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S. Alfonso Maria de Liguori
Istruzione al popolo

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§ II. Del dolore.

 

 

12. Il dolore de' peccati è così necessario per lo perdono, che senza questo neppure Iddio (almeno secondo la provvidenza ordinaria) può perdonarci. Nisi poenitentiam habueritis, omnes similiter peribitis2. Può darsi il caso che taluno si salvi morendo senza farsi l'esame e senza confessarsi dei peccati, come quando egli avesse un atto di vera contrizione, e non avesse tempo, o sacerdote a cui confessarsi; ma senza dolore è impossibile che si salvi. E questo è l'errore di taluni che nell'apparecchiarsi per la confessione attendono solo a ricordarsi i peccati, e niente attendono a concepirne un vero dolore. Pertanto questo dolore dobbiamo istantemente domandarlo a Dio; e prima di andare al confessionario diciamo un'Ave Maria alla beata Vergine addolorata acciocché c'impetri un vero pentimento de' nostri peccati. Per esser poi valevole il dolore a farci rimettere le colpe bisogna che abbia cinque condizioni, che sia vero, soprannaturale, sommo, universale, e confidente.

 

 

13. Per 1. Il dolore dee esser vero, cioè che non sia dolore solamente di bocca, ma anche di cuore. Ecco qual dee esser il dolore, come insegna il concilio di Trento: Animi dolor, ac detestatio de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero3. Bisogna che l'anima concepisca un vero pentimento una dispiacenza, un'amarezza del peccato commesso, e lo detesti ed abborrisca, come dicea il penitente re Ezechia: Recogitabo tibi omnes annos meos in amaritudine animae meae4.

 

 

14. Per 2. il dolore dee esser soprannaturale, cioè che nasca da motivo soprannaturale, e non già naturale; come sarebbe se taluno si pentisse del suo peccato perché gli ha recato danno alla sanità, alla roba, o alla stima: questo sarebbe motivo naturale, che niente giova. Ha da esser dunque soprannaturale il motivo del dolore: dobbiamo pentirci del peccato o per la sua bruttezza o per aver offesa la bontà infinita di Dio, oppure per aver meritato l'inferno o perduto il paradiso, secondo sarà il dolore perfetto di contrizione


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o imperfetto di attrizione come appresso spiegheremo.

 

 

15. Per 3. Il dolore dee esser sommo; non s'intende già sommo che abbia da esser un dolore accompagnato da lagrime, e da sensibilità positiva; perché basta che sia appreziativo colla volontà, cioè che ci dispiaccia l'offesa fatta a Dio più d'ogni male che avesse potuto avvenirci. Avvertano ciò quelle anime timide che si inquietano, perché non sentono sensibilmente il dolore de' loro peccati; basta che si pentano colla volontà, cioè che vogliano pentirsi, contentandosi prima di aver perduto tutto, che di aver offeso Dio. S. Teresa dava una bella regola per conoscere se un'anima ha vero dolore de' suoi peccati: se ella ha un vero proposito, e si contenterebbe di perder prima ogni cosa che la grazia di Dio, stia allegramente, perché allora ha vero dolore ancora de' suoi peccati.

 

 

16. Per 4. il dolore dee essere universale di tutte le offese gravi fatte a Dio, sì che non vi sia alcuna colpa mortale che non la detesti sovra ogni male. Ho detto colpa mortale, perché in quanto alle veniali non è necessario per esser perdonata una colpa che vi sia il pentimento di tutte, stante che può esser perdonata l'una senza l'altra, basta che di quell'una se ne abbia vero dolore. Del resto poi qualunque colpa che sia o mortale o veniale, non può esser perdonata da Dio se non se ne ha un vero pentimento. Avvertano ciò quelli che si confessano di soli peccati veniali, ma senza dolore, che le loro confessioni son tutte nulle; onde quando vogliono ricevere l'assoluzione bisogna che almeno abbiano dolore di alcuno di quei peccati veniali che si confessano, oppure mettano la materia certa, con confessarsi di qualche colpa della vita passata, della quale ne hanno vero dolore.

 

 

17. Questo è quanto a' peccati veniali; ma in quanto a' mortali è necessario averne di tutti un vero pentimento e vero proposito; altrimenti niun peccato resta perdonato. La ragione si è perché niun peccato mortale si rimette senza l'infusione della grazia nell'anima; ma questa grazia non può stare col peccato mortale: e per ciò niuna colpa grave può esser perdonata ad una persona, se non le son perdonate tutte. Narrasi di s. Sebastiano martire, che solea guarire le infermità con un segno di croce; un giorno andò il santo a trovar Croazio che stava infermo, e gli promise la sanità, purché bruciasse gli idoli che tenea. Quegli bruciò più idoli, ma riserbossene uno che gli era più caro; e perciò non guarì. Egli poi se ne lagnava col santo; ma il santo l'avvertì che non gli avea giovato l'aver bruciati gli altri idoli, perché si era riserbato quell'uno. E così non giova ad un'anima il detestare gli altri peccati gravi se non li detesta tutti. Non è necessario poi a chi ha commessi più peccati mortali il detestarli uno per uno, basta detestarli tutti con un dolore generale, come offese gravi di Dio: e facendosi così, benché vi fosse qualche peccato dimenticato, quello resta perdonato.

 

 

18. Per 5. il dolore dee esser confidente, cioè unito colla speranza di esser perdonato; altrimenti sarebbe dolore simile a quello de' dannati che anche si pentono de' lor peccati (non già come offese di Dio, ma come cause delle loro pene), ma si pentono senza speranza di perdono. Giuda anche si pentì del suo tradimento: Peccavi tradens sanguinem iustum1. Ma perché non confidò del perdono, morì disperato sospeso ad un albero. Caino ancora conobbe il suo peccato in aver ucciso Abele suo fratello, ma disperò del perdono dicendo: Maius est peccatum meum, quam ut veniam merear2. E perciò morì dannato. Dice s. Francesco di Sales che il dolore de' veri penitenti è un dolore pieno di pace e di consolazione, perché il vero penitente quanto più si pente di aver offeso Dio, tanto più confida di essere perdonato, e tanto più cresce la consolazione. Quindi dicea s. Bernardo: Domine, si tam dulce est flere pro te, quid erit gaudere de te?

 

 

19. Queste condizioni dunque dee avere il dolore per disporre ad ottenere il perdono da Dio nella confessione. Ma bisogna sapere di più che questo dolore è di due sorte, perfetto ed imperfetto: il perfetto si chiama dolore di contrizione, l'imperfetto dolore di attrizione. La contrizione è quel dolore che si ha del peccato, perché è stata offesa della bontà di Dio. Dicono i teologi che la contrizione è un atto formale di perfetto


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amore di Dio; mentre chi ha la contrizione è mosso dall'amore che porta alla bontà di Dio, a pentirsi di averlo offeso; e perciò molto giova a fare un atto di contrizione di far prima un atto di amore verso Dio, dicendo così: Dio mio, perché siete bontà infinita, v'amo sopra ogni cosa: e perché v'amo, mi pento più d'ogni male d'avervi offeso.

 

 

20. Il dolore poi di attrizione è quel dolore che si ha di avere offeso Dio per un motivo meno perfetto, come per la bruttezza del peccato o per il danno a noi cagionato dal peccato, cioè per l'inferno acquistato o per il paradiso perduto. Sicché la contrizione è un dolore del peccato per l'ingiuria fatta a Dio, l'attrizione è un dolore dell'offesa fatta a Dio per il male fatto a noi.

 

 

21. Colla contrizione si riceve subito la grazia, prima di ricevere il sagramento coll'assoluzione del confessore, purché il penitente abbia intenzione, almeno implicita, di ricevere il sagramento col confessarsi. Così abbiamo dal concilio di Trento: Docet (s. synodus), etsi contritionem hanc aliquando caritate perfectam esse contingat, hominemque Deo reconciliare, priusquam hoc sacramentum actu suscipiatur etc.1. Coll'attrizione poi non si riceve la grazia, se non quando si riceve attualmente l'assoluzione, come dice lo stesso concilio: Quamvis (attritio) sine sacramento poenitentiae per se ad iustificationem perducere peccatorem nequeat, tamen eum ad Dei gratiam in sacramento poenitentiae impetrandam disponit2. Questo disponit s'intende, come spiegano il p. Gonet e gli altri comunissimamente della disposizione prossima, colla quale si riceve la grazia nel sacramento; né può intendersi della disposizione rimota; perché l'attrizione anche fuori del sagramento è atto buon e dispone alla grazia; ma il concilio parla di quella disposizione che ha l'attrizione nel sagramento (in sacramento poenitentiae); onde necessariamente dee intendersi della disposizione prossima.

 

 

22. Qui si fa la questione se per ricever l'assoluzione de' peccati è necessario che l'attrizione sia congiunta coll'amore incoato, cioè con un principio d'amore. Non ha dubbio che per la giustificazione vi bisogna questo principio d'amore; mentre lo stesso concilio insegna, che una delle disposizioni de' peccatori per essere giustificati, è che comincino ad amar Dio: Deum tanquam iustitiae fontem diligere incipiunt3. Il dubbio sta, come ha da essere questo principio d'amore. Alcuni vogliono che sia atto di amore predominante, cioè che il peccatore ami Dio sopra ogni cosa; ma non dicono bene, perché chi ama Dio sopra ogni cosa, già l'ama con amore perfetto, e l'amore perfetto rimette già e distrugge il peccato. Fu dannata da Alessandro VIII. la propos. 72. di Michele Baio, la quale dicea che l'amore verso Dio potea stare col peccato: Caritas illa quae est plenitudo legis non semper est coniuncta cum remissione peccatorum. Or qual è quell'amore a Dio col quale si adempie la legge? è appunto l'amor predominante con cui si ama Dio sopra ogni cosa. Insegna s. Tommaso che coll'amare Dio sopra ogni cosa già adempiamo il precetto di Gesù Cristo: Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo4. Ecco le parole del santo: Cum mandatur quod Deum ex toto corde diligamus, datur intelligi, quod Deum super omnia debemus diligere5. Chi dunque ama Dio sopra ogni cosa non può stare in peccato. E lo conferma l'angelico in altro luogo6 ove dice: Actus peccati mortalis contrariatur caritati, quae consistit in hoc, quod Deus diligatur super omnia. Onde insegna: Caritas non potest esse cum peccato mortali7. Abbiamo poi più testi della scrittura, la quale ci assicura, che chi ama Dio è amato da Dio: Ego diligentes me diligo8. Qui autem diligit me, diligetur a Patre meo, et ego diligam eum9. Qui manet in caritate, in Deo manet, et Deus in eo10. Caritas operit multitudinem peccatorum11.

 

 

23. Da ciò nasce poi che ogni contrizione (la quale anche è atto di carità, come abbiam detto di sopra) ancorché rimessa, basta che giunga ad esser contrizione, rimette tutte le colpe gravi. Onde scrisse lo stesso maestro angelico: Quantumcumque parvus sit dolor, dummodo ad contritionis rationem sufficiat, omnem culpam delet12.

 

 

24. Posto ciò, se per amore incoato unito all'attrizione si volesse intendere


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l'amor predominante, ciò non può aver cammino, perché quantunque fosse amor rimesso, e non inteso, pure già sarebbe amore perfetto, e perciò quella non sarebbe più attrizione, ma contrizione: onde se tale attrizione fosse necessaria, ogni peccatore anderebbe già assoluto alla confessione, ed in tal modo il sagramento della penitenza non sarebbe più sagramento di morti, ma di vivi; e l'assoluzione non sarebbe più vera assoluzione, ma più presto una semplice dichiarazione dell'assoluzione già fatta come voleva Lutero; il che non può dirsi, secondo ha definito il tridentino1. Perciò in quanto al principio d'amore che dee accompagnare l'attrizione, non è necessario che sia amore predominante, ma basta che sia un semplice principio d'amore, qual è il timor de' castighi eterni. Timor Dei initium est dilectionis2. Così anche è principio d'amore la volontà di non offendere più Dio. Anche è principio d'amore la speranza del perdono, e de' beni eterni che Dio promette, come dice s. Tommaso: Ex hoc quod per aliquem speramus bona, incipimus ipsum diligere3. E perciò è bene di unire quando ci andiamo a confessare coll'atto di dolore l'atto di speranza di essere perdonati per li meriti di Gesù Cristo; come anche dice il concilio di Trento che con questa speranza dee il penitente prepararsi a ricevere da Dio la remissione de' suoi peccati: Fidentes Deum sibi propter Christum propitium fore4.

 

 

25. Avvertasi poi che non basta per il dolore di attrizione il timore de' castighi temporali, con cui il Signore anche in questa vita punisce i peccatori; perché dicono i dottori che siccome la pena del peccato mortale è eterna, così il motivo del pentimento dee essere il castigo delle pene eterne. Si avverta di più che nell'atto del dolore di attrizione non basta che il peccatore si penta solamente di aversi meritato l'inferno, ma dee pentirsi ancora di avere offeso Dio per l'inferno meritato. Di più si avverta quel che dice il concilio, che l'atto d'attrizione dee essere accompagnato non solo dalla speranza del perdono, ma anche dalla volontà di non più peccare: Cum spe veniae excludens voluntatem peccandi5. Ond'è che se uno si pentisse delle sue colpe per ragione dell'inferno meritato, ma con tal disposizione, che se non vi fosse l'inferno egli non lascerebbe il peccato, questo dolore non servirebbe, anzi sarebbe colpevole per ragione della sua mala volontà. Ecco dunque come si fa l'atto di attrizione: Dio mio, perché co' peccati miei mi ho perduto il paradiso, e mi ho meritato l'inferno per tutta l'eternità, mi pento sovra d'ogni male di avervi offeso. L'atto poi di contrizione si fa così: Dio mio, perché voi siete bontà infinita io v'amo sopra ogni cosa, e perché v'amo, di tutte le offese che ho fatte a voi, sommo bene, me ne dispiace, e me ne pento sopra ogni male: Dio mio, mai più; prima voglio morire, che mai più offendervi. E qui si avverta che quantunque la sola attrizione come si è detto, basta ad impetrar la grazia in questo sagramento; non pertanto ogni penitente dee senza meno confessandosi aggiungere all'atto dell'attrizione quello ancora della contrizione, così per sua maggior sicurezza come per maggior suo profitto.

 

 




2 Luc. 13. 3.

 



3 Sess. 14. c. 4.

 



4 Is. 38. 15.



1 Matth. 27. 4.

 



2 Gen. 4. 13.



1 Sess. 14. c. 4.

 



2 Loc. cit.

 



3 Sess. 6. c. 6.

 



4 Matth. 22. 37.

 



5 S. Thom. 2. 2. q. 44. a. 8. ad 2.

 



6 2. 2. q. 24. a. 12.

 



7 2. 2. q. 24. a. 5.

 



8 Prov. 8. 17.

 



9 Io. 14. 21.

 



10 1. Io. 4. 16.

 



11 1. Petr. 4. 8.

 



12 Suppl. q. 5. a. 3.



1 Sess. 14. can. 9.

 



2 Eccli. 25. 16.

 



3 2. 2. q. 40. a. 2.

 



4 Sess. 6. c. 6.

 



5 Sess. 14. c. 4.

 






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