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S. Alfonso Maria de Liguori
Istruzione e pratica pei confessori

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Capo XXI - Della carità e prudenza del confessore

1. Della carità del confessore nell'accogliere il penitente.

2. Nel sentirlo.

3. In avvertirlo.

4. Della prudenza in interrogare, ammonire, e disporre.

5. Rimedi generali.

6. Rimedi particolari.

1. Quattro sono gli offici che deve esercitare il buon confessore di padre, di medico, di dottore, e di giudice. Di ciò che s'appartiene all'officio di dottore e di giudice abbastanza n'abbiamo parlato nell'opera in tutte le avvertenze sinora date. Resta a parlare dell'officio di padre, a cui s'appartiene la carità, e dell'officio di medico, a cui s'appartiene la prudenza. Il confessore, per adempire la parte di buon padre, deve esser pieno di carità. E primieramente deve usar questa carità nell'accoglier tutti; poveri, rozzi, e peccatori. Alcuni confessano solamente le anime divote, o solo qualche persona di riguardo, perché non avranno l'animo di licenziarla; ma se poi s'accosta un povero peccatore, lo sentono di mala voglia, ed infine lo licenziano con ingiurie. E quindi succede, che quel miserabile, il quale a gran forza sarà venuto a confessarsi, vedendosi così mal accolto, e discacciato, piglia odio al sagramento, si atterrisce di più confessarsi, e così diffidandosi di trovare chi l'aiuti, e l'assolva, s'abbandona alla mala vita ed alla disperazione. Non fanno così i buoni confessori: quando si accosta un di costoro, se l'abbracciano dentro il cuore, e si rallegrano , quasi victor, capta praeda, considerando di aver la sorte allora di strappare un'anima dalle mani del demonio. Sanno che questo sagramento propriamente non è fatto per l'anime divote, ma per i peccatori: giacché le colpe leggiere, per essere assolute, non han, bisogno dell'assoluzione sagramentale, ma possono cancellarsi in diversi altri modi. Sanno, che Gesù Cristo si protestò dicendo: Non veni vocare iustos, sed peccatores3. E perciò vestendosi di viscere di misericordia, come sorta l'apostolo, quanto può infangata di peccato trovano quell'anima, tanto maggior carità cercano d'usarle, affin di tirarla a Dio, con dirle per esempio: Orsù allegramente, fatti ora una bella confessione. tutto con libertà; non ti pigliar rossore di niente. Non importa che non ti sii appieno esaminato, basta che mi risponda a quel che io ti dimando. Ringrazia Dio, che t'ha aspettato sinora. Mo hai da mutar vita. Sta allegramente, che Dio ti perdona certo, se hai buona intenzione; a posta t'ha aspettato per perdonarti. su allegramente, ec.

2. Maggiormente poi deve il confessore usar carità nel sentirlo. Bisogna pertanto, ch'egli si guardi di mostrar impazienza, tedio, o maraviglia de' peccati che narra il penitente; se pure non fosse così duro e sfacciato, che dicesse molti e gravi peccati, senza dimostrarne alcun orrore, o rincrescimento; perché allora è di bene fargli intendere la loro deformità, e moltitudine, bisognando allora svegliarlo dal suo mortal letargo con qualche correzione. È vero, come dicono i dottori, che deve astenersi il confessore di far la correzione dentro le confessioni de' timidi, per timore, che il penitente si atterrisca, e lasci di dire gli altri peccati che tiene. Nulladimeno ciò s'intende, parlando regolarmente, ma del resto alle volte conviene non passar avanti, e far subito la correzione, precisamente quando il penitente si confessa di qualche peccato più enorme, o pure abituato, per fargl'intendere la gravezza di quel vizio, ma senza inasprirlo, né atterrirlo. Onde il confessore, dopo che l'ha corretto, per quanto è necessario, subito


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gli faccia animo a confessare gli altri peccati, con dirgli: Orsù, te lo vuoi levare questo vizio così brutto? sì eh? sta allegramente. tutto mo, non lasciare qualche peccato che tieni. Avessi da fare un sacrilegio? Questo sarebbe un peccato più grande di quanti n'hai fatti. tutto mo allegramente, e fatti una buona confessione, che Dio ti perdona.

3. In fine poi della confessione è necessario che il confessore con maggior calore faccia conoscere al penitente la gravezza e moltitudine de' suoi peccati, e lo stato miserabile di dannazione in cui si trova; ma sempre con carità. È vero, che allora può servirsi di parole più gravi per farlo entrare in se stesso, ma dee fargli conoscere, che tutto ciò che gli dice, non nasce da sdegno, ma da affetto di carità e di compassione; per esempio: Figlio mio, vedi che vita è questa di dannato? Vedi il male c'hai fatto? Che t'ha fatto Gesù Cristo che lo tratti così? se Gesù Cristo ti fosse stato il maggior nemico capitale, avresti potuto trattarlo peggio? un Dio ch'è morto per te! Ah se fossi morto in questo tempo, in questa notte, dove saresti andato? dove saresti mo? saresti dannato per sempre. Che ti pare? se seguiti a vivere così, ti potrai salvare? non lo vedi che sei dannato? Che te ne trovi di tanti peccati c'hai fatti? non lo vedi che hai un inferno qua, e un altro ? Orsù, figlio mio, finiscila mo; datti a Dio; basta quanto l'hai offeso. Io ti voglio aiutare quanto posso, vieni a trovarmi sempre che vuoi. Fatti santo mo; statti allegramente. Oh che bella cosa stare in grazia di Dio! ecc. S. Francesco di Sales per tirare i peccatori a Dio, specialmente costumava di far loro intendere la pace che godon quelli che vivono in grazia di Dio, e la vita infelice che fa chi vive lontano da Dio. Quindi l'aiuterà a far l'atto di dolore; e se quegli è disposto, l'assolverà con dargli i rimedi per emendarsi, di cui parleremo di qui a poco al n. 5. e 6. Se poi non può assolverlo, o stima espediente di differirgli l'assoluzione, gli assegni il tempo del ritorno con dirgli: Orsù t'aspetto il tale giorno, non lasciar di venire; portati forte, come ti ho detto, raccomandati alla Madonna, e vieni a trovarmi. Se io sto al confessionario, accostati, ch'io ti farò passare, o pure mandami chiamare, ch'io lascierò tutto per sentirti. E così ne lo mandi con dolcezza. Questa è la via di salvare i peccatori, trattarli quanto si può con carità; altrimenti quelli, se trovano un confessore austero, che li tratta con modi aspri, e non fa loro animo, pigliano orrore alla confessione, lasciano di confessarsi, e son perduti.

4. All'officio poi di medico s'appartiene la prudenza, la quale richiede, che 'l confessore, affin di ben curare il suo penitente, per prima s'informi delle cagioni e dell'origine di tutte le di lui infermità spirituali, interrogandolo dell'abito, delle occasioni di peccare, in qual luogo, in qual tempo, con quali persone ha peccato. E da ciò dee regolarsi a far le dovute correzioni, non tralasciandole con qualunque persona di riguardo, né co' principi, né co' magistrati, né co' prelati, parrochi, o sacerdoti, allorch'essi si accusano di colpe gravi, e con poco sentimento: con costoro debbonobene farsi le ammonizioni con più dolcezza e discrezione, ma con maggior fortezza e ponderazione; poiché i peccati di tali personaggi sono di maggior conseguenza per lo maggior danno che possono recare agli altri col loro mal esempio. E perciò con essi, se mancano al loro officio, dee farsi l'ammonizione, ancorché, stieno in buona fede. Cogli altri poi che stanno in qualche ignoranza incolpabile, se debba farsi l'ammonizione, quando non è profutura, vedasi quel che si disse al capo XVI. (parlando della confessione) dal num. 108. Indi presa la confessione, dee procedere il confessore a disporre coll'atto di dolore e proposito il penitente all'assoluzione. Avvertendo qui di nuovo quel che dicemmo al detto capo XVI. n. 105. in fin., che quando il penitente fosse indisposto, è tenuto il confessore (come dicono Suarez, Laym.,


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ed altri), a far quanto può per ben disporlo, senza prendersi pena che gli altri aspettano, o si partano. Già pure nello stesso capo XVI. n. 50. parlammo della prudenza che deve anche avere il confessore in imporre la penitenza secondo le forze spirituali del penitente, e di non caricarlo di maggior peso di quello che 'l penitente può portare. Ma sopra tutto deve attendere il confessore ad applicargli i rimedi opportuni a conservarsi il penitente in grazia di Dio.

5. Questi rimedi altri sono generali, altri son particolari per liberare il penitente da qualche particolar vizio. I generali, da insinuarsi a tutti, sono 1. l'amore a Dio, giacché Dio a questo sol fine ci ha creati; e con ciò diasi ad intendere la pace che gode chi sta in grazia di Dio, e l'inferno anticipato che prova chi vive senza Dio, colla ruina anche temporale che porta seco il peccato. 2. Lo spesso raccomandarsi a Dio e alla Madonna col rosario ogni sera, all'angelo custode, ed a qualche speciale santo avvocato. 3. La frequenza de' sacramenti; e che se mai cadono in colpa grave, subito si confessino. 4. La considerazione delle massime eterne, e specialmente della morte; ed a' padri di famiglia il far l'orazione mentale ogni giorno in comune con tutta la casa, almeno il dire il rosario con tutti i loro figli. 5. La presenza di Dio in tempo della tentazione, con dire Dio mi vede. 6. L'esame di coscienza ogni sera col dolore e proposito. 7. Agli uomini secolari l'entrare in qualche congregazione; ed a' sacerdoti incarichi con modo speciale l'orazione mentale (senza la quale difficilmente saran buoni sacerdoti); e 'l ringraziamento dopo la messa; almeno che si legga qualche libretto spirituale prima e dopo d'aver celebrato.

6. I rimedi poi particolari si assegneranno secondo la diversità de' vizi: per esempio, a chi ha tenuto qualche odio, s'insinui, che ogni giorno raccomandi a Dio quella persona con un Pater ed Ave; e quando si sente punto dalla memoria di qualche affronto ricevuto, si ricordi delle ingiurie ch'esso ha fatte a Dio. A chi è caduto in colpe d'impurità, il fuggire l'ozio, i mali compagni, e le occasioni; e chi è stato abituato per lungo tempo in questo vizio, dee fuggire non solamente le occasioni prossime, ma anche certe occasioni rimote, che per lui ch'è diventato così debole, saranno prossime. Costui specialmente non lasci di dire ogni giorno le tre Ave Maria alla purità della b. Vergine, mattina e sera, con rinnovare sempre avanti la sua immagine il proposito e la preghiera per la perseveranza; e procuri di frequentare la comunione (per quanto si può), che si chiama vinum germinans virgines. A chi è stato solito bestemmiare, s'insinui di fare per qualche tempo nove o cinque croci colla lingua a terra, e dire un Pater ed un Ave ogni giorno a que' santi che ha bestemmiati: ed ogni mattina in alzarsi rinnovi il proposito di aver pazienza nelle occasioni d'ira, e dica tre volte la mattina: Madonna mia, dammi pazienza; ciò servirà, non solo acciocché Maria Ss. l'aiuti, ma ancora acciò nelle occasioni si trovi l'abito fatto a dire le stesse parole; o pure si avvezzi a dire, mannaggia il peccato, mannaggia il demonio ec. Altri rimedi poi gli assegnerà il confessore colla sua prudenza, secondo le circostanze delle occasioni, delle persone, e de' loro impieghi.




3 Marc. 2. 17.






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