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S. Alfonso Maria de Liguori
Istruzione al popolo

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§ I. Dell'obbligo de' figli verso i genitori.

 

 

1. Il figlio è tenuto a portare a' suoi genitori amore, rispetto, ed ubbidienza. In primo luogo adunque è tenuto a portargli amore; onde pecca per 1 gravemente contro quest'amore, se desidera grave male al padre o alla madre; e pecca doppiamente contro la carità, e contro la pietà dovuta al padre. Pecca per 2. se mormora de' suoi genitori, ed allora commette tre peccati, uno contro la carità, l'altro contro la pietà, e l'altro contro la giustizia. Pecca per 3. se non li soccorre così ne' bisogni temporali, come spirituali, siccome sarebbe se il padre stesse gravemente infermo, allora è tenuto il figlio a fargli prendere i sacramenti, con avvisargli il suo pericolo. Quando il padre e la madre stanno in grave necessità, è obbligato il figlio ad alimentarli del suo. Fili, suscipe senectam patris tui2. Essi ci hanno alimentati nella nostra figliuolanza, è giusto che noi alimentiamo essi nella loro vecchiaia. Dice s. Ambrogio3, che le cicogne


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quando vedono i loro padri fatti vecchi, ed inabili a procacciarsi il vitto, elle glielo procurano, e glielo portano.

Che ingratitudine vedere in un figlio che la madre si muore di fame, ed esso mangia e sciala alla taverna!

 

 

2. Udite un grande atto d'amore che dimostrarono alcuni figli alla loro madre. Nell'anno 1604. vi erano nel Giappone tre fratelli che si affaticavano per portare il vitto alla loro madre; ma non potendo arrivare, che fecero? l'imperatore aveva ordinato, che chi portasse un ladro alla corte, avrebbe avuto il premio d'una buona somma. Ora si accordarono i fratelli, che uno si fingesse ladro, e gli altri due lo portassero alla giustizia, per poter con quel danaro dare a vivere alla madre. Gittarono poi la sorte a chi dovea fingersi ladro, e morire; perché contra i ladri vi era la pena della morte. Cadde la sorte sovra il più giovane: questi fu già condotto ligato, e posto in prigione; ma nel licenziarsi furono veduti abbracciarsi col carcerato, e tutti piangere teneramente. Ciò fu detto al giudice, che fe' osservare dove andassero. Giunti essi alla casa, ed avendo la madre inteso il fatto, dicea, voler piuttosto morir di fame, che veder morire per sua causa il figlio. Andate, dicea, restituite il danaro, e riportatemi il figlio mio. Il giudice, informato di ciò, lo disse all'imperatore, il quale, intenerito, assegnò una buona annua rendita a tutti i fratelli, e così rimunerò loro l'amore, e la pietà avuta verso la loro madre1.

All'incontro udite il castigo che mandò Dio ad un figlio ingrato. Narra monsign. Abelly nella sua istruzione al num. 28. un caso riferito dal prelato Tommaso Cantipratense2, ed accaduto a suo tempo. Vi era in Francia un uomo ricco, il quale avendo un unico figlio, e desiderando che prendesse moglie una dama molto più nobile della sua condizione, i parenti condiscesero a dargliela, ma con patto che esso padre donasse tutto il suo avere al figlio, dal quale poi ricevesse il vitto. Così si fece. A principio il figlio trattò bene il padre; ma col tempo per compiacer la moglie lo cacciò di casa, e poco lo soccorreva. Un giorno avendo preparato un gran banchetto agli amici, ed essendo venuto il padre a cercargli soccorso, lo cacciò via aspramente. Ma udite che avvenne. Mettendosi a tavola gli saltò in faccia un rospo, e gli si attaccòforte, che non fu possibile strapparnelo. Allora egli pentito dell'ingratitudine usata col padre, andò dal suo vescovo a farsi assolvere, e 'l vescovo gl'ingiunse per penitenza, che andasse per tutte le provincie del regno colla faccia scoverta, narrando il suo peccato per esempio degli altri figli. Il detto prelato scrive, che ciò gli fu narrato da un padre domenicano, che ritrovandosi in Parigi avea veduto cogli occhi propri quell'infelice col rospo in faccia, e da lui stesso avea inteso il fatto.

 

 

3. State attenti dunque, o figli, ad amare i vostri genitori, ed a soccorrerli, quando si trovano poveri o carcerati o infermi; altrimenti apparecchiatevi a ricevere un gran castigo da Dio. Almeno il Signore permetterà che poi i figli vostri trattino voi, come voi avete trattati i vostri padri. Udite. Narra il Verme nella sua istruzione, che un figlio cacciò di casa il padre, e questi essendo caduto infermo andò allo spedale, dal quale mandò a cercare al figlio due lenzuoli: il figlio glieli mandò per un suo figliuolo piccolo. Il fanciullo glie ne portò uno solo. Dimandato poi dal padre, perché avesse portato un sol lenzuolo a suo avo; rispose: l'altro l'ho riservato per te quando anderai allo spedale. Intendete: come i figli trattano i loro padri, così essi saranno trattati da' loro figli.

 

 

4. In secondo luogo il figlio è obbligato a portar rispetto al padre ed alla madre. In opere, sermone, et omni patientia honora patrem tuum, dice Dio3. Bisogna dunque rispettare i genitori opere et sermone, colle parole e colle opere. Pertanto è peccato il rispondere loro con risentimento o con alzar la voce. Maggior peccato poi è deriderli, contraffarli, mandar loro imprecazioni, o ingiuriarli chiamandoli pazzi, bestie, ladri, ubbriachi, fattucchieri, scellerati, e parole simili. Queste parole dette in presenza loro son tutti peccati mortali. Nell'antica legge quelli che ingiuriavano il padre o la madre erano condannati a morte. Qui maledixerit patri suo, vel matri, morte moriatur4. Al presente non son condannati alla morte temporale, ma son maledetti da Dio:


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Et est maledictus a Deo, qui exasperat matrem1. E son condannati alla morte eterna.

 

 

5. Maggior peccato sarebbe poi alzar le mani, o pure far segno di percuotere il padre o la madre. Senti figlio che hai poste le mani sovra tua madre, apparecchiati alla morte, perché dice la scrittura, che breve è la vita di chi ingiuria i suoi genitori: Honora patrem tuum et matrem..., ut longo vivas tempore, et bene sis in terra2. Chi onora i suoi genitori avrà vita lunga, e bene in questa terra: dunque chi li maltratta avrà poca vita, e non avrà mai bene. Narra s. Bernardino da Siena, ch'essendo stato afforcato un giovane, se gli vide uscita la barba canuta da vecchio. Fu rivelato al vescovo, facendo egli orazione per quel miserabile, che se per lo poco rispetto portato a' genitori non si avesse meritato di essere abbandonato da Dio in far que' delitti che poi gli erano stati causa della sua morte, egli sarebbe vivuto sino alla vecchiaia.

 

 

6. Ma udite un caso più terribile narrato da s. Agostino3. Nella provincia di Cappadocia vi era una madre, che tenea molti figli; un giorno il suo primogenito dopo averla ingiuriata la bastonò, e gli altri figli invece d'impedirlo, come dovevano, se ne stettero a vedere. Quella madre allora adirata per tale strapazzo fece un altro peccato, perché se ne andò alla chiesa, ed avanti il battisterio, ove i figli erano stati battezzati, tutti li maledisse, pregando Dio a dar loro un castigo che recasse spavento a tutto il mondo. Nello stesso tempo i figli furono assaltati da un gran tremore in tutte le loro membra. Indi si dispersero per diversi luoghi, portando i segni di quella maledizione. La madre per dolore di quel flagello spinta dalla disperazione si strangolò da se stessa. Scrive s. Agostino, che trovandosi esso in una chiesa, in cui vi erano le reliquie di s. Stefano, vennero due di questi figli, che si vedeano già tremare come partecipi di quel castigo, e che avanti quelle reliquie per intercessione del santo ne furono liberati.

 

 

7. Udite quest'altro fatto. Un certo padre era barbaramente strascinato per li piedi dal proprio figlio; quando furono giunti ad un certo luogo, disse il padre: Basta, figlio, non più, perché sin qua io una volta strascinai mio padre; e Dio giustamente ha permesso in castigo, ch'io fossi strascinato da te. Avete inteso, figli, come Dio castiga quei che maltrattano i genitori? Dici: Ma io tengo un padre, una madre, che non si può sopportare. Ma senti come dice Iddio: Filii, suscipe senectam patris tui, et non contristes eum in vita illius4. Figlio, dice Dio, non vedi che quelli son poveri vecchi, afflitti dai mali della vecchiaia? bisogna non contristarli in quei pochi anni che loro restano di vita. Soggiunge la scrittura (vers. 15.): Et si defecerit sensu, veniam da, et ne spernas eum in virtute tua. I vecchi talvolta par che perdano la ragione; ma qui vi sta la virtù, a compatire le loro impazienze.

 

 

8. In terzo luogo bisogna portare ubbidienza a' genitori in tutte quelle cose che sono giuste. Filii (dice s. Paolo) obedite parentibus vestris in Domino5. Onde il figlio è tenuto ad ubbidire a' suoi genitori circa il servire la casa, e specialmente circa i costumi, come per esempio quando gli proibiscono di giuocare, o di praticare con qualche mal compagno, o di andare a qualche casa sospetta; e se non ubbidisce, pecca. Riferisce Teofilo Rainaudo, che ne' confini della Francia e Savoia vi era un giovane nobile, ma disubbidiente alla sua madre vedova, poiché avendogli ella più volte ordinato di ritirarsi presto in casa, e non a mezza notte, come solea, seguitò egli a disubbidire. Una notte la madre fece serrar le porte, ond'egli avendo trovate le porte serrate, e non essendo udito, ancorché gridasse, proruppe in ingiurie e maledizioni contra la madre; e poi con un suo fratello, ed un servitore, che erano seco, si ricoverò in un'altra casa. Ma postisi tutti essi a dormire, s'intese prima un gran romore, e poi si vide entrar nella stanza, dove stava quel giovane, un orrido gigante, che pigliandolo per li piedi lo stese su d'una tavola, e poi lo fece in pezzi con una sciabola che tenea, e lo diede a divorare a quattro orribili cani ivi insieme comparsi. Il fratello ed il servo cercarono appresso il di lui corpo, ma non poterono trovarlo. Il fratello dopo questo spettacolo si fece certosino, e dopo una santa vita fece una santa morte.

 

 

9. Ecco come Dio castiga i figli che sono disubbidienti a' loro genitori. Bisogna


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non però avvertire una parola del testo di s. Paolo riferita di sovra. Dice l'apostolo: Filii, obedite parentibus vestris in Domino1. Notate la parola in Domino, viene a dire, che dobbiamo ubbidire a' genitori nelle cose che piacciono a Dio, ma non in quelle che dispiacciono a Dio; e perciò se per esempio la madre comanda al figlio, che vada a rubare, o a percuotere una persona, il figlio è obbligato ad ubbidire? non signore, e se ubbidisce, pecca. E così anche in quanto all'elezione dello stato, o di matrimonio, o di vita celibe, o di farsi prete, o religioso, il figlio (come insegnano s. Tommaso e tutti) non è obbligato ad ubbidire a' genitori. In quanto però al matrimonio pecca il figlio, se volesse fare un maritaggio che apporta il disonore alla famiglia. Ed in quanto alla religione, se i genitori fossero poveri ed in grave necessità, e 'l figlio potesse coll'opera sua soccorrerli, esso non può abbandonarli e farsi religioso. All'incontro peccano mortalmente quei padri e madri, che costringono i figli a farsi preti o monaci; ed in quanto alle figlie, se le costringono a farsi monache, o pure ad entrare in qualche monastero, incorrono la scomunica imposta dal concilio di Trento2.

 

 

10. Peccano ancora i genitori, se forzano i figli a maritarsi, quando quelli vogliono menar vita celibe, o pure se gli impediscono di pigliar lo stato religioso. Alcuni padri non si fanno scrupolo a distogliere i figli dalla loro vocazione; ma ciò bisogna sapere ch'è peccato mortale. Noi abbiamo da salvarci secondo la vocazione che Dio ci , e perciò quel figlio, se va alla religione, dove lo chiama Dio, si farà santo; ma se resta al mondo per istigazione del padre o della madre, farà una vita cattiva, e si dannerà, e quel padre non si cura che il figlio si danni, purché resti alla casa! Tali padri dice s. Bernardo che non si hanno da chiamar padri, ma uccisori de' figli, non parentes, sed peremtores. Ma ben saran castigati da Dio, non solo nell'altra vita, ma ancora in questa; e saran castigati per mezzo degli stessi figli, perché quelli, perduta che avranno la vocazione, si daranno a' vizi, e saranno la ruina della casa. O quanti esempi funesti vi sono di questa ruina, venuta alle case per aver i padri fatta prendere la vocazione ai figli! Sentitene almeno questo.

 

 

11. Narra il p. Alessandro Faia della comp. di Gesù3, che a Tudela in Ispagna, luogo di Castiglia la vecchia, un uomo molto ricco aveva un figliuolo unico ch'egli aveva destinato a mantener la casa; ma il figlio, essendo stato chiamato alla compagnia, tanto pregò i superiori, che finalmente vi fu ammesso. Il padre nondimeno venne dopo al noviziato, e fece tali strepiti e lamenti, che il figlio per compiacerlo se ne uscì dalla religione. Ritornato a casa fu di nuovo chiamato da Dio a lasciare il mondo; egli non avendo animo di tornare alla compagnia, andò alla religione di s. Francesco; ma il padre tanto fece, che anche da quella ne lo cavò. Or udite quel che poi ne avvenne. Il padre volle accasare il figlio a suo genio, ma il figlio volle prendere un'altra moglie, e per tal causa cominciarono a talmente contendere e odiarsi tra di loro, che un giorno contrastando il figlio uccise il padre; onde fu preso dalla giustizia, e finì la vita sopra la forca. Padri e madri, state attenti, non levate la vocazione a' vostri figli o figlie, di darsi a Dio. Che maggior consolazione può avere un padre o una madre, che avere un figlio o una figlia data a Dio, che si fa santa! La madre di s. Luigi Gonzaga, la marchesa di Castiglione, con tutto che il suo figlio era primogenito, vedendo, che era chiamato alla compagnia di Gesù, essa l'aiutò a farsi religioso. Questa è l'incumbenza de' genitori, aiutare ed indurre i figli a farsi santi. E quando mai i genitori volessero impedirti lo stato migliore di vita che tu vuoi prendere per meglio servire a Dio, fa come fece un certo giovinetto chiamato Teodoro. Questi, come si narra nella vita di s. Pacomio al cap. 29., stava in Egitto, ed era unico, e molto ricco. Un giorno di festa in sua casa faceasi un gran convito; egli illuminato allora da Dio a conoscere, che tutte le sue ricchezze niente gli avrebbero giovato in morte, in quello stesso giorno si chiuse in una camera, e si pose a pregare con molte lacrime il Signore, acciocché gli avesse fatto conoscere, quale stato dovea prendere per accertare la sua salute eterna; fu ispirato da Dio a ritirarsi al monastero di s. Pacomio, ond'egli abbandonando


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tutto fuggì di sua casa. La madre andò a s. Pacomio con lettere dell'imperatore, affinché le avesse renduto il figlio; ma Teodoro tanto pregò Iddio, ch'egli ridusse la madre a lasciare il mondo, ed anche ella si chiuse in un monastero.

 

 




2 Eccli. 3. 14.

 



3 L. 1. exem. c. 16.



1 Bibl. per li parrochi t. 5. p. 91.

 



2 L. 2. c. 7.

 



3 Eccli. 3. 9.

 



4 Exod. 21. 17.



1 Eccli. 3. 18.

 



2 Deut. 5. 16.

 



3 De civ. l. 22. c. 8.

 



4 Eccli. 3. 14.

 



5 Ephes. 6. 1.



1 Eph. 6. 1.

 



2 Sess. 25. c. 18.

 



3 Nell'esposiz. del Salmo 6. Ex. 25.






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