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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Due scritti inediti sul quietismo

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Preggi d'un'anima annichilata.

Ella 1) tra i favori non s'insuperbisce, poicché conosce non avere che colpe; onde tutto riconosce da Dio, e tutti gli onori gli rivolge a Dio, e perciò non disprezza gli altri, che han meno di lei40. 2) Tra le tribulazioni non s'inquieta, vedendo di non meritare che pene, e pene maggiori, e vedendo che tutto viene da Dio41. 3) Ella cammina sempre diffidata di se stessa, intendendo che niente può; onde quando le cose non riescono, non se ne turba. Il niente di


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niente si turba42. Ma ricorre sempre a Dio, e si contenta di quanto Egli fa o permette; né si lamenta d'aver ricevuto poco43. Dee far quanto può per fare il bene e giungere alla perfezione, ma contentarsi di quella che vuole Dio. S. Francesco Saverio desiderò la Cina, ma poi contento morì alla sua vista44.

La vera allegrezza è che si facci la volontà di Dio che amate45. «In silentio et in spe erit fortitudo tua» (Is. 30). Chi si querela o dispera, non è forte. Il forte non si querela ad ogni percossa, ma tace; né sconfida, fidando a Dio, che protegge chi in Lui confida. Ma bisogna amar la perfezione solo per dar gusto a Gesù-Cristo46. Ogni dono è grande a chi solo merita pene. 4) Solo si duole de' peccati, che son suoi, e veri mali. 5) Il niente altro non ama che 'l suo tutto, che può far essergli qualche cosa. 6) Nelle tentazioni non si turba, né s'avvilisce. Quando ha stabilito di non voler altro che Dio, dica, questo ch'io sento non è Dio, onde non lo voglio. E così pigli animo47.

Non desidera, non domanda, non cerca, né vuole altro che Dio. Il niente, niente desidera o dimanda. Quando Dio creò il mondo, e tutte le creature non erano, l'Angelo non cercò d'esser Serafino, il bruto non cercò d'esser uomo, l'albore non cercò d'esser bruto, ma tutti furono contenti dell'essere che Dio lor diede48. E così l'anima annichilata non cerca dolcezze, ricchezze ecc.; si abbandona in Dio, e lo ringrazia di quanto le , contenta se la veste o la spoglia, se l'accarezza o la flagella: tanto più che sa che tutto fa Dio per suo bene. Ad altro non attende che al fine per cui Dio l'ha creata, cioè ad amarlo e compiacerlo, nulla desiderando, nulla cercando, se non quel che vuole il suo Creatore. Il sommo suo piacere è che Dio sia Dio, cioè il suo amato sia felicissimo49.

Dee però far quanto può per ubbidirlo e compiacerlo, ma solo per compiacerlo. E colla preghiera si vesta di virtù, cercando d'imitar Gesù-Cristo: «Induimini virtute ex alto; induimini Dominum


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Jesum Christum» (Luc. 24; Rom. 13). ||3r|| E conchiuda in fine: io sono un servo inutile (Luc. 17). Perché tutto è stato dono divino, ed io ho fatto quel che dovea, cioè ubbidire al mio Sommo Signore, che merita d'esser servito senza mercede50.

Amore a Gesù-Cristo; come i Beati amano Gesù-Cristo, vedendo ch'ogni lor bene da Lui han ricevuto. Dobbiamo amar la perfezione solo perché piace a Gesù-Cristo51.

Quattro frutti dal considerar la passione di Gesù-Cristo52. 1) Dal vedere un Dio appassionato, quale amore ecc.? 2) Quali speranze, in vedere ecc.? 3) Prender esempio di ubbidienza, di abbracciar le croci ecc. 4) Stimare la grazia divina, il paradiso, vedendo ecc. Ed all'incontro concepire la deformità del peccato, mentre per pagare i nostri gusti scelse i patimenti53. «Proposito sibi gaudio sustinuit crucem»... Ruperto Ab.54.

«Eritis sicut Dii, scientes bonum et malum» (Gen. 3). Quando eleggiamo qualche cosa senza riguardo alla volontà di Dio, vogliamo operare da Dei. Ed allora ci par di sapere il bene e 'l male, quando ci fidiamo dal proprio giudizio e non da' S. Dottori ecc.55.

Per farsi santo bisogna fare, fuggire e patire. Fare, mortificarsi le passioni ed i sensi, ubbidire, farsi forza ecc. Fuggire gli attacchi, le occasioni, i giudizj proprj. E per far ciò bisogna patire, pigliar la croce e salire il monte. Senza scommodi niuno si fa santo56.

Di più bisogna fare e disfare. E prima disfare gli appetiti sregolati, mali abiti, curiosità, giudizj proprj57. Il coltello non taglia, se non se ne toglie la ruggine. E ciò sino alla morte, perché la terra sempre ripullula58. Poi fare, cioè l'ubbidienza, mortificazioni, umiliazioni, orazioni, intenzioni, atti di fede, speranza, carità ecc.59.


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Per giungere alla contemplazione poi bisogna lasciarsi da Dio disfare, ||3v|| e poi lasciar fare. Alcuni vorrebbero che Dio prima facesse, il che è soave. No, bisogna prima che disfaccia con rompere le sue voglie, toglierli le dolcezze, i sentimenti proprj a modo naturale ecc.; e ciò è penoso. L'anima non dee lasciare i mezzi ed i rimedj, ma dee lasciar fare, se Dio l'oscura, sicché par che non creda, non speri, non ami, non odj il peccato, perde la presenza di Dio sensibile, par che non creda al Direttore, almeno non ne riceve sollievo, benché già ne riceve fortezza60. Permette gran tentazioni, persecuzioni, che ci sia impedito il bene, le volontà proprie; permette svogliatezze alle virtù, comunioni, prediche, meditazioni. Permette diffidenze ecc.61.

Allora bisogna abbandonarsi in Dio alla disperata, né sforzarsi a far atti, ma umiliarsi, e rassegnarsi tutta come morta, lasciando disfarsi, senza lasciar l'orazione e tutti gli altri esercizj. Dio allora vuole nuove virtù, e nuovo modo di operare. Dopo ciò Dio farà, cioè riempirà l'anima di nuova luce ed amore62.

PETRUCCI: L'anima dee servirsi del Direttore, quando può averlo. Quando no, si faccia cuore, Dio supplirà: «Accedite ad eum et illuminamini» (Ps. 33). «Quam bonus Deus Israel iis qui recto sunt corde» (Ps. 72)63.




40 L'ultima parte della frase («e perciò» ecc.) è aggiunta in margine.



41 L'ultima parte della frase («e vedendo» ecc.) è aggiunta in margine.



42 Questa frase è aggiunta in margine.



43 PETRUCCI I 72-73, n. 3.



44 PETRUCCI I 76-77, n. 4.-- I due ultimi periodi del capoverso sono aggiunti in margine.



45 PETRUCCI I 77-78, n. 5.



46 PETRUCCI I 78, n. 6. - Fin qui il capoverso è aggiunto in margine.



47 PETRUCCI I 73, n. 4.



48 PETRUCCI I 73, n. 5.



49 PETRUCCI I 74, n. 5.

50 PETRUCCI I 74, n. 6.



51 PETRUCCI I 83, n. 6.



52 PETRUCCI I 88, n. 7: «Cinque frutti che nascono all'huomo dall'essere stato redento da Christo N. S. a forza di pene». Anche s. Alfonso aveva scritto in un primo momento la parola «Cinque», poi cambiata in «Quattro».



53 PETRUCCI I 88-89, n. 7.



54 PETRUCCI I 87, n. 6. - Dopo questo capoverso s. Alfonso ha lasciato uno spazio di 3, 5 cm in bianco, evidentemente per potervi aggiungere alcune righe.



55 PETRUCCI I 103, n. 8.



56 PETRUCCI I 107-108, nn. 1-3.



57 PETRUCCI I 109-110, nn. 1-3.



58 PETRUCCI I 111, n. 4, ultimo capoverso. - I due periodi precedenti («Il coltello... ripullula») sono aggiunti in margine.



59 PETRUCCI I 110- 111, n. 4.

60 L'ultima parte della frase («sicché par che» ecc.) è aggiunta in margine.



61 PETRUCCI I 111, n. 5 ss.



62 PETRUCCI I 113, n. 8, ultimo capoverso.



63 PETRUCCI I 114- 115, n. 1.






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