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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Due scritti inediti sul quietismo

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Della singularità santa e viziosa225.

Giobbe, c. 28: «Sapientia non invenitur in terra suaviter viventium». S. Teresa: Accarezzamento del corpo ed orazione non si compatiscono insieme. Ed altrove: Poche anime arrivano alla perfezione senza travagli, persecuzioni, mormorazioni e malattie. Gersone: Chi seguita una vita ordinaria, non avrà cognizione estraordinaria di Dio226.

S. Bonaventura, De informatione novitiorum, p. 2, c. 3: Niun Santo ha ottenuta la gloria singulare nel cielo, se non ha cercato qui d'esser singular nella vita. E perciò esorta a soffrire i scherni. È ottima singularità osservar le regole227.


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Il Ven. Abate Tritemio (ad Regulam S. Benedicti, Gradu 8) dice: Ne' monasterj dove la regola non s'osserva, niuno è tenuto ad imitare gl'inosservanti. Ancorché ne nascesse scandalo, dice S. Gregorio Magno, Homilia 7 in Ezechielem: Più utilmente si permette che nasca lo scandalo, che s'abbia a lasciare la verità. «Si hominibus placerem» ecc.228. Ma se 'l prelato dispensa? Ben dice Cajetano [in] II-II, q. 104, a. 5: Quando il superiore dispensa, senza esaminar la causa, cosa contra l'osservanza, non siamo tenuti ad ubbidire; questa non è dispensa, ma rilasciamento. «Secus si cum eadem». Nel dubbio (PETRUCCI) però dee ubbidire229.

Tobia è lodato che mangiando gli altri i cibi de' gentili, esso ecc. (Tob. 1)230. I singulari son quelli [che] non s'uniscono alla volontà di Dio. «Haec est voluntas Dei, sanctifìcatio vestra» (1 Thes. 4)231. ||13v|| La singularità nasce dall'opera, ch'esce fuori della volontà di Dio e delle regole che sono per tutti232. «Beati (dunque) qui persecutionem patiuntur propter justitiam» (Mat. 5). S. Bernardo: Il far bene e patire mali, questa è vita perfetta233.

Parlando poi della singularità viziosa, dice Blosio, Speculum spirituale, c. 5: Chi vive ne' monasterj osservanti fugga le singularità. Ed altrove: Conformati alla comunità. Lo stesso dice S. Bernardo specialmente circa le austerità corporali. E nel sermone che fa di Umberto suo monaco, dice le sue virtù, ma lo riprende che appena mai mangiava i cibi comuni, né prendeva altra cosa offertagli, onde spesso era molesto alla comunità ecc. Fu meno ubbidiente in questa parte ecc. Credo ch'egli ha sentita qualche afflizione per questa causa, cioè rimorso o purgatorio234.

Ma soggiunge PETRUCCI: Si leggano le Vite de' santi religiosi, e si veda se alcuno non ha aggiunta alle regole qualche cosa di supererogazione. Gli stessi fondatori han fatto così. S. Domenico si flagellava tre volte il giorno. S. Francesco facea tante quadragesime di più. S. Benedetto, S. Bernardo ecc., quanta più orazione?, dormire, mangiare? S. Bernardo: A chi vive con sobrietà basta il pane e 'l sale235. S. Benedetto nella sua Regola dice che 'l suddito non dee far


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altro fuorché quello a cui ci esortano oltre la regola gli esempj de' nostri maggiori236.

Dunque (PETRUCCI) anche è virtuosa questa singularità oltre le regole. Non impongono le regole digiuni in pane, cilizj, tanta orazione, e pure queste anime lo fanno, e chi le condannerà? Perché si stampano le loro Vite?237.

Il P. Giacomo Alvarez de Paz, to. 2, l. 4, p. 4, c. 8: Non appartiene alla singularità, se alcun'anima per desiderio di maggior perfezione fa più che l'altre, purché lo faccia col consenso del superiore e la regola il [= lo] permetta, e non porti in campo un modo di vivere contrario o dissonante all'Istituto che professa (come un Certosino, predicare; missionario, vivere in silenzio). Queste cose sono state praticate da' Santi nelle famiglie religiose. Il condannarli sarebbe ardire superbissimo238.

Ma dirai: La regola non le prescrive. Risponde: La regola prescrive quelle cose che anche da' deboli possono essere osservate. Ma se vi son forti, perché non ardiranno più che i deboli? Siccome nella Chiesa vi sono i precetti per tutti ed i consigli per li più fervorosi, così nella Religione oltre le cose della regola vi sono altre più sublimi per li più perfetti239.

||14r|| Regole per conoscere la singularità viziosa e per la virtuosa.

Per la viziosa S. Bernardo, De gradibus humilitatis, Gradu 5240, dice: Il singulare vizioso non cerca d'esser migliore, ma d'esser veduto migliore. Più gode quando fa un digiuno solo, che in far sette digiuni cogli altri. Gli pare meglio un'orazioncina fatta solo, che 'l salmeggiare cogli altri una notte. Mentre sta in mensa e vede altri mangiar meno di lui, si toglie il necessario per timore che gli manchi la gloria. In somma: alle cose sue è forte, alle comuni è lento. Dorme quando gli altri salmeggiano, e poi resta solo al coro quando gli altri vanno a riposare; e sospira e riempie le orecchie da quell'angolo anche di quei che stanno di fuori241.


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Dunque (PETRUCCI) il vizio della singularità non sta nell'opera, ma nell'intenzione vana, per esser veduto, per pescarne le lodi; e ciò si vede, quando fa quelle cose avanti chi lo loda, e mormora di chi non lo loda. Ecco un bel pallone di vento, colui che opera per qualche suo diletto o interesse, o ufficio, onore o esenzione242.

Tre sono le regole per conoscere i singulari viziosi243:

I. Se resiste all'ubbidienza. Narra il Surio, Jan. n. 23, che i superiori mandarono a dire a S. Simeone Stilita: Scendi da questa colonna ecc.; se no, l'avesse tirato a forza. S. Simeone subito stese il piede. Allora: Resta, che questa tua [ubbidienza] piace a Dio. Nella Vita del B. Nicola da Rupe, che per venti anni non cibò che della Comunione, il Vicario di Costanza gli dimandò, qual virtù stimasse più cara a Dio, rispose: L'ubbidienza. E via, mangia questo pane e vino. Subito cominciò ecc. Allora approvò ecc.244. E tanto più vi sarà in ciò sicurezza, se ubbidite all'improvviso, senza scuse o mormorazione245.

È vero che 'l suddito può moderatamente rappresentare qualche ragione particolare di far quell'opera, pronto però ecc. Così S. Pacomio ordinando a S. Teodoro novizio che andasse a parlare a sua madre, questi espose: Dammi sicurtà ch'io non ne renderò conto a Dio. E quegli: Non ti forzo246. Il superiore vi potrà proibire molte cose. Ma potrà proibirvi una profonda cognizione del vostro niente?; la pazienza nelle croci, persecuzioni? rassegnazione, ubbidienza247?

II. Se 'l suddito fa le cose di regola. Come nel secolo fan male quei che lasciano i digiuni della Chiesa e le feste comandate, e poi fanno ecc. ||14v|| Così nella Religione ecc. È meglio lasciar ogni divozione propria che una regola248. Riccardo di S. Vittore condanna chi per le sue particolari divozioni lascia le comuni249. Altrimenti poi si giudichi di chi fa la regola e poi aggiunge ecc. Non s'ha da impedire il suddito, che ecc. La regola è per tutti, la perfezione di pochi250.


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III. Si dee vedere se quelle opere singulari sieno esterne, insolite ed atte a guadagnar grido; e se 'l soggetto ama la segretezza, o pure qualche spiritualità affettata251. In somma, se l'esterno nasca dall'interno buono. Si provino quest'anime da' superiori sulla spropriazione della stima, del giudizio e degli affetti, e specialmente ne' casi repentini, senza dimostrare di volerle provare. Benché non dee farci meraviglia, se qualche principiante si risente252.

Onde il P. Alvarez queste tre regole per isfuggire la singularità: 1) Che vi accomodiate alla vita comune degli altri buon religiosi. 2) Che cerchiate d'imitare i più fervorosi. 3) Che avendo le dovute licenze, non offendiate i deboli e cerchiate d'occultare al possibile l'opere vostre singulari. E fate tutto come penitenza de' peccati253.

S. Antonio Abate dicea: Quando fate silenzio, non stimate di esercitare una virtù, ma stimatevi indegno di parlare. E così quando v'astenete di mangiare, fatelo per tanti difetti di gola. E non pensate con ciò esser più santo degli altri che non lo fanno. Chi sa, quante penitenze segrete fanno coloro? Chi sa, se l'ubbidienza ce lo vieta? Se quelli hanno più carità verso Dio254?

Nelle penitenze esteriori vi vuol gran fondo d'umiltà. Dicea Fiorenzo (apud PETRUCCI, l. 1, tr. 4, p. 5), maestro spirituale di Tommaso da Kempis: Per qualsivoglia cosa che avrà fatta un'anima, se non si sentirà dapoi fatta più umile, sappia che niente ha guadagnato. Bella regola. Se l'opera è stata virtuosa, s'è accresciuta la grazia, e s'è cresciuta la grazia, è cresciuto il lume della verità. Ma il lume della verità è il conoscere che Dio è tutto e noi niente, dice S. Lorenzo Giustiniani. Dunque quanto più fate, tanto più conoscerete che tutto è dono di Dio255.

||15r||




225 PETRUCCI I 227 ss.: «Della virtuosa e vitiosa singolarità».



226 PETRUCCI I 228, n. 2.



227 PETRUCCI I 232, n. 1.

228 PETRUCCI I 249-250, n. 4.



229 PETRUCCI I 250, n. 5. - Questo capoverso è aggiunto in margine.



230 PETRUCCI I 233, n. 2.



231 PETRUCCI I 234, n. 4.



232 PETRUCCI I 234-235, n. 5.



233 PETRUCCI I 235-236, n. 7.



234 PETRUCCI I 236-237, n. 1.



235 PETRUCCI I 237, n. 2.

236 PETRUCCI I 249, n. 4. - L'ultima frase del capoverso è aggiunta in margine.



237 PETRUCCI I 237-238, n. 2.



238 PETRUCCI I 238, n. 3.



239 PETRUCCI I 238-239, n. 3.



240 Il titolo dello scritto di s. Bernardo è aggiunto in margine.



241 PETRUCCI I 239, n. 4: «Descrittione della singolarità vitiosa».

242 PETRUCCI I 239-240, n. 5: «In che consista questa cattiva singolarità».



243 PETRUCCI I 241, n. 2: «Maniere per discoprire i singolari, se siano per virtù o per vitio».



244 Ibid.



245 PETRUCCI I 242, n. 3: «La pronta obbedienza in lasciare l'austerità non necessaria è buon segno di virtuosa singolarità».



246 PETRUCCI I 242, n. 4: «Può il suddito dire sua ragione, e come».



247 Le ultime due frasi del capoverso sono aggiunte in margine.



248 PETRUCCI I 242-243, n. 5.



249 PETRUCCI I 248, n. 1, in fine. - Questa frase è aggiunta in margine.



250 PETRUCCI I 243, n. 6.

251 PETRUCCI I, 243, n. 7.



252 PETRUCCI I 247, n. 8.



253 PETRUCCI I 247-248, n. 1: «Tre conditioni, accioché l'opera singolare [sia] virtuosa».



254 PETRUCCI I 248, n. 2.



255 PETRUCCI I 249, n. 3: «Chi più opera bene, ha più da crescere in humiltà».






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