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S. Alfonso Maria de Liguori
Dissertazioni teologiche-morali

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§. 4. Dell'amore beatifico.

 

20. Qui si dimanda per 1., se il beato è necessitato ad amare Dio? Altri dicono che i beati di fatto non cesseranno mai di amarlo, ma che non sono assolutamente necessitati ad amarlo. Ma s. Tommaso13 co' suoi tomisti, e comunemente cogli altri teologi, come attesta il cardinal Gotti14, tiene che l'atto d'amore de' beati verso Dio nella patria per sé è necessario, anche in quanto all'esercizio, in modo che la loro volontà è talmente rapita ad amare Dio, che non possono sospendere neppure un momento di amarlo attualmente; poiché son necessitati con felice e dolce necessità ad amarlo incessantemente, e non hanno libertà di sospendere o divertir la loro volontà verso altr'oggetto. Quest'amabil necessità nasce dalla chiara vista della bellezza di Dio; onde, siccome in cielo non posson cessare di vedere sempre attualmente Iddio, così non possono mai cessare di amarlo; poiché, conoscendo che Dio contiene in sé tutti i beni, e che fuori di Dio non vi è altro bene desiderabile, per conseguenza non possono desiderare altro oggetto che loro impedisca l'esercizio continuo dell'amore verso l'amato lor Signore: Ita quod (dice s. Tommaso) il beato non habet quo divertat ab eo, in quo est firmata15. Ciò si conferma da quel che dice l'apostolo: Caritas numquam excidit16. E da quel che dice s. Gio.: Et requiem non habebant die ac nocte, dicendo, Sanctus, sanctus,


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sanctus Dominus Deus omnipotens, qui erat et qui est et qui venturus est1. Questo esercizio di lodare Dio nasce dal perpetuo amore ch'essi beati gli portano.

 

21. Si dimanda per 2., se il beato, entrando nella gloria, si rende intrinsecamente impeccabile? Comunemente i teologi l'affermano; solamente differiscono in assegnarne la ragione: s. Tommaso2 ne assegna due ottime ragioni; la prima perché la vista di Dio, sommo bene, toglie al beato la potenza di peccare; la seconda, perché il peccato proviene da qualche inganno che ci fa vedere i beni apparenti più desiderabili della divina grazia; ma ne' beati non vi può essere questo inganno, conoscendo essi chiaramente che non vi è né vi può essere altro bene preferibile a Dio; altri assegnano altre ragioni, ma queste di s. Tommaso sono certamente molto adequate.

 

22. Si dimanda per 3., se il beato, entrando nella gloria, resta pienamente contento, ed altro non desidera? Non può dubitarsi che in cielo ogni beato è perfettamente sazio della felicità che possiede. Satiabor, scrive Davide, cum apparuerit gloria tua3. Ma qui si fa la difficoltà: quando il beato vede nel cielo altri che amano Dio più di lui, come può restar contento del suo amore? si risponde che nella patria beata Iddio concede a ciascun beato quel grado di amore che corrisponde al di lui merito; e questo amore riempie già tutta la capacità dell'anima, in modo che il beato resta allora sazio di quell'amore che da Dio gli è concesso; né allora invidia gli altri che amano Dio in maggior grado, anzi gode che vi sieno altri che amino Dio più di lui; e rispetto a se stesso è pienamente contento di quel grado che ha, né ambisce di crescere nell'amore, avendone già ricevuta quella misura che appieno l'appaga.

 

23. Si fa un'altra difficoltà, ed è questa: Le anime che al presente entrano in cielo vorrebbero unirsi coi loro corpi, ma questa unione non l'otterranno se non dopo la risurrezione universale; dunque al presente non sono appieno contente? Risponde s. Tommaso4: Quod desiderium animae separatae totaliter quiescit ex parte appetibili, quia habet id quod suo appetitui sufficit; sed non totaliter quiescit ex parte appetentis, quia illud bonum non possidet secundum omnem modum, quo possidere vellet, et ideo corpore resumpto beatitudo crescit, non intensive. Si noti la parola non intensive, perché con tale espressione il s. dottore ritratta quel che disse in altro luogo5, spiegando nel luogo qui prima citato, che in tanto crescerà, non intensivamente, ma estensivamente, la felicità del beato, in quantum anima non solum gaudebit de bono proprio, sed etiam de bono corporis. Del resto, benché al presente le anime beate appetiscano di riunirsi co' loro corpi, ciò però non fa che i loro desiderj non siano appieno contenti, perché tali desiderj non sono di avere i corpi per lo tempo presente, ma di averli per quel tempo che piacerà a Dio di farle unire coi loro corpi; mentre quelle anime sante tengono le loro volontà tutte uniformate al volere divino, e nulla bramano fuori di quello che vuole il loro amato Signore.

 

24. Secondo poi quel grado con cui l'anima in questa terra ama Dio, in quello stesso l'amerà in cielo; ma con due differenze; quaggiù l'amore è libero, lassù è necessario: di più l'amore in cielo sarà molto più intenso e molto più perfetto, perché sarà depurato da ogni difetto; ma il grado sarà lo stesso. Epperciò sforziamoci di amarlo quanto possiamo, con fare atti spessi di amore verso Dio, con unirci in tutto alla sua volontà, specialmente nelle avversità della vita; ed anche col procurare d'infiammare gli altri ad amarlo; ma sopratutto con pregarlo continuamente ad accrescere il nostro amore verso di lui, giacché tutti gli atti di amore che facciamo a Dio, son tutti doni della sua grazia; e se noi cessiamo di domandarglieli, non gli otterremo. Onde spesso diciamogli: «Dio mio, datemi il vostro amore, e niente più vi domando. Datemi il vostro amore, ed accrescetelo sempre sino all'ultimo fiato di mia vita. Fate che io vi ami assai in questa terra, acciocché vi ami assai eternamente in cielo. Gesù mio, tiratemi tutto a voi, acciocché io non cerchi e non sospiri altro che voi. Amato mio Redentore, fatemi tutto vostro, spogliatemi d'ogni affetto che non è per voi. Datemi il dono del vostro puro amore sciolto da ogni attacco di terra, e ligatemi sempre più, stringendomi a voi colle catene di questo santo amore.

 

25. Si dimanda per 4., se l'eternità della beatitudine celeste sia a quella necessariamente annessa? Scrive s. Tommaso6, che Origene asserì, che il beato può perdere la sua felicità. Ma la sentenza opposta è di fede, siccome noi confessiamo nel simbolo, Credo vitam aeternam. Dopo il termine di questa vita temporale


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la vita de' beati nel cielo, e de' dannati nell'inferno, ella è eterna, come parla chiaramente il vangelo: Et hi ibunt in supplicium aeternum, iusti autem in vitam aeternam1. Si fa nondimeno il dubbio, se l'eternità è annessa alla beatitudine ab intrinseco, o pure ab extrinseco. Scoto dice ch'è annessa solo ab intrinseco, cioè per la volontà di Dio; ma s. Tommaso nel luogo di sopra citato scrive ch'ella è annessa ab extrinseco. La ragione di s. Tommaso è certa, ed è la stessa che in ciò apporta s. Agostino2, il quale insegna: Nullo modo esse poterit vita veraciter beata, nisi fuerit sempiterna. L'angelico dottore poi rende evidente questa ragione di s. Agostino con dire che la beatitudine, per esser perfetta, dee contentare tutto il desiderio del beato: Beatitudo est perfectio consummata, quae omnem defectum excludit a beato3. Ma se la beatitudine fosse ammissibile, e non escludesse ogni pericolo ed ogni esitazione di poter mancare, non sarebbe perfetta. I doni della grazia che le anime buone ricevono in questa vita, e lo stesso amor divino che il Signore comunica loro quaggiù, non sono eterni, finché non giungono al termine della vita; ma il possesso di Dio che si ottiene in cielo, dove l'anima si congiunge perfettamente col sommo bene, porta seco necessariamente la perpetuità della beatitudine, e toglie ogni pericolo o sospetto di mutazione. Iusti autem in perpetuum vivent4. I giusti, allorché entrano in cielo, sono totalmente sicuri che in eterno non mai mancherà, né potrà mancare la loro felicità; se potesse ella mancare, ciò potrebbe avvenire o per volontà del beato o per volontà di Dio, ma non può essere né l'uno né l'altro: non per volontà propria, perché il beato, possedendo il sommo bene, lo riempie di tutti i beni, e non può venir mai in fastidio della sua felicità, sì che la rinunzj: tanto meno può essere per volontà di Dio, perché Dio non può privarlo della sua beatitudine senza colpa; ma come si è dimostrato di sopra al num. 21., i beati non sono più capaci di peccare; e così sono eternamente ed infallibilmente sicuri della loro beatitudine.

 

26. Resterebbe a parlare qui del gaudio, in cui più teologi tengono che consiste la beatitudine; ma il gaudio de' beati nel vedere ed amare Dio non pare che sia l'essenza della beatitudine, ma più presto una conseguenza o sia proprietà intrinseca della visione dell'amore beatifico. Non sarei per altro lontano dall'accordarmi con coloro, i quali dicono che la beatitudine de' santi è nel godere del gaudio infinito di Dio, che possiede in se stesso, poiché certamente i beati immensamente amano più Dio, che loro medesimi, e perciò immensamente godono più della felicità dell'amato, che della propria; ma questo gaudio della felicità di Dio anche sembra che sia una conseguenza della vista che i beati godono di Dio, e dell'amore che gli portano.

 




13 In 1. Sent. dist. 1. q. 4. et in 4. dist. 49. qu. 6. §. contr. 2. posit.



14 T. 2. tract. 1. de beat. q. 2. dub. 6. §. 1.



15 Contra Gentes. c. 70.



16 1. Cor. 12. 8.

1 Apoc. 4. 8.



2 1. 2. q. 4. a. 4. q. 24. De verit. q. 22. a. 9. et 1. p. q. 63. a. 1.



3 Ps. 16. 15.



4 In 4. dist. 49. q. 1. a. 4.



5 1. 2. qu. 4. a. 5. ad 5.



6 1. 2. q. 5. a. 5.

1 Matth. 25. 46.



2 L. 13. de Trinit. c. 8.



3 1. 2. q. 5. a. 4. ad 1.



4 Sap. 5. 26.






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