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S. Alfonso Maria de Liguori
Evidenza della Fede

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CAP. VI. Contrassegno quinto.

Testimonianza de' miracoli.

Il quinto contrassegno della verità di nostra fede sono i miracoli che parimente (come le profezie) non possono avvenire, che per virtù divina. Al vero miracolo si richiede che quello superi le forze della natura; e perciò i veri miracoli non possono procedere che da quel solo autore ch'è sopra la natura. Quindi è che quella religione la quale produce veri miracoli in conferma della sua dottrina, non può non esser vera, poiché Dio non può approvare colla testimonianza de' suoi miracoli una dottrina ch'è falsa, sempre che tali miracoli superano la forza della natura angelica o della natura umana.

Non può dubitarsi intanto che furono veri miracoli quelli di Gesù Cristo, giacché avvennero in pubblico a vista di migliaia di persone. E furono registrati da' sacri vangelisti con tutte le loro individuali circostanze: sì che per niuna ragione possono essere contaminati di falsità e finzione. Per esempio: il miracolo scritto da s. Marco nel cap. 8 de' sette pani e pochi pesci, coi quali saziò il Signore la moltitudine di quattromila persone incirca: il miracolo scritto da s. Giovanni nel cap. 11 di Lazzaro risorto alla presenza di molti giudei, dopo ch'era stato quattro giorni già sepolto: il miracolo delle tenebre accadute nella morte del Redentore, che si sparsero per tutta la terra dall'ora di sesta sino a quella di nona; se questi miracoli (tralasciando gli altri) registrati da' vangelisti pochi anni appresso che avvennero fossero stati infinti o adulterati, come avrebber potuto indursi gli apostoli a seguir Gesù Cristo, lasciando patria, parenti e tutto? Come in oltre questi miracoli finti avrebbero potuto esser predicati dagli apostoli e creduti per veri da tanti popoli e dagli stessi giudei ch'erano stati testimonj de' fatti? non sarebbero stati gli apostoli tutti convinti e trattati da impostori? Ma no, che i medesimi principi de' sacerdoti confessano tali miracoli dicendo: Quod facimus? quia hic homo multa signa facit1. Ed indi gli stessi giudei convinti dalla verità di tali miracoli concorsero a più migliaia a confessare per Dio quell'uomo giustiziato in croce qual reo e seduttore. Si aggiunga che gli stessi ebrei non convertiti non han potuto negare questa verità ed hanno attestati per veri i miracoli di Gesù Cristo. Ecco quel che lasciò scritto Giuseppe Ebreo: Eodem tempore fuit Iesus, vir sapiens, si tamen virum eum fas est dicere; erat enim mirabilium operum patrator, et doctor eorum qui libenter vera suscipiunt2. E poco appresso dopo aver narrata la di lui morte, soggiunge: Apparuit tertia die vivus, ita ut de eo vates hoc et alia multa miranda praedixerint.

Vengano ora tutte le sette e dimostrino i loro miracoli; vediamo se mai alcuno di loro si è appurato per vero. Vantansi i gentili che Vespasiano restituì la sanità a due infermi; ma Tacito stesso, che ciò scrive3, asserisce che l'infermità di quelle due persone fu giudicata da' medici guaribile colle forze della stessa natura; e se ciò potea avvenire per opera naturale, tanto più poteva essere anche per opera dei demonj. Portano di più che Adriano guarisse un cieco, come scrive Mario Massimo; ma altri autori riferiscono che Massimo scrisse ciò per una concertata finzione a fin di adulare Adriano: leggasi Salmasio4. Portano di più che una vergine vestale prese l'acqua in un crivello senza versarla; ma ciò anche dato per vero, non ripugna il credere che Iddio per attestare l'onestà di quella vergine, la quale veniva incolpata a torto d'impudicizia, volesse l'avvenimento di quel prodigio. Vengano i giudei: ebbero essi senza dubbio


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nel tempo dell'antica legge molti e veri miracoli, perché erano allora nella vera chiesa; ma ripudiata ch'ella fu colla venuta del Salvatore, tutti i loro miracoli affatto sono cessati. Vengano i maomettani; ma il lor maestro e duce Maometto si protesta di cedere a Cristo i miracoli, bastandogli (come dicea) la spada, e per far conoscere la verità della religione. È vero ch'egli nel cap. 64. dell'Alcorano si vanta, e narra un prodigio da lui fatto nella luna, cioè ch'essendo quella caduta e rotta in due parti, fu da lui ricongiunta e riposta in cielo; lo riferisce il card. Bellarmino1. Che perciò i turchi, come nota ancora Cornelio a Lapide2, presero per loro insegna la luna. Ma non è credibile esservi uomo del mondo di mente sana, che possa credere per miracolo una favola così ridicola. Vengano tutte le altre sette insieme a produrre qualche miracolo. Ma no, che le infelici, se mai l'han voluto fingere per ingannare la gente, le loro finzioni presto si son manifestate, come specialmente avvenne a Lutero e Calvino, secondo riferimmo di sopra nel cap. IV.

Gli eretici pertanto, poiché non trovano alcun miracolo operato da Dio in conferma delle loro sette, dicono (siccome parla il Picenino) che i miracoli non sono già contrassegni della vera religione, perché anche i maghi di Faraone fecero miracoli, ed anche l'Anticristo (secondo scrive s. Giovanni) ai tempi suoi farà prodigj. Ma si risponde primieramente, esser chiaro nelle divine scritture, che il Signore ha operati miracoli in pruova della vera dottrina. Questo fu il contrassegno che diede Iddio al popolo ebreo, acciocché credessero a quel che da sua parte Mosè loro diceva, cioè la potestà che donò a Mosè di far miracoli, come si legge nell'Esodo: Ut credant, inquit, quod apparuerit tibi Dominus. Si non crediderint tibi, credant verbo signi sequentis3. Onde lo stesso Calvino, maestro di Picenino, parlando de' miracoli operati da Mosè, confessa che quelli furon tante pruove della dottrina da Mosè insegnata: Tot insignia quae refert miracula, totidem sunt proditae doctrinae sanctiones4. Questo anche fu il contrassegno (cioè de' miracoli operati) che diede Gesù Cristo a' discepoli del Battista, affinché il Battista credesse ch'egli era il vero Messia: Ite, renuntiate Ioanni, quae audistis et vidistis5. Di più con questa pruova de' miracoli rimproverava agli ebrei la loro incredulità: Si mihi non vultis credere, operibus credite6. E perciò indi li dichiarò indegni di scusa, per non aver voluto credere a' suoi miracoli da loro stessi veduti: Si opera non fecissem in eis, quae nemo alius fecit, peccatum non haberent; nunc autem et viderunt et oderunt me et patrem meum7. Se i miracoli non fossero stati contrassegni della vera fede, non avrebbe detto Gesù C. che coloro sarebbero stati i veri fedeli, che tali prodigj avessero operati: Signa autem eos qui crediderint, haec sequentur: In nomine meo daemonia eiicient, linguis loquentur novis, serpentes tollent etc.8. Ed a torto s. Paolo avrebbe assegnati i miracoli per segni del suo apostolato, quando disse: Signa apostolatus mei facta sunt super vos in omni patientia, in signis et prodigiis9. Or dunque, come dice il Picenino che i miracoli non sono contrassegni della vera religione?

In quanto poi ai prodigj operati dai maghi di Faraone, quelli non furono miracoli, ma illusioni ed apparenze possibili ad avvenire per opera de' demonj. E lo stesso sarà dei prodigj che opererà l'Anticristo; ed acciocché per tali prodigj gli uomini non dessero fede a quell'empio, perciò il Signore ci ha fatto sapere anticipatamente, che quelli saranno tutti inganni ed illusioni diaboliche. Del resto può il Signore concedere anche ad un peccatore, ed anche ad un fedele la facoltà di far miracoli, come già diede lo spirito di profezia a


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Balaamed ed a Caifasso; perché queste son grazie gratis date, che Dio le comunica a chi vuole secondo i suoi divini giudizj. Ma come ben insegna s. Tommaso1, quando un empio predica la vera fede, ed invoca il nome di Cristo, anch'egli può far veri miracoli; ma non quando poi volesse operarli in conferma d'una fede falsa; poiché il principale autore de' miracoli è Dio, il quale non può permettere i miracoli per testimonianza d'una falsità. Perciò scrisse Tertulliano2, che i miracoli, o per meglio dire, le illusioni de' gentili, perché erano ordinate ad accreditare una fede falsa, al comparire della vera fede predicata da Gesù Cristo, alla quale erano chiamati i gentili, cessarono e si scovrirono per inganni. All'incontro un solo miracolo vero, fatto in conferma della verità della nostra religione, bastava per provarla vera.

Innumerabili poi sono stati i miracoli continuamente operati da Dio fino a' tempi nostri per mezzo de' suoi servi nella nostra chiesa cattolica, secondo la promessa già fatta da Gesù Cristo: Qui credit in me, opera quae ego facio, et ipse faciet, et maiora horum faciet3. È vero che nella primitiva chiesa questi miracoli furono più abbondanti, perché allora erano più necessarj a propagar la fede; perciò tali miracoli appresso non sono stati così frequenti; ma non ha voluto il Signore che cessassero nella sua chiesa, perché ben anche son necessarj per la conversione delle nuove genti, siccome già è avvenuto in questi ultimi secoli nelle Indie, dove s. Francesco Saverio, san Luigi Beltrando, ed altri ministri del vangelo hanno operato innumerabili prodigj. Giovano anche i miracoli tra i cristiani per confermarli nella loro credenza e buona vita; e servono insieme a glorificare i santi, che Dio anche in questa terra vuol vedere onorati.

A chi poi volesse negare il credito a tanti fatti miracolosi, scritti già negli annali della chiesa e nelle vite de' santi, io dimando; e perché mai si ha da dar credito a' fatti che riferisce un Tacito, uno Svetonio, un Plinio? e poi non si ha da dar credito ad un s. Atanasio, ad un s. Basilio, ad un s. Girolamo, ad un s. Gregorio, ed a tanti altri scrittori pii che attestano i miracoli operati per mezzo de' santi? Se costoro avessero creduto che 'l mentire in questa materia non fosse colpa o poca colpa, potrebbe dubitarsi dei loro detti; ma essi, e tutti noi cattolici teniamo, com'è certo, che 'l mentire in tal materia è un fallo degno di morte eterna; onde è temerità il supporre che tanti santi e scrittori pii abbian voluto così fallire, non per altra ragione che per adulare taluni, o pure per tenere ingannata la gente. Tanto più che essi hanno scritte cose, circa le quali poteano facilmente esser conviti di menzogna dai medesimi testimonj de' fatti narrati, che si son trovati vivi a tempo che sono stati mandati alla luce i loro libri.

Oltreché ha disposto Iddio che nella s. chiesa alcuni prodigj miracolosi fossero continui per confondere l'audacia de' miscredenti, che voglion negare alla nostra chiesa cattolica il pregio dei miracoli. Solamente nel nostro regno di Napoli quanti di tali prodigj si vedono per tutto l'anno! Vi è la manna di s. Nicola, che continuamente scaturisce in Bari dalle sue sacre ossa. Nei monasteri di s. Liguoro e di d. Romita nella città di Napoli in ogni anno si vede liquefarsi il sangue di s. Gio. Battista nel giorno in cui si celebra la sua decollazione, e propriamente quando si dice il vangelo nella messa. Così parimente vedesi prima indurito, e poi liquefatto il sangue di s. Stefano nel monastero di s. Gaudioso nel giorno della sua festa. Così ancora nella città di Ravello si liquefa il sangue di s. Pantaleone nel giorno della sua festa.

È celebre poi in tutto il mondo cristiano il sangue di s. Gennaro, che ogni anno si liquefa più volte, cioè per due intiere ottave alla presenza della


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sua sacra testa, ed alla vista di molta gente. Ma è bene fermarci un poco più posatamente a parlare del miracolo di questo santo della mia patria, mentre un tal miracolo così portentoso con maggior furore è contrastato dagli eretici. E dico primieramente che prima degli eretici riformati non vi è stato tra gli scrittori chi mai ha dubitato della verità d'un tal miracolo sin dal secolo decimo, in cui si suppone essere il miracolo cominciato; benché altri pensano aver egli avuto principio sin dalla morte del santo, che fu nel secolo terzo, i soli pretesi maestri della chiesa riformata si sono affaticati, come ho accennato, con tutte le forze a discreditarlo. Ecco le loro opposizioni. Si oppone dal calvinista Pietro Molineo, che da' nostri fraudolentemente si gitti calce nel sangue, e perciò si vede quello bollire. Ma un certo eretico luterano (cosa che fa meraviglia) in una sua dissertazione non ha ripugnato di confutare il nominato calvinista, e l'ha trattato da sciocco e temerario; scrivendo queste parole che ben vagliono a rigettare tutte le altre opposizioni degli avversarj, che qui appresso riferiremo; Come mai (dice questo autore) per tanti anni si è potuta tener nascosta una tal frode in mezzo ad una città così colta? Oltreché Benedetto XIV. nella sua opera de canoniz.1, attesta che, per esperienza fatta, la calce non ha questa virtù di far bollire il sangue; e tanto meno ha virtù di liquefarlo quando è indurito.

Riferisce a questo proposito lo stesso pontefice nel luogo citato, che un certo medico eretico chiamato Gaspare Neumanna, un giorno, stando in sua casa cogli amici, pose su d'una tavola tre boccie di liquore in color di sangue, ch'era condensato, e poi a vista di tutti si liquefece. E così questo eretico cercò di mettere in derisione il miracolo del nostro s. Gennaro. Ma le risposte son chiare. Primieramente quello non era sangue, ma verisimilmente qualche liquore misturato con roba, che fermentando fra qualche tempo si scioglieva. In oltre quella tal composizione allora si vide liquefarsi per una sola volta; ma chi poi l'ha veduta, essendo sempre la stessa, più volte indurita, e più volte indi liquefatta, come avviene al sangue del nostro santo? In oltre quella mistura, come dee supporsi, era stata composta da quel ciarlatano poco tempo avanti di esporla a vista degli amici; ma il sangue di s. Gennaro si conserva da tanti secoli, e sempre è lo stesso.

Si oppone da altri che ciò succede per virtù naturale di simpatia. Siccome (dicono) per antipatia il sangue di un uomo ucciso suol bollire a vista dell'uccisore: siccome ancora la calamita per istinto si volge al polo, e l'ambra tira a sé la paglia, così per simpatia il sangue di s. Gennaro si liquefa a vista della propria testa. Ma si risponde che tutte le calamite si volgono al polo, e tutte le ambre tirano a sé le paglie; ma perché poi il solo sangue di s. Gennaro si liquefa a vista della sua testa, ed i sangui degli altri defunti restano induriti? In oltre la calamita sempre si rivolge al polo, l'ambra sempre tira a sé la paglia; ma il sangue di s. Gennaro alle volte anche alla presenza del capo resta indurito: alle volte si trova liquefatto lontano dal capo, alle volte si scioglie tra pochi minuti: alle volte dopo molto tempo: talvolta si liquefà in modo che riempie la caraffina, talvolta no: talvolta si scioglie tutto, talvolta mezzo; in quanto poi al bollire il sangue dell'ucciso a vista dell'uccisore, ciò molti dicono esser favola; ma ancorché fosse vero, questo caso rarissime volte sarà avvenuto; ma il caso di liquefarsi il sangue di s. Gennaro a vista della testa succede più volte l'anno. In oltre il sangue dell'ucciso si sarà veduto bollire, quando ancora erano recenti le ferite, ed ancora liquido il sangue; ma chi mai ha veduto bollire il sangue dell'ucciso dopo molti anni della sua morte? Ma il sangue di san Gennaro si scioglie e bolle dopo essersi indurito, e dopo ch'è stato separato


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dalla sacra testa per quattordici secoli. Gran cosa! Dicono questi eretici che lo scioglimento così del sangue di s. Gennaro, come di tutti gli altri sangui dei nostri santi da noi riferiti di sopra avviene per simpatia, ma si dimanda, perché di tali simpatie non se ne trova alcuna tra di essi, e solamente si trovano tra' cattolici?

Di più oppone il calvinista Picenino, che il sangue di s. Gennaro si liquefà per lo calore delle candele che vi ardono, e delle genti che v'assistono. Ma si risponde per 1. che con tutto ciò l'esperienza fa vedere che le boccie del sangue appena diventano tiepide, ma non calde. Per 2. se ciò avvenisse per le candele e per le genti, avverrebbe più in tempo di state, che di verno; ma più volte è succeduto il contrario come specialmente nell'anno 1662. nel cuore del verno si liquefece, e nell'anno 1702. in tempo di state non si sciolse prima della seconda messa. Per 3. dove s'è veduto mai sciogliersi alcun sangue col calore del fuoco? altri oppongono quello non essere sangue, ma un liquore congelato, che a poco a poco si liquefà tra le mani di chi lo tiene. Ma si risponde chi mai ha veduto il gelo liquefatto di verno tornare poi a congelarsi in tempo di state? Altri dicono che si liquefà, perché le boccie con arte si toccano da chi le tiene in mano. Ma quante volte si liquefà anche nell'armario? Altri, che ciò succede per l'esalazioni del Vesuvio. Ma queste esalazioni sono per molte miglia lontane; e tante volte che non vi sono, eppure il sangue si scioglie. In somma quanto più gli eretici si affaticano a toglier credenza al miracolo, tanto più lo confermano.




1 Ioan. 11. 47.



2 Ioseph. l. 18. antiq. c. 4.



3 Histor. l. 4.



4 Histor. Augusti in Spartian.

1 De notis ecclesiae c. 14.



2 In Apoc. 13. 11.



3 Exod. 4. 5. et 8.



4 Instit. c. 8. v. 5.



5 Matth. 11. 6.



6 Io. 10. 38.



7 Io. 15. 24.



8 Marc. 16. 17.



9 2. Cor. 12.

1 2. 2. q. 178. a. 2. ad 3.



2 Apolog. c. 23.



3 Io. 14.

1 L. 4. part. 1. c. 1.




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