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S. Alfonso Maria de Liguori
Istruzione al popolo

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§ V. Della carità verso il prossimo.

 

 

36. L'amore verso Dio va unito coll'amore verso il prossimo: Qui diligit Deum, diligat et fratrem suum, scrisse s. Giovanni3. Chi non ama il prossimo, neppure ama Dio. La carità non però è ordinata. Iddio dobbiamo amarlo sopra ogni cosa. Il prossimo poi dobbiamo amarlo come noi stessi, sicut te ipsum; come noi stessi, ma non più di noi stessi; onde non siam tenuti a preferire il bene del prossimo al bene nostro, se non quando il bene del prossimo è di ordine maggiore al nostro bene, e quando il prossimo sta in necessità estrema. L'ordine de' beni è questo: prima è la vita spirituale dell'anima, poi la vita temporale del corpo, poi la fama, e poi la roba. Sicché quando il prossimo sta in necessità estrema, siamo tenuti preferire il bene del prossimo ch'è di ordine maggiore, cioè la sua salute spirituale alla nostra vita temporale, la vita sua alla fama nostra, e la fama sua alle nostre robe. Ma, come ho detto, solamente quando il prossimo sta in necessità estrema; altrimenti non siamo tenuti a preferire il bene del prossimo, ancorché sia d'ordine maggiore; onde se uno fosse ingiustamente assalito da un altro, che vuole ucciderlo, ben può difendersi (se non vi è altro modo) con uccidere il nemico, ancorché quegli morendo perda la vita spirituale, e si danni; perché allora il prossimo non istà in necessità di togliere a me la vita per salvare l'anima sua.

 

 

37. Del resto per lo precetto della carità noi dobbiamo amare tutti i prossimi morti in grazia di Dio, poiché i dannati noi non possiamo amarli, anzi siamo obbligati ad odiarli come nemici eterni del nostro Dio. E dobbiamo amare tutti i prossimi vivi, ancorché peccatori, ed ancorché nostri nemici. Dico, ancorché peccatori, perché quantunque essi attualmente stiano in disgrazia di Dio, possono nondimeno riconciliarsi con Dio, e salvarsi. Dico poi, ancorché nemici, perché la legge di Gesù Cristo è legge d'amore. Vuole Dio, che noi siamo amati da tutti, anche da' nostri nemici; e così vuole che noi amiamo ancora coloro che ci odiano. Gl'infedeli amano coloro che gli amano, ma noi cristiani siamo obbligati ad amare anche coloro che ci vogliono male. Ego autem dico vobis: Diligite inimicos vestros: benefacite his qui oderunt vos: et orate pro persequentibus et calumniantibus vos4. Quando uno perdona il suo nemico, può star sicuro, che Dio gli perdoni i peccati suoi; poiché ha


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detto il Signore: Dimittite... et dimittemini1. All'incontro chi non vuol perdonare, non può essere perdonato da Dio: Iudicium enim sine misericordia illi, qui non fecit misericordiam2. È giusto, che Dio non abbia compassione di colui, il quale non ha compassione del suo prossimo. Qua fronte, dice s. Agostino, indulgentiam peccatorum obtinere poterit, qui praecipienti dare veniam non acquiescit? Tu vuoi vendicarti per l'ingiuria che ti ha fatto il prossimo? e Dio anche vuole vendicarsi con te per tante ingiurie che tu gli hai fatte. E si avverta qui, che chi sta coll'animo preparato di vendicarsi contra ognuno che gli facesse qualche affronto, costui sta in continuo peccato mortale.

 

 

38. Non fanno così i santi; i santi cercano di far bene a chi loro ha fatto male. S. Ambrogio ad un sicario che gli aveva insidiata la vita, gli assegnò un tanto il giorno, acciocché potesse comodamente vivere. S. Catarina da Siena, ad una certa donna che le avea tolta la fama, le fece per tanto tempo la serva. Di più si narra nella vita di s. Giovanni Limosinario, che un certo oste di Alessandria, avendo molto maltrattato con ingiurie un parente del santo, il parente offeso andò a farne querela col medesimo; s. Giovanni allora disse: Or che costui è stato così temerario, io vo' insegnargli l'obbligo suo, e trattarlo in modo, che tutta la città ne resterà ammirata. E che fece? ordinò al suo ministro di casa, che non riscotesse più cosa alcuna di quel che ogni anno gli doveva pagare quell'oste. E questa fu la vendetta del santo, la quale veramente fece ammirar tutta la città. Così si son vendicati i santi, e così si fecero santi. All'incontro povere quelle persone che portano odio! Narra l'autore della biblioteca de' parrochi, che vi erano due nemici che si odiavano: stando però morendo uno di essi, il confessore volle che si riconciliasse col nemico. L'infermo acconsentì. Venne l'altro e fecero pace; ma costui partendo dalla camera dell'infermo, disse: Ora aspettava a far la pace, or che non può vendicarsi più. Il moribondo l'intese, e rispose: Se mi sano, ben vedrai la vendetta. Ma fu tanta la rabbia che allora concepì, che tra poco spirò; e adempì la vendetta; perché mentre il nemico stava nella piazza, apparve un'ombra terribile con una mazza di ferro alla mano, e gli disse: Olà, son venuto a far la vendetta; e giacché siamo stati inimici in vita, voglio che siamo inimici in eterno all'inferno; e così dicendo con quella mazza l'uccise.

 

 

39. Fra gli obblighi dunque del precetto della carità questo è il primo, di amare tutti i nostri prossimi con amore, non solo interno, ma ancora esterno; onde siamo tenuti di usare col prossimo, ancorché nostro nemico, tutti i segni comuni di benevolenza, che usiamo cogli altri nostri amici. Siam tenuti a render loro il saluto, quando essi ci salutano; e parlando de' nostri superiori, o altri di miglior condizione della nostra, dobbiamo prevenirli nel saluto. Anzi benché taluno mi fosse eguale, ed io senza grave incomodo posso salutarlo, e così liberarlo dall'odio che mi porta, io sono obbligato a farlo. Di più se taluno ha ricevuto qualche ingiuria e ferita, e dicesse, ch'egli perdona il suo offensore; ma poi non vuole fargli la remissione, dicendo, esser bene che siamo castigati i malfattori; io difficilmente l'assolverei, perché difficilmente posso persuadermi (se non vi fossero altre giuste cause che lo scusassero), ch'egli sia libero dal desiderio della vendetta.

 

 

40. Il secondo obbligo col prossimo è di fargli la limosina, quando egli è povero, specialmente se è vergognoso, e noi possiamo fargliela. Quod superest, date eleemosynam, è precetto di Gesù Cristo3. Bisogna però distinguere, quando il povero sta in necessità estrema della vita, allora siam tenuti di soccorrerlo coi beni che sono superflui alla vita nostra, cioè che non son necessari per mantenerci la vita. Quando poi il prossimo sta in necessità grave, allora siam tenuti a sovvenirlo solo coi beni superflui al nostro stato. Oh quanti beni ci apporta il soccorrere i poveri! disse l'arcangelo Raffaele a Tobia: Eleemosyna a morte liberat, et ipsa est quae purgat peccata, et facit invenire misericordiam et vitam aeternam4. Sicché la limosina libera dalla morte, s'intende dalla morte eterna, perché alla temporale tutti dobbiamo soggiacere: purga da' peccati, cioè ci ottiene gli aiuti


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divini per purgarci da' peccati: e fa ritrovare la misericordia, e la vita eterna, perché Dio per la misericordia che noi usiamo col prossimo si muove ad usarci misericordia, e a donarci il paradiso. Dice s. Ambrogio1: Foeneratur Domino, qui miseretur pauperis. Quando altro non possiamo, almeno soccorriamo il prossimo con raccomandarlo a Dio. Non abbiamo che dargli, almeno diciamo un'Ave Maria per l'anima sua.

 

 

41. Si narra nella vita di s. Francesco Saverio, che un giorno il santo domandò a Pietro Veglio benestante un maritaggio per una zitella che stava in pericolo. Pietro stava giuocando agli scacchi, onde per ischerzo gli rispose: Ma come voglio darvi il mio, mentre mi affatico per guadagnare l'altrui? Ma (poi soggiunse) eccovi la chiave de' denari, andate a prendere quanto volete. Il santo prese 300. scudi, e poi disse all'amico: Pietro, sappiate, che Dio ha gradita la vostra limosina; io vi prometto da sua parte, che in vita avrete sempre beni da vivere comodamente; e prima di morire, acciocché vi apparecchiate alla morte, ne riceverete l'avviso con sapervi amaro il vino. E così avvenne; un giorno il vino a Pietro gli seppe amaro, ond'egli subito si dispose a morire, e così fece una felice vita, ed una felice morte. La limosina dunque ci fa ritrovare la divina misericordia, facit invenire misericordiam: s'intende ritrovar misericordia per li peccati fatti, non già per peccare impunemente; altrimenti, dice s. Agostino, colui che volesse quasi corrompere colla sua limosina la divina giustizia, con tutta la limosina si dannerà, e proverà la giustizia divina.

 

 

42. Il terzo obbligo è della correzione fraterna che dobbiamo fare al prossimo quando egli sta in peccato mortale, oppure sta per cadervi, e vi è speranza che la correzione faccia frutto: Vade, et corripe eum, dice il vangelo2. E ciò ancorché quegli che pecca fosse tuo superiore, anche tuo padre. E sempre che vi è questa speranza, dice s. Tommaso3, bisogna replicar la correzione più volte, se non ha giovato la prima. Quest'obbligo non però corre per 1., quando il peccato del prossimo è certo, non quando è dubbio. Per 2., quando manca altra persona abile a far la correzione, e non si spera che altri la faccia, perché allora siamo tenuti noi a farla. Per 3., corre quando non vi è timore prudente, che il far la correzione ci apporti grave danno, o grave incomodo, perché in tal caso, essendo tal obbligo di carità, siamo scusati. I padri nondimeno e le madri son tenuti a correggere i figli anche con grave incomodo; ma di tal punto si parlerà più a lungo nel quarto precetto. Si avverta poi, che molte volte giova aspettare il tempo, e l'occasione più opportuna, acciocché la correzione faccia più profitto.

 

 

43. Il quarto obbligo di carità è di consolare gli afflitti, e specialmente gl'infermi, quando possiamo. Dice Gesù Cristo, che quello che si fa a' poveri, egli lo riceve come fatto a se stesso: Quamdiu fecistis uni ex his fratribus meis minimis, mihi fecistis4. Dicea s. Maria Maddalena de' Pazzi, ch'ella più gradiva di essere impiegata in aiuto del prossimo, che di stare in estasi unita con Dio, e ne recava questa ragione: Quando io (dicea) sto in estasi, Dio aiuta me; ma quando io sto aiutando il prossimo, io aiuto Dio. Onde scrive s. Cipriano, che chi soccorre i suoi prossimi, in certo modo fa, che Dio gli si renda debitore: Deum computat debitorem5. Voglio a questo proposito narrarvi un grande atto di carità che fece s. Didimo verso il prossimo, come si legge nell'istoria ecclesiastica. S. Teodora vergine in odio della fede era stata mandata dal tiranno ad un lupanare, luogo delle donne pubbliche. Andò ivi s. Didimo a ritrovarla, e le disse in comparirle davanti: Teodora, non temere alcun oltraggio da me, perché io son venuto a salvarti l'onore; prenditi le mie vesti, e dammi le tue, e così uscirai libera da questo luogo. E così avvenne. S. Teodora, vestita colle vesti di soldato, uscì liberamente da quel luogo infame, perché non fu conosciuta, e s. Didimo ivi rimase vestito da donna. Onde il santo giovine fu subito condannato a morte dal tiranno; ma saputo ciò poi da s. Teodora, se ne andò ella a s. Didimo, e gli disse: Io ho acconsentito che mi salvassi l'onore, ma non già che mi togliessi la corona del martirio: questo tocca a me;


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se tu hai preteso di rubarmelo, tu m'hai ingannata. Il giudice sentendo questa santa contesa, condannò ambedue a perdere la testa, ed ambedue ebbero il contento di morire martiri per Gesù Cristo.

 

 

44. Il quinto obbligo della carità è di dar buon esempio, e non dare scandalo al prossimo. Lo scandalo si definisce: Dictum vel factum minus rectum praebens alteri ruinam: un detto o pure un'azione che induce il prossimo a peccare. Lo scandalo può esser diretto, ed indiretto. Diretto, quando taluno appostatamente intende d'indurre il prossimo a peccare. Indiretto poi quando uno col parlare, o col suo mal esempio induce altri al male. Ma tanto l'uno quanto l'altro è peccato mortale, sempre che s'induce il prossimo a commettere qualche colpa grave. Vi è inoltre lo scandalo che si chiama de' pusilli, e lo scandalo farisaico. Lo scandalo de' pusilli è quando uno da qualche azione buona o indifferente, ed il prossimo per la sua debolezza ne prende occasione di peccare: per esempio una giovane sa, che andando alla chiesa o al suo giardino ivi l'attende un uomo dissoluto, che vi fa mali pensieri; questa è obbligata, se può senza grave incomodo, a levare l'occasione con astenersi di andare a tal luogo. Ma per quanto tempo? per sempre? no, per quanto detta la cristiana prudenza; altrimenti sarebbe grave l'incomodo, ed a ciò non obbliga la carità. Lo scandalo poi farisaico è di coloro che vogliono scandalizzarsi di qualche azione senza ragione, ma solo per propria malizia; e questo scandalo non siamo tenuti a levarlo perché questo non è vero scandalo.

 

 

45. Il vero scandalo poi è quello che danno coloro i quali (come si dice) pigliano e portano. Sentono che uno dice male d'un altro e subito vanno a riferirlo a quell'altro; onde poi ne vengono odii e risse. Di tutti quei peccati essi ne hanno da dar conto a Dio per lo scandalo dato. Ecco in ciò il bell'avvertimento dello Spirito santo: Audisti verbum adversus proximum tuum? commoriatur in te1. Hai udito parlare uno contra di un altro? quel che hai inteso fa che muoia in te e non lo dire a nessuno. Altri poi portano ambasciate di amore a qualche maritata o zitella, ma senza fine di matrimonio. Altri fanno l'officio proprio del demonio di tentare positivamente il prossimo a qualche peccato. Altri giungono sino ad insegnare il peccato, o il modo di arrivare a farlo: cosa che non la fa neppure il demonio. Altri poi (e questo è uno scandalo ordinario) parlano disonestamente avanti a donne, avanti a giovani, ed alle volte anche vantia a poveri fanciulli innocenti; ed oh qual ruina che fanno! Scrisse Guglielmo Paraldo, che le parole oscene sono sputi del demonio che uccidono le anime: Sputa diaboli mentes necantia. Uno proferirà, dice s. Bernardo, una sola parola disonesta, e farà perdere molte anime di coloro che la sentono: Unus loquitur et unum verbum profert, et multitudinis animas interficit.

 

 

46. Ma povero chi scandalo, dice il Signore: Qui autem scandalizaverit unum de pusillis istis qui in me credunt, expedit ei, ut suspendatur mola asinaria in collo eius et demergatur in profundum maris2. Quale speranza di vita vi è per uno, il quale fosse gittato in mare con una pietra di molino ligata al collo? E così par che il vangelo dica esservi poca speranza di salute per colui che scandalo. Scrive s. Giovan Grisostomo, che il Signore più presto compatisce altri peccati più gravi, ma non questo dello scandalo. Come? dice Dio, non sei contento di offendermi tu che vuoi tirare anche gli altri ad offendermi? Si narra nello Specchio degli esempi, che Gesù Cristo disse una volta ad uno scandaloso: Maledicte, tu contemsisti, quae ego sanguine acquisivi.

 

 

47. E si avverta, che peccano di scandalo anche quelle donne che vanno immodeste col petto o colle gambe scoverte. Quelli che recitano in commedie disoneste e maggiormente quelli che le compongono. I pittori che dipingono figure oscene; ed anche que' capi di famiglia che tengono tali pitture in casa. Maggiormente poi que' padri che parlano oscenamente, o bestemmiano i santi avanti ai figli: e quelle madri che fanno entrare in casa, dove sono le loro figlie, giovani innamorati o sposi, o altre persone sospette. Dicono alcune madri: Ma io non sospetto niente di male. Ed io rispondo che bisogna sospettarlo, altrimenti di tutti i


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peccati che succederanno tu hai da darne conto a Dio.

 

 

48. Vae homini illi, per quem scandalum venit1. Udite questo fatto orribile accaduto nella città di Savona nell'anno 1560. Io l'ho letto nelle croniche de' pp. cappuccini, e viene riferito ancora dal p. Ardia2. Vi fu una dama maritata, che dopo una mala vita non lasciava di seguire a dare scandalo. La medesima fu assalita da un accidente, e perdendo i sensi, vide il Signore che già la condannava all'inferno. Tornò la misera in sé, e non faceva altro che gridare, dicendo: Oimè son dannata, son dannata. Venne un confessore a confortarla, ed ella rispondeva: Che confessione! io son dannata: né volle confessarsi. Si accostò la figlia a darle animo, ed allora ella più infuriata le disse: Ah, maledetta che per te ancora mi danno, mentre per mezzo tuo ho dato scandalo agli altri. E ciò detto a vista di tutti l'alzarono i demoni in aria sino alle travi, e poi la sbatterono a terra con un colpo terribile, ed allora la disgraziata spirò.

 

 

49. Narra l'autore della Biblioteca per i parrochi, pag. 120, che un giovinetto essendosi accompagnato con un giovane scapestrato, questi gli diede scandalo e gli fe' perdere l'innocenza. La mattina appresso andando il figliuolo a trovare il compagno per andare insieme alla scuola secondo il solito, il padre di questo mal compagno andò alla camera ove dormiva per riprenderlo della sua poltroneria; ma aprendo la porta s'intese respingere da un'ombra spaventosa con una mano in petto. Accorse la madre, aprì la finestra e videro il misero figlio che stava morto nella sponda del letto colla testa in giù nero come un carbone e marcato con larghi segni di fuoco. Seppero poi dal giovinetto lo scandalo datogli nel giorno avanti, e così si avvidero del castigo dato all'infelice lor figlio.

 

 

50. Dunque chi ha dato scandalo non ha speranza più di salvarsi? No, la misericordia di Dio è grande; ma chi ha dato scandalo bisogna che ne faccia gran penitenza, e ne domandi sempre perdono a Dio; e bisogna di più che rimedi allo scandalo dato con dar buon esempio, con frequentar i sacramenti e far vita divota. S. Raimondo pensando di aver dato scandalo con aver dissuaso uno dalla vocazione religiosa, lasciò il mondo, e si fece esso religioso domenicano.

 

 

51. Narra il cardinale di Vitriaco che una giovane perseguitata da un uomo innamorato degli occhi di lei, si cavò gli occhi e glieli mandò, dicendo: Prenditi gli occhi, e non perseguitarmi più. Un'altra giovane si tagliò il naso e le labbra per non esser più tentata dagli uomini. S. Eufrasia tentata da un soldato, gli disse: Se tu mi lasci, voglio insegnarti il segreto di certe erbe con cui non avrai più timore di esser offeso dalle spade. E di ciò gli offerì l'esperienza sovra del suo collo; onde il soldato, credendo che il segreto la preservasse gli diede un gran colpo colla sciabola e le tagliò la testa. Vedete che han fatto queste sante donne per levare ogni occasione di scandalo.

 

 




3 Ep. 1. c. 4. v. 21.

 



4 Matth. 5. 44.



1 Luc. 6. 37.

 



2 Iac. 2. 13.

 



3 Luc. 12. 41.

 



4 Tob. 12. 9.



1 De Tob. c. 16.

 



2 Matth. 18. 15.

 



3 De verit quaest. 3. a. 2. ad 24.

 



4 Matth. 25. 40.

 



5 S. Cypr. de eleem.



1 Eccli. 19. 10.

 



2 Matth. 18. 6.



1 Matth. 18. 7.

 



2 Tom. 2. istruz. 41. n. 6.






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