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S. Alfonso Maria de Liguori
Istruzione al popolo

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§ I. Del furto.

 

 

1. Che cosa è il furto? è prender la roba d'altri senza giusta causa, e contra la volontà del padrone. Si dice senza giusta causa, perché se uno stesse in estrema necessità, o pure non avesse altro modo di ricuperare il suo credito, allora può pigliarsi la roba del padrone, anche contra la di lui volontà. Ma ciò s'intende, parlando della necessità, quando ella è estrema, viene a dire, quando quella persona stese in pericolo prossimo di morte, o di un gravissimo male, se non piglia quella roba; e s'intende per quanto è puramente necessario per liberarsi da quel prossimo pericolo. Del resto chi stesse in necessità grave, ma non estrema, non può pigliarsi la roba d'altri senza il consenso del padrone, per la propos. 36. dannata da Innocenzo XI. In quanto poi alla compensazione, questa non si può fare, se non quando è certo certissimo il credito, né vi è altro modo di soddisfarsi; onde, come si disse di sovra parlando del quarto precetto1


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un servo non può compensarsi occultamente l'opera sua, se esso stima che ella merita più di quello che gli è stato pagato, per la propos. 37. dannata da Innocenzo XI. Si è detto di più contra la volontà del padrone, perché quando vi è il suo consenso, o pure questo consenso si presume per certo, allora il prender qualche cosa d'altri non è furto.

 

 

2. Il furto poi, quando è in materia grave rispetto alla persona, a cui si ruba, è certo peccato mortale: e chi lo commette, resta condannato all'inferno: Neque fures, neque avari, neque rapaces regnum Dei possidebunt1. E questo è un peccato, il quale è castigato anche dalla giustizia della terra, ed anche con pena di morte, perché i furti che distruggono la pace di tutte le repubbliche.

 

 

3. Ogni furto dunque se arriva a materia grave è peccato grave; e non importa che sia fatto in più volte a poco a poco; tanti pochi fanno l'assai. E quando il furto è fatto, non di nascosto, ma con violenza, è doppio peccato, perché è doppia ingiustizia. E quando è di cosa di chiesa, o si commette nella chiesa, è ancora sacrilegio.

 

 

4. Non solo ruba poi chi si piglia la roba d'altri, ma ancora chi non paga (potendo già pagare) i salari a' servi, a' garzoni; o non paga quel che dee agli artisti, o ad altre persone. Questi si chiamano furti onorati, furti de' nobili, i quali non se ne fanno molto scrupolo; ma quanti per questo peccato se ne vanno all'inferno! Panis egentium, dice la scrittura, vita pauperis est; qui defraudat illum, homo sanguinis est2. Chi frauda, o non paga il povero, gli leva la vita, perché quegli così vive. Dice s. Giacomo, che la mercede dovuta agli operai, e non pagata, grida a Dio contro i debitori: Ecce merces operariorum, quae fraudata est, clamat ad Dominum3. Per tanto ci avverte lo Spirito santo a pagare quel che dobbiamo al povero prima che si faccia notte, viene a dire subito che possiamo: Sed eadem die reddes pretium laboris sui ante solis occasum, quia pauper est4. Tu dici, lo pagherò dimani; e frattanto oggi quegli si muore di fame. Jusuranno figlio di Luderico conte di Fiandra differì in tempo di carestia di pagare un canestro di frutti che una donna gli avea venduti, e per tal dilazione a quella povera donna le morirono tre figli di fame. Il padre per questo delitto fece tagliar la testa al proprio figlio; ciò narra il Verme5. Pudeat (scrive Cassiodoro) illis tollere, quibus iubemus offerre. Dovremmo vergognarci di fraudare i poveri, che noi dobbiamo soccorrere.

 

 

5. Così anche peccano e si dannano quei che non pagano i legati pii lasciati dagli antenati. Quelle povere anime stanno ad ardere nel purgatorio, e non parlano. I rettori, o sieno amministratori delle chiese, per rispetti umani neppure parlano; e frattanto non si dicono le messe, o non si dispensano le limosine. O che ruina succede a tante famiglie per non pagare i legati pii!

 

 

6. Così anche peccano quei che non pagano le decime a' parochi. L'obbligo di pagar le decime è obbligo di legge umana e divina, perché le decime si danno a' parochi per loro sostentamento. Quelli son tenuti a predicare, ad amministrare i sagramenti, ad assistere a' moribondi, a correggere anche con pericolo della vita. Un servo che ti serve al corpo, merita che lo sostenti; ed uno che ti serve all'anima per salvarti, non gli vuoi dare da vivere per poterti servire!

 

 

7. Che diremo poi di coloro che amministrano le cappelle laicali? Per essi fa quel testo di Davide: Comederunt sacrificia mortuorum... et multiplicata est in eis ruina6. Comederunt sacrificia mortuorum, le rendite lasciate da' morti per messe, maritaggi, o altre opere pie le spendono a' banchetti ed a' bagordi; e che ne viene? multiplicata est in eis ruina, ruina sopra ruina, dannati padri, figli, nipoti, pronipoti, famiglie intiere. Questo ne viene.

 

 

8. Ma, padre mio, tengo casa, moglie, figli, vi è gran necessità, come ho da fare? E per la casa e per li figli vuoi andare all'inferno? Senti ciò che accadde ad un certo padre di famiglia che si avea imbrogliata la coscienza colle robe d'altri per aiutare i figli. Costui venne a morte, chiamò il notaro per far testamento, e venuto il notaro gli disse: Scrivi: lascio l'anima a' diavoli. Quei di casa si posero a gridare, Gesù


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Gesù, il povero infermo delira. Esso ripigliò: Non deliro, non deliro. Scrivi signor notaro: lascio l'anima a' diavoli, acciocché se la portino all'inferno per li furti che ho fatti. Item lascio a' demoni l'anima di mia moglie, che mi ha animato a rubare, affin di spendere per le sue vanità. Item lascio a' demoni i miei figli, che sono stati causa di farmi rubare. Il confessore che l'avea confessato in vita, ed allora gli assisteva, l'esortava a non disperarsi, e confidare in Dio; ma il moribondo concluse il testamento, dicendo: Item lascio a' demoni il mio confessore, perché in vita mi ha sempre assoluto, e non mi ha obbligato a restituire1.

 

 

9. Ruba ancora chi fa usure, cioè chi danari ad imprestito, col peso di pagare un tanto ogni anno, od ogni mese. Questo è vero furto. Ma quello me lo volontariamente. Te lo volontariamente, ma costretto dalla necessità. Tu, che danno patisci con imprestare quella somma al prossimo? se patissi qualche danno da ciò, o pure ti mancasse qualche guadagno certo, allora ti puoi pigliare quel che perdi: ed hai da spiegare allora al prossimo la causa, perché te lo pigli. Ma se non perdi niente, con qual giustizia vuoi pigliarti quel guadagno? se te lo pigli, è vero furto. Mutuum date, nihil inde sperantes, dice l'evangelio2. Nihil inde sperantes, gli hai da imprestar quel danaro per benevolenza, non già per qualche lucro che ne speri. Or basta, in questa istruzione io non parlo di molti dubbi che possono occorrere in questa materia, perché istruisco, non fo lezione di teologia morale; solamente avverto, che quando vengono i dubbi, ciascuno non li risolva da sé, perché la passione inganna, e fa vedere le cose coll'occhiale verde, ma si consigli col confessore, o con altri uomini dotti, e poi operi.

 

 

10. Sappiano poi gli usurari manifesti, che sono scomunicati, e non si possono comunicare, e morendo si hanno da seppellire in campagna, come sta ordinato dal concilio lateranese3. Si avverta in oltre, che alle volte l'usura non è sfacciata, ma è palliata, pigliandosi il guadagno sotto qualche altro pretesto; e questo guadagno pure tutto si ha da restituire. Oimè, e quante povere anime se ne vanno all'inferno per queste maledette usure! Chi tiene qualche scrupolo sopra questa materia, presto se ne confessi, e rimedi ora ch'è tempo, perché se muore con questo scrupolo, se ne anderà all'inferno, ove non ci è più rimedio. Un certo buon giovane si fece monaco; stando nel monastero vide il suo povero padre e fratello che si erano dannati per le usure fatte, e l'uno malediceva l'altro. Domandò ad essi l'afflitto religioso se potea dar loro qualche soccorso; risposero quelli: No, perché nell'inferno nulla est redemtio; nell'inferno non vi è più rimedio4.

 

 

11. Pecca ancora, ed è come rubasse, chi fa danno al prossimo ingiustamente nella roba, ed è ugualmente obbligato a restituire come l'avesse rubata, sempre che avverte al danno che fa al padrone. E così parimente pecca ed è tenuto a restituire il danno chi impedisce ad alcuno di conseguire quello che gli è dovuto per giustizia; o pure se non gli è dovuto per giustizia, almeno può ricevere qualche dono, qualche legato, e tu glie l'impedisci con male arti, con violenze, o con calunnie che gli apponi.

 

 

12. Di più peccano e sono obbligati alla restituzione tutti quelli che cooperano al furto, o al danno del prossimo, col comando, o col consiglio, o col non impedire potendo il danno del prossimo, come sono obbligati quei servi che son tenuti dal padrone per custodire le loro robe, e tutti gli altri servi che non impediscono qualche ladro, che non è loro compagno, ma è straneo, e si prende le robe del padrone. Ed ogni altro poi, che con leggiero incomodo può impedire qualche danno grave di alcuno, e non lo fa, non è tenuto alla restituzione, perché non pecca contra la giustizia, ma pure pecca gravemente contra la carità.

 

 

13. Ruba ancora chi ritrova casualmente la roba d'altri, e non la restituisce, sapendo il padrone, o se non lo sa, lascia di far diligenza per ritrovarlo. Le robe ritrovate a caso debbono conservarsi sempre che vi è speranza di ritrovare il padrone. Ed aggiungo, che quando son cose di molto prezzo, una veste preziosa, un anello


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di valore, una borsa piena di danari, sempre vi è speranza di ritrovare il padrone; se non per allora, almeno col tempo, perché il padrone non lascierà di spargerne la voce per tutti i luoghi dove è stato, e così col tempo ben si saprà di chi è quella roba perduta.

 

 

14. Pecca ancora chi compra robe rubate. Né vale a dire: Se non la comprava io, la comprava un altro. Sentite. Narrasi nella Selva istruttiva presso del Verme, che un soldato si prese una vitella d'una povera femina. Piangeva quella miserabile, e diceva al soldato: Perché mi vuoi levare questa vitella? Rispose il soldato: Se non me la piglio io, se la piglierà un altro; e così si portò la vitella. Questo soldato poi fu ucciso, e fu veduto dannato da una persona, con un demonio accanto che fieramente lo flagellava; e dicendo il dannato: Perché mi flagelli? Il demonio rispondeva: Se non ti flagello io, ti flagellerà un altro. E così non vi fate ingannar dal demonio, con dire: Se io non mi piglio quella cosa, se la piglierà un altro. Se un altro se la piglia, quegli si dannerà: se te la pigli tu, tu ti dannerai. Ma dirai: Io l'ho pagata. Ma non lo sai, che quella è cosa rubata? e come te la puoi tenere? Hai fatto male a comprarla, ora l'hai da restituire.

 

 

15. Peccano ancora di furto quelli che commettono frodi o ingiustizie nel vendere o nel comprare, o pure quei che non attendono i patti. Voglio qui spiegare distintamente le frodi che si fanno da certi artisti circa alcuni mestieri (l'istruttore nonperò lascierà di parlare di quelle arti che non vi sono nel paese dove parla). Peccano i sartori, che tagliano due quarti per uno; o fanno prendere roba soverchia, che poi se la ritengono; o si ritengono le ritaglie, o accrescono il prezzo della roba, che comprano per la veste. Gli scarpari che mettono le sole incollate, o le sottosole di felba di cappello o di cartone, o adoprano pelli stantive, o molto stirate e battute. I mastri d'ascia, che nella tavola coprono le parti tarlate con colla e segatura, o mettono meno chiodi di quelli che fan comparire. I bottegari, che adoprano pesi o misure scarse. Dice Dio: Non erit in domo tua modius maior, et modius minor; abominabitur Dominus, qui facit haec1. Questi tali sono abbominati da Dio. Ora dimando qui: un bottegaro che avesse dato il manco per molto tempo a diverse persone, egli è obbligato a restituire; or come ha da fare a restituire il fraudato a tante diverse persone? Il miglior modo di restituire senza perder la fama è di dare un poco soverchio a tutta la gente del quartiere, che verrà a comprare la roba. Seguitiamo. Quei che fanno l'arte de' panni, e cardano o garzano contra il patto fatto; chi è dell'arte m'intende. I tavernari che mettono acqua nel vino, ed esigono lo stesso prezzo del vino assoluto, o pure accrescono i segni alla taglia. I carbonari che metton acqua ne' carboni non ancora ben cotti: che dentro del sacco mettono terra e mondiglia, o pure nel pesare ingannano con tener la fune coi piedi. Le filatrici o tessitrici che mettono il filato all'umido, o pure lo cambiano, o vi mettono dentro sapone, arena, o crusca. Le venditrici che pigliano a vendere qualche roba, e si ritengono parte del prezzo ricavato: quel prezzo è tutto del padrone, esse non possono ritenerne se non quella sola paga che vale la loro fatica. Dunque tutti questi si dannano? E chi ne dubita? chi si ha presa la roba d'altri, e non restituisce, è dannato.

 

 

16. O voi che fate negozi, volete guadagnare assai? dite sempre la verità. Narra Cesario2 di due mercanti, che si confessavano sempre delle bugie dette nel negoziare, senza mai emendarsi, ma stavano sempre poveri. Il confessore disse loro: Orsù non dite più bugie, ed io vi do parola, che farete gran guadagno. E così fu. Essi, avendo sempre la verità in bocca, presero nome di uomini sinceri, e così guadagnarono più in un anno colla verità, che in dieci anni non aveano guadagnato colla bugia. Parliamo ora della restituzione.

 

 




1 Cap. 4. § 3. n. 26.



1 1. Cor. 6. 10.

 



2 Eccli. 34. 25.

 



3 Iac. 5. 4.

 



4 Deut. 24. 15.

 



5 Catech. 11.

 



6 Psal. 105. 28. et 29.



1 Ardia istruz. t. 2. istr. 48. n. 8.

 



2 Luc. 6. 35.

 



3 Clemen. unic., de usur.

 



4 Mattiol. l. 6. exem. 10.



1 Deut. 25. 13.

 



2 L. 3. c. 37.

 






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