Copertina | Indice: Generale - Opera | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
S. Alfonso Maria de Liguori
Istruzione al popolo

IntraText CT - Lettura del testo
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

- 922 -


§ I. Dell'obbligo di astenersi dalle opere servili.

 

 

3. Bisogna distinguere tre sorte di opere, servili, liberali, e comuni. Le opere servili, come insegna s. Tommaso2 misticamente sono i peccati, ma letteralmente parlando sono quelle opere, che sogliono esercitarsi da' soli servi. Queste si chiamano ancora opere del corpo, e sono il fabbricare, zappare, cucire, lavorare i ferri, o pietre, o legnami, e simili altre opere, che richiedono la fatica del corpo. E queste son propriamente le opere vietate sin dall'antica legge: Omne opus servile non facietis in eo3. Le opere liberali, chiamate opere dell'anima, son quelle che si fanno dalle persone libere, come sono lo studiare, l'insegnare, suonare, scrivere, e simili; e queste son lecite in giorno di festa, ancorché si facessero per qualche lucro. Ammettono ancora comunissimamente i dottori fra le opere liberali il trascrivere o sia il copiare le scritture, perché tal opera anche riguarda l'istruzione della mente. Le opere finalmente comuni, chiamate opere medie, son quelle che si fanno propriamente così da' servi, come da' liberi.

 

 

4. Or nella festa le sole opere servili son proibite, non già le liberali, e neppure le comuni, come dicono i dottori con s. Tommaso, il quale scrive: Opera enim corporalia ad spiritualem Dei cultum non pertinentia, in tantum servilia dicuntur, in quantum proprie pertinent ad servientes: in quantum vero sunt communia et servis, et liberis, servilia non dicuntur4. E prima il santo avea già spiegato, che in questo precetto le sole opere servili s'intendono vietate. Onde non è proibito nel giorno di festa il viaggiare, e così neppure l'andare a caccia collo schioppo, o colla rete, secondo la sentenza più comune, e più probabile, perché questa almeno è opera comune a' servi ed a' liberi. Più presto sembra opera servile il pescare, quando vi è gran fatica, come si ricava dal testo canonico cap. 3. de feriis, dove per la pesca delle sardelle fu concessa la dispensa dal papa.

 

 

5. Bisogna avvertire di più, che nella festa son proibite ancora le opere forensi, cioè tutte quelle che spettano al foro, come sono il citare le parti, formare i processi, e 'l pronunziare o eseguire le sentenze; purché ciò non lo richieda la necessità, o la pietà, come si ha nel cap. ult. de feriis. È proibito ancora nella festa il vendere le robe nelle botteghe pubbliche; ma ciò si permette poi nelle fiere, e mercati ammessi già dalla consuetudine, o pure quando son cose che bisognano all'uso giornale, come sono le robe di cibo, vino, cervogia, e simili.

 

 

6. Quali cause scusano dal faticare la festa? Scusa la dispensa del vescovo, ed anche del parroco, quando vi è ragionevol causa. Scusa per 2. la consuetudine, che vi è in qualche luogo, purché la consuetudine sia prescritta, e non riprovata dal vescovo. Per 3. scusa la carità per sovvenire qualche prossimo che sta in necessità. Per 4. scusa la necessità, come quando alcuno non


- 923 -


avesse che mangiare in quel giorno, se non fatica, o pure se fatica per evitare qualche grave danno; e perciò si permette di mietere il grano, di vendemmiare, come anche di raccogliere le biade, il fieno, le ulive, le castagne, e simili altri frutti per metterli in sicuro dal pericolo di perdersi. Così anche si permettono nella festa quelle cose che son necessarie giornalmente alla vita umana, come l'apparecchiar le vivande, il rassettar la casa, scopare, fare i letti, e simili. Per 5. scusa la pietà, come sarebbe il coltivare i campi delle chiese povere, o pure fabbricarle per limosina; ma ciò non dee ammettersi, se non vi è la licenza del vescovo, o vero se non vi fosse una grave ed attual necessità. Per 6. scusa la parvità della materia. Ma quale si stima esser materia grave in ciò? Altri dottori dicono esser lo spazio di un'ora, altri la stendono sino a due ore. Ma la parvità di materia non iscusa dal peccato veniale, quando non vi è causa.

 

 

7. Alcuni ne' giorni di lavoro non vogliono faticare, e poi non si vergognano nelle feste di faticare le mezze giornate, e costringono anche a faticare i figli e' garzoni. Ma, Padre, siamo poveri. Ma non ogni povertà permette il faticar la festa. Ha da essere una tal povertà, e tal necessità, che non abbi tu da vivere, o la tua famiglia, in quel giorno, se non fatichi. Del resto ognuno che vive colle fatiche, è povero, ed ha qualche necessità, ma questa necessità non iscusa dal peccato. Ed avvertano i figli, che quando il padre comanda loro di faticar nella festa contra la legge di Dio, non son tenuti ad ubbidire; anzi peccano se faticano. Solamente potrebbero essere scusati, se non volendo faticare avessero da patire un grave danno, o almeno un grave incomodo, perché i precetti della chiesa non obbligano, quando vi è grave incomodo in osservarli. I garzoni poi, che servono a tali padroni, che gli obbligano a faticar nella festa, debbono chiaramente rispondere: Ma oggi è festa, io son cristiano non voglio faticare. E se i padroni li forzano con gravi minaccie, son tenuti essi per l'avvenire a licenziarsi da loro, con ritrovarsi altri padroni, che osservino la legge de' cristiani.

 

 

8. Udite come Iddio castighi coloro che faticano nella festa. Nella diocesi di Fano si celebrava in un giorno la festa di s. Orso vescovo e protettore di Fano; un contadino si pose ad arare in quel giorno, ed interrogato come non portasse rispetto alla festa di s. Orso, rispose: Se egli è Orso, io son uno, che ho bisogno di pane. Ciò detto, subito si aprì la terra, e l'inghiottì con tutto l'aratro ed i suoi bovi. Ed in quel luogo, che ora si chiama la villa di Rossano, si vedono ancora i segni della voragine aperta.

 

 

9. Buon uomo mio, che pensi? pensi forse, che quelle fatiche che fai nella festa ti abbiano da sollevare? la sgarri; quelle saranno per te cause di maggior miseria. Senti questo altro fatto; narrasi di due scarpari, che uno campava bene colla famiglia, l'altro con tutto che sempre faticasse, anche nelle feste, esso ed i figli si morivano di fame. Un giorno, lagnandosi egli coll'altro scarparo osservante della festa, gli disse: Amico, come fai? Io fatico, stento continuamente, e non posso arrivare a vivere! Colui gli rispose: Io me la fo ogni mattina con un amico, che mi provede di tutto. Replicò il primo: Fammi conoscere questo tuo amico così amorevole. L'altro glie lo promise, ed una mattina lo condusse alla chiesa, dove ascoltarono la santa messa. Usciti poi dalla chiesa disse il primo: E dov'è l'amico, che ti provede? Rispose l'altro: E non hai veduto Gesù Cristo sopra l'altare? Questo è l'amico, che mi provede. E così, fratelli miei, intendiamo, che solo Dio, non il peccato, è quello che ci provede; e Dio provede coloro che osservano la sua legge, non coloro che la disprezzano.

 

 

10. È bene poi, che sappiamo tutti (ma molti già lo sapranno), che il papa Benedetto XIV., fin dall'anno 1748., fuori delle domeniche, e delle feste più solenni, nell'altre feste permise nel regno di Napoli e di Sicilia il poter faticare chi vuole, e lasciò solamente l'obbligo di sentire la mesa. Le feste poi eccettuate, nelle quali non si può faticare, sono tutte le domeniche, e di più il primo giorno di natale, il giorno della circoncisione (cioè il primo dell'anno), dell'epifania, dell'ascensione, e del corpo di Cristo: di più le cinque festività di Maria ss., cioè la concezione, la nascita, l'annunziazione, la purificazione, e l'assunzione: di più la festività di s.


- 924 -


Pietro e s. Paolo, e di tutti i santi, e del padrone principale di qualunque città, o paese della diocesi.

 

 




2 2. Sent. dist. 37. q. 2. a. 5. ad 7.

 



3 Lev. 23. 7.

 



4 2. 2. q. 122. a 4. ad. 5.






Precedente - Successivo

Copertina | Indice: Generale - Opera | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

IntraText® (V89) © 1996-2006 Èulogos