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S. Alfonso Maria de Liguori
Istruzione al popolo

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§ I. Della fede.

 

 

4. La fede è una virtù, o sia dono infuso da Dio nell'anime nostre col battesimo, col quale noi crediamo le verità da Dio stesso rivelate alla santa chiesa, e dalla chiesa a noi proposte. Per nome di chiesa s'intende l'unione di tutti gli uomini battezzati (perché gli altri non battezzati sono fuori della chiesa), che professano la vera fede, sotto un capo visibile, ch'è il sommo pontefice. Dicesi, la vera fede, ad esclusione degli eretici, i quali, benché battezzati, sono membri separati dalla chiesa. Dicesi in oltre, sotto un capo visibile, ad esclusione degli scismatici, che non ubbidiscono al papa, e per tal causa facilmente da scismatici passano ad essere eretici, onde scrisse s. Cipriano: Non aliunde haereses obortae sunt, aut nata schismata, quam inde quod sacerdoti Dei non obtemperatur, nec unus in ecclesia ad tempus sacerdos, et ad tempus iudex vice Christi cogitatur2.

 

 

5. Tutte poi le verità rivelate noi le abbiamo dalle sacre scritture, e dalle tradizioni comunicate da Dio a' suoi servi da mano in mano. Ma come noi sapremmo con certezza, quali sono le vere tradizioni, e le vere scritture, e quale sia il vero senso di esse, se non avessimo la chiesa che ce l'insegnasse?


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Questa chiesa è stata stabilita da Gesù Cristo per colonna e fermezza della verità: Ecclesia Dei vivi, columna, et firmamentum veritatis1. A questa chiesa ha promesso lo stesso nostro Salvatore, che non sarebbe stata mai ella superata da' suoi nemici: Portae inferi non praevalebunt adversus eam2. Le porte dell'inferno sono l'eresie, e gli eresiarchi, che hanno aperta la via a tante povere anime sedotte. E questa chiesa è quella che insegna a noi le verità che abbiamo da credere, per mezzo de' suoi ministri. Onde scrisse s. Agostino: Ego evangelio non crederem, nisi me catholicae ecclesiae commoveret auctoritas3.

 

 

6. Sicché il motivo, per cui non dobbiamo credere le verità, che sono di fede, è, perché Dio, verità infallibile, le ha rivelate alla chiesa, e la chiesa ce le propone a credere. Ecco dunque come dobbiamo fare l'atto di fede: Dio mio, perché voi, che siete verità infallibile, avete rivelate alla chiesa le verità della fede, io credo tutto quel che la chiesa mi propone a credere.

 

 

7. Questo è il motivo, per cui dobbiamo credere le verità rivelate. Ma vediamo ora quali cose dobbiamo credere. Tra gli articoli di fede quattro sono i principali. Il primo è, che vi sia Iddio. Il secondo, ch'egli sia rimuneratore, che premia chi osserva la sua legge colla gloria eterna del paradiso, e castiga chi la tradisce colle pene eterne dell'inferno. Il terzo, che in Dio sono tre persone, Padre, Figliuolo, e Spirito santo; ma queste tre Persone, benché sieno tra loro distinte, non sono che un solo Dio, perché sono un'essenza ed una divinità: ond'è che siccome il Padre è eterno, onnipotente, immenso, così egualmente è eterno, onnipotente, ed immenso il Figliuolo, e lo Spirito santo. Il Figliuolo è generato dalla mente del Padre. Lo Spirito santo poi procede ed è spirato dalla volontà del Padre e del Figliuolo, per l'amore con cui scambievolmente l'un l'altro si amano. Il quarto articolo principale è l'incarnazione del Verbo eterno, cioè della seconda Persona, il Figliuolo, che per opera dello Spirito santo si è fatto uomo nell'utero di Maria Vergine, poiché la persona del Verbo assunse l'umanità, in modo, che le due nature, la divina e l'umana, si unirono nella persona di Gesù Cristo, il quale patì e morì per la nostra salute. Ma che necessità vi era, che Gesù Cristo patisse per la nostra salute? Udite: l'uomo avea peccato, onde per ottenere il perdono bisognava che l'uomo desse a Dio una giusta soddisfazione; ma quale condegna soddisfazione potea dare l'uomo all'infinita maestà di Dio? onde, che fece Iddio? il Padre mandò il Figliuolo a farsi uomo, e questo Figlio, che fu Gesù Cristo, essendo vero Dio e vero uomo, soddisfece per l'uomo alla divina giustizia. Vedete qui l'obbligo e l'amore che dobbiamo a Gesù Cristo. Narra il Cartusiano, che un giovane, udendo messa, non s'inginocchiò alle parole del credo, Et homo factus est; allora comparve un demonio, con un bastone alla mano, e gli disse: Ingrato, non ringrazi Iddio, che si fece uomo per te? se egli avesse fatto per noi quel che ha fatto per te, noi lo ringrazieremo per sempre colla faccia per terra; e tu neppure lo riconosci? E poi gli diede un gran colpo con quel bastone, col quale non l'uccise, ma lo lasciò poco sano.

 

 

8. In oltre bisogna sapere, che alcuni articoli noi dobbiamo crederli per necessità di mezzo, altri per necessità di precetto. Necessità di mezzo importa che se noi non crediamo alcuni articoli di fede, affatto non possiamo salvarci. La necessità poi di precetto importa che noi dobbiamo credere certi altri articoli; ma quando avvenisse, che questi fossero da noi ignorati con ignoranza invincibile senza colpa, siamo scusati dal peccato, e possiamo salvarci. I primi due articoli notati di sovra, cioè che Iddio vi sia, e che sia giusto rimuneratore, questi senza dubbio dobbiamo saperli e crederli per necessità di mezzo, secondo scrisse l'apostolo: Credere enim oportet accedentem ad Deum, quia est, et inquirentibus se remunerator sit4. Gli altri due articoli poi, della Trinità delle Persone, e dell'incarnazione del Verbo, alcuni autori tengono che dobbiamo crederli di necessità di precetto, ma non già di mezzo, in modo, che se taluno gl'ignorasse con ignoranza incolpabile, ben potrebbe salvarsi; ma la più comune e la miglior sentenza vuole, che debbano esplicitamente


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credersi di necessità di mezzo. Del resto è certo, come dichiarò il papa Innocenzo XI. nella proposizione dannata 64., che non può essere assoluto quegli che non sa questi misteri, cioè della ss. Trinità, e dell'incarnazione di Gesù Cristo.

 

 

9. Siamo poi tenuti solo per necessità di precetto, ma sotto colpa grave, a sapere e credere gli altri articoli del credo, almeno i principali, cioè che Iddio ha creato il cielo e la terra, e ch'egli conserva e governa il tutto: che Maria ss. è vera madre di Dio, ed è stata sempre vergine: che Gesù Cristo nel terzo giorno dopo la sua morte risorse per propria virtù e che poi salì in cielo, ove siede alla destra del suo eterno Padre; s'intende, che Gesù Cristo, anche come uomo siede alla destra, cioè possiede stabilmente una gloria eguale a quella del Padre, come spiega il Bellarmino nel suo catechismo1. Si è detto, anche come uomo: mi spiego: Gesù Cristo come Dio è in tutto eguale al Padre, come uomo poi è minore del Padre; ma perché il nostro Salvatore è insieme uomo, e Dio, ed è una sola persona, come abbiamo detto di sopra, perciò in cielo l'umanità di Gesù Cristo sta in gloria e maestà eguale al Padre, non già per propria dignità, ma perché è unita alla persona del Figliuolo di Dio. Quando il re sta sul trono, in quel trono vi sta anche la porpora regale, che sta unita col re; così l'umanità di Gesù Cristo per sé non è ella uguale a Dio, ma perché sta unita ad una Persona divina, perciò siede nello stesso trono di Dio, in gloria eguale a Dio.

 

 

10. Di più siamo tenuti a sapere e credere, che nel giorno finale del mondo risorgeranno tutti gli uomini, ed avranno da essere giudicati da Gesù Cristo. Di più dobbiamo credere, che l'unica vera chiesa è la nostra cattolica romana, onde quelli che sono fuori, o divisi dalla nostra chiesa, non possono salvarsi, e tutti vanno all'inferno, eccettuati i bambini che muoiono battezzati. Di più, dobbiamo credere la comunione dei santi, cioè che ogni fedele stando in grazia partecipa de' meriti di tutti i santi vivi e morti. Di più la remissione de' peccati, cioè che a noi si rimettono i peccati nel sacramento della penitenza, purché ne abbiamo vero pentimento. Per ultimo, la vita eterna, cioè che chi si salva, morendo in grazia di Dio, va in paradiso, ove godrà Dio per tutta la eternità; ed all'incontro, che chi muore in peccato, va all'inferno, ed ivi per tutta l'eternità dovrà penare.

 

 

11. In oltre ogni cristiano dee sapere i precetti del decalogo, e della chiesa, e gli obblighi principali del proprio stato, come di ecclesiastico, di maritato, di dottore, di medico e simili.

 

 

12. In oltre ognuno dee sapere e credere i sette sacramenti, ed i loro effetti, e specialmente del battesimo, della cresima, della penitenza, e dell'eucaristia, e degli altri poi quando li riceve. Di più, tutti debbono sapere il Pater noster. Che cosa è il Pater noster? è un'orazione che ha composto Gesù Cristo medesimo, e l'ha a noi lasciata, acciocché sappiamo domandare le grazie più necessarie alla nostra eterna salute. S. Ugone, vescovo di Granoble, stando infermo, in una notte replicò 300. volte il Pater noster: il suo cameriere che l'intese, l'avvertì a non replicarlo tante volte, perché gli avrebbe fatto danno. Rispose il santo, che no; anzi quanto più lo ripeteva, tanto più andava migliorando dalla sua infermità. Specialmente giova replicare più volte quella particella del Pater noster, fiat voluntas tua, sicut in coelo et in terra, perché questa è la maggior grazia che può farci Dio, di farci fare qui in terra la sua volontà; e quell'altra particella, et ne nos inducas in tentationem, che il Signore ci liberi da quelle tentazioni nelle quali prevede che noi cadremmo. Tutti debbono sapere ancora l'Ave Maria, per sapersi raccomandare a questa Madre di Dio, per mezzo della quale (come dice s. Bernardo) riceviamo da Dio tutte le grazie. Di più tutti debbono sapere, che vi è il purgatorio, ove si soddisfanno quelle pene temporali che ci sono rimaste a pagare per li peccati fatti; e perciò dobbiamo ricordarci di pregare, e di offerire qualche suffragio per quelle sante anime che stanno in purgatorio, e che noi siamo tenuti in qualche modo a sollevarle nelle loro pene, giacché le loro pene sono gravissime (la minor pena del purgatorio avanza tutti i dolori della vita presente), ed all'incontro le medesime non possono aiutarsi.


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Se in questa terra vi è un prossimo, che patisce una gran pena, e noi possiamo sollevarlo senza incomodo, non siamo obbligati a sovvenirlo? e così siamo obbligati a sovvenire quelle anime sante, almeno colle orazioni.

 

 

13. Di più, dobbiamo sapere, essere a noi molto utile il procurarci l'intercessione dei santi, e specialmente di Maria ss. Ciò è di fede, come ha dichiarato il concilio di Trento1, contra l'empio Calvino, che proibisce di ricorrere a' santi, affin di ottenere per mezzo della loro intercessione le grazie divine, che ci son necessarie per salvarci; non già perché Dio non possa darci la salute senza l'intercessione de' santi; ma perché così ricerca l'ordine da Dio stabilito, che noi mentre viviamo in questa terra ci riduciamo a Dio per mezzo delle preghiere de' santi: Hoc divinae legis ordo requirit, ut nos, qui manentes in corpore peregrinamur a Domino, in eum per sanctos medios reducamur2. E lo stesso dicono altri dottori3. E così anche dobbiamo venerare le reliquie de' santi, le croci, e tutte le sagre immagini.

 

 

14. Prima di passare avanti, voglio qui rispondere ad un dubbio che potrebbe farmi taluno, parlando così: si dice, che la verità della nostra fede è chiara; ma come è chiara, se tanti misteri della fede (siccome sono quelli della ss. Trinità, dell'incarnazione del Verbo, dell'eucaristia ecc.) a noi sono oscuri, né possiamo comprenderli? Rispondo: le cose della fede sono oscure, ma non la verità della fede; la verità della fede, cioè che la nostra fede sia vera, è troppo chiara per li contrassegni evidenti che ne abbiamo. I misteri della fede sono a noi oscuri, e Dio stesso vuole che ci sieno oscuri, perché così Dio vuol essere onorato da noi, col credere tutto ciò ch'egli ha detto, senza comprenderlo: ed ancora perché così noi lo meritiamo, col credere quel che non vediamo. Qual merito avrebbe l'uomo col credere quel che già vede e comprende? Fides amittit meritum, dice s. Gregorio, cum humana ratio praebet experimentum. Ma se noi non arriviamo a comprendere neppure le cose materiali di questa terra: chi giunge a comprendere come la calamita tira a sé il ferro? come un granello di frumento, posto sotto terra, ne produce mille? chi arriva a comprendere gli effetti della luna, gli effetti de' fulmini? che maraviglia è poi, che non arriviamo a comprendere i misteri divini?

 

 

15. Le cose adunque della fede sono a noi occulte, ma la verità della fede ha prove così evidenti, che bisogna dire, essere pazzo chi non l'abbraccia. Queste prove son molte, e specialmente sono le profezie scritte nella sacra bibbia tanti secoli prima, e poi puntualmente avverate. Fu predetta molto tempo prima la morte del nostro Redentore da più profeti, da Davide, da Daniele, da Aggeo, e Malachia; e fu predetto insieme il tempo, e le circostanze di questa morte. Fu predetto ancora, che i giudei in pena della morte data a Gesù Cristo dovevano perdere il loro tempio, e la patria, e restar accecati nel loro peccato, e dispersi per tutta la terra; e tutto si è avverato, come sappiamo: fu predetta ancora la conversione del mondo dopo la morte del Messia, e questa conversione ben si avverò per mezzo de' santi apostoli, che senza lettere, senza nobiltà, senza denari, e senza protezioni, anzi coll'opposizione de' più potenti della terra, convertirono il mondo, inducendo gli uomini a lasciare i loro Dei, e i loro vizi invecchiati, per abbracciare una fede, che insegna a credere tanti misteri che non possono comprendersi, e tante leggi difficili a praticarsi, per essere elle opposte a' nostri appetiti malvagi, com'è l'amare i nemici, astenersi dai piaceri, sopportare i disprezzi, e mettere tutto il nostro amore, non già ai beni che vediamo, ma a quelli che non vediamo, della vita futura.

 

 

16. Di più, sono pruove evidenti della nostra fede tanti miracoli operati da Gesù Cristo, dagli apostoli, e da altri santi, in faccia agli stessi loro nemici, i quali non potendo negarli, diceano, che que' prodigi si operavano per arte diabolica, quandoché i veri miracoli, che superano le forze della natura, com'è il risuscitare un morto, il dar la vista ad un cieco, e simili, non possono farsi da' demoni, che non hanno tal possanza, ed all'incontro Iddio non può permettere alcun miracolo, se non in


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conferma della vera fede; altrimenti, se Dio permettesse un miracolo in conferma d'una fede falsa, egli stesso c'ingannerebbe; e perciò i veri miracoli, che tra noi vediamo (basta per tutti il miracolo di s. Gennaro) sono pruove certe della nostra fede.

 

 

17. Di più, gran pruova della nostra fede fu la costanza de' martiri. Ne' primi secoli della chiesa, a tempo de' tiranni, vi furono tanti milioni d'uomini, fra questi anche tante verginelle, e fanciulli, che per non rinnegar Gesù Cristo abbracciarono allegramente i tormenti e la morte. Scrive Severo Sulpizio1, che a tempo di Diocleziano i martiri si presentavano a' loro giudici con maggiore avidità del martirio di quella con cui gli uomini del mondo ambiscono le dignità e le ricchezze di questa terra. È famoso nelle istorie il martirio di s. Maurizio, con tutta la sua legione tebana. Voleva Massimiliano imperatore, che tutt'i suoi soldati assistessero ad un empio sacrificio ch'egli un giorno offeriva a' suoi falsi Dei. S. Maurizio ed i suoi soldati ricusarono di assistervi, perché erano tutti cristiani. Sapendo ciò Massimiano, ordinò, che in pena di tal disubbidienza fossero decimati, cioè che per ogni dieci di quella legione fosse ad uno tagliata la testa. Ognun di loro desiderava, che a sé fosse toccata la morte; onde quei che restarono vivi invidiavano coloro ch'erano morti per Gesù Cristo. Sapendo questo l'imperatore, ordinò, che di nuovo fossero decimati; ma con ciò crebbe in essi il desiderio di morire. Finalmente ordinò il tiranno, che tutti fossero decapitati, ed allora tutti deposero allegramente l'armi, e come tanti agnelli mansueti con giubilo si fecero uccidere, senza volersi difendere.

 

 

18. Narra ancora Prudenzio2, che un fanciullo di sette anni, il nome non si sa, essendo cristiano, fu tentato dal prefetto Aschepliade a rinnegare la fede; ma negando egli di farlo, e dicendo, che la madre era stata la sua maestra, il tiranno chiamò la madre, ed avanti di lei fece talmente flagellare il fanciullo, che tutto il corpo diventò una piaga. Tutti gli astanti piangeano per la compassione, ma la madre giubilava in veder la fortezza del suo figlio. Il figlio prima di morire, avendo sete, le cercò un poco d'acqua: Figlio, ella gli rispose, abbi pazienza, tra breve sarai saziato in cielo di ogni delizia. In somma il prefetto, adiratosi a tanta costanza della madre e del figlio, ordinò, che subito fosse recisa la testa al fanciullo. Eseguito l'ordine, la madre se lo prese morto in braccio, e, piena di gioia, gli diede gli ultimi baci, vedendolo morto per Gesù Cristo.

 

 

19. Da ciò dobbiamo ricavare, quanto noi siamo obbligati di ringraziare Iddio del dono fattoci della vera fede. Quanti infedeli, quanti eretici e scismatici vi stanno? n'è piena la terra, e tutti questi si dannano. I cattolici non giungono alla decima parte, e fra questi il Signore ci ha posti, facendoci nascere in grembo alla santa chiesa. Pochi lo ringraziano di questo gran beneficio. Procuriamo noi di ringraziarnelo ogni giorno.

 

 




2 S. Cypr. l. 1. c. 3.



1 1. Tim. 3. 15.

 



2 Matth. 16. 18.

 



3 Epist. fundam. c. 5.

 



4 Hebr. 11. 6.



1 Cap. 3. art. 6.



1 Sess. 25. in decr. de invoc. ss.

 



2 S. Th. in 4 sent. dist. 45. q. 3. a. 2.

 



3 Continuat. Tournely t. 1. de relig. c. 2. de orat. a. 4. q. 1. cum Sylvio.



1 L. 2. c. 47.

 



2 Lib. Peristeph.

 






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