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S. Alfonso Maria de Liguori
Evidenza della Fede

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CAP. IX. Pratica della fede.

Non basta per salvarsi il credere quel che insegna la fede, ma bisogna ancora vivere secondo c'impone la fede. Scrisse il gran Pico della Miranda: Magna profecto insania est evangelio non credere, sed longe maior insania vivere, ac si de eius falsitate dubitares1. E se è pazzia quella degli increduli che chiudono gli occhi a fine di non vedere il loro precipizio; maggior pazzia è quella de' fedeli che vedono il precipizio, e vi si gittano dentro ad occhi aperti. Se pazzo è dunque chi dopo tanti contrassegni così chiari della verità della nostra fede cattolica, non la vuol credere; molto più pazzo è chi la crede, e poi vive come se non la credesse: Quid prodest, fratres mei (scrive s. Giacomo 2. 14.), si fidem quis dicat habere, opera autem non habeat? Onde n'esorta s. Bernardo: Fidem tuam actio probet2. La buona vita del fedele fa vedere ch'egli ha vera fede. Altrimenti, dice lo stesso santo: Si confiteris te nosse Deum, factis autem negas, linguam Christo, animam diabolo dedisti. Non è fede, ma cadavere di fede quella che non è accompagnata dall'opere: Fides sine operibus mortua est3. Siccome l'uomo, se non fa operazioni di vita, se non pensa, se non parla, se non respira, dicesi che non è vivo, ma è morto; così dicesi morta quella fede che non produce opere di vita eterna. E siccome il corpo senza l'anima resta corpo, ma non può esercitare opere di vita; così la fede senza la carità resta fede, ma non può esercitare opere meritorie di eterna salute.

Molti credonobene le verità speculative della fede che s'appartengono all'intelletto; ma pochi son quelli i quali dimostran di credere le verità pratiche che s'appartengono alla volontà ed a' costumi. Ma bisogna intendere che così le une come le altre son certe ed infallibili; perché le une e le altre dallo stesso vangelo vengono a noi insegnate. Dice un dotto scrittore, che chi nega colla bocca le verità della fede è eretico di parole; ma chi non vive secondo le verità della fede può dirsi eretico di fatti. Siccome dunque crediamo a' misteri della ss. Trinità, dell'incarnazione del Verbo e simili; così bisogna che crediamo ancora a' detti di Gesù Cristo. Perciò scrisse s. Paolo ai suoi discepoli: Vosmetipsos tentate; si estis in fide, ipsi vos probate4. Gesù Cristo dice: Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum coelorum5. Colui dunque che si stima infelice perché è povero, e giunge talvolta a lagnarsi della divina provvidenza, costui non può dirsi vero fedele; il vero fedele tiene per sua ricchezza e felicità, non già i beni del mondo, ma solamente la divina grazia e la salute eterna. S. Clemente essendogli presentato dal tiranno argento, oro e gemme, acciocché rinunziasse a Gesù Cristo, gittò un sospiro di dolore, vedendo che un poco di terra gli si offeriva in cambio d'un Dio.

Gesù Cristo dice: Beati pacifici; beati qui lugent; beati qui persecutionem patiuntur propter iustitiam. Viene a dire: beati quei che perdonano le ingiurie; quei che si mortificano, ed accettano con pace le infermità, le perdite e gli altri travagli di questa vita; beati quei che per impedire i peccati, o che per l'opera di divina gloria son perseguitati. Colui dunque che stima disonore il perdonare: colui che non pensa ad altro, che a fare una vita deliziosa, cercando di contentare i suoi sensi senza riserba, e stima infelici coloro che privansi de' piaceri terreni e mortificano la loro carne: colui che per umani rispetti e per non ricever qualche derisione


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dagli altri, lascia le sue divozioni, lascia la frequenza dei sacramenti, lascia il ritiramento, e si dissipa nelle conversazioni, ne' conviti, ne' teatri, costui non può dirsi che ha vera fede.

Ma come faremo a vincere questi rispetti umani, gli appetiti malvagi della carne, e tutte le altre tentazioni dell'inferno? Udiamo quel che ci dice l'apostolo s. Giovanni: Haec est victoria quae vincit mundum, fides nostra1. La fede è quella che ci avvalora a superare tutti gl'impedimenti che il mondo oppone a salvarci ed a farci santi: cosa che deve essere l'unico nostro fine, ed è ancora l'unico fine, per cui Dio ci ha creati e ci tiene su questa terra: Haec est voluntas Dei sanctificatio vestra2. È vero che 'l demonio è forte, e le sue tentazioni sono terribili; ma chi ha fede, vince tutto, come ne avvisa s. Pietro: Diabolus tanquam leo rugiens circuit quaerens quem devoret, cui resistite fortes in fide3. Lo stesso scrisse s. Paolo: In omnibus sumentes scutum fidei, in quo possitis omnia tela nequissimi ignea extinguere4. Lo scudo difende il corpo da tutte le saette de' nemici: la fede difende l'anima da tutte le tentazioni dell'inferno: Iustus autem meus ex fide vivit5. Colle massime della fede il giusto si conserva nella vita della divina grazia. È certo che scemata la fede, si scemano tutte le virtù; perduta la fede, si perdono tutte le virtù. Subito dunque che ci vediamo assaliti da qualche tentazione di superbia o di senso, bisogna armarci colle massime della fede per difenderci, considerando or la divina presenza, or la ruina che porta seco il peccato, ora il conto che dobbiamo rendere nel divino giudizio, or la pena eterna che sta preparata ai peccatori, or l'obbligo che abbiamo a Gesù Cristo; e sopra tutto c'insegna la fede che in tempo di tentazioni, chi ricorra a Dio non resta vinto: Laudans invocabo Dominum, et ab inimicis meis salvus ero6. La fede ancora è quella che ci mette in pace fra tutte le avversità che ci angustiano; dandoci ad intendere che le pene di questa vita, tollerate con pazienza, ci pongono più in sicuro dell'eterna salute: Credentes exultabitis laetitia inenarrabili et glorificata; reportantes finem fidei vestrae, salutem animarum vestrarum7.

E chi dal demonio fosse tentato sovra la verità della fede, non si smarrisca, ma confonda il nemico per la stessa via per cui quegli vuol guadagnarlo: rinnovi l'atto di fede semplicemente, senza rispondere a' dubbj che il demonio cerca d'insinuargli, ed offerisca la vita per conservare la fede. Narrò s. Luigi re di Francia, che un certo dotto teologo molestato fortemente dal demonio contro la verità del ss. sacramento dell'eucaristia, ricorse per aiuto al vescovo di Parigi, e con lagrime gli espose la sua tribulazione: il vescovo gli domandò se egli per qualunque cosa non avrebbe mai rinunziato alla fede; e rispondendogli colui di no, allora gli scoprì i gran tesori che guadagnava in soffrir la pena di quella tentazione che pativa. S. Francesco di Sales, stando infermo, fu similmente assalito da una gran tentazione di fede circa l'eucaristia: il santo senza porsi a disputare col demonio, lo vinse col solamente nominare Gesù. Bisogna dunque in tali sorte di tentazioni con umiltà cattivar l'intelletto, credendo esser vero tutto ciò che ne insegna la chiesa, e vincere il demonio (come si è detto) colle stesse sue armi, dicendo: Io per questa fede son pronto a dar mille volte la vita. E così dove il nemico vuol farci avere una gran perdita, faremo un gran guadagno. Preghiamo dunque continuamente il Signore come lo pregavano gli apostoli: Adauge nobis fidem, adauge nobis fidem8.




1 Epist. ad Nepot.



2 Serm. 24. in cant.



3 Iac. 2. 17.



4 2. Cor. 18. 5.



5 Matth. 5. 3.

1 Ioan. 5. 4.



2 1. Thess. 4. 3.



3 1. Petr. 3. 8.



4 Ephes. 6. 16.



5 Hebr. 10. 38.



6 Psal. 17. 4.



7 1. Petr. 1. 8.



8 Lucae 17. 5.






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