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S. Alfonso Maria de Liguori
Istruzione e pratica pei confessori

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Punto IV. Della soddisfazione, o sia della penitenza.

Essendoché al peccatore, se vien rimessa la colpa, non sempre è rimessa tutta la pena, ma per lo più gli rimane a soddisfarla; perciò la terza parte del sagramento della penitenza è la soddisfazione sagramentale, la quale si chiama parte non essenziale, perché senza questa anche può esser valido il sagramento; ma integrale, poiché serve a far il sagramento intiero.

§. I. Dell'imposizione della penitenza.

47. Dell'obbligo di dar la penitenza. Se dopo l'assoluzione ecc.

48. Deve la penitenza imporsi per obbligo.

49. Quando possa diminuirsi. Degl'infermi di corpo.

50. e 51. Degl'infermi di spirito.

52. 53. e 54. Quali sorte di penitenze debbono imporsi.

47. Su ciò bisogna notare più cose. Si noti per 1., che il confessore nel dar l'assoluzione è tenuto ad imporre la penitenza, come dichiara il trident.2. Onde pecca, se non l'impone; e pecca gravemente, quando la confessione è stata di peccati mortali: ma se di soli veniali, o di mortali già confessati, è probabile (come dicono Lugo, Dicast., Salm., Mazzot. ecc.), che non pecca gravemente3. E benché il penitente subito dopo l'assoluzione si confessasse d'un nuovo peccato, pure il confessore dee dargli una nuova penitenza, almeno leggiera. Dicono Bonac., Croix, e Mazzot., che basterebbe allora imporgli di nuovo la prima penitenza data; ma giustamente ciò lo negano Castrop., Roncaglia ecc., perché sebbene può imporsi un'opera comandata già per un altro precetto, siccome appresso si dirà, nulladimanco non può imporsi l'opera comandata per lo stesso titolo di penitenza4. La penitenza poi regolarmente deve imporsi prima dell'assoluzione, per vedere come l'accetti il penitente; ma può ancora alle volte imporsi immediatamente dopo l'assoluzione, poiché allora va moralmente con quella unita; così comunissimamente Busemb., Salmat., Viva, Diana, Sporer ecc.5.

48. Si noti per 2. che la penitenza deve sempre imporsi sotto qualche obbligo. Ma si fa il dubbio, se possa il confessore dare una penitenza grave sotto obbligo leggiero. Lo negano Bonacina, Coninch. ec., dicendo che l'imporre una materia grave sotto obbligo leggiero può farlo solamente il legislatore, ma non già il semplice ministro, qual è il confessore. Ma più comunemente, e molto probabilmente l'affermano Suarez, Filliuc., Enriquez, Fagund., Busemb., Segneri, Tambur., Dicast. ec., perché nel sagramento della penitenza il sacerdote non è semplice ministro di Gesù Cristo come negli altri sagramenti, ma è vero giudice dal Salvatore costituito colla facoltà di sciogliere da' peccati, e di ligare colla penitenza, sicché l'obbligo di questa dipende totalmente dal precetto del confessore6.

49. Si noti per 3. circa la quantità della penitenza, ch'ella dev'essere proporzionata alle colpe. Ma in ciò debbono ben considerarsi le parole del tridentino7 dove si dice così: Debent ergo sacerdotes Domini, quantum spiritus et prudentia suggesserit pro qualitate criminum,


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et poenitentium facultate, salutares et convenientes satisfactiones iniungere: ne si forte peccatis conniveant, et indulgentius cum poenitentibus agant, levissima quaedam opera pro gravissimis delictis iniungendo, alienorum peccatorum participes efficiantur. Sicché la quantità della penitenza dal concilio si rimette all'arbitrio del confessore, prout spiritus et prudentia suggesserit. Ond'è, che la penitenza può diminuirsi per molte cause: per 1. Se 'l penitente è venuto molto contrito, o pure se prima egli ha fatte molte opere penali1. Per 2. in tempo di giubileo, o d'indulgenza plenaria; ma sempre allora deve imporsi qualche penitenza, come ha dichiarato Benedetto XIV., sì perché niuno può esser sicuro di lucrare l'indulgenza plenaria; sì perché sempre deve integrarsi il sagramento2. E quando il penitente ha bisogno di penitenza medicinale, questa deve in ogni conto imporsegli, come bene avverte il p. Mazzotta. Per 3. Se 'l penitente sia infermo di corpo, avvertendo il rituale, che agl'infermi non deve imporsi per allora grave penitenza, ma solo per quando saran guariti. Che se l'infermo sia in articolo di morte, o destituito di sensi, allora può assolversi senza alcuna penitenza, quantunque sempre sarà bene imporgli qualche piccola cosa, di baciare il crocifisso, o d'invocare i nomi ss. di Gesù e di Maria, almeno col cuore, e simili. Non è spediente poi imporre agl'infermi per penitenza il soffrire con pazienza l'infermità, poiché ciò può lor recare molte angustie di scrupoli. All'incontro ben avvertono i Salmaticesi, che se l'infermo può soddisfare con limosine, ben queste se gli debbono imporre dal confessore, mentre ciascuno è tenuto a fare quella penitenza che può3.

50. Per 4. può diminuirsi la penitenza, se 'l penitente è infermo di spirito, sì, che prudentemente si tema, che non adempisca la soddisfazione proporzionata: così insegnano comunemente Suarez, Scoto, Navarr., Tol., Laym., Abelly, Castropal., Habert, Gonet, Gersone, Gaet., Nat. Aless., Antoine, Anacl.; così anche s. Carlo Borrom. nell'istruzione a' confessori, e s. Tommaso, le cui parole qui poco appresso si riferiranno. È vero, che nel tridentino dicesi, che la penitenza dee corrispondere alla qualità de' delitti, ma ivi stesso si aggiunge, che le penitenze debbono essere pro poenitentium facultate, salutares et convenientes. Salutares, cioè utili alla salute del penitente: et convenientes, cioè proporzionate non solo a' peccati, ma anche alle forze del penitente. Ond'è che non sono salutariconvenienti quelle penitenze a cui i penitenti non sono atti a soggiacere per la debolezza del loro spirito, poiché allora queste più presto sarebbon cagioni di lor ruina. In questo sagramento più s'intende l'emenda che la soddisfazione, che perciò dice il rituale romano4, che 'l confessore nel dar la penitenza deve aver ragione della disposizione de' penitenti. E s. Tommaso5 dice: Sicut medicus non dat medicinam ita efficacem, ne propter debilitatem naturae maius periculum oriatur; ita sacerdos divino instinctu motus non semper totam poenam, quae uni peccato debetur, iniungit, ne infirmus desperet, et a poenitentia totaliter recedat. Ed in altro luogo6 dice, che siccome un picciol fuoco si estingue se vi si soprappongono molte legna; così può accadere, che il picciolo affetto di contrizione del penitente si estingua per lo peso della penitenza, e soggiunge: Melius est, quod sacerdos poenitenti indicet quanta poenitentia esset sibi iniungenda, iniungat nihilominus quod poenitens tolerabiliter ferat. Ed in altro luogo7 aggiunge: Tutius est imponere minorem debito, quam maiorem, quia melius excusamur apud Deum propter multam misericordiam, quam propter nimiam severitatem, quia talis defectus in purgatorio supplebitur. E lo stesso dicono il Gersone, il Gaetano, e singolarmente


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s. Antonino1, il quale dice che dee darsi quella penitenza che si stima che il penitente appresso verisimilmente eseguirà, e che allora di buona voglia accetta. E se 'l penitente si protesta, che non ha forza di far la penitenza che si conviene, conclude finalmente s. Antonino: Tunc quantumcumqe deliquerit, non debet dimitti sine absolutione, ne desperet. Bastando allora, dice il santo, che se gl'imponga in generale tutto ciò che farà di bene, colle stesse parole del rituale. Quidquid boni egeris etc., le quali opere nel sagramento ingiunte come insegna anche l'angelico2, avranno in virtù del sagramento maggior valore a soddisfare per li peccati commessi. Di più aggiungono probabilmente molti dottori, Lugo, Petroc., Croix, e Salmatic. col medesimo s. Anton.3, esser giusta casa per diminuir la penitenza, di giudicare che così il penitente resti più affezionato al sagramento. Quanto è bello il consiglio finalmente di s. Tommaso da Villanova4: Facilem unam iniunxeris, acriorem consulueris! È bene far apprendere al penitente la penitenza che si meriterebbe; al che può giovare anche l'indicargli le penitenze antiche de' canoni penitenziali (queste nel libro5 le troverete notate). Gioverà benanche, come dice s. Tommaso da Villanova, consigliare al penitente una penitenza più grave; ma poi bisogna imporgli solamente quella che prudentemente si stima che adempirà. Insinua s. Francesco di Sales6, e lo stesso si dice nel rituale parigino7, che giova perciò dimandare al penitente se si fida di far quella penitenza; altrimenti se gli muti. Lo stesso ammonì s. Carlo Borromeo dicendo: Talem imponat poenitentiam, qualem a poenitente praestari posse iudicet. Proinde, aliquando, si ita expedire viderit, illum interroget, an possit anve dubitet poenitentiam sibi iniunctam peragere; alioquin eam mutabit, aut minuet. Giova ancora alle volte imporre fra le opere ingiunte qualche penitenza grave, ma non sotto colpa grave (come si è detto nel num antecedente), o pure qualche opera già altronde comandata, o dovuta, come appresso si dirà.

51. Da tutto ciò si ricava con quanta imprudenza operino i confessori che ingiungono penitenze improporzionate alle forze de' penitenti. Quanti di costoro alle volte non dubitano di assolvere facilmente i recidivi indisposti, ed ancora quei che stanno in occasione prossima di peccato, e scioccamente poi stimano di guarirli con imporre loro gravissime penitenze, ancorché vedano che certamente quelli non le adempiranno: impongono v. gr. il confessarsi ogni otto giorni per un anno, a chi appena si confessa una volta l'anno: quindici poste di rosario a chi non lo dice mai: digiuni, discipline ed orazione mentale a chi non ne sa neppure il nome. E poi che ne succede? succede, che quelli benché accettino a forza la penitenza per capirne l'assoluzione, nulladimeno appresso non la fanno, e credendo di esser caduti di nuovo in peccato, anzi di esser nulla la confessione fatta (come credono per lo più i rozzi), per non adempire la penitenza data, di nuovo si rilasciano alla mala vita; ed atterriti dal peso della penitenza ricevuta pigliano orrore alla confessione, e così seguitano a marcir nelle colpe. E questo è il frutto, per molti miserabili, di tali penitenze che dicono proporzionate, ma debbon meglio dirsi improporzionatissime. Del resto fuori del caso di gravissima infermità, o di una compunzione straordinaria, non farebbe bene il confessore ad imporre per colpe gravi una penitenza per sé leggiera, che importi leggiera obbligazione; poiché sebbene, quando è spediente, può ingiungersi un'opera che rispetto a' peccati è leggiera, nulladimeno sempre deve imporsi una penitenza grave che induce obbligo grave8.

52. Si noti per 5. circa la qualità della


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penitenza, che non debbono imporsi penitenze perpetue o molto pesanti, come di entrare in religione, e tanto meno di contrarre matrimonio, il quale richiede una total libertà; di più non s'impongano voti perpetui; anzi ancorché il penitente volesse far voto, v. g. di non ricadere, non gli si permetta se non a tempo, per vedere come l'osserva. Parlando poi della penitenza condizionata, per esempio di digiunare, o far limosina in ogni ricaduta futura, ben ella può imporsi; e quando si , ben è tenuto il penitente ad accettarla e ad eseguirla, come rettamente dicono Suarez, Laym., Bonac., Salmat., e Aversa (contro Diana ecc.); ma non è spediente darla per lungo tempo, perché facilmente poi si trascura, e si raddoppiano i peccati; può darsi dunque solamente per breve tempo, come per un mese, o sino all'altra confessione1. Di più si avverta, che non possono imporsi penitenze pubbliche per peccati occulti, ma bensì per peccati pubblici, anzi v'è obbligo d'imporle, quando altrimenti non può ripararsi lo scandalo dato, o l'onore pubblicamente tolto a qualche persona. Ma non dee costringersi poi il penitente a fare una penitenza pubblica, quand'egli rilutta, e lo scandalo può toglierlo d'altro modo, come con frequentare i sagramenti, visitar le chiese, o entrare in qualche congregazione ec.2

53. Si noti per 6. che le opere della penitenza debbono esser penali, poiché (com'avverte il concilio3) la penitenza non solo dev'essere medicinale in custodia della nuova vita, ma anche vendicativa in soddisfazione delle colpe commesse. Queste opere penali si riducono al digiuno, limosina, ed orazione. Sotto nome di digiuno vengono tutte le sorte di mortificazioni de' sensi. Sotto nome di orazione vengono anche le confessioni e le comunioni, le visite di chiese, ed ancora gli atti interni di carità, contrizione; o di meditazioni, i quali atti ben possono imporsi in penitenza, secondo comunemente insegnano i dd.4. Avvertendo, che così l'orazione, come la limosina, ed ogni altra opera buona vale per opera penale, come insegnano comunemente i teologi, perché a rispetto di noi figli d'Adamo dopo lo stato della natura caduta qualunque azione virtuosa ha ragione di pena per causa che per la giustizia originale perduta noi tutti siamo inclinati al male, ed a' nostri propri comodi; così Valenza, Castropalao, Laym., Pitigiano, ed i Salmaticesi con altri5. Lo stesso scrisse ultimamente il dotto autore dell'istruzione per li novelli confessori6, dicendo: Ma qui si avverta, che noi non chiamiamo, né stimiamo inutile la penitenza qualunque ella si sia che s'ingiunge nel sagramento; essendo certo che anche un semplice segno di croce congiunto con esso sagramento, è efficace per soddisfare; tanto più che nello stato presente della natura caduta ogni opera buona è in qualche modo afflittiva e penale. Ciò ben, si conferma da s. Francesco di Sales nella sua Filotea7, dove dicesi così: L'uno ha della pena a digiunare, l'altro a servire gl'infermi, confessare, predicare, assistere agli sconsolati, a fare orazione, e simili esercizi: questa pena (cioè del fare orazione ecc.) vale più che quell'altra (cioè del digiunare); perciocché, oltre che egualmente dona il corpo, ella fa frutti molto più desiderabili. Può ben anche darsi in penitenza qualche opera alla quale il penitente è già obbligato, come di sentir la messa nelle feste, digiunare nelle vigilie, secondo anche comunemente dicono Soto, Suarez, Laymann, Sanchez, Val. ec., perché tal opera, essendo soddisfattoria, allora si eleva per mezzo del sagramento al merito di soddisfazione sagramentale. Ciò può farsi, quando si conosce che 'l penitente è molto debole di spirito; del resto regolarmente deve imporsi qualche


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opera libera; e perciò, sempreché il confessore non lo dichiara, s'intende imposta un'opera distinta. Se nondimeno il confessore impone di sentir la messa per un mese, non v'è obbligo di sentirne due nella festa; così comunemente Castrop., Bon., Laym., Sanch., Croix, Salmat. ecc.1. Può imporsi ancora qualche opera da applicarsi ad altri, come all'anime del purgatorio, siccome più probabilmente dicono Lugo, Turriano, Busemb. ecc.2. Può imporsi ancora l'astenersi da qualche opera buona, come dalla comunione, o dal digiuno, secondo probabilmente tengono Suarez, Molina, Lugo, Sporer e Salm., perché una tal cessazione ben può essere atto di virtù, almeno per usare ubbidienza al confessore. Ma ciò non dee praticarsi, se non coll'anime divote; e neppure con queste, allorché gli altri potessero sospettare, che tal cessazione sia penitenza data dal confessore3. Non può poi il penitente soddisfar la penitenza per altri, secondo diceva la proposizione 15. dannata da Aless. VII. Ma ben può il confessore ciò concedere al penitente, come dicono Soto, Suarez ec., con s. Tommaso; poiché allora non già l'opera ma il procurarla sarebbe la soddisfazione sagramentale, siccome notano Laym., Vasquez, Bonac. ec. con Mazzotta4.

54. Circa la pratica, la regola vuole, che s'impongano opere di mortificazione a' peccati di senso, di limosine a' peccati d'avarizia, d'orazione alle bestemmie, ec. Ma sempre bisogna veder ciò ch'è più spediente ed utile per lo penitente. Benché sono utilissime per sé le penitenze della frequenza de' sagramenti; dell'orazione mentale, e della limosina; nulladimeno in pratica riescono dannose per chi non mai o poco le ha usate. Le penitenze utili generalmente per tutti sono, per esempio, entrare in qualche congregazione fare ogni sera, almeno per qualche tempo, un atto di dolore: rinnovare ogni mattina il proposito, dicendo con s. Filippo Neri: Signore, tenetemi quest'oggi le mani sopra, acciocché non vi tradisca: la visita ogni giorno al ss. Sagramento, e a qualche immagine di Maria ss., cercando loro la perseveranza: dire il rosario, e tre Ave Maria la mattina e la sera alla Madonna, con dire, Mamma mia, aiutami oggi, acciò non offenda Dio (questa picciola penitenza delle tre Ave Maria colla suddetta preghiera in per lo più ho costume d'imporla a tutti coloro che non la praticavano): in porsi a letto dire, ora avrei da stare nel fuoco dell'inferno, o pure: un giorno su questo letto ho da morire: a coloro che sanno leggere, e specialmente agli ecclesiastici, il leggere qualche libretto spirituale ogni giorno. Avverte nonperò s. Francesco di Sales5, che non si gravi il penitente di molte cose, acciocché non si confonda, e si spaventi.

§. II. Dell'accettazione ed esecuzione della penitenza.

55. Obbligo d'accettare la penitenza.

56. Obbligo d'eseguirla.

57. Chi differisce la penitenza.

58. Se v'è necessaria l'intenzione d'adempirla.

59. Se il penitente si dimentica della penitenza.

60. Se l'adempisce in peccato mortale.

61. Chi possa mutar la penitenza.

55. In quanto all'accettar la penitenza, comunemente insegnano i dottori che 'l penitente è tenuto sotto colpa grave ad accettarla, quando ella è ragionevole; perché in ciò il confessore è suo vero giudice, a cui dev'egli ubbidire: onde Suarez e Bonacina dopo il tridentino chiamano temeraria l'opinione di Navarr., Gaetano ec., i quali diceano, che 'l penitente potea rifiutar la penitenza, contentandosi di soddisfarla nel purgatorio6. Dice Busemb. con Soto e Regin., che se 'l penitente non volesse accettare altra penitenza che leggiera, benché meritasse la grave, ben potrebbe assolverlo il confessore. Ma a ciò io neppure so accordarmi, secondo quel che dissi al n. 51. in fin., e secondo insegna il card. de Lugo, perché siccome peccherebbe il confessore, che senza giusta causa (come d'infermità)


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volesse dare penitenza leggiera per colpe gravi, così anche pecca il penitente, che portando gravi colpe non vuole accettare che una leggiera penitenza. Del resto probabilmente dicono Suar., Laymann, Conc., Busemb., Elbel, Holzm., e Sporer, che se 'l penitente stimasse quella penitenza troppo grave a rispetto del suo peccato, o almeno delle sue forze, e 'l confessore non volesse moderarla, ben può egli lasciando di ricevere l'assoluzione cercare altro confessore1.

56. In quanto poi all'adempire la penitenza, si noti per 1., che pecca già gravemente chi non adempisce la penitenza grave imposta per peccati gravi, e non ancora confessati; ma all'incontro pecca solo venialmente chi lascia una penitenza leggiera imposta per leggiere colpe, o per colpe già confessate, secondo la sentenza comune. Né osta il dire, che con ciò resterebbe incompleto il sagramento, perch'essendo questo compito essenzialmente, l'obbligo di compirlo integralmente non è che leggiero, quando non è che leggiera la materia. Si avverta qui, che il lasciare un Miserere, stimano Lugo, Castropal., Con., Fagund., Busemb., essere materia leggiera: ma il rosario della B. Vergine benché di cinque poste non può dirsi tale. Il dubbio maggiore si fa se s'impone per penitenza una materia grave per peccati leggieri, o già confessati. Vogliono allora Bonacina, Conc., e Roncaglia, che debba adempirsi sotto obbligo grave; ma probabilmente ciò negano Soto, Navarr., Suar., Laym., Lugo, Sporer, Croix ec. La ragione è, perché in tal caso, siccome il confessore non può imporre con obbligo una grave penitenza, così neppure il penitente è tenuto con obbligo grave a soddisfarlo. Non nego però con Roncaglia, che se per caso quei peccati, benché veniali, molto disponessero al mortale, ben può il confessore imporre penitenza grave sotto grave obbligo, per liberare il penitente dal pericolo del mortale: ed allora il penitente è tenuto, se vuol essere assoluto ad accettare e a soddisfare la penitenza sotto grave obbligazione. E giusto parmi ancora quel che dice il medesimo autore, che se 'l penitente non ancora ha fatta la conveniente penitenza de' mortali confessati, e di nuovo si confessa di quelli, può il confessore imporgli grave penitenza, e 'l penitente se l'accetta è tenuto sott'obbligo grave a soddisfarla, purché l'accetti sotto grave obbligo2. Se poi le circostanze della penitenza, v. gr. in ginocchio, a piedi scalzi, e simili, importino obbligo grave o leggiero, ciò dipende dalla gravezza della molestia, che porta seco la circostanza, come dicono comunemente i dd.3.

57. Si noti per 2. che sebbene non v'è obbligo di adempire la penitenza avanti la comunione, come voleva la propos. 22. dannata da Aless. VIII., nulladimeno pecca chi la differisce per lungo tempo, v. gr. per un anno, ed anche per sei mesi, come ben dice il p. Mazzotta, ma non già se la differisce per un mese, purché la penitenza non sia medicinale, come avvertono lo stesso Mazzotta e La-Croix; e purché appresso potesse adempirla. Del resto non pecca gravemente, chi il digiuno del venerdì lo trasportasse al sabbato, o chi differisce la comunione del mese per 6. o 8. giorni, come dicono probabilmente (contro i Salmat. e Lugo) Suarez, Castropal., Sporer, Holzm., Mazzotta con Roncaglia (il quale nonperò giustamente n'eccettua, se la penitenza fosse medicinale). Anzi La-Croix con Gobato, Stefano ecc., stima non essere mortale di dieci comunioni lasciarne una4. Del resto chi tralascia di far la penitenza nel giorno assegnato, è tenuto a farla appresso; poiché quando dal confessore si assegna il giorno, quello sempre intendesi destinato accessoriamente, cioè a sollecitare, non già a terminare l'obbligo5. Dicono nondimeno Bonac., Coninch., Gob. ecc., appresso Mazzotta6, che se 'l confessore impone


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la comunione in ogni festa della beata Vergine, o pure il digiuno in ogni sabbato in di lei onore, passato il giorno, termina l'obbligo, perché allora par che il confessore voglia alligare il digiuno solamente a quel giorno. Non si dubita poi che la penitenza possa adempirsi nello stesso tempo che si soddisfa un altro precetto, come dire il rosario in ascoltando la messa di festa, e simili, secondo si disse al capo II. n. 30. Ma quando il confessore impone di sentir de messe nello stesso giorno, s'intende successivamente, non già nel medesimo tempo, come giustamente dice Mazzotta con La-Croix1.

58. Si dimanda per 1. Se la penitenza debba soddisfarsi con intenzione di adempirla. Altri l'affermano, come Vasquez, Dicast. ec., con Mazzotta2, dicendo, che negli altri precetti basta metter l'opera comandata, ma in questo vi bisogna di più l'intenzione di far intiero il sagramento. Ma probabilmente lo negano Sanchez e Lugo3 con Suarez e colla comune come asserisce. Si avvale Lugo d'un'altra ragione; ma quella che in ciò mi fa più forza, si è, che 'l penitente in accettar la penitenza ha certamente l'animo di adempirla, onde sempreché egli mette poi l'opera imposta, la mette già con intenzione almeno abituale, avuta e non ritrattata, di far la penitenza, ed in ciò perché non basterà l'intenzione abituale, quando l'abituale basta a tutti per ricevere ogni sagramento? Oltreché ciascuno in ogni opera soddisfattoria che fa sempre intende colla volontà generale di soddisfare prima all'opere di obbligo, e poi a quelle di supererogazione.

59. Si dimanda per 2. A che sia tenuto il penitente che si ha dimenticata la penitenza. Altri come Bonac., s. Anton. ec., vogliono che sia obbligato a ripeter la confessione, per far intiero il sacramento. Ma comunemente, e più probabilmente lo negano Suar., Vasquez, Laym., Castrop., ed altri, e ciò ancorché colpevolmente se ne fosse scordato, come dicono Soto, Navarr., Lugo, Salmat., Croix, Holzm. ec., perché in tal caso da una parte la penitenza si è renduta impossibile, e dall'altra è molto dubbia la legge, se debbano ripetersi i peccati già una volta direttamente assoluti affin di far intiero il sagramento. Se nonperò stimasse il penitente che 'l confessore può ricordarsi della penitenza imposta, è certamente obbligato a ritornare al medesimo ad intenderla di nuovo4.

60. Si dimanda per 3. Se il penitente, stando in peccato mortale, possa soddisfare la penitenza. Alcuni lo negano; ma comunissimamente l'affermano Suarez, Navarr., Lugo, Conc., Roncaglia, Salmat. ec., perché secondo la regola generale di s. Tommaso replicata più volte, il fine del precetto non cade sotto precetto. Oppongono qui un passo del medesimo angelico; ma san Tommaso ivi altro non dice, che tal opera fatta in peccato è senza merito, ma non dice che non soddisfa5. È comune poi la sentenza appresso tutti, che 'l penitente facendo la penitenza in peccato mortale, non pecchi mortalmente. Del resto giudico esser più probabile con Suarez, Laym., Bonac. ecc. (contro altri) che costui almeno pecchi venialmente, mentre soddisfacendo in peccato mette impedimento all'effetto parziale del sagramento6.

61. Si dimanda per 4. Chi possa mutar la penitenza; e come. È certo e comune appresso i dd. (checché si dica Diana con altri pochi) che 'l penitente non può da sé cambiarsi la penitenza, anche in opera evidentemente migliore; poiché siccome non può la penitenza imporsi che dal solo confessore, così non può che dal solo confessore mutarsi7. Il dubbio è se possa mutarsi da un altro confessore senza ripetere i peccati. Lo negano probabilmente Castropal., Lugo, Laym., Concina, Salmat, Holzm., Sporer ec., dicendo, che 'l penitente deve allora ripetere la confessione al nuovo confessore, almeno in


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confuso, per dargli notizia dello stato di sua coscienza. Ma molti altri anche probabilmente l'affermano, come Toled., Navarr., Bonac., Sa, e lo dicono probabile gli stessi Lugo, Laym., Salmat., Holzm., Sporer ec. La ragione è, perché in questa seconda confessione non si tratta di far giudizio delle colpe addotte nella prima, poiché quello è già fatto; ma solo della debolezza del penitente a soddisfare la prima penitenza. Si oppone: Ma la penitenza dev'esser medicinale, e come assegnerà la medicina chi non sa il male dell'infermo? Si risponde, che 'l confessore dalla stessa penitenza data può arguire la materia de' peccati per li quali era imposta, e così regolarsi nel mutarla, o diminuirla1. E probabilmente, come dicono Navarr., Sporer e Tamb., il confessore senza richiesta del penitente può da sé mutargli la penitenza, quando prevede, che quegli verisimilmente seguirà a trascurarla come prima2. Alcuni dd. poi, come Cast., Sanch., Bon. ec., permettono ancora al confessore inferiore il poter cambiare la penitenza imposta dal superiore per li casi riservati. Ma ciò giustamente lo negano Gonet., Suarez, Lugo, Holzm., Sporer, Concina, Con., Val., Renzi ec., perché l'inferiore non ha facoltà di mutar la sentenza del superiore nel giudizio prima da lui formato; solamente ciò può ammettersi con Suarez, Bonac., Renzi, Medina ecc., quando il penitente difficilmente potesse ritornare al superiore, ed all'incontro vi fosse grave causa di doversi mutar la penitenza, perché allora meritevolmente si presume la connivenza del superiore3. Si dubita poi se la penitenza possa mutarsi fuori della confessione. Si risponde; se il confessore è un altro, è certo, che non può farsi. Se poi è lo stesso, alcuni autori ammettono che possa mutarla, anche dopo otto giorni; ma giustamente ciò lo nega la sentenza più comune di Bonac., Suarez, Navarr., Salmatic., ecc., i quali appena ciò permettono al confessore immediatamente dopo l'assoluzione prima che 'l penitente si parta dal confessionale4. Dopo nondimeno ch'è fatta la commutazione, sempre può il penitente eleggere di far la prima penitenza, come insegnano Suarez, Lessio, Bonac. ed altri, col p. Mazzotta5.

§. III. Della soddisfazione per mezzo delle indulgenze.

62. Delle indulgenze.

63. Se la plenaria può lucrarsi in parte.

64. Del giubileo, e di più cose dichiarate per lo giubileo da Benedetto XIV.

65. Se le opere debbono adempirsi tutte in una settimana; e qui si parla dell'orazione, o della limosina, ed anche della commutazione.

66. Se tolgansi le riserbe e le censure colla confessione invalida.

67. Se pecca l'assoluto, non adempiendo poi le opere.

68. Chi si scorda d'un riservato.

69. Chi pecca in confidenza del giubileo.

70. Se prima di soddisfarsi il danno ecc.

71. Nel giubileo da quali casi e censure si può assolvere.

72. Si notano alcune cose circa l'anno santo.

62. Parlando delle indulgenze in generale, l'indulgenza si definisce: Gratia qua remittitur poena temporalis, opere praescripto praestito: idque per absolutionem in subditos, per suffragium in defunctos. Ha dichiarato poi il trident.6, che la chiesa ha da Dio la facoltà di concedere l'indulgenze, e ch'ella anche ne' tempi antichi se n'è avvaluta; onde il concilio danna di scomunica chi asserisce, esser inutili l'indulgenze, o chi negasse tal podestà alla chiesa. Per guadagnare l'indulgenze si richiedono tre cose. 1. Che vi sia la causa ragionevole e proporzionata. 2. Che s'adempiscano l'opere prescritte. 3. Che la persona sia in grazia, almeno quando adempisce l'ultima opera prescritta; altrimenti non lucrerà l'indulgenza né per sé, né per li defunti, checché altri si dicano7. Indi si noti per 1., che l'indulgenza non termina colla morte del concedente, se non vi fosse la clausula: Ad beneplacitum nostrum. Si noti per 2., che l'indulgenze debbono intendersi, come suonano le parole dell'indulto; mentre l'errore in ciò non supplisce,


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ancorché fosse comune. All'incontro debbonsi elle largamente interpretare, ond'è che se il tempo non si limita, si han da stimare perpetue. Si noti per 3., altra essere l'indulgenza plenaria, o sia totale, che scioglie da ogni pena; altra la parziale, come sono le settene e quarantene, per cui s'intende togliersi quella pena che si toglierebbe col digiuno di quegli anni o giorni che sono espressi nell'indulto1.

63. Dice poi Busembao, che l'indulgenza plenaria non si guadagna, se la persona non è libera da ogni colpa anche veniale; ma molti altri autori, come Laym., Wigandt, Sporer, Viva, Pelliz., e Renzi tengono, che quantunque il peccato veniale, se non è rimesso in quanto alla pena, com'è certo con s. Tommaso2; nondimeno il veniale non rimesso non impedisce, che si rimetta la pena dovuta agli altri peccati già rimessi; perché siccome non ripugna, che si rimetta la colpa degli altri, così anche può dirsi della pena: e non senza ragione tal si presume essere l'intenzione del pontefice3. Nel seguente numero, parlando del giubileo, diremo altre cose, che anche s'appartengono a questa materia dell'indulgenze.

64. Passando dunque a parlare del giubileo, prima di venire a' dubbi che su quello occorrono, bisogna qui avvertire molte cose che ha dichiarate il n. s. pontefice Benedetto XIV. nella sua costituzione Inter praeteritos, data a' 3. dicembre 1749.4, nella quale (com'egli dichiara in altro luogo) ha voluto toglier di mezzo molte questioni che si faceano su questa materia. Le cose dichiarate son le seguenti: 1. La clausula, vere poenitentibus et confessis nel giubileo deve intendersi della vera confessione, contro l'opinione di coloro, i quali diceano, non aver bisogno di confessarsi chi stava senza colpe gravi. Così nel giubileo: ma nell'altre indulgenze dice il papa, che ciò dipende dalle parole dell'indulto, se richiedano la confessione per condizione, ovvero per disposizione. 2. Tutte le visite prescritte delle chiese debbono compirsi in un sol giorno, cominciando da una mezza notte all'altra, o da un vespro all'altro. 3. L'indulgenze concesse, ad beneplacitum nostrum, spirano colla morte del papa. 4. L'indulgenze per li vivi non possono applicarsi per li defunti. 5. Nel giubileo non può assolversi l'eresia esternata. 6. La clausula, commutatio votorum fiat dispensando, s'intende che la commutazione non sia molto minore dell'opera promessa. 7. La facoltà data di commutare l'opere pie non s'intende per la confessione o comunione (fuorché co' fanciulli), né per l'orazione necessaria nella visita; né le altre opere prescritte possono commutarsi in quelle che sono già dovute per altra causa. 8. In qualsivoglia giubileo si vieta a' confessori l'assolvere il proprio complice nel peccato turpe. 9. Le facoltà del giubileo non si godono da chi non è preparato a guadagnarlo, e a soddisfare alle opere prescritte. 10. I voti solamente nella confessione posson commutarsi. 11. Nel giubileo dal confessore dee sempre imporsi qualche penitenza nella confessione. 12. Non possono commutarsi i voti in danno del terzo, e specialmente il voto di perseveranza che si fa in alcune congregazioni, poiché quello assume la natura di contratto. 13. Chi cade in peccato mortale dopo la confessione, dee di nuovo confessarsi, se vuol lucrare l'indulgenza del giubileo, affinché adempisca almeno l'ultima opera in istato di grazia, ma non v'è obbligo di replicare le visite. 14. Per lucrare l'indulgenza basta l'orazione vocale, e chi fa la mentale, vi aggiunga alcuna vocale. 15. Le facoltà ne' giubilei una sola volta si godono; ma l'indulgenze, chi replica le opere prescritte, può goderle più volte; ciò nondimeno non s'intende dell'indulgenze concesse a chi visita alcuna chiesa in certi giorni. 16. Se nell'indulto si concede l'assolvere da' casi


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della bolla Caenae, non s'intende data la facoltà d'assolvere l'eresia esterna. 17. Chi già è assoluto da' voti, o dalle censure, non ricade in quelle, se mai non lucra poi il giubileo. 18. La facoltà data alle monache di eleggersi il confessore, s'intende de' confessori approvati1. Si noti qui in fine, che i regolari in tempo di giubileo possono confessarsi a qualunque sacerdote approvato dall'ordinario, anche secolare, come fu dichiarato da Gregorio XIII. appresso Peyrino2, ed anche da Alessandro VII. nella costituz. Unigenitus.

65. Si domanda per 1. Se per lucrare il giubileo necessariamente debbono in una delle due settimane adempirsi tutte le opere prescritte. Lo negano Castrop., Bonac. ec., e vi consente Laymann, se v'è qualche causa. Ma l'affermano Sanchez, Lugo, Sporer, Renzi, Viva, Holzmann ec., ed a costoro io ancora m'unisco, sì perché tale è l'uso de' fedeli, sì perché tale ancora par che sia il senso dell'indulto, dove si concede il giubileo a chi fa le opere ne' giorni: non dicesi ivi utriusque, ma alterius ex hebdomadis. È probabilissimo non però, che la confessione e comunione possano farsi così nella prima, come nella domenica immediatamente seguente3. Dicono Sanch., Ugol., Busemb. ec., che chi avesse trascurato di lucrare il giubileo nella patria, ben potrebbe lucrarlo dopo in altro luogo dove quello ancora durasse. Dicono di più Bonac. e Diana, che può lucrarlo anche nella patria, quando la persona non abbia avuta notizia del giubileo per invincibile ignoranza4. Parlandosi qui delle opere per lucrare il giubileo, in quanto all'orazione vocale nella visita altri richiedono sette Pater, ed Ave, altri dicono che bastano cinque. Circa poi la limosina, quanta debba essere, debbonsi attendere due cose: prima l'indulto come parli, se dice pro uniuscuiusque facultate, o pure prout devotio suggeret: per secondo la causa, perché se la limosina s'impone in sussidio di qualche opera pia, allora dev'esser proporzionata alle forze di ciascuno; se poi solo per esercitare la misericordia, allora basta dar qualunque picciola somma. Anche i poveri nonperò debbon far la limosina; ma per li religiosi, figli di famiglia, e mogli, basta che la diano i superiori per essi, con loro intelligenza. In quanto finalmente a' digiuni, se alcuno volesse applicare i digiuni ch'è tenuto a fare per voto, o per altro obbligo, questi certamente non bastano5. Si avverta, che quando si la podestà di commutare le opere prescritte, ciò può farlo ogni confessore (anche fuori di confessione), come si dichiara nella bolla dell'indulgenza di Gregorio XIII., poiché dicesi ivi, che sotto nome di confessore viene quantunque approvato; così Busemb. con Enriqu. e Prepos.6.

66. Si dimanda per 2. Se per la confessione invalida fatta nel giubileo tolgasi la riserva de' peccati, e si assolvano le censure. Quando la confessione è nulla per colpa, cioè sacrilega, deve affatto negarsi con Lugo, Viva ec., checché altri si dicano; sì per la regola che fraus nulli patrocinari debet; maggiormente perché il regnante pontefice nella citata bolla ha dichiarato, che le facoltà non possono godersi se non da colui, qui ad consequendum iubilaeum praeparatus sit. Se poi la confessione è nulla per difetto di dolore, ma senza colpa cognita, allora vogliono Lugo, Coninch., Viva ec., che la riserva si tolga, perché allora il penitente ha vero animo di lucrare il giubileo. Ma con tutto ciò lo negano Bonacina, Rodr., Croix, Regin. ec., ed a questa sentenza io aderisco, mentre Benedetto XIV. ha dichiarato, che le facoltà si concedono veluti praeparatio ad consecutionem iubilaei; dunque non si presume esser volontà del papa, che godano delle facoltà coloro, cui le facoltà non preparano a conseguir il giubileo7.


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67. Si dimanda per 3. Se pecca gravemente chi dopo d'essere stato assoluto da' riservati, non adempisce le opere prescritte. L'affermano Suar., Vasq., Fill. ec. Ma lo negano più comunemente Sanch., Lugo, Bon., Castr., Sporer, Salmat. ec., perché in tal caso non apparisce esservi quest'obbligo, né dalla natura del giubileo, né dal precetto del papa, o del confessore. Del resto, come ha dichiarato lo stesso pontefice, costui non ricaderebbe nella riserva, o censure1.

68. Si dimanda per 4. Se chi si confessa nel giubileo, e si scorda d'un peccato riservato, possa poi esserne assoluto da ogni altro confessore. È certo, che può, se 'l confessore del giubileo ha inteso espressamente d'assolverlo da' riservati scordati. Altrimenti è poi, se ciò non ha inteso; così Bonac., Vasq., Sairo ec. Ma più probabilmente l'affermano Nav., Sanch., Suar., Viva, Croix ec., mentre si presume, che 'l confessore voglia conferire al suo penitente tutt'i beneficii che può. E lo stesso probabilmente dicono Less., Castrop., Sanch., Spor., Viva ec., contro altri, della commutazione de' voti, perché in virtù del giubileo il penitente ha acquistato un certo diritto a tale commutazione. Tutti poi convengono, che chi ha cominciata la confessione dentro il giubileo, ben può essere assoluto sempre dopo quello dallo stesso confessore; ed anche da' riservati commessi dopo il giubileo, come probabilmente dicono Sanch., Viva, Bossio, ed altri2. E lo stesso probabilmente dicono Suarez, Sanchez, e Manuel (contro Concina), di colui che si confessa con animo di lucrare il giubileo, e poi non lo guadagna; mentre coll'assoluzione già si toglie la riserva assolutamente, senza dipendere dall'evento futuro3. Se 'l penitente poi si confessa al superiore fuori di giubileo, e si scorda del riservato, vedi ciò che si dirà al n. 140.

69. Si dimanda per 5. Se possa esser assoluto da' riservati chi pecca in confidenza del giubileo. Altri lo negano, e probabilmente; perché non si presume che 'l papa voglia fomentare l'iniquità. Ma altri più comunemente e più probabilmente l'affermano, perché non dee limitarsi la facoltà, che senza limitazione è stata concessa. Né dee dirsi che fomentino l'iniquità quei rimedi che da' superiori son preparati a' delinquenti4.

70. Si dimanda per 6. Se in virtù del giubileo può assolversi dalle censure chi ha fatto qualche danno, prima che l'abbia soddisfatto, se v'è la clausula, non absolvatur nisi satisfacta parte. L'affermano alcuni dd., dicendo, che la detta clausula importa più presto ammonizione, che condizione; ma lo negano Suarez, Vasq., Sporer, Viva ec., ed oggidì questa sentenza deve senza meno tenersi, come sta dichiarato nella bolla citata di Benedetto. Se non però il debitore affatto non potesse per allora soddisfare, ben può assolversi; purché dia giuramento di soddisfare quando potrà, come nella stessa bolla sta espresso. Che se poi, potendo, non soddisfacesse, alcuni vogliono, che ricada nelle censure; ma è più probabile l'opposto con Sa, Bossio, Spor., Viva ec., poiché secondo il c. Ad reprimendam, de offic. ordin., la reincidenza non s'incorre, se non si trova espressa in legge. Del resto, il debitore sarà affatto libero da ogni obbligo di soddisfazione, se la parte rimette l'ingiuria. Ma qui ben avverte Croix con Fill. e Bonac., contro Viva e Diana, 1. che non basta la remissione del monaco offeso, se l'ingiuria è ridondata in tutto il monastero. 2. Che 'l debitore resta libero, se la parte offesa rifiuti la giusta soddisfazione. 3. Se 'l debitore non possa per allora soddisfare, se non con gravissimo suo danno5; ma ciò si dev'intendere secondo quel che si disse al capo X. n. 65. e 117.

71. Si dimanda per 7. Da quali casi e censure possano i confessori assolvere in tempo di giubileo. È comune la sentenza con Suarez, Laym., Vasqu.,


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Sporer, Viva ec., che la facoltà data nel giubileo d'assolvere da' casi papali, s'intende data anche da' vescovili; e che sebbene gli eretici non possano essere ivi assoluti, possono nondimeno assolversi i loro fautori, e quei che leggono libri d'eresia, ed anche quei che pronunziano bestemmie ereticali; così Lugo, Sanch., Boss., Suarez, Viva, Croix ec., perché tali peccati non sono propriamente eresie formali1. Possono ancora essere assoluti i pubblici percussori de' chierici, ed altri anche nominatamente scomunicati, o sospesi. Ma in quanto alle censure fulminate nominatamente ab homine, ha dichiarato il papa, che queste solo in quanto al lucrare il giubileo possono essere assolute2. Ed in quanto all'irregolarità ha detto, che prescindendo dalla questione, se le irregolarità per delitto abbiano ragione di censure o di pene, quelle sole possono dispensarsi, che si sono incorse per violazione di censura3.

72. Particolarmente poi circa il giubileo dell'anno santo si noti per 1. che in quel tempo si sospendono tutte le indulgenze plenarie per li vivi, ma non già in quanto a' morti, ed a' costituiti in articolo di morte, come apparisce dal decreto di Urbano VIII. appresso Busemb., né in quanto all'indulgenze concesse a persone particolari da altri che dal papa. Si noti per 2., che nell'anno santo si sospendono ancora tutte le facoltà d'assolvere da' casi papali, di dispensare i voti ec., concesse in ordine a lucrare l'indulgenza plenaria. Ma non si sospende già la facoltà data al vescovo dal trident. nel capo Liceat 6. della sess. 24., né la facoltà di dispensare negl'impedimenti di matrimonio, o di cercare il debito ec., le quali facoltà competono a' vescovi de iure communi, così Busemb. con Zerola e Quintan.4. Aggiunge Busemb. con Sanch., ed altri, che neppure si sospendono le facoltà concesse a' regolari secondo i loro privilegi d'assolvere da' riservati ec.; ma il regnante pontefice nella bolla di sopra riferita ha dichiarato espressamente il contrario, dicendo, che restano sospese tutte le loro facoltà, così a riguardo delle indulgenze, come d'altre cause5. Di più ha dichiarato ivi il papa, che per la parola incolae s'intendono quei che abitano in Roma con animo di starvi per la maggior parte dell'anno.




2 Sess. 14. cap. 8.



3 Lib. 6. n. 506.



4 N. 513. dub. 2.



5 N. 514. v. 8. Etsi.



6 N. 518.



7 Sess. 14. cap. 8.



1 Lib. 6. n. 507.



2 N. 519.



3 N. 507. infr. n. II.



4 De sacr. poen.



5 Supp. q. 18. a. 4.



6 Quodl. 3. a. 28.



7 Opusc. 65. §. 4.



1 3. p. tit. 16. c. 20. et lib. 6. n. 510.



2 Quodl. 3. a. 28.



3 Vide ibid. supra.



4 Serm. fer. 6. post. dom. Laetare.



5 Lib. 6. n. 530.



6 Istr. a' conf. c. 8.



7 Lib. 6. n. 509. v. Nec obstat.



8 N. 510. in fine.



1 Lib. 6. n. 511.



2 N. 512.



3 Sess. 14. cap. 8.



4 Lib. 6. n. 514. dub. 1.



5 Valent. tom. 4. d. 7. q. 14. p. 3. Castropa;. d. un. p. 21. §. 3. n. 1. Laym. tr. 6. de sacr. poen. c. 15. n. 9. Pitig. 2. p. dist. 15. q. 1. a. 3. conc. 1., et Salmat. tr. 6. eod. tit. de poen. c. 10. n. 26. Cont. Tournely tom. 6. p. 508.



6 Istr. per li nov. conf. p. 1. c. 16. n. 375.



7 Introd. alla vita div. c. 23. p. 201.



1 Lib. 6. n. 513.



2 N. 514. dub. 2.



3 Ibid. v. 7. Potest.



4 De poenit. q. 5. c. 1. in fine.



5 Istr. ai conf. c. 8.



6 Lib. 6. n. 516.



1 Lib. 6. n. 516.



2 N. 516. et 517.



3 N. 517. v. An autem.



4 N. 521.



5 N. 525.



6 De poenit. qu. 5. v. Dico 4.



1 Loc. c.



2 Ibid.



3 De poen. d. 24. n. 43.



4 Lib. 6. n. 520.



5 N. 522.



6 N. 523.



7 N. 528. Resp. 3.



1 Lib. 6. n. 529. dub. 1.



2 Ibid. in fin.



3 Ibid. dub. 2.



4 Ibid. dub. 3.



5 Se poen. qu. 5. c. 2.



6 Sess. 25. dec. de ind.



7 Lib. 6. n. 533.



1 Lib. 6. n. 534. et 535.



2 Supp. q. 27. a. 1.



3 Lib. 6. n. 534. in fin. v. Certum.



4 In bullatio tom. 3. p. 240.



1 Lib. 6. n. 536.



2 De privil. reg. 4. tom. 3. c. 4. n. 8.



3 Lib. 6. n. 537.



4 N. 535. v. 4. Qui.



5 N. 538. Qu. 11. et 12.



6 N. 534. v. 15. Quando.



7 N. 537. Qu. 2. et v. Si autem.



1 Lib. 6. n. 537. Qu. 3.



2 Ib. Qu. 4. in fin.



3 Ib. Qu. 5.



4 Ib. Qu. 6.



5 Ib. Qu. 7.



1 Lib. 6. n. 537. Qu. 8.



2 Ibid. dub. 1.



3 Ibid. dub. 2.



4 N. 535. resp. 2.



5 N. 536. ad VI.






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