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S. Alfonso Maria de Liguori
Istruzione e pratica pei confessori

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Capo ultimo - Come dee portarsi il confessore con diversi generi di penitenti

1. a. 7. §. I. Di coloro che stanno in occasione prossima.

8. a 17. §. II. Degli abituati e recidivi.

18. a 31. §. III. Delle domande da farsi a' penitenti di trascurata coscienza; e I. Delle domande a' rozzi secondo l'ordine de' precetti.

32. II. Delle domande a' penitenti di diversi stati, e condizioni; e I. A' sacerdoti.

33. II. Alle monache.

34. III. A' giudici. IV. Agli scrivani. V. A' medici.

35. VI. A' cerusici e speziali. VII. A' negozianti. VIII. A' sartori.

36. IX. A' sensali, o venditrici.

37. X. A' barbieri e parrucchieri; e qui si parla de' giovani che accomodano la testa alle donne.


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38. a 42. §. IV. De' fanciulli e delle zitelle.

43. e 44. §. V. Delle persone divote.

45. e 46. §. VI. De' muti e sordi.

47. e 48. §. VII. De' moribondi.

49. e 50. §. VIII. De' condannati a morte.

51. a 54. §. IX. Degl'infestati da' demoni.

55. e 56. §. X. Delle donne.

§. I. Come deve portarsi con coloro che si ritrovano in occasione prossima di peccato.

1. La massima parte della buona direzione de' confessori affin di salvare i loro penitenti, consiste nel ben regolarsi con coloro che son nell'occasione di peccare, o pure che sono abituati, o recidivi. E questi sono i due scogli (occasionari e recidivi), dove la maggior parte de' confessori urtano, e mancano al lor dovere. Nel capitolo seguente parleremo degli abituati e recidivi; ora parliamo di coloro che stanno nell'occasione. È certo, che se gli uomini attendessero a fuggire le occasioni, si eviterebbe la maggior parte de' peccati. Il demonio senza l'occasione proprio poco guadagna; ma quando l'uomo volontariamente si mette nell'occasione prossima, per lo più, e quasi sempre il nemico vince. L'occasione specialmente in materia di piaceri sensuali è come una rete che tira al peccato, ed insieme accieca la mente, sì, che l'uomo fa il male, senza quasi vedere quel che fa. Ma veniamo alla pratica. L'occasione primieramente si divide in volontaria e necessaria; La voltaria è quella che facilmente può fuggirsi. La necessaria è quella che non può evitarsi senza danno grave, o senza scandalo. Per secondo si divide in prossima e rimota. La rimota è quella in cui l'uomo di rado pecca, o pure quella che da per tutto si ritrova. La prossima, parlando per sé, è quella nella quale gli uomini comunemente per lo più cadono: la prossima poi per accidens, o sia rispettiva, è quella che sebbene a riguardo degli altri non è prossima, per non esser atta di sua natura ad indurre comunemente gli uomini al peccato, nulladimeno a rispetto d'alcuno è prossima, o perché quegli in tale occasione frequentemente è caduto, o perché prudentemente può temersi, che cada per la sperienza avuta della sua fragilità. Alcuni dottori vogliono, che non sia occasione prossima, se non quella in cui l'uomo quasi sempre, o per lo più sia caduto; ma la più comune e più vera sentenza vuole, che l'occasione prossima sia quella nella quale alcuno frequentemente è caduto1. Ma in ciò bisogna ben avvertire, ciò che poc'anzi si è detto dell'occasione rispettiva, che siccome alle volte l'occasione, che a rispetto d'altri comunemente è prossima, a rispetto poi d'alcuno molto pio e cauto può esser rimota2; così all'incontro certe occasioni, che per gli altri comunemente sarebbero per sé rimote, saranno forse prossime per alcuno, il quale per le tante ricadute fatte, e per l'inclinazione a qualche vizio (specialmente s'è disonesto), si sarà renduto molto debole e facile a cadere; onde costui sarà obbligato a fuggire non solo le occasioni prossime, ma ancora quelle rimote che per lui sono prossime.

2. Del resto è certamente nell'occasione prossima 1. quegli che ritiene in casa propria qualche donna con cui spesse volte è stato solito peccare. 2. Quegli che frequentemente nel giuoco è caduto in bestemmie, o frodi. 3. Quegli che in qualche osteria o casa è stato solito cadere in ubbriachezze, o risse, o atti, o parole, o pensieri osceni. Or tutti questi tali non possono esser assoluti, se non dopo che han tolta l'occasione, o almeno se non prometton di toglierla, secondo la distinzione che si farà nel numero seguente. E così parimente non può assolversi alcuno, che andando a qualche casa, benché una volta l'anno, sempre ivi ha peccato: poiché a costui l'andare colà già è occasione prossima. Neppure possono esser assoluti quelli che sebbene nell'occasione non peccano, tuttavia sono di scandalo grave agli altri3. Aggiungon alcuni dd.4, e non senza ragione, doversi anche negare l'assoluzione a chi non lascia l'occasione esterna, quando v'è congiunto un abito vizioso, o pure una


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gran tentazione, o sia una veemente passione, ancorché sino allora non vi abbia peccato; poiché facilmente appresso vi può cadere, se non si allontana dall'occasione. Onde dicono, che se mai una serva fosse molto tentata dal padrone, ed ella si conoscesse facile a poter cadere, è tenuta a partirsi da quella casa, se liberamente può farlo, altrimenti è temerità lo stimarsi sicura.

3. E qui avvertano i confessori a non permettere agli sposi l'andare in casa delle spose, né alle spose, o a' loro genitori, l'ammettere gli sposi in casa; perché di rado succede, che tali sposi non pecchino, almeno con parole o pensieri, in tal occasione, mentre tutti gli aspetti e colloquii tra gli sposi sono incentivi al peccato, ed è moralmente impossibile trattare insieme, e non sentire gli stimoli a quegli atti turpi, che debbono poi succedere in tempo di matrimonio. Parlando poi generalmente di coloro che fanno all'amore, è vero, che non si debbono indistintamente condannare di peccato grave; ma ordinariamente parlando, dico, che questi difficilmente son fuori dell'occasione prossima di peccar mortalmente. Ciò si vede dall'esperienza, poiché di cento appena se ne troveranno due o tre esenti da peccati gravi: e se non al principio, almeno nel progresso; mentre tali amoreggianti prima discorrono per genio, indi il genio si fa passione, e la passione, radicata ch'è nel cuore, accieca e fa precipitare in mille colpe. Onde il gran cardinale Pico della Mirandola, vescovo Albanese, nella sua diocesi avvertì per editto i suoi confessori a non assolvere questi amoreggianti, se dopo essere stati ammoniti da altri per tre volte, non si fossero corretti da far all'amore, specialmente di notte, o per lungo tempo, o occultamente, o dentro le case, col pericolo facile di baci e toccamenti, o contro il precetto de' genitori, o quando l'altra parte prorompe in parole oscene, o con iscandalo, come se amoreggiassero in chiesa, o con coniugati, o claustrali, o chierici in sacris. Ed in ciò è bene generalmente avvertire, che dove si tratta di pericolo di peccati formali, e precisamente di peccati turpi, il confessore quanto maggior rigore userà col penitente, tanto maggiormente gioverà alla di lui salute. Ed all'incontro tanto più sarà crudele col suo penitente, quanto più sarà benigno in permettergli di porsi nell'occasione. S. Tommaso da Villanova chiama i confessori in ciò condescendenti, impie pios. Una tal carità è contro la carità. In questi casi sogliono i penitenti rappresentare al confessore che rimovendo l'occasione ne nascerà un grande scandalo: stia forte il confessore a non far conto di tali scandali; sempre sarà più scandalo il vedere il penitente neppure dopo la confessione toglier l'occasione. O gli altri ignorano il suo peccato, ed allora non faranno alcun sospetto di male; o lo sanno, ed allora più presto il penitente ricupererà la fama, che la perderà, con toglier l'occasione.

4. Dicono molti dd., che per la prima o seconda volta ben può assolversi alcuno che sta nell'occasione prossima, benché volontaria, anche prima di togliere l'occasione, purché abbia fermo proposito di subito rimuoverla. Ma qui bisogna distinguere con s. Carlo Borromeo (nell'istruzione data a' suoi confessori) le occasioni che sono in essere, come quando alcuno tiene la concubina in casa, o quando una serva cade tentata dal suo padrone, ed in casi simili; da quelle che non sono in essere, come chi nel giuoco cade in bestemmie, nelle bettole in risse ed ubbriachezze, nelle conversazioni in parole o pensieri disonesti ec. In queste occasioni di seconda sorta, che non sono in essere, dice s. Carlo, che quando il penitente promette risolutamente di lasciarle, può assolversi per due ed anche tre volte; che se poi non si emenda, dee differirsegli l'assoluzione, sino che in effetto si scorga, aver egli tolta l'occasione. Nell'altre occasioni poi di prima fatta che sono in essere, dice il Santo, che 'l penitente non deve assolversi,


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se prima non ha tolta affatto l'occasione, e non basta che lo prometta. E questa sentenza io ho tenuta e tengo per certa, ordinariamente parlando; e credo di averla chiaramente provata nel libro1. La ragione si è, perché un tal penitente è indisposto per l'assoluzione, se vuol egli riceverla prima di toglier l'occasione; poiché così facendo si mette nel pericolo prossimo di rompere il proposito fatto di rimuoverla, e di non adempire all'obbligo stretto che ha di toglier l'occasione. È certo, che pecca mortalmente chi sta nell'occasione prossima volontaria di peccato mortale, e non la toglie: or essendo quest'opera di toglier l'occasione una cosa molto difficile, che non si eseguisce se non per mezzo d'una gran violenza, questa violenza difficilmente se la farà chi già ha ricevuta l'assoluzione; mentre tolto il timore di non esser assoluto, facilmente si lusingherà di poter resistere alla tentazione, senza rimover l'occasione: e così restando in quella, certamente tornerà a cadere: come si vede tutto giorno colla sperienza di tanti miserabili, ch'essendo assoluti da confessori poco accorti, non tolgon poi l'occasione, e ricadono peggio di prima. Ond'è, che per ragione del suddetto pericolo di rompere il proposito pecca gravemente quel penitente, che riceve l'assoluzione prima di rimover l'occasione, e maggiormente pecca il confessore, che gliela .

5. Ho detto ordinariamente parlando, poiché n'eccettuano per prima i dd.2 il caso in cui dimostrasse il penitente tali segni straordinari di dolore, per cui potesse giudicarsi prudentemente non esser più in lui prossimo il pericolo di rompere il proposito di toglier l'occasione; mentre allora quei segni indicano, che 'l penitente ha ricevuta una grazia più abbondante colle quale può sperarsi che sarà costante in rimover l'occasione. Con tutto ciò, sempre che l'assoluzione potesse comodamente differirsi, io ancora in tal caso glie la differirei, sino che in fatti tolga l'occasione. Se n'eccettua per 2. il caso in cui il penitente non possa più tornare, o pure se non dopo molto tempo; allora ben può assolversi, se vede ben disposto col proposito di toglier subito l'occasione; perché in tal caso il pericolo di romper il proposito si reputa rimoto, per ragione del gran pericolo che dovrebbe soffrire il penitente, partendo senza l'assoluzione, o di ripeter la sua confessione ad altro sacerdote, o pure di star tanto tempo senza la grazia del sacramento; sicché stando egli allora in una moral necessità di ricever l'assoluzione prima di togliere l'occasione, ha egli ragione ad esser subito assoluto3; poiché non potendo costui toglier l'occasione prima dell'assoluzione, si reputa come stesse in occasione necessaria. Ma ciò neppure deve ammettersi, se 'l penitente è stato già da altro confessore ammonito a levar l'occasione, e non l'ha fatto; perché allora si ha come recidivo, e perciò non può essere assoluto; se non apportasse segni straordinari di dolore, come diremo nel §. seguente al n. 12.

6. Ciò è in quanto all'occasione prossima volontaria. Ma se l'occasione è necessaria, o fisicamente, come se alcuno stesse in carcere, o pure in punto di morte, in cui non avesse tempo e modo di discacciare l'amica; o mortalmente, cioè se l'occasione non potesse togliersi senza scandalo, o grave suo danno, di vita, di fama, o beni di fortuna, come comunemente insegnano i dd.4; in tal caso ben può essere assoluto il penitente senza togliere l'occasione; perché allora non è obbligato a rimoverla, purché prometta di eseguire i mezzi necessari a far che l'occasione da prossima diventi rimota, come sono specialmente nell'occasione il peccato turpe il fuggire la famigliarità, ed anche l'aspetto quanto si può del complice: il frequentar i sagramenti; e lo spesso raccomandarsi a Dio, con rinnovar ogni giorno (precisamente la mattina) innanzi l'immagine del Crocifisso la promessa di non più peccare,


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e di evitare l'occasione quanto è possibile. La ragione si è, perché l'occasione di peccare non è propriamente peccato in se stessa, né induce necessità di peccare; onde ben può consistere coll'occasione un vero pentimento e proposito di non ricadere. E sebbene ognuno è tenuto a togliersi dal prossimo pericolo di peccare ciò s'intende, quando egli spontaneamente vuole tal pericolo; ma quando l'occasione è moralmente necessaria, allora il pericolo per mezzo de' rimedi opportuni diventa rimoto, e Dio allora non manca di assistere colla sua grazia a chi veramente è risoluto di non offenderlo. Non dice la scrittura, che perirà chi sta nel pericolo, ma chi ama il pericolo; ma non può dirsi che ami il pericolo, che a questo soggiace contro sua voglia; onde disse s. Basilio1: Qui urgenti aliqua causa et necessitate, se periculo obiicit, vel permittit se esse in illo, cum tamen alias nollet, non tam dicitur amare periculum, quam invitus subire; et ideo magis providebit Deus, ne in illo peccet.

7. E da ciò dicono i dd., che ben son capaci d'assoluzione quelli che non vogliono lasciare qualche officio, negozio, o casa, in cui han soluto peccare, perché non possono lasciarla senza grave danno, sempreché son veramente risoluti d'emendarsi, e di prendere i mezzi per l'emenda; tali sono per esempio i cerusici che in medicar le donne, o i parrochi che in sentir le confessioni di donne son caduti in peccati, se lasciando questi impieghi non potessero vivere secondo il loro stato2. Ma tutti convengono , essere spediente in questi e simili casi il differir l'assoluzione, affinché il penitente sia almeno più attento a praticare i rimedi prescritti. Ma io stimo, che 'l confessore non solo può, ma è tenuto a far ciò, sempreché può farlo comodamente, specialmente quando si tratta di materia turpe, poich'egli è obbligato come medico dell'anime ad applicare loro i rimedi opportuni; e tengo, non esservi rimedio più atto a chi sta nell'occasione prossima, che differirgli l'assoluzione, essendo troppo nota l'esperienza di tanti, che dopo l'assoluzione trascurano i mezzi assegnati, e così facilmente ricadono. Dove all'incontro quando ad alcuno vien differita l'assoluzione, egli sarà più vigilante ad eseguire i mezzi, ed a resistere alle tentazioni, per lo timore di essere mandato di nuovo senz'assoluzione, per quando tornerà al confessore. Forse in ciò alcuno mi stimerà troppo rigido, ma io sempre ho così praticato e seguirò a praticare con coloro che stanno in occasione prossima, benché necessaria, e benché avessero segni straordinari di dolore, sempreché non avessi special obbligo di subito assolverli; e così stimo di molto più giovare alla salute de' penitenti. Oh volesse Dio, che da tutti si praticasse così; quanti meno peccati si commetterebbero, e quante più anime si salverebbero! Io torno a dire, che dove si tratta di liberare i penitenti dal peccato formale, deve il confessore avvalersi delle opinioni più benigne, per quanto concede la cristiana prudenza; ma dove le opinioni benigne fan più vicino il pericolo del peccato formale, come appunto avviene in questa materia delle occasioni prossime, dico, essere onninamente espediente, e per lo più necessario, che 'l confessore si avvaglia delle sentenze più rigide; poiché queste più giovano allora alla salute delle anime. Che se poi alcuno, stando nell'occasione necessaria, sempre ricadesse dello stesso modo, con tutt'i rimedi eseguiti, e con poca speranza d'emenda, dico allora, dovessi a costui in ogni conto negare l'assoluzione, se non toglie prima l'occasione3. E qui giudico ch'entri già il precetto del vangelo: Si oculus tuus scandalizat te, eiice eum4. Eccettoché se 'l penitente dimostrasse segni di tal dolore straordinario, che facesse apparire prudente speranza d'emenda5.




1 Lib. 6. n. 452.



2 Ibid.



3 Ibid. n. 452. v. Ex. praemissis.



4 Ibid.



1 Lib. 6. n. 454.



2 Ib. n. 454. v. Dixi tamen.



3 Ibid. 454. v. Excip. 2.



4 Ib. n. 455.



1 In const. men. c. 4.



2 Lib. 6. n. 455. in fin.



3 Ibid. n. 457.



4 Marc. 19. v. 46.



5 Lib. 6. n. 457. in fin.






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