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S. Alfonso Maria de Liguori
Istruzione e pratica pei confessori

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Capo XVII - Avvertenze sui sacramenti dell'estrema unzione e dell'ordine

Punto I. Dell'estrema unzione.

1. Dell'essenza e degl'effetti dell'estrema unzione.

2. I. Della materia rimota.

3. Della materia prossima.

4. Se sia necessaria l'unzione di tutti i sensi.

5. II. Della forma, e come debba adattarsi.

6. III. Del ministro.

7. IV. Del soggetto a chi debba darsi l'estrema unzione.

8. Quando possa replicarsi.

9. Della disposizione.

10. Se debba darsi a' fanciulli.

11. Se a' pazzi, ubbriachi, impenitenti, muti ecc.

12. Se vi sia obbligo grave di prendere questo sagramento.

13. V. Dell'amministrazione.

1. L'estrema unzione si definisce Sacramentum a Christo Domino institutum, et a b. Iacobo promulgatum, ad salutem animae vel etiam corporis conferendam infirmis de vita periclitantibus per unctionem olei benedicti, et orationem sacerdotis. Si dice per 1. Sacramentum, perché l'estrema unzione è vero sacramento, come ha dichiarato il tridentino3. Si dice per 2. promulgatum a b. Iacobo, come si ha dell'epistola di quest'apostolo: Infirmatur quis in vobis? inducat presbyteros ecclesiae, et orent super eum, ungentes eum oleo in nomine Domini; et oratio fidei salvabit infirmum et alleviabit eum Dominus, et si in peccatis sit, remittentur ei. Si dice per 3. Ad salutem animae vel etiam corporis, per dinotare gli effetti di questo sagramento: l'effetto primario è di confortare l'anima in morte contro le tentazioni del demonio: gli effetti poi secondari sono tre: 1. Togliere le reliquie de' peccati. 2. Estinguere il debito delle pene restate a soddisfarsi. 3. Conferire anche la sanità del corpo, s'è spediente alla salute dell'anima, come si dice nel concilio4. In quanto poi alla remissione de' peccati, la sentenza più comune, e più probabile, vuole che, il principal effetto di questo sagramento non è di rimettere i peccati


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(come vogliono gli scotisti), ma le reliquie de' peccati; così Gonet, Soto, Suarez, ec. con s. Tommaso1. Dice poi l'angelico, che se l'infermo ignorasse invincibilmente i suoi peccati, purché n'abbia almeno il dolore generale d'attrizione, per questo sagramento se gli rimettono così i veniali come i mortali; così anche dicono Bellar., Suar., Layman ecc., e lo ricavano dal tridentino nel luogo citato, dove si legge: Cuius unctio delicta si quae sint adhuc expianda, ac peccati reliquias abstergit. Anzi molto probabilmente dicono Merbes., Habert, Tournely, Suarez, e Salmatic. (contro Gonet, Petroc., ec.), che questo sagramento rimette le colpe gravi, non già per accidens , ma per sé, quantunque conseguentemente; perché sebbene è sagramento de' vivi, nondimeno da Dio è istituito a rimettere per sé i peccati giusta le parole dell'apostolo, et si in peccatis sit, remittentur ei; e come si deduce ancora dal can. 2. del trident. sess. 14. Si è detto conseguentemente, perché principalmente l'estrema unzione è istituita a togliere le reliquie de' peccati, cioè la debolezza interna, l'oscurità ecc.: ma perché trovandosi nelle anime il peccato, non possono togliersi le reliquie di quello senza cancellarsi pria il peccato; perciò conseguentemente questo sagramento, togliendo le reliquie, cancella il peccato2. È sentenza poi comune con s. Tommaso e s. Bonav., che ben può darsi questo sagramento valido ed informe, sicché rimosso l'obice del peccato almeno coll'attrizione, se l'infermo lo ricevesse in buona fede stando in peccato mortale, riceverebbe la prima grazia3. E perciò dicono Laym. e Tamb., a' quali aderisce Benedetto XIV.4., che se l'infermo non è capace d'altro sagramento, il sacerdote può interrompere la messa per dargli l'estrema unzione, acciocché riceva la grazia, se sta in peccato, ed ha l'attrizione5. Si dice per 4. Infirmis de vita periclitantibus, per dinotare il soggetto a chi debba darsi questo sagramento. Per 5. per unctionem olei benedicti, per dinotare la materia. Per 6. ed ultimo si dice, et orationem sacerdotis, per dinotare la forma. Ma fa d'uopo parlare di tutto con distinzione, e I. Della materia. II. Della forma. III. Del ministro. IV. Del soggetto a chi possa e debba darsi. V. Dell'amministrazione.

2. I. In quanto alla materia, la materia rimota è l'olio benedetto per gl'infermi, che si deve rinnovare in ogni anno bruciando l'antico, secondo il precetto di Clemente VIII., il quale obbliga sotto colpa grave, come più probabilmente tengono Bonac., Castr., Croix ecc. con altri. Ma in caso che non possa aversi il nuovo, è lecito servirsi dell'antico, come dicono Laym., Aversa, Salm., ec. con una dichiarazione della s. c. Ed in caso che dentro l'anno mancasse, è lecito (quando vi fosse la necessità) di aggiungere all'olio consagrato il non consagrato, ma in minor quantità, come dice il rituale; e quest'aggiunzione può farsi anche più volte, come dicono Bonac., Ronc., Carden., Possevino, e Croix, e come ha dichiarato ancora la s. c., purché l'olio si aggiunga sempre in minor quantità dell'antico6. Si noti per 1., che quest'olio deve essere di oliva, e deve essere benedetto senza dubbio per necessità di precetto; il dubbio sta, se anche per necessità di sagramento. Lo negano Giovenino, Gaet., Sambovio, ec. Ma la sentenza comunissima l'afferma con s. Tommaso7, Scoto, Petrocor., Conc., Salm., ec., mentre nel tridentino8 si dice: Intellexit ecclesia, materiam (extr. unctionis) esse oleum ab episcopo benedictum; nel che certamente ha parlato il concilio dommaticamente9. Si noti per 2., esser sentenza molto probabile con Bellarm., Valenz., Barb., Castr., ecc. (contro Suar., Laym., ecc.) che l'olio dev'esser benedetto anche di necessità di sagramento in ordine all'e. u.; onde


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la sentenza contraria, che possa darsi questo sagramento anche coll'olio della cresima, o de' catecumeni, in pratica non è probabile, se non nel solo caso di necessità, ed allora deve amministrarsi sotto condizione; e se poi può aversi l'olio degl'infermi, dee ripetersi, come prescrisse s. Carlo Borromeo1. Si noti per 3., che la benedizione può dal papa commettersi a' sacerdoti semplici, secondo il decreto di Clemente VIII.2. Si noti per 4., che in quanto al valore del sagramento, basta intingere nell'olio l'estremità del dito, ed ungere ma si fa un dubbio, se basti una sola goccia. Lo negano Filliuc., Suar., Peyrin., Trull., ec., dicendo questi, che l'olio dee diffondersi. Ma più comunemente e più probabilmente dicono Tanner. Escob., Hurt., Dicast., Croix ec., ciò non esser necessario, bastando, che con quella goccia, giungano ad ungersi tutte le parti; nulladimeno perché la prima sentenza pare probabile, almeno estrinsecamente, quella in pratica dee seguitarsi3.

3. La materia prossima poi è l'unzione fatta dal sacerdote de' cinque sensi, o pure delle parti vicine, se mai l'infermo avesse qualche senso o membro mancante. Qui si noti per 1., che non è necessario il contatto immediato della mano, poiché in necessità (come in tempo di peste) può darsi il sagramento per mezzo d'una verga unta coll'olio, la quale dee poi bruciarsi; così Silvest., Wigandt, Escob., Bus., ec.4. Si noti per 2., che le unzioni, sebbene sieno molte, tutte nondimeno costituiscono un solo sagramento. Se poi per ciascuna unzione si conferisca una grazia parziale, lo nega s. Tommaso5, dicendo, che la grazia tutta si conferisce nell'ultima unzione; ma l'affermano molti altri con Scoto, per ragione che ciascuna unzione ha già la sua forma, che significa la grazia. L'una e l'altra sentenza sono probabili6.

4. Ma si dimanda, se l'unzione di tutti cinque i sensi sia necessaria di necessità di sagramento. Altri probabilmente lo negano, come Silvio, Becano, Merbes., Tournely, Natal. Ales. ec., dicendo, che basta una sola unzione in qualunque parte del corpo, mentre l'apostolo non altro dice che, ungentes eum oleo. Ma più comunemente l'affermano Soto, Suar., Cast., Laym., e i Salm., con Bellarm., s. Bonav., e s. Tommaso, perché questo è l'uso della chiesa, praticato secondo il comun senso de' dd. Solamente in tempo di necessità (dicono questi aa., come lo dice ancora il rituale) può darsi questo sagramento, ma sotto condizione, con una sola unzione in qualche membro (e meglio sarebbe nella testa), con proferirsi allora la forma abbreviata: Per istam sanctam unctionem indulgeat tibi Deus, quidquid per sensus deliquisti, come vogliono alcuni; o pure come meglio voglion altri, Per istam etc. indulgeat tibi Deus quidquid deliquisti per sensus, nempe visum, auditum, gustum, odoratum, et tactum: premettendo la parola deliquisti, acciocché se l'infermo muore prima di finir le parole, possa esser valido il sagramento. Ma se l'infermo sopravvive, debbonsi ripetere le unzioni in ciascun senso colle orazioni omesse, come prescrive il rituale; dove si dice ancora, che dubitandosi se l'infermo sia vivo, si ponga la condizione, si vivis7. È certo poi, che non è di necessità di sagramento l'ungere ambedue le parti di ciascun senso, come l'uno e l'altr'occhio ec., onde in caso di necessità, se non vi è tempo, o v'è pericolo d'infezione, o se l'infermo non può voltarsi all'altro lato, basta ungere un solo occhio, un solo orecchio ec. L'unzione de' reni, dice il rituale, che in mulieribus semper omittitur; atque etiam in viris, quando infirmus commode moveri non potest. L'unzione poi de' piedi, è sentenza comune con Laym., Suar., Castr., Ronc., e Sal., da s. Tommaso8 non esser di necessità di sagramento, come neppure (anche


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secondo la comune) l'ordine tra le unzioni delle parti; benché l'inversione di quest'ordine dicono che sarebbe gravemente illecita1.

5. II. In quanto alla forma, le parole son queste: Per istam sanctam unctionem, et suam piissimam misericordiam, indulgeat tibi Dominus quidquid pervisum (sive per auditum etc.) deliquisti, amen. La parola deliquisti è d'essenza, come ben dicono La-Croix, Gobato, e Mazzot. (contro Bosco), poiché la remissione de' peccati è uno degli effetti principali di questo sagramento. La parola sanctam è certo, che non è d'essenza, ma si pecca se si lascia. Le parole, per suam piissimam misericordiam, molti vogliono che sieno d'essenza; ma più comunemente, e molto più probabilmente lo negano Laym., Castrop., Bon., Ronc., e Salmat. Tutti non però convengono, che il lasciarle sarebbe colpa grave2. Se poi vaglia la forma, non deprecativa com'è la nostra, indulgeat etc., ma indicativa, ungo te etc. ut possis superare potestates, com'era la forma ambrosiana, Giovenino, Tournely, ed altri l'affermano; ma lo nega la sentenza comune, e più vera, con Suar; Merbes; Petroc. ed altri con s. Bonav. e s. Tommaso3, poiché scrive s. Giacomo: Et orent super eum ungentes... Et oratio fidei salvabit infirmum. Alla forma ambrosiana risponde Bened. XIV., che le parole, ut possis etc., fanno sottintendere già l'orazione, cioè ungo te, orans ut tu possis etc.4. Si noti per 2., che la forma deve adattarsi nel seguente modo, come prescrive il rituale: Il sacerdote dopo avere intinto il pollice nell'olio, unga in modo di croce, adattando la croce e le parole nell'unzione di ciascuna parte, cominciando sempre dalla parte destra, per istam sanctam unctionem + , et suam piissimam misericordiam, indulgeat tibi Dominus quidquid pervisum (e s'ungono gli occhi) deliquisti: avvertendo a non terminar la forma, prima di ungere l'altra parte. La parte unta dee poi astergersi dallo stesso sacerdote, o dal ministro (s'è in sacris) colla bombace, che appresso dovrà bruciarsi, e riporsi le ceneri nel sacrario. Indi s'ungono nello stesso modo gli orecchi, per auditum: Le narici, per odoratum: La bocca (chiuse le labbra) per gustum et locutionem: Le mani (a' sacerdoti da fuori, agli altri nelle palme) per tactum: I piedi (nelle piante) per gressum: i reni, per lumborum delectationem5. Si noti per 3., che secondo il rito greco hanno da essere sette i sacerdoti, che ungono ciascuno la sua parte, ma secondo il latino uno è il ministro; ma in caso di necessità può un sacerdote ungere una parte e l'altro l'altra, pronunziando ciascuno la forma corrispondente a quella parte, come dicono comunemente Suar., Conc., Castrop., Bon., Sal., e Spor. Ma non può uno ungere, e l'altro dir la forma; né uno ungere un occhio e l'altro l'altro. Se non però il sacerdote non potesse proseguire tutte le unzioni, debbono le restanti supplirsi da un altro, senza ripetere le già fatte: se non fosse che le seconde si supplissero dopo qualche tempo notabile, v. gr. dopo un quarto d'ora, perché allora debbono tutte ripetersi, come dicono Merati, Aversa, La-Croix ec.6.

6. III. In quanto al ministro, si noti per 1., che il ministro proprio dell'e. u. è il pastore o pure altro sacerdote di suo consenso, senza cui per altro sarebbe valido il sagramento, ma peccherebbe gravemente il sacerdote. Se poi basti il consenso presunto del parroco; altri lo negano, ma probabilmente l'affermano Sanch., Valenz., Bon., Salm., ec. I regolari poi amministrando l'e. u. senza licenza del pastore, incorrono la scomunica papale per la Clement. 1. de privil. §. 1. S'avverta non però, che s. Pio V. nella sua bolla Immarcescibilem. del 1567., concesse a' pp. teatini (e per comunicazione agli altri religiosi) il potere amministrare questo sagramento anche a' loro servi, e mercenari, ed anche agli estranei che


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si trovassero nelle abitazioni della congregazione; e prima Sisto IV. ciò concesse a' regolari per tutt'i laici, nel caso che il parroco ingiustamente o maliziosamente negasse loro di estremarli. È sentenza comune poi, che in necessità, se 'l parroco è lontano, o non vuol dare l'e. u., né può andarsi al vescovo, allora ogni sacerdote anche regolare può dar questo sagramento (purché non sia scomunicato o sospeso), giacché allora si presume data la licenza dal pontefice; così contro alcuni pochi insegnano Suar., Laym., Bon., Conc., Tournely, Nat. d'Aless., Salm., Bened. XIV. ec., e lo stesso concesse s. Carlo Borromeo nella sua diocesi1. Se poi il parroco sospeso possa ungere, altri l'affermano, ma più probabilmente lo negano Bon., Suar. ec.2. Si noti per 2. con Soto, Possev., Bonac., Suar., ec., che non incorre già l'irregolarità (come alcuni troppo scrupolosamente temono) il sacerdote, se mai per caso, procurando di far voltare l'infermo per ungerlo, quello spirasse; mentre, come ben dicono Suar., Corneio, Salm., ec., una tale irregolarità non s'incorre, se non per delitto, dal quale certamente è immune chi esercita un officio di carità. Si noti per 3., che 'l parroco è tenuto con obbligo grave di dar l'e. u. a chi la cerca, se non è scusato da giusta causa, come dal pericolo della vita (si osservi ciocché si disse al cap. VII. num. 27. e 28. parlando del IV. precetto); ma in ogni caso è tenuto, se mai l'infermo stesse probabilmente in peccato mortale, e da molto tempo non si fosse confessato, come dicono comunemente Suar., Castr., Spor., Conc., Salm., ec.3. Si noti per 4., esser probabile con Gobato, Arriaga, e La-Croix, che può lecitamente il parroco ritenere l'olio santo in sua casa (ben custodito): non sempre già, ma solamente qualche volta, quando credesse di esser chiamato di notte, e che altrimenti non giungerebbe a tempo4.

7. IV. In quanto al soggetto a chi debba darsi l'e. u. Si noti per 1., che, come avverte il rituale, questo sagramento non può mai darsi a' sani, ancorché stiano prossimi a qualche pericolo di morte, v. g. in una battaglia, o navigazione pericolosa; e anche prossimi alla stessa morte, come i condannati dalla giustizia. Solamente dee darsi agl'infermi, che già stanno nel pericolo della morte imminente, o a' vecchi decrepiti, qui prae senio (dice il rituale) deficiunt, et in diem videntur mori, etiam sine alia infirmitate. Onde dicono comunemente Suar., Castrop., Salm., Concina, e Benedetto XIV., che l'amministrazione di questo sagramento ad un sano, non solamente è illecita, ma anche invalida. Né osta il rito greco, come oppone Giovenino, secondo il quale nel giovedì santo s'ungono tutti gli astanti coll'olio degl'inferi; poiché risponde Benedetto, che tale unzione non si come sagramento, ma come mera cerimonia sagra5. E così parimente diciamo colla sentenza più comune di Suarez, Castropalao, Bonac ec. (contro Wigandt), che dandosi l'e. u. ad un infermo di morbo non grave, non solo si darebbe illecitamente, ma anche invalidamente6. Ma si dimanda per 1. In qual grado di morbo debba e possa darsi l'estrema unzione. Quando v'è il pericolo di prossima morte, allora non si dubita, che non solo si può, ma deesi dare secondo il rituale: Debet hoc sacramentum infirmis praeberi, qui tam graviter laborant, ut mortis periculum imminere videatur. E secondo la comune de' dd. col catechismo romano7 pecca gravemente il parroco, che differisce di dar l'e. u. sino che l'infermo perda i sensi; poiché così vien quegli ad esser privato del frutto che avrebbe potuto ricevere per la salute così dell'anima, così del corpo: Gravissime peccant (dice il catechismo) qui illud tempus aegroti ungendi observare solent, cum iam omni salutis spe omissa, vita et sensibus carere incipiat. E perciò Benedetto XIV. in Euchol. graecor., o sia rituale assegnato


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a' greci1, precetta, che questo sagramento diasi quando gl'infermi stanno in sensi, dum sibi constant, et sui compotes sunt. Ciò corre in quanto all'obbligo di dar l'e. u. Ma in quanto al potersi dare lecitamente, dicono comunemente i dd., esser sufficiente, che l'infermità sia pericolosa di morte, benché rimota. Così Suar., il quale dice: Ut ex tali infirmitate mors possit moraliter timeri, saltem remote. E lo stesso tengono Laym., Castrop., Bonac., Coninch., Escob., Salmat ed altri. Lo stesso dicono Benedetto XIV.2 ed Onorato Tournely3, che adduce anche in ciò il concilio d'Aquisgrana e di Magonza. E ciò chiaramente si ricava così dal concilio fiorentino, dove si dice: Subiectum huius sacramenti esse infirmum, de cuius morte timetur: come dal tridentino4, dove: Hanc unctionem infirmis adhibendam, iis vero praesertim qui in exitu vitae constituti videantur. La particola ivi praesertim ben dinota, che può darsi l'e. u. anche agli altri infermi, che non sono in fine di vita. Ma più chiaramente ciò vien confermato da Benedetto XIV. nella mentovata bolla5 dove dicesi: Ne sacramentum e. u. ministretur bene valentibus, sed iis dumtaxat qui gravi morbo laborant. Onde ben dice Castropalao, che ogni qual volta può darsi all'infermo il viatico, può, ed è spediente darsi anche l'e. u. Giustamente nonperò dicono lo stesso Castropalao e Layman, che per darsi non basta il solo pericolo dubbio di morte, ma vi bisogna almeno il pericolo probabile, o sia il prudente timor della morte; come per altro comunemente ammettono Suar., Castrens., Escob. ed Holzman con Manstrio e Scoto. Si dimanda per 2. se possa darsi l'e. u. alle donne partorienti. Si risponde con Lugo, Fill., Bon., Escob., Trull. ed altri comunemente, che no, se la donna patisce nel parto solamente di dolori comuni, ancorché sia il primo parto, o benché altre volte sia stata in pericolo di morte. Altrimenti poi, se patisce dolori gravissimi, sicché attualmente stesse (come si è detto) nel pericolo di morire6.

8. Si noti per 2. quel che dice il rituale romano circa la ripetizione di questo sagramento: In eadem infirmitate hoc sacramentum iterari non debet, nisi diuturna sit, ut cum infirmus convaluerit, iterum in periculum mortis incidit. Sicché quando l'infermità non è diuturna, cioè non d'etisia, idropisia, o simile, non può essere di nuovo estremato l'infermo, se non è guarito, e di nuovo sia ricaduto nel pericolo prossimo di morte. Quando poi è diuturna, s'egli è restato nello stesso pericolo imminente, neppure può essere estremato di nuovo; altrimenti poi, se fosse già uscito da tal pericolo (e non per 4. o 5. giorni, ma per tempo notabile, come dicono comunemente Coninch., Suarez, Wigandt, Bonac. , Viva, ec.), e poi si trovasse di nuovo in quello. E ciò saviamente dice Benedetto XIV.7 può lecitamente praticarsi anche nel dubbio (s'intende positivo), che sia mutato lo stato dell'infermo8.

9. Si noti per 3., in quanto alla disposizione dell'anima, che se l'infermo sta in peccato mortale, deve avere almeno la contrizione riputata per ricevere questo sagramento. Ma ciò s'intende, se non vi fosse tempo da confessarsi: altrimenti, come ben avverte Busembao, dee prender prima il sagramento della penitenza, come più necessario; ond'è, che questo caso è moralmente impossibile: solamente potrebbe succedere, se l'infermo avesse perduti i sensi. Del resto, come dice il rituale, e secondo l'uso della chiesa, se il tempo e la condizione dell'infermo lo permette, non se gli dee dare l'e. u., se non dopo che si è confessato e comunicato. Il prendere non però questo sagramento avanti il viatico, o non è alcun peccato, o al più è veniale; Suar., La-Croix, e Bened. XIV9.


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10. Si noti per 4., che l'estr. u. non dee darsi a' fanciulli che non sono ancora capaci di ragione, come dice s. Tommaso1, ed anche il rituale rom., perché negl'infanti non può verificarsi la forma, in cui s'esprime il perdono del peccato, non già originale (essendo questo già rimesso dal battesimo), ma attuale: Indulgeat tibi Dominus quidquid deliquisti ecc. All'incontro è sentenza più comune e molto più probabile con Laym., Navarro, Suar., Val., Sa, Escob., Sporer, e Bened. XIV.2 contro Soto, Vivaldo ecc., che dee darsi l'e. u. a' fanciulli capaci di ragione, benché non sieno ancora capaci della comunione; mentre nel rituale espressamente si dice: Debet hoc sacramentum infirmis praeberi, qui ad usum rationis pervenerint. osta s. Tommaso nel luogo citato, dove dice, Non debet dari pueris; poiché s'intende degl'incapaci di ragione, mentre la ragione che ivi assegna il santo, non è altra, se non perché quelli non sono capaci di peccato attuale. Se poi possano estremarsi i fanciulli, de' quali si dubita, se ancora abbiano o no l'uso di ragione, vi sono diverse opinioni; ma la più probabile parmi quella di Lugo, Escob., Dicast. ecc., che dicono, doversi tali fanciulli ungersi sotto condizione, bastando a ciò la causa, che quelli non restino privi del frutto di questo sagramento, se forse già son giunti ad esserne capaci3. E lo stesso dicesi de' pazzi, de' quali si dubita, se mai abbiano avuto l'uso di ragione4.

11. Si noti per 5., che non dee farsi l'e. u. a' pazzi perpetui; dico perpetui, perché se hanno qualche luce d'intervallo, ben possono ungersi, come insegna s. Tommaso; anzi dice il rituale: Infirmis qui, dum sana mente essent, illud petierunt, seu verisimiliter petiissent, seu qui dederint signa contritionis, etiamsi deinde loquelam amiserint, vel amentes effecti sint, vel delirent, aut non sentiant, nihilominus praebeatur. Ma se si sospetta che l'infermo, per la frenesia che patisce, potesse fare qualche cosa contro la riverenza del sagramento, non deve ungersi, nisi (dice il rituale) periculum tollatur omnino. Questo pericolo non però dice probabilmente Tamburino, che ben può togliersi con ligare l'infermo, o farlo tenere da altri. Gli ubbriachi che stanno prossimi a morire, anche debbono ungersi, come dicono La-Croix, Gobato, e Lochner, purché non consti, che siano in peccato mortale; dice il rituale: Impoenitentibus, et qui in manifesto peccato mortali sunt, et excommunicatis penitus (sacramentum) denegetur. Dicono nondimeno Coninch., Tamb., Lochner, e Croix, che i feriti in qualche rissa, stando privi de' sensi, ben possono estremarsi sotto condizione; mentre ben può presumersi, che in quello stato estremo si pentano de' loro peccati, se hanno l'uso di ragione. I muti poi, i sordi, ed i ciechi dalla nascita senza dubbio debbono estremarsi, anche ne' sensi di cui son privi; perché sebbene con quelli non avessero peccato esternamente, nondimeno han potuto peccare con l'intenzione; così comunemente Possev., Diana, Prepos. ecc., con s. Carlo Borromeo e s. Tommaso5, checché si dicano La-Croix e Gobato6.

12. Si dimanda qui, se l'infermo sia obbligato sotto colpa grave a prendere l'estrema unzione. La prima sentenza l'afferma con s. Bonavent., Soto, Merbes., Roncaglia, Habert, e Concina, dicendo, che le parole dell'apostolo, inducat presbyteros, importano grave precetto. Ma la sentenza più comune lo nega con Suar., Navar., Estio, Silvio, Sambovio, Castro., Salmat. ecc., a' quali aderisce s. Tommaso7, il quale dice, che così la cresima, come l'e. u. non sono de necessitate salutis. Con tutto ciò io stimo molto probabile ancora la prima sentenza, e dico, che quella deve in ogni conto persuadersi agl'infermi, non tanto per ragione del precetto, poiché di quello almeno non


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consta se obblighi sotto colpa grave, o leggiera; quanto per ragione della carità che deve esercitare il moribondo verso se stesso; poiché quantunque possa egli fortificarsi con altri mezzi, trovandosi nondimeno in tale stato, da una parte si trova molto debole colla mente ad aiutarsi con atti buoni: dall'altra parte (come dice il tridentino) allora le insidie del demonio sono può veementi; onde par che si esponga ad un gran pericolo di cedere alle tentazioni chi trascura di rinforzarsi con questo sagramento, istituito a posta da Gesù Cristo per aver forza di resistere in quell'ultimo conflitto. Tutti poi convengono, che per accidente può esser tenuto l'infermo con obbligo grave a prender questo sagramento, v. gr. s'egli non potesse prenderne altri, e stesse in peccato mortale; o pure se altrimenti s'inducessero gli altri a credere, ch'egli fosse eretico, o che disprezzasse il sagramento. Ed è certo ancora, che un tal disprezzo sarebbe colpa grave, quando fosse formale; formale nonperò s'intende, come dicono comunemente Suar., Castrop., Sa, Salmat. ecc., contro Merbesio, quando l'infermo non solamente ricusasse l'e. u. per qualche ripugnanza, o per negligenza, ma quando propriamente la lasciasse per lo poco conto che ne fa. Ciò si conferma dalla bolla di Martino V., dove si dice: Hoc sacramentum neque negligi sine culpa, neque contemni posse sine peccato mortali. Ecco che qui ben si dinota, che il disprezzo importa colpa grave, ma non così grave la negligenza, parlando per sé1.

13. V. In quanto finalmente all'amministrazione di questo sagramento, si noti per 1., che secondo il rituale deve il sacerdote far apparecchiare una mensa con tovaglia bianca, ed un vaso, in cui sieno sette globetti di bombace per astergere le parti unte: una midolla di pane per nettare le dita: l'acqua per lavarsi le mani dopo l'unzione: una candela di cera che gli faccia lume mentre unge. Dalla chiesa poi egli si parta almeno con un chierico che porti la croce (ma senza asta), l'acqua benedetta coll'aspersorio, e 'l rituale, ed esso sacerdote senza suono di campanello vada portando decentemente il vaso dell'olio chiuso in una borsa di seta di color violaceo. Che se poi il cammino fosse lungo, o dovesse andare a cavallo, può portare la detta borsa appesa al collo. Avverte il rituale, che se l'infermo dopo la confessione sta vicino a spirare, allora può lo stesso sacerdote che porta il viatico portare anche l'olio santo. Ma se potesse aversi altro sacerdote o diacono che lo portasse per lui, vestito con cotta, lo porti quegli appresso il sacerdote che porta il viatico. Si noti per 2., esser peccato mortale dare l'estrema unzione senza cotta e stola. Se poi scusi da ciò la necessità, lo negano Suar., Castrop., e Bon., poiché (come dicono) la riverenza al sagramento dee preferirsi all'utile privato; ma ciò non ostante, probabilmente l'affermano Possev., Croix, Escobar, Quintanad., Diana, e Leandro, in caso che l'infermo altrimenti morirebbe senza il sagramento, mentre non si presume, che il Signore per mancanza delle sagre vesti voglia che l'infermo sia privo d'un tanto aiuto2. Così anche è colpa grave, parlando per sé, omettere le orazioni prescritte nel rituale, come dicono tutti; s'intende ancora fuori di necessità, perché se mai v'è pericolo di morte imminente, dice il rituale, che l'infermo cito ungatur, et deinde si supervivat, dicantur orationes praetermissae. S'intende di più delle orazioni che ha da dire il sacerdote; poiché i salmi penitenziali, o le litanie colle preci seguenti, che si han da dire dagli astanti mentre s'unge l'infermo, più probabilmente (contro altri) dice Tamburino, che sono solamente di consiglio, poiché dal rituale non si ordina a recitarle, ma solo ivi si dice: Dum infirmi sacro liniuntur oleo, dicantur flexis genibus ab adstantibus3. Si noti per 3., non esser colpa grave il portare l'olio, o amministrarlo senza lume; così Barbosa, Possev., Quintan.,


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Escob. ec. O pure senza ministro; anzi di ciò dicono Bonac., Escob., Possev., ec., non esservi alcun precetto; ma io stimo che vi sia, mentre dice il rituale Convocatis clericis, saltem uno; onde fuor di necessità sarebbe colpa veniale ungere senza ministro, come dicono Toledo, Dicast., Graff. ec. Così anche sarebbe veniale dare il sagramento senza ungere in modo di croce1. Si avverta per ultimo, che in tempo d'interdetto sta proibito di darsi l'estrema unzione dal cap. Quod in te, de poenit.




3 Sess. 14. can. 1.



4 Ibid. can. 2.



1 Supp. q. 30. a. 1.



2 Lib. 6. n. 731.



3 N. 6. not. 2. et n. 707. Qu. 2.



4 De synod. lib. 8. c. 6. n. 6.



5 Lib. 6. n. 728. in fine.



6 N. 708.



7 Supp. q. 29. a. 5.



8 Sess. 14. cap. 1.



9 Lib. 6. n. 709. dub. 1.



1 Lib. 6. n. 709. dub. 2.



2 Ibid. dub. 3.



3 Ibid. dub. 4.



4 N. 710.



5 Suppl. q. 30. art. 1. ad 3.



6 Lib. 6. n. 707. Qu. 1.



7 N. 710.



8 Suppl. q. 32. art. 6.



1 Lib. 6. n. 710. v. Certum.



2 N. 711.



3 Suppl. q. 29. art. 8.



4 Lib. 6. n. 711. dub. 1.



5 Ibid.



6 Lib. 6. n. 724.



1 Act. Mediol. p. 4.



2 Lib. 6. n. 722. et 723.



3 N. 729.



4 N. 730.



5 N. 712. et 713.



6 N. 713. dub. 9.



7 De extr. unct. §. 9.



1 Vedi nel bullario tom. 4. bolla 53. §. 46.



2 De synod. lib. 8. cap. 7. n. 2.



3 De sacr. conf.,



4 Sess. 14. cap. 3.



5 Euchol. cit. §. 46.



6 Lib. 6. n. 713. dub. 3.



7 D synod. lib. 8. c. 8. n. 4.



8 Lib; 6. n. 715.



9 N. 716.



1 Suppl. q. 32. ad 4.



2 De synod. lib. 8. c. 8. n. 2.



3 Lib. 6. n. 719.



4 N. 732.



5 Supp. q. 32. a. 7.



6 Lib. 6. n. 732.



7 In 4. dist. 21. q. 1. a. 1. q. 3. ad 1.



1 Lib. 6. n. 733.



2 N. 726.



3 N. 727.



1 Lib. 6. n. 728.






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