specie corporee. È certo per 2. che colle forze della natura non può l'uomo vedere Dio, com'è in se stesso; gli è necessario, per vederlo, il lume della gloria, siccome scrisse Davide: In lumine tuo videbimus lumen5. Ne adduce la ragione s. Tommaso6, perché la mente umana per sua natura non ha forza di vedere la divina essenza, onde bisogna che Dio stesso col suo aiuto soprannaturale la renda atta a vedere una tanta maestà. Quindi dal conc. di Vienna nel 1611 (come dal c. Ad nostram etc. de haer.) fu dannata la proposizione de' beguardi: Anima non indiget lumine gloriae ipsam elevante ad Deum videndum et eo beate fruendum.

 

9. Quindi si dimanda che cosa è questo lume della gloria? Non è certamente la stessa visione, né alcuna specie di Dio impressa, ma è un aiuto divino che supplisce le forze della natura creata ed eleva la mente a vedere Dio. Del resto, quantunque la visione beatifica di Dio che godono i beati non sia oscura, ma chiara, mentr'essi vedono Dio com'è in se stesso, secondo scrisse s. Giovanni: Scimus, quoniam cum apparuerit similes ei erimus; quoniam videbimus eum sicuti est: nulladimeno è certo ed è comune presso tutt'i teologi, che Iddio con tutto il lume della gloria non può comprendersi e vedersi da' beati tutto e totalmente; perché il lume della gloria è finito e Dio è infinito; onde scrisse s. Isidoro: Sola enim Trinitas sibi integre nota est7. E 'l Grisostomo sulle parole di s. Paolo, lucem habitat


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inaccessibilem scrisse: Intelligas quam ipse habitans Deus inaccessibilis sit1.

 

10. L'oggetto primario dunque della visione beatifica, come si è detto, è Dio, cioè la divina essenza, con tutti i suoi attributi, assoluti e relativi; ma qui bisogna notare che non tutti i beati vedono Dio egualmente, come bestemmiava Lutero, il quale, perché dicea che tutti gli uomini sono eguali alla b. Vergine nella santità e ne' meriti; così in conseguenza poi volea che tutti fossero eguali nel premio; ma questo errore è rigettato da tutti i santi padri, da s. Ireneo, da s. Ambrogio, da s. Ilario, da s. Agostino2 e da altri; e principalmente dalle divine scritture: In domo Patris mei mansiones multae sunt3. Ove dal contesto consta che Gesù Cristo parla delle sedi de' beati. Lo stesso scrive s. Paolo, dicendo: Stella enim a stella differt in claritate; sic et resurrectio mortuorum. E la ragione si è, perché siccome sono i meriti inuguali, così la mercede; giusta l'altro testo: Unusquisque propriam mercedem accipiat secundum suum laborem. Risponde poi il conc. di Trento a Lutero4, che quantunque le buone opere dell'uomo giustificato son doni di Dio, tuttavia sono ancora meriti dell'uomo; e perché i meriti degli uomini non sono tutti eguali, perciò la gloria non è donata egualmente a tutti; e così la visione, secondo i meriti di ciascuno, può essere più perfetta.

 

11. Né osta il dire che in tal modo vi sarebbe in cielo invidia tra' beati in vedere gli altri sollevati in maggior grado di gloria; ma no, perché in cielo ogni beato è pienamente contento del grado di beatitudine che gli è stato concesso, né desidera felicità maggiore; della felicità più grande degli altri egli ne gode, e nello stesso tempo è sazio della sua; quindi i beati tutti si chiamano vasi pieni, cioè pieni di quella gloria che loro spettava.

 

12. Gli oggetti poi secondarj della visione beatifica sono le creature che i beati vedono in Dio, ossia nel Verbo; ed in ciò distingue s. Agostino5 la visione mattutina dalla vespertina; la mattutine è la cognizione chiara degli oggetti che i beati hanno nel Verbo o sia nella sua divina sapienza: la vespertina poi, ch'è meno chiara, è quella cognizione che i beati hanno delle cose fuori di Dio, e le vedono in loro stesse, o pure per divina rivelazione, come appresso si dirà. Si noti nonperò che tutti gli oggetti che i beati vedono in se stessi fuori di Dio colla visione vespertina, tutti li vedono anco in Dio chiaramente colla matutina. Quali poi sono questi oggetti (singolarmente parlando) che i beati vedono colla vespertina?

 

13. Vedono per 1., specialmente tutti i misterj della fede, de' quali in questa vita hanno avuta solamente una notizia, sebbene infallibile, perché è di fede, nondimeno oscura alla nostra mente, secondo scrive l'apostolo: Nos revelata facie gloriam Domini speculantes, en eamdem imaginem transformamur a claritate in claritatem, tamquam a Domini spiritu6. Ma nel cielo i beati vedono tutti questi misterj della fede con altra luce più chiara e più distinta.

 

14. Per 2., vedono tutte le cose che spettano al loro proprio stato, come si definì nel concilio senonense o sia parisiense7 con queste parole: Beatis pervium est divinitatis speculum, in quo quidquid eorum intersit illucescat. E così s'intende quel che dice s. Gregorio: Quid est, quod ibi nesciunt, ubi scientem omnia sciunt8? E quel che dice s. Bernardo: Tunc omnia quae in coelo et quae in terra sunt, perfectissime cognoscemus, in ipso fonte sapientiae, rerum omnium cognitionem libantes9. Dicono i teologi che ciò s'intende per tutte quelle cose che si appartengono alla perfetta felicità de' beati; poiché, circa tutti gli altri oggetti che loro non si appartengono, non vedranno altro, se non quanto da Dio verrà loro concesso di vedere, secondo il lume della gloria che loro sarà dato.

 

15. Vedono per 3. la gloria donata ai loro compagni nel cielo; e vedono ancora i lor pensieri, come scrive s. Agost.: Cogitationes quas modo nemo videt nisi Deus, omnes invicem videbunt in illa societate sanctorum10. Lo stesso scrisse s. Ambrogio: Tunc nihil latet proximum, nec erit quod suis quisque aperiat, abscondat alienis, ubi nullus erit alienus11.

 

16. Per 4., vedono le creature esistenti e le cause delle cose naturali, colle loro specie, forze e proprietà; poiché dice s. Agostino12: In quo sunt omnium, etiam quae temporaliter facta sunt, aeternae rationes, tamquam in eo, per quod facta sunt omnia. Vedono ancora le nostre orazioni, poiché secondo scrive s. Giovanni, i beati offeriscono a Dio le nostre orazioni, unendo alle nostre anche le loro


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preghiere: Habentes singuli citharas et phialas aureas plenas odoramentorum, quae sunt orationes sanctorum1. Vedono ancora più cose che quaggiù si fanno, come sono le conversioni dei peccatori: Gaudium erit in coelo super uno peccatore poenitentiam agente etc.2.Scrive s. Gregorio, parlando degli angeli: Interius quippe, exteriusque scienda diffusi sunt, quia ipsum fontem scientiae contemplantur3. In somma la scienza de' beati sta ben descritta da s. Paolo, dicendo: Ex parte enim cognoscimus, ex parte prophetamus; cum autem venerit quod perfectum est, evacuabitur quod ex parte est. Cum essem parvulus, loquebar ut parvulus, sapiebam ut parvulus.... quando autem factus sum vir, evacuavi quae erant parvuli. Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem. Nunc cognosco ex parte, tunc autem cognoscam, sicut et cognitus sum4.

 

17. Per 5., dice s. Tommaso che a' beati è concesso il vedere le pene de' dannati, perché ciò aumenta la loro felicità: mentre le miserie de' reprobi rendono loro più gradita la propria beatitudine, e loro sono d'incentivo a ringraziarne Dio con più fervore, per averneli liberati. Et ideo (son le parole del s. dottore) ut beatitudo sanctorum eis magis complaceat, et de ea uberiores gratias Deo agant, datur eis, ut poenas impiorum perfecte videant5. Lo stesso dicono i santi padri sulle parole d'Isaia: Et egredientur, et videbunt cadavera virorum qui praevaricati sunt in me6. Sopra il qual testo scrisse poi s. Girolamo: Egrediantur autem non loco, sed intelligentia. E s. Agostino: Egredientur per scientiam7. Lo conferma s. Gregorio: Iusti in tormentis semper intuentur iniustos, ut hinc eorum gaudium crescat, quia malum conspiciunt, quod misericorditer evaserunt8. Sicché, secondo parla s. Gregorio, la felicità de' beati non si diminuisce colla vista delle pene de' dannati, ma anzi si accresce in vedersi per la divina misericordia liberi da quelle pene.

 

18. Ma si oppone: i beati son pieni di carità; come dunque potranno non sentire compassione e tristezza (la quale va sempre unita alla compassione) di tante povere anime che sono condannate a patire eternamente quelle pene così grandi? Risponde s. Gregorio9 che i beati, quantunque sieno naturalmente misericordiosi, nondimeno, stando in cielo, aderiscono totalmente a Dio, ed alla sua divina volontà, onde non possono compatire quegli empj che attualmente ed ostinatamente odiano il lor amato Signore; e pertanto, non solo non li compatiscono, ma godono delle lor pene, dice s. Tommaso10: compiacendosi di veder eseguito l'ordine della divina giustizia, come scrisse Davide: Laetabitur iustus, cum viderit vindictam11.

 

19. Per 6. ed ultimo, in quanto poi alle cose possibili e future, i beati ne conoscono quanto si compiace Iddio di lor rivelare; come parla s. Isidoro: Angeli in verbo. Dei cognoscunt omnia, antequam in re fiant, et quae apud omnes adhuc futurae sunt, revelante Deo12. Conosco tutto, ma revelante Deo, per quanto Dio vuol lor palesare. Abbiamo parlato sinora della visione, resta a parlare dell'amore beatifico.

 




5 Psal. 35. 10.



6 1. 2. q. 12. a. 5.



7 Sent. l. 1. c. 3.

1 Hom. 3. de incompr. Dei.



2 S. Iren. l. 4. Adv. Haeres. c. 13. vel 27. n. 3. s. Ambros. in ps. 38. b. 6. s. Hilar. in ps. 64. s. Aug. tract. 67. in Ioan.



3 Io. 14. 2.



4 C. 32. sess. 6. c. 16.



5 de civ. Dei c. 11.



6 2. Cor. 3. 18.



7 In decretis fidei c. 13.



8 L. 4. dial. c. 33.



9 Ser. de tripl. gen. bon. n. 7.



10 Serm. 243. alias 16. de diversis. c. 5.



11 De Obitu Val.



12 L. 4. de Gen. ad litt. e. 24.

1 Apoc. 5. 8.



2 Luc. 15. 7.



3 L. 2. Mor. c. 2.



4 1. Cor. 13. 9. ad 12.



5 Suppl. q. 94. a. 1.



6 Isa. 66. 44.



7 L. 20. de civ. Dei c. 22.



8 Homil. in evang.



9 Cit. Homil. 40.



10 Suppl. q. 94.



11 Psalm. 57. 11.



12 Sent. l. 1. c. 10.






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