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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettera I. ad un religioso amico

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Testo


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Ove si tratta del modo di predicare all'apostolica con semplicità, evitando lo stile alto e fiorito.

 

Molto Rev. Padre, Signore e Padrone Colendissimo.

VIVA GESÙ, MARIA E GIUSEPPE

 

Ho ricevuta la stimatissima di V.R., dove parlando di quel che io mi ritrovo scritto nella mia opera intitolata della Selva per gli esercizj a' preti, cioè che tutte le prediche le quali si fanno in chiesa, dove assistono dotti ed ignoranti, debbono esser fatte alla maniera semplice e popolare, mi scrive che ciò è stato criticato da un letterato, il quale dice che il sagro oratore dee bensì predicare con chiarezza e distinzione; ma non dee abbassarsi a dir con modo popolare, perché ciò è contra il decoro del pulpito, ed è un avvilire la parola di Dio. Questa proposizione mi ha fatto maraviglia, ma più ammirazione, e per dirla con sincerità da amico, anche scandalo è stato il leggere quel che ha soggiunto V.R. dicendo che le sembrava alquanto ragionevole l'opposizione fatta, poiché la predica dee avere tutte le parti dell'orazione, e non si dubita che una delle principali parti dell'orazione è il dilettare chi sente; e che perciò, dove l'uditorio è composto di rozzi e di letterati (i quali per altro son la parte più rispettabile) dee parlarsi in modo che anche i dotti restino allettati dalla predica, e non già nauseati da quel basso modo, qual è il popolare.

 

Or per dire pienamente ciò che io sento su questo punto, dico meglio, ciò che sentono tutti gli uomini savj e pii (come farò vedere), e per rispondere a tutto quel che possa opporsi in contrario, mi bisogna rivangare e ripetere molte cose da me già scritte nella mentovata Selva. E prendiamo il punto da' suoi principj. Non ha dubbio che per la predicazione s'è convertito il mondo dal paganesimo alla fede di Gesù Cristo: Quomodo autem (scrisse l'apostolo) audient sine praedicante? Ergo fides ex auditu, auditus autem per verbum Christi1. Or siccome la fede s'è propagata colla predicazione, così ancora colla predicazione si conserva, e così induconsi i cristiani a viver secondo le massime della fede; giacché non basta a' fedeli il solo sapere ciò che han da fare per salvarsi, ma è necessario ancora che col sentire la divina parola ricordino a se stessi le verità eterne, i loro obblighi, ed usino i mezzi opportuni per conseguire la loro salute eterna. Perciò s. Paolo ordinò a s. Timoteo che non lasciasse d'istruire e d'ammonire continuamente la sua gregge colle prediche: Praedica verbum, insta opportune, importune, argue, obsecra, increpa in omni patientia et doctrina2. E


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prima l'ordinò Iddio al profeta Isaia: Clama, ne cesses, quasi tuba exalta vocem tuam, et annuntia populo meo scelera eorum1. Ed a Geremia disse: Ecce dedi verba mea in ore tuo; ecce constitui te hodie super gentes, et super regna, ut evellas, et destruas etc.2. E lo stesso impose il Signore agli apostoli, e per essi a tutti i sacerdoti, chiamati all'officio di predicare: Euntes in mundum docete omnes gentes... servare omnia quaecumque mandavi vobis3. E se mai si danna un peccatore per mancanza di chi gli annunzii la divina parola, Iddio ne vuol conto da' sacerdoti, che potevano annunziargliela, e non l'han fatto. Si dicente me ad impium, morte morieris, non annuntiaveris ei... ipse impius in iniquitate sua morietur, sanguinem autem eius de manu tua requiram4.

 

Ma veniamo al punto. La proposizione mia è questa: dove l'uditorio è composto di letterati e di ignoranti, la predica (non parlo qui delle orazioni funebri, né de' panegirici, benché di questi ne dirò qualche cosa appresso) dico, la predica dee esser fatta con modo semplice e popolare. Questa proposizione non solo è mia, ma è del celebre Lodovico Muratori, che è stato per sentimento comune uno de' primi letterati dei nostri tempi; né può dirsi che un tal soggetto riprovasse l'altezza e la politezza dello stile, forse perché ne fosse poco inteso, mentre tutto il mondo sa, e si vede dalle sue opere, di qual alto ingegno egli sia stato, e quanto ancor perito circa la coltura della lingua toscana. Egli nel suo aureo libro dell'Eloquenza popolare, che già va per le mani di tutti, asserisce la mentovata proposizione o dottamente la prova. Io qui restringerò in breve ciò che l'autore a lungo, ma dispersamente ivi scrive su questa materia; e lo noterò colle sue medesime parole, mutandone appena alcuna, per maggiore chiarezza di quel che l'autore dice più distesamente. E non lascierò di citare anche i luoghi del suo libro, secondo cadono, acciocché niuno sospetti che io vi apponga cosa di mia invenzione.

 

Egli nel capitolo II. distingue l'eloquenza sublime o la popolare. E parlando de' professori della sublime, dice: «Voi trovate ne' ragionamenti loro copiosa dottrina teologica, ingegnose riflessioni, fiori di acutezze, di amplificazioni pompose; uno stile sollevato, ben contornati periodi, tropi frequenti e figure: in una parola, tutto ciò che gli antichi oratori profani adoperavano nelle cause loro. Tutti lisci e addobbi che affogano la bellezza della parola di Dio. Eloquenza popolare noi chiamiam quella, con cui i ministri di Dio, assoggettando l'ingegno all'intendimento ordinario del popolo, così gli parlano, che ognuno comprende i loro sentimenti. Se poi la dottrina è profonda, la sminuzzano, figurandosi d'esser uno di coloro che non hanno studiate lettere, e gli stanno a sentire. Nella tela de' loro ragionamenti non trovate già lunghi periodi che obbligano l'uditorio a troppa attenzione, per ritenere il contesto di tante concatenate parole, il principio delle quali è sì lontano dal fine. Però si servono di brevi periodi, né fanno pompa di sentenze acute».

 

Nel capitolo poi IV. metto elle anche nelle città predicandosi al popolo


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dee sempre anteporsi alla sublime la popolare eloquenza. Ecco com'egli ivi dice: «Nelle città buona parte del popolo concorre ad ascoltare la parola di Dio. Di tanta gente non v'ha ordinariamente un terzo d'intendenti, il resto è d'ignoranti che non capiscono i discorsi ingegnosi, ed anche molte parole forestiere al lor dialetto. Ora il predicatore che fa un elevato ragionamento sazia l'appetito di pochi, ma lascia digiuna la maggior parte dell'uditorio. Ciò posto, chiederà il Signore o no ad essi conto del loro sforzo per addottrinare il poco numero degl'intendenti, senza aver cura della maggior parte che non l'intendono? e degli altri che non vengono alle loro prediche, perché il predicatore non si fa intendere? S. Paolo scrisse: Sapientibus et insipientibus debitor sum1. E così anche è debitore il predicatore».

 

Al capitolo V. dice: «La popolare eloquenza può giovare e piacere anche agl'intelletti alti. Anzi quando il predicatore parla con istile alto e fiorito, chi pur l'intende, si ferma a gustare, ad ammirar l'ingegno di lui, e poco o nulla attende al suo profitto. All'incontro i dotti anche lodano un predicatore, che per fine di giovare a tutti si fa intender da tutti, sminuzzando loro la parola di Dio. Non loderanno l'ingegno, ma il suo fervore, con cui senza far mostra d'ingegno unicamente tende a giovare all'anime. Questa è la vera gloria a cui dee aspirare il sagro oratore. Anche i dotti che desiderano ricavar frutto dalla predica, cercano non chi diletti le loro menti, ma chi guarisca il loro spirito. E perciò a chi predica con modo popolare sogliono concorrere dotti ed ignoranti, perché ciascun vi trova quel pane che loro bisogna. E perché mai concorrono i dotti agli esercizj spirituali, e da essi raccolgono più frutto che dalle prediche? È perché negli esercizj vi si presentano le verità schiette. È vero che nelle prediche si usa più di eloquenza, ma dee usarsi quell'eloquenza che giova a tutti, a' letterati e rozzi; e qui si richiede più ingegno, che nel piacere e giovare solamente a chi sa».

 

Al capo VI. dice: «I precetti della rettorica si accordano anche coll'eloquenza popolare, poiché l'ordinario impiego de' predicatori è riposto nel genere deliberativo, cioè in cercar di persuadere al popolo l'amore delle virtù, e l'abborrimento dei vizj, facendovi entrare anche l'istruzione». Indi citando Quintiliano che dice: Apud populum, qui ex pluribus constat indoctis, secundum communes magis intellectus loquendum2, soggiunge: «Il popolo è composto per lo più d'ignoranti; se voi gittate a questo popolo dottrine e riflessioni astruse, e vi valete di parole e frasi lontane dal comune intendimento, che profitto sperate da gente, che non arriva ad intendervi? Dice il medesimo Quintiliano3: Otiosum sermonem dixerim, quem auditor suo ingenio non intelligit. Perciò non sarà mai secondo le regole e secondo la vera eloquenza il costume di coloro, che invece di confarsi col fievole intelletto di tanti loro uditori, sembra che studino di farsi capire da' soli dotti, quasiché si vergognino di farsi intendere anche dalla povera gente, la quale non ha minore dritto alla parola di Dio, che i sapienti. Tanto più che 'l predicatore cristiano è obbligato


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di parlare a ciascuno del suo uditorio in particolare, come non vi fosse altri che l'ascoltasse, perché a questo fine ciascuno concorre alla predica, per esser mosso al bene, e ritirato dal male. Al certo chi coll'altura de' ragionamenti suoi non cura d'esser inteso da tutti, egli tradisce l'intenzione di Dio, e l'obbligo suo, e 'l bisogno d'una gran parte de' suoi uditori. Quid enim prodest (dice s. Agostino) dictionis integritas, quam non sequitur intellectus audientis

 

Al capo VII. dice: «L'ingegno e 'l diletto ha luogo anche nell'eloquenza popolare. Questa è la differenza: l'eloquenza sublime gioverà solo a' dotti, la popolare anche a' rozzi. Ma anche a questa convengono le figure, la distribuzion delle ragioni e l'altre parti dell'arte oratoria. V'ha da lavorare l'ingegno, ma senza apparire. Appunto come fa un saggio padre per correggere i figli, o un buon superiore i suoi sudditi con un discorso famigliare. Sicché siccome un dotto cercherebbe di persuadere in privato un uomo del volgo, così il predicatore ha da parlare al popolo. Ed allora colpirà tanto il dotto quanto l'ignorante. E quanto al dilettare, anche la popolare eloquenza può recar piacere ad ogni condizion di persone. Due sono i diletti che provar si possono in udir la parola di Dio. Il primo consiste nell'osservare belli ornamenti, ingegnose riflessioni, periodi contornati, ed altri artifizj, che fan dire, che uomo valente e questi? viva, e viva. L'altro diletto è quello che trovasi nel sentirsi commosso dal predicatore con profitto dell'anima. Se altro diletto non si ricava che 'l primo, voi avete perduta la predica. Col solo fine di divenir buono o migliore dee sentirsi il predicatore. Questo è il solo piacere. E questo più facilmente può ottenersi dall'orator popolare, perché ognuno bada alla forza del suo dire, senza essere distratto dalla considerazione degli ornamenti dell'ingegnoso oratore».

 

Parlando poi il Muratori al cap. VII. dell'eloquenza usata da' s. padri, e particolarmente parlando di s. Pier Grisologo, lo loda per la chiarezza, ma poi dice così: «Tutta volta avendo egli messo tutto il suo sforzo in rendere fiorito quel suo stile con contrapposti ed ingegnose riflessioni, attese bensì a dilettar molto i suoi uditori: ma non già a portare con forza la verità, ed a muovere il loro cuore. Si acquistò veramente il titolo di Grisologo, cioè di aureo dicitore; ma se lo meritasse, dubitar se ne potrebbe». Parlando poi degli altri padri dice al cap. VIII. «I primarj padri e più celebri della chiesa di Dio han preferita la popolare eloquenza alla sublime. Ne scelgo tre, cioè s. Basilio, s. Giovanni Grisostomo, e s. Agostino, tutti maravigliosi ingegni. S. Basilio avea studiata l'eloquenza sotto Libanio in Atene. Chi legge le sue omelie non vi trova stile pomposo, ma piano e chiaro. E si vede ivi che lo scopo suo era di giovare ad ognuno. Di s. Agostino, che fu di sì grande ingegno e maestro di rettorica, è facile l'accorgerci che anch'egli gran premura avea di farsi intendere da tutti. Egli famigliarmente parla al popolo, usando un dir conciso, con interrogazioni e figure, che cadono nell'usuale ragionar degli uomini. Scappa fuori l'ingegno di quel grand'uomo, ma il suo dire ingegnoso serviva a render chiare


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le cose oscure; sicché niuno restava escluso dall'intendere le di lui riflessioni. In s. Giovan Grisostomo poi abbiamo il vero modello del predicator cristiano. Niun meglio di lui istruisce, convince e muove, senza che spenda mai parole o sentimenti ingegnosi per dilettare. L'uditore ne riporta sempre il diletto d'aver imparato quel che s'ha da fuggire o seguire nella vita del cristiano. Ciò basta per conchiudere i vantaggi dell'eloquenza, che sa così dimenticar l'argomento, che arrivi all'intelletto ed al cuore de' dotti e degl'ignoranti. Per la stessa via camminarono s. Efrem, s. Gregorio Nisseno, s. Gregorio il Grande, s. Massimo, s. Gaudenzio. È vero che s. Ambrogio parlava bene spesso astruso, ma non abbiamo le prediche sue che recitava al popolo. Egli riduceva in trattati o libri le cose predicate dal pulpito, e v'aggiungea varj ornamenti, senza che apparisse la forma primaria de' popolari suoi ragionamenti. E già s. Agostino di lui attesta, ch'egli esponea tutto in modo utile la parola di Dio al popolo».

 

Fin qui ha parlato il Muratori delle prediche che si fanno unitamente a' dotti ed a' rozzi; ma parlando di quelle che si fanno al solo popolo ignorante nel cap. XII. dice così: «I predicatori alla gente di villa o plebe della città non solo debbon guardarsi dall'eloquenza sublime, ma anche son tenuti scegliere (si noti) la più popolare, anzi l'infima, affin di proporzionare il loro dire al grossolano intendimento altrui. Fa d'uopo che allora il predicatore si figuri d'esser un villano a cui altri voglia insegnare o persuadere qualche cosa. Pertanto più che mai s'ha da usare il famigliar ragionamento; non tesser periodi ma valersi del dir conciso, e talvolta d'interrogazioni e risposte. Tutto l'ingegnoso di tali prediche dee consistere in trovar quelle maniere di dire e figure, che soglion far breccia nel discorso usuale, senza però declinare alla soverchia bassezza. S. Agostino parlando de' predicatori dice: In omnibus sermonibus suis maxime, ut intelligantur, elaborent, ut (aut multum tardus sit, qui non intelligat) non in nostra locutione sit causa, quod dicimus, quod non possit intelligi1. Per la stessa ragione si guardi dalle riflessioni sottili e alte. Taluni predicano anche a' rozzi, da zibaldoni tirano fuori filze di ss. padri, ed anche dalla teologia scolastica prendono qualche bella tirata, e così credono d'aver fatto un eccellente lavoro; ma con che profitto del popolo rozzo? La povera gente va colà per esser ammaestrata ne' suoi doveri. I poveri idioti, quando si predica a modo loro, si osserva come tutti tengono le orecchie tese e gli occhi fissi al predicatore, specialmente quando si viene al particolare e si propongono i rimedj a' loro morbi spirituali. Conviene specialmente, parlando al popolo basso, addurre fatti ed esempj de' santi ricavati dalle lor vite. Di più giova, e talvolta è necessario nella predica a' rozzi ripeter loro, e spiegar le cose della dottrina cristiana».

 

Finalmente al cap. XIV. conclude e dice: «Parlando al basso volgo conviene che 'l predicatore si abbassi sino a terra, altrimenti perderà tutta la sua mercanzia. Alle prediche poi ordinarie che si fanno nelle città per la quaresima e per l'avvento, concorrendo


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ivi diversa sorta di gente, il predicatore si attenga più tosto all'eloquenza popolare, che alla sublime, ricordandosi che parla al popolo composto di pochi dotti, e di molti ignoranti. Qualora il popolo è rimasto poco istruito e poco mosso, poco ha guadagnato il predicatore. Né giova il dire che la gente stava pure attenta. Io ho veduti i contadini ascoltar a bocca aperta panegiristi, senza che ne capissero un minimo senso. All'incontro ho inteso predicatori, che usando l'infima eloquenza, lo facevano con tal grazia che rapivano il cuore de' più intendenti. Non si biasima l'eloquenza, ma si desidera quella che asconde l'ingegno, e tratta con tal forza e garbo le verità eterne, che del pari esca di chiesa istruito e mosso il letterato e l'ignorante. È necessaria la rettorica, non per riempir di frasche la predica, ma per apprendere il modo di persuadere e muovere gli affetti. Il predicatore usi le figure convenevoli, l'ordine delle ragioni, e simili documenti. Le parole sieno usuali, i periodi corti, faccia conoscere gli abusi, la forza degli abiti, e suggerisca i rimedj. In somma i predicatori che attendono a guadagnarsi plauso da' dotti col loro pomposo stile, ed alte dottrine e pensieri, se piaceranno agli uomini non piaceranno a Dio; ma se avran la mira di giovare a tutti, ed anche a' rozzi che gli ascoltano, piaceranno a Dio ed agli uomini».

 

Questo solo che dice il Muratori dovrebbe bastare ad ognuno, per vedere quale sia il vero modo di predicare per far profitto negli uditori. Ma per ciò confermare, giova aggiungere molte altre belle dottrine e riflessioni scritte da altri autori, e specialmente da' ss. padri. E prego V.R. ed ognuno a cui capiterà questa mia, a legger tutto, perché vi sono molte cose particolari utilissime per chi sta impiegato nelle prediche, e desidera guadagnare anime a Gesù Cristo. S. Basilio scrisse: Sacra schola praecepta rhetorum non sequitur1. Con ciò non volle già dire il santo che il sagro oratore non dee usare ne' suoi sermoni l'arte oratoria; ma che non dee seguitare quella vana eloquenza de' retori antichi, i quali nelle orazioni non cercavano che il proprio onore. Non si nega che in tutte le prediche dobbiamo avvalerci della rettorica; ma quale, dimando, è il fine principale che predicando dobbiamo avere nell'usar l'arte oratoria? certamente egli non è altro che di persuadere e muovere il popolo a mettere in esecuzione quel che noi predichiamo. Ciò appunto scrisse l'erudito marchese Orsi (nella sua pistola e al p. Platina circa la sua arte oratoria): Lo sforzo (disse) dell'eloquenza sta nel muovere, più che nel dilettare; perché il muovere più s'accosta, anzi si medesima col persuadere, ch'è l'unico oggetto dell'arte. Dice parimente il Muratori nel mentovato suo libro dell'eloq. pop. (di cui già di sopra ne abbiamo riferita la sostanza, e da quando in quando ne ripeteremo in breve più cose, secondo occorrerà; poiché i detti di questo grand'uomo non si possono disprezzare, come si disprezzerebbero i miei): egli dice: È necessaria la rettorica, non già per riempir di frasche la predica, ma per apprendere il modo di persuadere e muovere. E s. Agostino parlando del modo che dee tenere un sagro oratore dice: Aget quantum potest ut intelligatur


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et obedienter audiatur1 Dee predicare in maniera che non solo sia inteso, ma che sia anche ubbidito dagli ascoltanti ne' documenti che predica. Dice all'incontro s. Tomaso l'angelico, che il predicatore che mette il suo studio principale nel dimostrar la sua eloquenza, egli non tanto intende di veder imitate dal popolo le cose che dice, quanto di veder imitato se stesso nel suo bel dire: Qui eloquentiae principaliter studet, homines non intendit inducere ad imitationem eorum quae dicit, sed dicentis2.

 

Predicandosi per tanto ad un popolo misto di letterati e d'ignoranti, bisogna dire in modo che gli uditori intendano chiaramente tutto ciò che si predica, e si muovano a praticarlo. Quindi dee il predicatore evitare due cose, l'altezza de' concetti, e la soverchia polizia delle parole. Ed in quanto alla prima, oh volesse Dio che tutti i superiori facessero quel che scrive di s. Filippo Neri l'autor della sua vita3 che dice così «Comandò (il santo) a coloro che ragionavano, che non entrassero in materie scolastiche, né andassero cercando concetti troppo esquisiti, ma dicessero cose utili e popolari. Onde quando sentiva toccare cose troppo sottili o curiose, li facea scendere dalla sedia, ancorché fossero stati al mezzo del sermone. Finalmente diceva a tutti, che si stendessero in dimostrare la bellezza della virtù, e la bruttezza de' vizj, ma con istile piano e facile». Di alcuni predicatori può dirsi, che son nuvole che volano in alto, come scrisse Isaia4: Qui sunt isti qui ut nubes volant? Ma disse bene una volta un certo contadino, che quando le nuvole vanno alte, non v'è speranza che piova. E così de' predicatori che vanno alti co' discorsi sollevati, non v'è speranza che diano acque di salute. Perciò il sagro concilio di Trento ordinò che si predicasse da' parrochi secondo la capacità della gente che sente: Archipresbyteri etc. per se vel alios idoneos plebes sibi commissas pro earum capacitate pascant salutaribus verbis5. E perciò saggiamente dice il Muratori: Siccome un dotto cercherebbe di persuadere in privato un uomo del volgo, così il predicatore ha da parlare al popolo; ed allora colpirà tanto il dotto quanto l'ignorante.

 

Scrisse l'apostolo: Nisi manifestum sermonem dederitis, quomodo scietur id quod dicitur? eritis in aera loquentes6. Predica dunque all'aria, dice s. Paolo, chi parla, e poco fa intendere al popolo ciò che dice. Ma quanti predicatori oimè faticano per empire i loro sermoni di concetti sublimi e di pensieri arguti, che poco si capiscono, e poi li recitano come una parte di commedia, per mendicarne qualche misera lode dagli uditori! e perciò che frutto ne voglion cavare? questa è la ruina del mondo; dice il p. Luigi Granata che la maggior parte de' predicatori predicano più per acquistar nome, che per la gloria di Dio, e per guadagnargli anime: Maxima praedicatorum turba (volesse Dio che non fosse vero) maiorem nominis sui celebrandi, quam divinae gloriae et salutis humanae procurandae curam habent7. E 'l p.m. Avila in una sua lettera descrivendo lo stato miserabile del mondo pieno d'iniquità


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dice: Non si vede rimedio a tanto gran male, per cagione in gran parte de' predicatori i quali son la medicina di queste piaghe; ma non si curano mali così pericolosi con soavi lenitivi di acconce e delicate cantilene; ci voglion bottoni di fuoco. Taluno di questi palloni ripieni di vento par che studiino per non farsi intendere, o pure (come dice il Muratori) par che si vergognino di dir cose che s'intendano da tutti, e frattanto piange Geremia: Parvuli petierunt panem, et non erat qui frangeret eis1. Nota s. Bonaventura sovra il citato luogo: Panis frangendus, non curiose scindendus. Il pane della divina parola non dee dividersi curiosamente, ma sminuzzarsi in piccioli bocconi, di cui possan cibarsene gl'idioti. Che mai ne ricavano quei poveri ignoranti da quel concetto sublime, da quella erudizione pellegrina che poco fa al caso, o da quella lunga descrizione d'una tempesta di mare, d'un giardino ameno, la quale sarà costata al predicatore una settimana di fatica, e ne porterà un quarto d'ora del discorso? e qui avvertasi un'altra cosa, che i pensieri alti, le riflessioni ingegnose, o pure i fatti molto curiosi e distrattivi, piacciono bensì agli uditori intendenti; ma ad essi ancora riescon nocivi nella predica, perché (siccome ben riflette il Muratori) quando il predicatore dice cose sublimi e curiose, chi pur l'intende si ferma a gustare l'arguzia dell'ingegno, o pure a considerar la stranezza di quel fatto, e non attende più al suo profitto, sicché la mente resterà per una gran parte della predica a pascersi in quel pensiero, e frattanto la volontà rimarrà digiuna e senza frutto.

 

Non facea così s. Paolo quando predicava, com'egli poi scrisse a' Corinti: Et cum venissem ad vos fratres, non veni in sublimitate sermonis aut sapientiae humanae, annuntians vobis testimonium Christi. Non enim iudicavi me scire aliquid inter vos, nisi Iesum Christum et hunc crucifixum2: Io non ho voluto (dicea) servirmi predicando a voi, fratelli miei, di discorsi sublimi né della sapienza umana; non ho voluto saper altro che Gesù crocifisso, cioè che tutta la nostra speranza e salute sta nell'imitare i suoi dolori ed ignominie. Sopra il citato testo son molto notabili i sentimenti che scrive il dotto p. Natale Alessandro: Quid mirum (egli dice) si nullum fructum faciunt plerique qui praedicationem in eloquentiae saecularis artificio, in periodorum commensuratione, in verborum lenocciniis, humanaeque rationis excursibus totam collocant? Evangelium non docent, sed inventa sua. Iesum crucifixum nesciunt, academicos oratores lubentius sibi proponunt imitandos, quam apostolos et apostolicos viros. Simplicitatem sermonis, non penitus christiana destitutam eloquentia, naturali decore ornatam, non fucatam, comitetur humilitas concionatoris. Timeat ne superbia sua, gloriae humanae plaususque captatione ac ostentatione eloquentiae, Dei opus impediat. Quo maior eius humilitas, quo minor in mediis humanis fiducia, minor eloquentiae secularis affectatio, eo maior spiritui et virtuti Dei ad conversionem animarum locus datur. Non è maraviglia dunque, dice quest'autore, che le prediche di chi attende ad infiorirle di parole sonanti e di pensieri arguti non facciano alcun frutto, mentre


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chi fa così mette da parte Gesù Cristo, e si accumula co' dicitori di accademie; e perciò dice che quanto minori saranno gli ornamenti che vi pone d'eloquenza secolare, e minore la fiducia che mette ne' vezzi umani, tanto più farà profitto nella conversione de' peccatori.

 

Il dotto e celebre missionario, il p. d. Girolamo Sparano della ven. congr. de pii operarj, assomigliava tali predicatori che predicano con istile alto e fiorito, a' fuochi artificiali, che mentre durano fanno un gran romore, ma dopo non vi resta altro che un poco di fumo e quattro carte bruciate. Avea ragione dunque s. Teresa di dire che i sagri oratori, i quali predicano se stessi, fanno gran danno alla chiesa. Gli apostoli (dicea la santa), benché pochi, ma perché predicavano con semplicità e con vero spirito di Dio, convertirono il mondo; ed ora tanti predicatori fanno tanto poco profitto! da che nasce ciò? Perché han troppo senno (son sue parole), e troppo rispetto umano quei che predicano, perciò non sono molti gli uditori che lasciano i vizj. Conferma il detto della santa s. Tomaso da Villanova: Multi praedicatores, sed pauci qui praedicant ut oportet1. Dicea s. Filippo Neri: datemi dieci sacerdoti di spirito, ed io vi do per convertito tutto il mondo. Dimanda Dio per Geremia: Quare igitur non est abducta cicatrix filiae populi mei2? Perché (dice il Signore) non si guarisce e resta sempre aperta la piaga della figlia del mio popolo? si fa a risponder s. Girolamo sovra detto luogo e dice: Eo quod non sunt sacerdotes, quorum debeant curari medicamine; perché mancano i sacerdoti di applicar loro i rimedj che bisognano. In altro luogo dice il Signore parlando de' predicatori che adulterano la sua parola: Si stetissent in consilio meo, et nota fecissent verba mea populo meo, avertissem utique eos a via sua mala3. Comenta Ugon cardinale: Nota fecissent verba mea, non sua. I predicatori che non usano semplicità nel loro dire, non predicano la parola di Dio, ma la propria; e perciò avviene, dice il Signore, che i peccatori restano abbandonati nel lezzo de' loro vizj.

 

Oh Dio che stupore e che disordine è vedere talvolta salire in pulpito religiosi anche di religioni riformate, che all'abito mortificato ed all'apparenza della loro vita penitente par che spirino zelo e santità, e perciò gli ascoltanti ne aspettano sentimenti e parole infiammate d'amor divino; e poi altro non sentono che un gruppo di arguzie, di descrizioni, di contrapposti, e d'altre simili frascherie, proferite poi con parole gonfie periodi rotondi! onde la maggior parte dell'uditorio poco ne capisce della predica e niun frutto ne ritrae. E perciò qual compassione poi è il vedere che molti poveri idioti vanno a sentir la predica per sapere che han da fare per salvarsi, e dopo che saranno stati attenti per un'ora e più ad ascoltare il predicatore, non ne hanno inteso quasi niente; onde se ne tornano alla casa più digiuni di prima, anzi tediati dalla pena d'essere stati tanto tempo a sentir la predica senza aver potuto capire quel che diceva il predicatore. Dicono alle volte questi oratori che predicano loro stessi e non si fanno capire da tutti: ma la gente stava tutta attenta.


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Stava attenta (dico io) per intendervi, ma v'hanno inteso? Dice il Muratori, come di sovra notammo, ch'egli avea veduti i contadini sentir panegirici a bocca aperta, ma ben vedea che quei poveri ignoranti non ne capivano neppure un minimo senso. Ma da questo che nasce poi? ne nasce che quei miserabili avendo sperimentato che non capiscono le prediche che si fanno nella chiesa, vi acquistano una certa avversione e più non vi s'accostano, e così restano vie più imperversati ne' loro vizj: con ragione dunque il p. Gasparo Sanchez gesuita chiamava questi predicatori che non predicano alla semplice, i maggiori persecutori della chiesa, perché in verità non v'è maggior persecuzione e danno che possa recarsi ai popoli, che adulterare la parola di Dio, la quale quando è posta tra fiori e frasche, perde la sua forza, e l'anime restano prive della luce ed aiuto che poteano riceverne.

 

In secondo luogo parlando delle parole, bisogna che 'l predicatore si valga delle parole usuali, e sfugga quelle che son forestiere (come dice il Muratori) al dialetto o sia linguaggio della gente idiota. E specialmente debbon guardarsi dal ragionar così i predicatori più anziani e di maggior nome; perché i poveri giovani che sono più avidi di applausi e di lodi, sentendo lodare tali dicitori che parlano sempre con istile colto e pulito, così anch'essi si studiano e si avvezzano a predicare; e così dilatasi sempre più l'abuso del predicar fiorito, e la povera gente resta priva del frutto della parola di Dio. Dice s. Girolamo che i predicatori vani i quali non usano che parole sonanti e pulite, son simili alle donne che piacciono agli uomini co' loro vani ornamenti, ma non piacciono a Dio: Effeminatae quippe sunt eorum magistrorum animae, qui semper sonantia componunt, et nihil virtute, nihil Deo dignum est in iis1. Ma il p. maestro Bandiera nel suo Gerotricamerone, nella prefazione che ivi fa, si oppone a coloro i quali dicono (come egli scrive) che la scelta delle parole, e la cura del collocarle acconciamente nell'ornamento del dire toscano, non edificano gli uditori, ma tolgon la semplicità che si conviene agli argomenti spirituali, e costringono i dicitori a spendere il tempo nello studio di vane parole. Ciò egli non l'approva, e dice che il ragionare ornato mette in luminosa comparsa le cose spirituali, le massime della fede, il merito della virtù e la deformità del vizio. Dice che in tale stile hanno scritto i santi padri. E soggiunge che ciò richiede la dignità delle divine cose dal pergamo ragionate; e che taluni, perché sono sproveduti della toscana facondia, perciò dicono di fuggire nei loro discorsi la più scelta lingua, come disutile e dannosa alla divozione. Così parla il nominato autore, il quale fra gli autori ecclesiastici certamente in dir ciò è stato singolare, mentre io non ho trovato alcun altro che parli cosi. Bisogna dunque rispondere a ciò che dice, per togliere il pregiudizio ch'egli potrebbe insinuare a chi lo legge. Primieramente io non so come il p. Bandiera abbia potuto scrivere nella prefazione questi sentimenti così irragionevoli, mentr'egli stesso poi dentro del medesimo libro dice, che dove l'uditorio è composto per lo più di gente idiota, la predica dee esser fatta in istile


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facile e semplice, e che talora discenda (son sue parole) al dimesso, secondo richiede il profitto degli uditori. Altro (dice di più) è poi lo stile nelle orazioni accademiche, altro nelle prediche. E soggiunge che mal farebbe se talun volesse per le prediche avvalersi dello stile del suo libro. Dunque anche il suo sentimento è uniforme al nostro, che dove l'uditorio è composto per la maggior parte di persone ignoranti, se vuol trarsi profitto dalla predica, dee esser semplice, e ben anche dimesso, secondo la capacità degli ascoltanti. E come poi ha potuto prima dire che la dignità delle cose divine ragionate dal pergamo richiede lo stile ornato che metta in luminosa comparsa le cose spirituali? e che taluni, perché sproveduti della toscana facondia, perciò dicono di sfuggire la lingua più scelta, come dannosa alla divozione?

 

Ma rispondiamo in oltre a questo che dice il p. Bandiera; il quale per altro in questa materia è sospetto, mentre per esser egli professore e gran maestro di lingua toscana, forse l'ha tirato a scrivere ciò qualche soverchia affezione presa verso la polizia del dire. Dice dunque il suddetto autore, che bisogna mettere in luminosa comparsa le cose spirituali. Ma s. Ambrogio non dice così; s. Ambrogio dice che il predicar cristiano non ha bisogno di pompa né di polizia di parole; e che perciò a predicare la fede furono scelti dal Signore pescatori ignoranti che seminassero la parola di Dio nuda e schietta: Praedicatio christiana (son le parole del santo) non indiget pompa et cultu sermonis; ideoque piscatores homines imperiti electi sunt, qui evangelizarent1. Risponde ancora al padre Bandiera il dotto padre Natale Alessandro, e dice che la parola di Dio non ha bisogno d'ornamenti affettati e fioriti, poiché ella viene ornata dal suo medesimo decoro naturale che in sé contiene; ond'è che quanto più semplicemente vien ella esposta, tanto è più luminosa (per parlare colle parole del Bandiera) la sua comparsa. Ripeto qui le parole del p. Natale già addotte di sovra, perché sono molto a proposito: Simplicitatem sermonis, non penitus christiana destitutam eloquentia, naturali decore ornatam, non fucatam, comitetur humilitas concionatoris. Quo minor in mediis humanis fiducia, minor eloquentiae secularis affectatio, eo maior spiritui et virtuti Dei ad conversionem animarum locus datur. Sicché la parola di Dio quanto più schietta è rappresentata, tanto più ferisce i cuori degli ascoltanti; mentr'ella, come parla l'apostolo, è talmente in sé viva ed efficace, che penetra più d'ogni spada acuta: Vivus est sermo Dei, et efficax, et penetrabilior omni gladio ancipiti2. E prima per Geremia Iddio medesimo disse che la sua parola è un fuoco che da se stesso accende, ed è un martello che stritola le pietre, cioè i cùori più duri: Nunquid non verba mea sunt quasi ignis, dicit Dominus, et quasi malleus conterens petras,3?Ma udiamo ancora quel che dice su questo punto l'autore dell'opera imperfetta4: Omnia verba divina, quamvis rustica sint, et incomposita, viva sunt, quoniam intus habent veritatem Dei, et ideo vivificant audientem. Omnia autem verba secularia, quoniam non habent in se virtutem Dei, quamvis sint


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composita, et ingeniosa, mortua sunt; propterea nec audientem salvant. Sicché la parola di Dio, benché semplice e popolare, è in se stessa viva e reca la vita a chi la sente, perché ha in sé la verità di Dio, che persuade e muove i cuori. Tutte l'altre parole poi secolaresche, benché pulite e scelte, perché sono spogliate della virtù divina (mentre Dio non vi concorre), son parole morte, e perciò non fanno frutto.

 

Dice di più il p. Bandiera che i santi padri hanno scritto in istile ornato. Rispondo e dico che noi non abbiamo udite le prediche di questi padri, e il modo con cui predicavano; leggiamo solamente i loro sermoni scritti, i quali sempre sogliono scriversi con qualche polizia ancora da chi li ha detti prima alla maniera più semplice e popolare. Ciò appunto riflette il Muratori, il quale parlando di s. Ambrogio: È vero (dice) che s. Ambrogio parlava bene spesso astruso, ma noi non abbiamo le prediche sue, che recitava al popolo. Egli riduceva in trattati o libri le cose predicate dal pulpito, v'aggiungeva varj ornamenti, senza che più apparisse la forma primaria de' popolari suoi ragionamenti. Del resto dice Muratori (come riferimmo al n. 9.) che i più celebri padri della chiesa, come s. Basilio, s. Agostino, s. Gio. Grisostomo, s. Gregorio Nisseno, s. Gregorio il grande, s. Massimo, e s. Gaudenzio, preferivano nelle loro prediche al popolo l'eloquenza popolare alla sublime. Ed in fatti ciò chiaramente si scorge dagli stessi loro sermoni che noi leggiamo, e da ciò che questi santi hanno scritto in altre loro opere. Ascoltiamo come parla il Grisostomo delle prediche imbellettate di parole pompose, e dei periodi fatti al torno: Haec nos patimur verborum fucos conquaerentes, et compositionem elegantem, ut delectemur proximum. Consideramus, quomodo videamur admirabiles, non quomodo morbos componamus1. E soggiunge ivi che chi fa così dee chiamarsi miser, et infelix proditor. S. Agostino dice: Nos non tonantia et poetica verba proferimus, nec eloquentia utimur seculari sermone fucata, sed praedicamus Christum crucifixum2.

 

Diceva il p.m. Avila che 'l predicatore dee salire al pulpito con tal fame d'anime, che intenda e speri col divino aiuto di guadagnare a Dio tutte le persone che in quella predica lo sentono. E perciò dice s. Gregorio che 'l predicatore nel suo dire dee abbassarsi ed impicciolirsi in modo che si accomodi in tutto al corto intendimento di chi l'ascolta: Debet ad infirmitatem audientium semetipsum contrahendo descendere; ne dum parvis sublimia, et idcirco non profutura loquitur, magis curet ostendere, quam auditoribus prodesse3. E questo è quel che ancora diceva il Muratori (come riferii al n. 10.) che 'l sagro oratore, predicando a' rozzi «dee figurarsi com'egli fosse uno di loro, al quale altri voglia insegnare o persuader qualche cosa; e che perciò dice, ch'esso è tenuto a scegliere la più popolare ed infima eloquenza, a fin di proporzionare il suo dire al grossolano intendimento altrui, ragionando famigliarmente ed avvalendosi del dir conciso, anche talvolta facendo interrogazioni e risposte.-

E conclude: Qui consiste l'ingegnoso di tali prediche, in trovar quelle


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maniere di dire, e quelle figure che soglion far breccia nel discorso usuale».

 

Scrisse lo stesso s. Gregorio ch'egli stimava indegno d'un oratore evangelico il restringersi alle regole della grammatica (noi diremo della crusca); onde dice il santo, ch'esso predicando non si curava d'incorrer la nota d'ignorante, con pronunziar anche barbarismi: Non barbarismi confusionem devito, etiam propositionum casus servare contemno, quia indignum existimo, ut verba coelestis oraculi restringam sub regulis Donati1. E s. Agostino scrivendo sulle parole di Davide, non est occultatum os meum a te, quod fecisti in occulto, e riflettendo che la parola os potea significare o la bocca o l'osso, perché il profeta intendeva propriamente l'osso, non ebbe ripugnanza di scrivere ossum, dicendo voler meglio essere ripreso da' grammatici, che non inteso dal popolo: Habeo in abscondito quoddam ossum: sic potius loquamur, melius est ut reprehendant nos grammatici, quam non intelligant populi2. Ecco il conto che han fatto i santi della polizia della lingua quando parlavano al popolo. E altrove3 ci avvertì generalmente che siamo predicatori di cose, e non di parole: In ipso sermone malit (concionator) placere rebus magis, quam verbis: nec doctor verbis serviat, sed verba doctori. Bel documento! non già abbiam noi da servire alle parole, col pericolo di non esser intesi; ma le parole han da servire a noi, per farci facilmente capire, e per muovere la gente che ci ascolta.

 

Questo è quello spezzare il pane di cui parlava il profeta: Parvuli petierunt panem, et non erat qui frangeret eis4. E perciò si vede che le prediche delle missioni o degli esercizj spirituali fan tanto profitto, perché ivi si sminuzza la divina parola. Ma tu vorresti (mi dirà taluno) che tutte le prediche fossero prediche di missioni? primieramente dimando, che cosa s'intende per prediche di missioni? forse un predicare con parole goffe e senza ordine e senz'arte? no le parole goffe non son necessarieconvengono anche nei discorsi familiari e tanto meno nelle prediche. L'ordine poi è sempre necessario in tutti i sermoni. Anch'è necessaria l'arte oratoria, usando quando bisogna ancora e tropi e figure; e perciò V.R. avrà osservato, ch'io nell'opera mentovata degli esercizj a' preti, parlando nella terza parte del modo di predicar nelle missioni, per istruzione de' nostri giovani vi ho posto un sugoso ristretto della rettorica. Ma ben anche nell'eloquenza popolare (dice il Muratori) si accordano i precetti della rettorica, purché servano al predicatore per muovere gli ascoltanti, non a lodarlo e riempirlo di vento, ma a far essi vita cristiana. Deebene usarsi l'arte oratoria, soggiunge il Muratori, ma senza farla conoscere.

 

Non v'ha dubbio che le prediche di missioni debbon esser più sciolte, e men fornite di sentenze latine. Alcuni missionarj giovani attendono ad empir le loro prediche di testi di scritture, e di passi lunghi de' ss. padri affastellati l'uno sopra l'altro. Ma queste tante sentenze latine a che giovano alla povera gente,


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che non le intende? giovano sì i testi della scrittura, per dare autorità a quel che si dice; ma quando son pochi e bene sminuzzati al popolo secondo la loro capacità. Sarà meglio addurre un solo testo ben ponderato, con cavarne le moralità proprie, che molti passi aggruppati insieme. Giova ancora alcun passo de' ss. padri, ma che sia breve e spiritoso, e che dichiari le cose con qualche sapore ed enfasi speciale. Si osservino le prediche di missioni del v.p. Paolo Segneri, gran maestro per sentimento di tutti nell'arte di predicare, e si veda come in quelle pochi sono i passi latini, e molte sono le riflessioni pratiche e le moralità. Il modo di dire nelle missioni ha da essere certamente più semplice e popolare, acciocché la povera plebe resti capacitata e mossa a modo suo. Il dire dee essere tutto spezzato, ed i periodi debbon esser concisi, in tal maniera che chi non avesse inteso o capito il primo, capisca il secondo che si sta dicendo; sicché quei che vengono in mezzo alla predica capiscan subito ciò che dice il predicatore. Il che difficilmente all'incontro può ottenersi da' rozzi quando si predica legato: allora chi non avrà inteso il primo periodo non intenderà né il secondo né il terzo. Inoltre ben avverte il Muratori che per ottenere una continua attenzione dal popolo molto giova il parlare spesso interrogando, servendosi della figura detta antiphora o sia subiezione, per cui dallo stesso dicitore s'interroga insieme e si risponde. In oltre circa la modulazione della voce dee sfuggirsi il tuono unisono e gonfio, a guisa de' panegiristi. E si eviti ancora il parlar sempre con voce violenta e sforzata, come fanno alcuni missionari, con che mettonsi a pericolo o di rompersi una vena nel petto o almeno di perder la voce; e di più con tal modo infastidiscono gli uditori senza utilità; poiché quel che muove e concilia l'attenzione del popolo è il parlare or con voce forte or bassa (ma senza fare sbalzi eccedenti e subitanei), ora il fare un'esclamazione più lunga, ora il fare una fermata, e poi dar di piglio con un sospiro, e cose simili. Basta, queste varietà di voci e di modi mantengono l'uditorio sempre attento. Nelle prediche poi di missioni non dee lasciarsi mai l'atto di dolore ch'è la parte più importante di tali prediche, poiché poco sarà il frutto della predica, se gli ascoltanti non restano compunti e risoluti di mutar vita; e ciò è quello che s'intende di procurare nel farsi l'atto di dolore. Anzi bisogna replicarne più atti, ma ciascuno col suo motivo, acciocché la gente si compunga, non già per forza di schiamazzo, ma di ragione. Nel proposito poi che va unito col dolore si faccia proporre al popolo con modo speciale di fuggir le occasioni cattive, e di ricorrere nelle tentazioni all'aiuto di Gesù e di Maria: con far domandare in fine della predica qualche grazia alla divina Madre, come il perdono de' peccati, il dono della perseveranza e simili. Queste cose per altro si appartengono alle prediche di missione; ma io ho voluto qui notarle, perché possono esser utili ad alcuno che alle missioni sta applicato.

 

Ma parlando poi delle prediche quaresimali o domenicali, queste certamente debbon alquanto differire da quelle di missioni. Ma ritornando sempre al nostro punto, dove l'uditorio è composto di letterati e d'idioti,


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come scrive il Muratori (e 'l riferimmo al n. 5. e 6.) tutte le prediche debbono esser semplici e popolari, se vuol cavarsene frutto, non di parole, ma di fatti, sicché gli ascoltanti dopo la predica vadano a confessarsi. Io mi ricordo che predicando in Napoli in tal modo semplice il p. Vitelleschi nella chiesa detta del Gesù nuovo, non solo vedeasi piena la chiesa, ma ancora affollati i confessionarj di gente, che dopo la predica correva a confessarsi: e parlando de' paesi della campagna, o anche di chiese in città, nelle quali concorre la plebe, dice le stesso Muratori, che il predicatore è obbligato a scegliere lo stile più popolare, anzi l'infimo, per accomodarsi al corto intendimento di quella povera gente. Io so paesi intieri santificati co' quaresimali da predicatori, che predicavano con questo modo semplice e popolare. Ma qual miseria è il vedere che ne' paesi villerecci in ogni anno si fanno tanti quaresimali, e son tutti perduti, poiché ivi i poveri villani vanno a principio alle prediche, ma perché il predicatore recita la sua lezione che non s'intende, vedendo essi che non ne ricavano niente, lasciano di più accostarvisi, dicendo, come sogliono, che il predicatore parla latino. Almeno io pregherei questi predicatori che vanno in giro per le ville, che se non vogliono mutar le prediche che tengon fatte in istile alto, almeno (dico) verso l'ultime settimane della quaresima, procurassero di dare gli esercizj spirituali al popolo a modo di missione, e verso la sera, quando la gente si ritira dalla campagna, perché la mattina, e specialmente ne' giorni di lavoro, e nell'ora in cui soglion farsi le prediche, la povera gente di fatica non ci può assistere: e loro assicuro che ritrarranno più frutto da questi esercizj detti alla semplice, che da cento quaresimali che facessero. Ma taluni da ciò si scuseranno, dicendo ch'essi son predicatori, non missionari. E forse anche si vergogneranno di dar questi esercizj, per non pregiudicarsi, e non esser tenuti per predicatori di bassa carata, poiché certamente negli esercizj è necessario usar lo stile tutto popolare e basso, altrimenti non serve il darli. Ma io mi son consolato in sapere che non solo i preti, ma anche più religiosi nella quaresima praticano di dare questi esercizj al popolo con tanto profitto.

 

Parlando poi delle prediche domenicali, quanto bene si farebbe universalmente, se di continuo si predicasse alla semplice da' sagri dicitori? aggiungo. In Napoli ogni giorno in diverse chiese si espone il ss. sacramento, e specialmente nelle chiese dove si fanno le quarant'ore, dove concorre quantità di gente, ma per lo più di gente bassa; or quanto frutto si caverebbe da' sermoni che vi si fanno se si predicasse con modo popolare, insinuando al popolo il modo pratico di far l'apparecchio e 'l ringraziamento nella comunione, il modo di visitar il ss. sacramento, il modo di far l'orazione mentale, di assistere alla messa meditando la passione di Gesù Cristo, la pratica delle virtù, e cose simili. Ma si fa così? per lo più non si sentono che sermoni alti e di fiorita dicitura che poco s'intendono. Una volta il p.m. Avila fu richiesto da un predicatore, che gli desse qualche buona regola di predicare; rispose, che la miglior regola per predicar bene era l'amare assai Gesù Cristo.


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E con ragione disse ciò, perché chi molto ama Gesù Cristo, sale al pulpito non per vedersi lodato, ma solo per acquistare anime a Dio. Dicea a s. Tommaso da Villanova che per convertire i peccatori vi bisognano saette infocate d'amore divino che poi feriscono i loro cuori. Ma che saette di fuoco possono uscire da un cuore di neve, qual è il cuore d'un predicatore che parla per acquistar nome?

 

Dunque chi predica con polizia non ama Gesù Cristo? Io non intendo d'asserir ciò; ma so bene che i santi non han predicato così. In tante vite che ho letto di santi operaj, non ho trovato alcuno di loro lodato, perché predicava alto ed ornato; trovo bensì con modo speciale lodati quei che predicavano con maniera semplice e popolare. Così in fatti prima insegnò col suo esempio a fare l'apostolo s. Paolo il quale diceva: Et sermo meus et praedicatio mea, non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis, sed in ostensione spiritus et veritatis1. Il mio ragionare (dicea) non consiste nell'ornarlo di eloquenza umana, come fanno gli oratori profani, ma nel far intendere a' popoli schiettamente la verità della fede: Apostolorum fuit (dice Cornelio a Lapide sovra il testo citato) ostendere spiritum eructantem arcana divina, ita ut alii cernerent Spiritum sanctum per os eorum loqui. Di s. Tommaso d'Aquino poi l'autor della sua vita2 scrive: Si accomodava predicando alla capacità degli ascoltanti, abbassando le ale del suo ingegno, con proporre semplicemente quelle materie che più servissero per infiammare i cuori, che per pascer la mente. Per tal fine usava solamente quei vocaboli che fossero più comuni ed usitati, solito a dire: Tam apertus debet esse sermo docentis, ut ab intelligentia sua nullos quamvis imperitos excludat. Nella vita di s. Vincenzo Ferreri leggesi che 'l santo componea le sue prediche non già sovra i libri di lingua scelta, ma a' piedi del crocifisso, e di ricavava la sua eloquenza. Di s. Ignazio di Loiola scrive il p. Bartoli nella di lui vita3: Dove gli altri, vestendo la parola di Dio, egli spogliandola, la facea comparire bella e grande; poiché suo proprio modo era, ridurre le ragioni ad una certa nudità, che le mostrava in loro stesse, anziché nel suo dire, quali veramente elle sono. E perciò riferisce il p. Bartoli che gli uomini dotti che l'udivano, solean dire, che in bocca sua la parola di Dio aveva il vero suo peso. Lo stesso praticava s. Filippo Neri, di cui già di sovra notai (come si scrive nella sua vita) che il santo ordinò a' suoi congregati, che predicando dicessero cose facili e popolari, e quando diceano cose alte e curiose, li facea scendere dalla sedia. Di s. Francesco di Sales parimente si scrive, ch'egli predicando si accomodava all'intendimento de' più rozzi, che stavano a sentirlo. Ed è celebre il fatto che avvenne a mons. di Belleì: questo prelato invitato dal santo a predicare, fece un discorso molto elegante e fiorito, sicché dagli uditori ricevé gran lodi, ma s. Francesco taceva; onde il prelato ammiratosi del di lui silenzio, finalmente gli dimandò come gli era piaciuto il sermone. Il santo rispose: A tutti avete piaciuto fuorché ad un solo. Indi mons. di Belleì fu invitato a predicar di nuovo; ma egli, avendo già


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compreso che 'l suo primo discorso non era piaciuto al santo, per essere stato molto ornato, fece il secondo tutto semplice e morale, ed allora s. Francesco gli disse, che quel secondo discorso gli era sommamente piaciuto. Ed in un'altra occasione gli disse queste parole: Un sermone è eccellente quando gli uditori escono muti dalla predica, rimirandosi senza parlare, ed in vece di lodare il predicatore, pensano alla necessità in cui si ritrovano di cambiar vita. E come insegnava il santo, così anche praticava. Scrive l'autor della sua vita, che benché egli predicasse in Parigi ad un uditorio composto di principi, vescovi e cardinali, predicava sempre con sodezza e senza ornamenti, non ricercando già di acquistarsi fama di predicatore eloquente, ma bensì di guadagnare anime a Dio. In conformità di ciò il medesimo santo scrisse da Parigi ad una religiosa del suo ordine così: La vigilia del Natale io predicai davanti alla regina nella chiesa delle cappuccine; ma v'assicuro ch'io non predicai meglio davanti a tanti principi e principesse, di quel che fu nella nostra povera e piccola visitazione d'Annecì. Ma perché predicava questo santo di cuore per tirare anime a Dio, con tutto che predicasse senza belletti, il frutto che faceva era immenso, poiché diceva madama di Mompensieri, come si scrive nella vita del santo: Gli altri co' discorsi volano come per aria, ma mons. di Geneva scende alla preda, e quale oratore del santo amore investe subito il cuore, e se ne rende padrone. Appresso poi noterò quel che scrisse il santo in una sua lettera circa il modo di predicare, e quel ch'egli sentiva de' predicatori, che parlano con vani ornamenti. Inoltre nella vita di s. Vincenzo de Paoli1 si scrive, ch'egli non solo predicava alla semplice, ma di più: «Sopra ogni altra cosa richiedea dai suoi, che facessero le prediche e i discorsi agli ordinandi con istile semplice e famiIiare; perché (dicea) non il fasto delle parole giova alla salute dell'anime, ma bensì la semplicità e l'umiltà, le quali dispongono i cuori alla grazia di Dio. Ed a questo proposito solea portare l'esempio di Gesù Cristo, il quale benché avesse potuto spiegare i misteri divini con concetti proporzionati alla loro sublimità, essendo egli la sapienza dell'eterno Padre, si era nondimeno servito di termini e similitudini molto comuni, per accomodarsi alla capacità del popolo e lasciare a noi il vero modello di spiegare la parola di Dio». Di s. Giovan Francesco Regis scrivesi parimente nella sua vita, che spiegava le verità della fede con tal chiarezza e semplicità, che le rendeva intelligibili alle menti più rozze. Ma appresso diremo altre belle cose del modo di predicare di questo santo.

 

Parlando poi d'altri operari santi, è celebre il fatto in questa materia del p. Taulero domenicano, il quale prima predicava molto alto, ma poi ridotto a vita più perfetta per mezzo di quel mendico inviatogli da Dio per suo direttore, lasciò per molti anni di predicare; ma avendogli poi imposto il mendico che di nuovo cominciasse a predicare, mutò totalmente lo stile da sublime in popolare; e narrasi che nella prima predica che fece, fu tanta la compunzione del popolo, che molte persone vennero meno nella chiesa. Del p.m. Avila leggesi ch'egli


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parlava così basso nelle sue prediche, che da taluni era stimato ignorante; in modo che una volta un certo letterato, ma di mala coscienza, dovendo predicare il p. Avila in una chiesa, disse ad un altro: Andiamo a sentir quest'ignorante. Ma la grazia di Dio lo colpì in quella predica e gli fe' mutar vita. Ma udiamo qual era il sentimento di questo gran servo di Dio, come scrive l'autor della sua vita1. Egli dicea: Se 'l predicatore non adempie l'officio suo, se attende a dilettar più tosto gli orecchi degli uditori, che a muovere la volontà; e se va più dietro alle belle parole, che al frutto: in somma se colla finezza de' concetti predica più se stesso, che Gesù Cristo, egli sta in un evidente rischio, ed in una prodigiosa perversità e tradimento. Lo stesso scrivesi nella vita del p. Luigi Lanuza, e del p. Paolo Segneri iuniore, e di altri servi di Dio, che per brevità tralascio.

 

Da ciò si vede il conto che han da rendere a Dio quei predicatori che predicano se stessi e non Gesù Cristo; ed anche i superiori che gli ammettono a predicare. Io per me, sentendo una volta predicare un giovine della nostra congregazione con istile alto, lo feci scendere dal pulpito in mezzo della predica. Ma non dubitino questi tali, che se non sono mortificati da' loro superiori, saranno senza meno castigati da Dio; perché il predicatore è tenuto a promuovere il bene di ciascuna persona che l'ascolta, facendo egli sul pergamo l'officio di ambasciadore di Gesù Cristo, secondo scrisse l'apostolo di tutti i sacerdoti: Dedit nobis ministerium reconciliationis... et posuit in nobis verbum reconciliationis. Pro Christo ergo legatione fungimur, tamquam Deo exhortante per nos2. Sicché il predicatore sta sul pergamo in luogo di Gesù Cristo, e parla da parte di Gesù Cristo ai peccatori che lo sentono, affinché ritornino in grazia di Dio. Ora se il re, come scrisse in una sua lettera il p.m. Avila, mandasse un suo vassallo a trattare il maritaggio d'una donzella per la sua regal persona, e l'ambasciadore lo conchiudesse per sé, non sarebbe questi un traditore? E tale appunto, diceva il m. Avila, è quel predicatore, che mandato da Dio a trattar la conversione de' peccatori, procura la gloria di se stesso, e così rende inutile la divina parola, esponendola adulterata in modo che non faccia frutto. E così ancora da s. Giovanni Grisostomo fu chiamato ogni predicatore che predica con vanità, Miser et infelix proditor3.

 

L'ornar la predica di pensieri alti e di lingua scelta, per farsi onore, allontanandosi dalla semplicità evangelica, ciò appunto è quell'adulterare la parola divina, dal che si guardava l'apostolo, come scrisse a' corinti: Non enim sumus sicut plurimi adulterantes verbum Dei, sed ex sinceritate, sed sicut ex Deo, coram Deo, in Christo loquimur4. Sulle quali parole scrisse poi s. Gregorio: Adulterari verbum Dei est, ex eo non spirituales fructus, sed adulterinos foetus quaerere laudis humanae5. Gli adulteri non si curano d'aver figli, anzi gli abborriscono; altro non pretendono che la lor propria soddisfazione. Tali sono i dicitori che non predicano principalmente per guadagnare anime, ma per guadagnare nome


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e stima. Ma questi tali tremino che Dio non li discacci da sé, come minaccia per Geremia: Propterea ecce ego ad prophetas, ait Dominus, qui furantur verba mea, proiiciam quippe vos1. Chi sono costoro che rubano la parola divina? sono appunto quei che se ne servono per acquistar nomi di grandi oratori, rubando a Dio la gloria, per applicarla a loro stessi. S. Francesco di Sales dicea, che il predicatore il quale abbonda di foglie, cioè di belle parole e bei pensieri, è in pericolo d'esser tagliato e mandato al fuoco, come quell'albero infruttuoso del vangelo; mentre il Signore disse a' suoi discepoli (e per essi a tutti i sacerdoti), che gli aveva eletti per far frutto, e frutto che durasse. Quindi Cornelio a Lapide2, parlando di tali oratori, non dubita di asserire ch'essi peccano mortalmente, sì perché si abusano dell'officio di predicare per la propria stima; sì perché, predicando alto ed ornato, impediscono la salute commessa loro di tante anime che si convertirebbero se essi predicassero all'apostolica: Praedicator (dice Cornelio) qui plausum quaerit, non conversionem populi, hic damnabitur, tum quia praedicationis officio ad laudem, non Dei, sed suam abusus est; tum quia salutem tot animarum sibi creditam impedivit et avertit. Lo stesso asseriva il p.m. Avila, come abbiam notato di sopra, dicendo: «Se il predicatore non adempie l'officio suo, se attende a dilettar più tosto gli orecchi degli uditori, che a muover la volontà; se va più dietro alle belle parole, che al frutto: se in somma colla finezza de' concetti predica più se stesso, che Gesù Cristo, sta in un evidente rischio ed in una prodigiosa perversità e tradimento.

 

vale a taluno il dire; ma io principalmente intendo la gloria di Dio. Chi predica alto e con parole non usuali, sicché non si fa intender tutti, egli impedisce la gloria di Dio, impedendo la conversione di molti che stanno a sentirlo, poiché, come ben dice il Muratori, chi predica è obbligato a procurar la salute di ciascuno (sia letterato o ignorante) del popolo, come non vi fosse altri che l'ascoltasse. E se alcuno di loro non converte per causa che non capisce quel che si dice, il predicatore ha da render conto a Dio, siccome Dio stesso dichiarò per Ezechiele: Si dicente (questo testo tutti i predicatori lo sanno, ma in pratica pochi ne fan conto, e perciò io qui lo replico): Si dicente me ad impium morte morieris, non annuntiaveris ei... ipse impius in iniquitate sua morietur, sanguinem autem eius de manu tua requiram3. E senza dubbio lo stesso è il non predicar la parola di Dio, che 'l predicarla adulterata con istile pulito, sicché non faccia quel frutto che farebbe se fosse posta schietta e semplice. Dice s. Bernardo che nel giorno del giudizio compariranno i poveri ignoranti ad accusar quei predicatori che son vivuti colle loro limosine, ma han trascurato di rimediare (come doveano) alle loro coscienze: Venient, venient ante tribunal viventis, ubi erit pauperum accusatio, quorum vixere stipendiis, nec diluere peccata4.

 

E bisogna persuadersi che quando la parola di Dio è adulterata colla polizia studiata di lingua, ella resta snervata e senza forza, in maniera


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che non gioverà né agl'idioti né a dotti. Ciò non lo dico io, ma lo disse s. Prospero, o (come si voglia) altro autore antico, che va sotto il di lui nome: Sententiarum vivacitatem sermo cultus ex industria enervat1. E ciò lo prese da s. Paolo che scrisse: Misit me Christus evangelizare, non in sapientia verbi, ut non evacuetur crux Christi2. Sul quale testo scrisse poi il Grisostomo: Alii externae sapientiae operam dabant, ostendit (apostolus) eam non solum cruci non opem ferre, sed etiam eam exinanire3. Sicché l'altezza de' pensieri e la polizia del dire nelle prediche impediscono e quasi annichilano il profitto delle anime, ch'è il frutto della redenzione di Gesù Cristo. Quindi dicea s. Agostino: Non praesumam unquam in sapientia verbi, ne evacuetur crux Christi; sed scripturarum auctoritate contentus simplicitati obedire potius studeo, quam tumori4.

 

S. Tomaso da Villanova se la prende con quegli uditori che tengono l'anima perduta, e van cercando prediche fiorite: O stulte! (dice) ardet domus tua, et tu expectas compositam orationem? Ma questo rimprovero meglio va fatto contra quei predicatori, che ragionando ad un popolo, tra cui verisimilmente vi saranno più persone in peccato, quelle misere anime avran bisogno di tuoni e di saette, che le sveglino dal loro letargo e le feriscano; e perciò vi bisogneranno parole, non già mendicate dalla crusca, ma ch'escano dal cuore, e da un vero zelo di liberarle dalle mani di Lucifero; e noi vogliamo allettarle colle frasi. toscane, e coi periodi sonanti? Se andasse a fuoco una casa, qual pazzia sarebbe (scrive il p. Mansi5) volerlo spegnere con un poco d'acqua di rose procurata dallo speziale? Quando io sento lodare alcuno che predica con polizia, e sento dire che ha fatto gran frutto, io me ne rido, e dico che non è possibile. E perché? perché so che Dio non ci concorre con tal modo di predicare: Praedicatio mea (dicea l'apostolo) non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis, sed in ostensione spiritus et virtutis6. A che mai servono tutte le nostre parole, se non sono animate dallo spirito e virtù della divina grazia? Haec verba apostoli (dice Origene sul testo citato) quid aliud sibi volunt, quam non satis esse quod dicimus, ut animas moveat hominum, nisi doctori divinitus adsit coelestis gratiae energia, iuxta illud7: Dominus dabit verbum evangelizantibus virtute multa. Ben concorre il Signore con chi predica la sua parola nuda e semplice senza vanità, dando forza e virtù al suo dire, che muova i cuori di chi l'ascolta. Ma questa virtù non la dona alle parole studiate e scelte. La dicitura pulita e colta, secondo la sapienza umana, dice l'apostolo (come di sovra abbiam notato), snerva la forza della divina parola, e fa svanire il profitto che se ne potea sperare.

 

Oh che gran conto han da rendere a Dio nella loro morte i sacerdoti che predicano con vanità! S. Brigida (come si legge nelle sue rivelazioni8) vide l'anima d'un predicator religioso condannata all'inferno per aver così predicato; onde il Signore disse poi alla santa che per


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mezzo de' predicatori vani non parla esso, ma parla il demonio. Discorrendo un giorno con quel grande operaio, il p. Sparano mentovato di sopra, egli mi riferì un fatto terribile. Mi disse che un certo sacerdote che predicava con polizia, stando in morte, e sentendosi molto arido nel concepire il dolore de' suoi peccati, quasi diffidava della sua salute; ed allora il Signore gli parlò da un'immagine del crocifisso che gli stava a canto, con voce che s'intese anche da' circostanti: Io ti do quella compunzione che tu hai procurata negli altri quando predicavi. Ma più terribile è il fatto che narra il p. Gaetano Maria da Bergamo cappuccino1. Riferisce quest'autore che un predicatore, anche cappuccino, gli narrò il fatto seguente a lui stesso accaduto pochi anni avanti. Essendo egli giovane e di belle lettere, avea già cominciato a predicare con eloquenza vana nel duomo di Brescia, ma predicando ivi la seconda volta dopo alcuni anni, si fe' sentir predicare tutto all'apostolica. Interrogato poi, perché avesse così mutato il suo stile, rispose e disse: io ho conosciuto un predicator famoso, religioso e mio amico, e simile a me nella vanità di predicare, costui trovandosi in morte non fu possibile d'indurlo a confessarsi. Ci andai ancor io e gli parlai con fortezza; ma egli guardandomi fisso, non mi rispondeva. In questo mentre pensò il superiore di portargli in cella il Venerabile, per muoverlo così a prendere i sagramenti. Venne la ss. eucaristia, e gli dissero gli assistenti: Ecco è venuto Gesù Cristo per concederti il perdono. Ma l'infermo si pose a gridare con voce da disperato: Questo è quel Dio del quale ho tradita la santa parola. Tutti allora ci rivolgemmo, chi a pregare il Signore che gli usasse pietà, e chi a pregar lui a confidar nella divina misericordia; ma egli con voce più alta esclamò di nuovo: Questo è quel Dio del quale ho tradita la santa parola: indi soggiunse: non vi è più misericordia per me. Seguitammo a dargli animo, e l'infermo la terza volta esclamò: Questo è quel Dio del quale ho tradita la santa parola; e poi disse: per giusto giudizio di Dio io son dannato; e subito spirò. E per questo fatto, disse quel padre, io mi sono così emendato nel modo di predicare.

 

Chi sa se alcuno si riderà di questi fatti, e di tutta questa mia lettera? Ma costui l'aspetto avanti al tribunale di Gesù Cristo. Del resto io ben intendo che non sempre, né ad ogni sorta di gente si ha da ragionare nella stessa maniera. Dove l'uditorio è composto tutto o di sacerdoti o d'uomini colti, il predicatore dee parlare con linguaggio più colto; ma sempre il suo discorso dee esser semplice e familiare (appunto come si discorre parlando familiarmente co' dotti), e non già ornato di pensieri alti e parole studiate. Altrimenti, quanto più il discorso sarà fiorito, tanto minore sarà il frutto. Quod luxuriat (dice s. Ambrogio) in flore sermonis, hebetatur in fructu2. La pompa e il lusso che apparisce ne' fiori della predica, fa che la medesima resti inutile in quanto al frutto. Dicea s. Agostino che 'l predicatore che cerca il piacer degli uditori collo stile sublime, non è un apostolo che converte, ma un oratore


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che inganna; onde può dirsi degli uditori che stanno a sentirlo, ciò che dicesi de' giudei, che ascoltando Gesù Cristo ammiravano la sua dottrina, ma non si convertivano: Mirabantur et non convertebantur. Diranno: Bene, bene, ha detto veramente bene; ma di profitto per le loro anime non ne avran cavato niente. Scrisse per tanto s. Gerolamo al suo Nepoziano, che predicando attendesse a procurar più presto le lagrime, che gli applausi degli ascoltanti: Docente in ecclesia te, non clamor populi, sed gemitus suscitetur. Auditorum lacrymae laudes tuae sint. Lo stesso scrisse s. Francesco di Sales con modo più espressivo in una sua lettera ad un ecclesiastico1: All'uscir di detta predica non vorrei che si dicesse: oh questi è un grand'oratore! ha una gran memoria, è dotto assai; ha detto molto bene: ma vorrei sentir dire: quanto è bella e necessaria la penitenza! mio Dio quanto sei buono e giusto! e cose simili. O pure che avendo fatto breccia ne' cuori degli ascoltanti le parole del predicatore, non sapesser rendere altra testimonianza del suo valore, che coll'emendare i loro costumi.

 

Oltreché un predicatore che sta attaccato al bel dire, spera egli forse, per quanto studio vi metta, d'esser lodato da tutti? Se lo levi di mente. Molti lo loderanno e molti lo criticheranno; chi censurerà una cosa e chi un'altra. E questa è la pazzia di tali oratori i quali predicano se stessi e non Gesù Cristo, che con tutte le loro fatiche, affin di riportarne un vano viva, neppure lo conseguiscono da tutti. Quando all'incontro chi predica Gesù crocifisso, sempre accerta la sua predica poiché con quella gusto a Dio che dee essere l'unico fine di tutte le nostre azioni. Onde (generalmente parlando) il predicar familiare e semplice, come scrive il Muratori, può giovare e piacere anche agl'intelletti alti, poiché quando il predicatore parla con istile alto e fiorito, chi pur l'intende si ferma a gustare ed ammirare l'ingegno di lui, e poco o nulla attende al suo profitto. All'incontro anche i dotti lodano un predicatore che per fine di giovare a tutti sminuzza loro la parola di Dio. Non loderanno l'ingegno, ma il suo fervore, con cui senza far mostra d'ingegno, unicamente tende a giovare alle anime. Questa è la vera gloria a cui dee aspirare il sagro oratore. Anche i dotti che desiderano ricavar frutto dalla predica, cercano non chi diletti le loro menti, ma chi guarisca il loro spirito. E perciò a chi predica con modo popolare soglion concorrere letterati ed ignoranti, perché ciascun vi trova quel pane che gli bisogna.

 

Dicea Seneca che l'infermo non va cercando quel medico che parla bene, ma quello che lo guarisce. A che serve (scrive) che tu mi alletti col tuo bel dire, quando mi bisogna fuoco e sega per sanarmi? Non quaerit aeger medicum eloquentem, sed sanantem. Quid oblectas? aliud agitur; urendus, secandus sum; ad haec adhibitus es2. Perciò dicea s. Bernardo: Illius doctoris libenter vocem audio, qui non sibi plausum, sed mihi planctum moveat3. Io mi ricordo che il rinomato d. Nicola Capasso, uomoletterato, andava a sentire ogni giorno il canonico Gizzio, mentre dava gli esercizj spirituali


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ai fratelli della congregazione dello Spirito santo, e dicea ch'egli andava a sentire quel servo di Dio, perché predicava la parola di Dio all'apostolica e senza belletti; altrimenti (dicea) che se avesse predicato con fiori, egli ci avrebbe trovato tanto che dire, che per non perdere il tempo avrebbe lasciato di accostarsi. Eh! che la parola di Dio schietta e semplice piace anche a' dotti. Dice il Muratori nella vita ch'egli scrisse del p. Paolo Segneri iuniore, che il detto padre, con tutto che predicasse colla maniera più bassa e popolare, piaceva talmente a tutti, che rapiva i cuori de' più intendenti. Similmente nella vita di s. Giovanni Francesco Regis1 trovo scritto così: «Semplici erano i suoi discorsi; non pretendea egli che d'istruire la plebe, e tuttavia tanto i cavalieri come gli ecclesiastici e regolari della città di Puy concorrevano a' suoi catechismi in tanta calca, che due o tre ore avanti che cominciasse, già tutti i posti eran presi; ed era pubblica voce nel Puy de' cittadini che amavano meglio la sua s. semplicità, che l'eleganza studiata de' più eccellenti predicatori. Egli sì (diceano essi) che ci predica Gesù Cristo e la divina parola, com'ella è in se stessa; dove gli altri ci vengono a predicar se medesimi, ed in vece della divina, ci spacciano la parola lor propria ch'è tutta umana». Ed è ammirabile il seguente fatto che poi ivi si narra. Eravi un predicatore che nel duomo di quella città faceva il suo quaresimale nello stesso tempo che il santo facea la missione. Or costui maravigliato, come la gente lasciasse lui per sentir un ignorante, com'egli lo stimava a suo confronto, va a trovare il provinciale de' gesuiti che ivi allora si trovava in visita, e gli dice che 'l padre Regis per altro era santo, ma che il suo modo di predicare non conveniva alla dignità del pulpito, e che il suo stilebasso e le cose triviali che dicea disonoravano il suo ministero. Il provinciale rispose: Facciamo così, prima di condannarlo, andiamo a sentirlo amendue. Ora il provinciale fu si mosso dalla forza con cui il santo spiegava le verità evangeliche, che in tutto il sermone non fece altro che piangere. Quindi all'uscir della chiesa rivolto al compagno disse: Ah padre mio, volesse Dio che tutti i sagri oratori predicassero così! Lasciamolo predicare colla sua apostolica semplicità. Qui v'ha il dito di Dio. Lo stesso predicatore poi (dice lo scrittor della vita) si compunse talmente nell'udire il sermone, che in vece di censurarlo, come avea premeditato, anch'egli lo lodò come meritava.

 

Diciamo ora qualche cosa de' panegirici, come ho promesso. Perché, dimando, i panegirici che si fanno oggidì, rimangono senza alcun frutto? Quanto bene essi farebbero, se fossero rappresentati con semplicità, esponendo con devote riflessioni le virtù de' santi, e si procurasse così di muover la gente ad imitar i loro esempj! Questo certamente è il fine de' panegirici, e perciò i maestri di spirito insinuano con tanta premura la lettura delle vite de' santi. Perciò anche a s. Filippo Neri, come scrive l'autor della sua vita, premeva assai che da' suoi congregati si raccontasse alcuna vita o esempio di qualche santo, acciocché la dottrina rimanesse più impressa nella mente degli uditori;


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ma volea che dicessero cose, colle quali più tosto fossero mossi gli uditori a compunzione, che a meraviglia. Dice il p. Giovanni Dielegis, il quale scrive del modo di fare i panegirici, che i panegirici non fanno frutto per difetto degli uditori, che non vengono a sentirli per ricavarne profitto, ma per udire rari pensieri ed una ornata favella; ma meglio avrebbe detto che per lo più il difetto viene dagli oratori che riempiono i loro sermoni di arguzie e di parole affettate, per riportarne una vana lode; quando l'unico lor fine non dovrebbe essere altro (come dice il medesimo autore) che di muovere gli ascoltanti all'imitazione delle virtù del santo di cui si parla. Ma sentiamo il Muratori che cosa dice de' panegirici moderni: nell'opera citata dell'eloq. pop. al capo XIII. egli scrive così: Oh! qui è dove per lo più i sagri oratori ammassano gemme e fiori, e fan pompa della loro eloquenza. Il fine de' panegirici è di condurre gli uditori con tali esempj alla pratica delle virtù, ma pochi pensano a questo. Dio buono, quante stravolte esagerazioni, che ardite riflessioni, che sciocchezze in una parola!

 

Ed in verità che profitto si ricava da' panegirici d'alcuni letterati, che li riempiono di fiori, di arguzie, di pensieri ingegnosi e di curiose descrizioni, di parole sonanti, e tutte lontane dalla comune intelligenza, e di periodi contornati e così lunghi, che per capirne la conclusione anche il dotto bisogna che vi applichi tutta la sua mente, cose che appena convengono alle orazioni accademiche, in cui la sola propria gloria è tutto il fine di chi dice? Oh Dio! che disordine è vedere un ministro di Gesù Cristo perdere molti mesi di tempo e di fatica (diceva un certo tale ch'ora sta all'eternità, cui per fare un panegirico bisognavano almeno sei mesi di tempo) e perché? per contornar periodi ed affasciar fiori e frasche! E poi che profitto l'oratore ne ricava per sé e per gli altri? per sé non altro che un poco di fumo; e in quanto agli ascoltanti, essi non ne ricavano niente o quasi niente, perché o non l'intendono, o se l'intendono attendono a pascersi di quel suono di parole, di quelle arguzie ingegnose, e vi perdono il tempo. Mi è stata riferita per cosa certa da più persone degne di fede, che quello stesso oratore di sopra mentovato, che dicea che per un suo panegirico gli bisognavano sei mesi di tempo, stando in punto di morte, ordinò che si fossero bruciati tutti i suoi scritti. E di più mi fu detto ch'egli stesso in sua vita, sentendosi una volta lodare da altri per le sue orazioni panegiriche, turbato rispose: Oimè, queste orazioni sono quelle che un giorno mi avranno da far condannare. Scrive il Muratori in un'altra sua opera della carità cristiana1: Oh perché mai tanti panegirici, che non di rado vanno a finire in una pompa vana d'ingegno, ed in sottigliezze lambiccate da cervelli ventosi, e non intese dai più del popolo! E poi soggiunge: Il panegirico facciasi, se si vuol cavarne profitto, con quella popolare ed intelligibile eloquenza che istruisce e muove non meno gl'ignoranti che i dotti; ma non è talvolta assai conosciuta, da chi pur si figura d'esser più dotto degli altri. Oh si abolissero nella chiesa questi panegirici ripieni di vento, e si facessero nel modo familiare e


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semplice, come dice quest'autore, che fu grande insieme nella pietà e nella dottrina!

 

Ma prima di finire mi bisogna rispondere al sentimento di V.R. che mi ha scritto, essere il dilettare una delle parti principali dell'orazione, e che pertanto dove assistono alla predica letterati convien che si parli con lingua colta, acciocché così restino allettati ancor essi. Padre mio, non voglio rispondergli io, gli risponde per me s. Francesco di Sales, il quale nella lettera già di sovra citata1 che scrive ad un ecclesiastico circa il modo di predicare, prima in conferma di tutto ciò che di sovra abbiam detto, al capo 5. dice così: «I periodi lunghi, parole pulite, gesti affettati e simili, sono peste della predica. Il più utile e bello artificio è non usare alcuno artificio. Bisogna che le nostre parole sieno infiammate per l'amore interno, e ch'escano più dal cuore che dalla bocca. Il cuore parla al cuore, la lingua non parla che all'orecchie. La tessitura dee esser naturale senza vani ornamenti e senza parole affettate. I nostri antichi padri e tutti quelli che hanno fatto frutto si sono astenuti dal parlar con troppa polizia ed ornamenti mondani, perché parlavano col cuore al cuore, come buoni padri a' loro figli. Il fine del predicatore è che i peccatori si convertano ed i giusti si perfezionino. Onde salito in pulpito, dee dir nel suo cuore: Ego veni ut isti vitam habeant, et abundantius habeant». Indi parlando il santo del nostro punto di dilettare, scrive così: «So che molti dicono che il predicatore dee dilettare, ma quanto a me distinguo e dico che vi è una dilettazione la quale è conseguente alla dottrina che si predica, ed alla commozione degli ascoltanti; poiché qual anima è così insensata, che con estremo piacere non intenda il modo d'incamminarsi al cielo, d'acquistarsi il paradiso, e non intenda l'amore che ci porta Dio? e per dilettare in questa forma, si dee usare ogni diligenza coll'insegnare e muovere. Vi è poi un'altra sorta di dilettazione che spesso impedisce l'insegnare e muovere: questa è una certa ansia e solletico che si fa all'orecchie, il quale proviene da una certa eleganza profana di alcune curiosità, e da una aggiustatezza di parole, che tutta consiste nell'artificio. E quanto a questo, io risolutamente dico che un predicatore non dee usarla, perché ella è propria degli oratori mondani, dei ciarlatani e de' cortigiani, che vi si applicano; e che chi predica così, non predica Gesù crocifisso, ma se medesimo. S. Paolo detesta i predicatori prurientes auribus, cioè quei che vogliono compiacer chi li sente». Sin qui il santo. E si noti che i documenti di questo santo sono stati con modo particolare lodati e ricevuti dalla s. chiesa, la quale ci fa pregare, che colla guida e pratica di essi procuriamo di giungere all'acquisto della vita eterna: Concede propitius, ut eius DIRIGENTIBUS MONITIS, aeterna gaudia consequamur. Così diciamo nell'orazione dell'officio del santo.

 

In conformità di ciò il dotto teologo Habert, parlando similmente del modo che debbono tenere nel predicare i ministri del Vangelo, dice: Evangelii minister delectabit, si sit sermonis apti, facilis ac perspicui2. Il predicatore così ha da procurar di dilettare con ragionar chiaro, facile


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e proporzionato all'intendimento di ognun che l'ascolta. Ed allora gli uditori diletteransi, come dice s. Francesco di Sales, coll'intendere le verità eterne, le massime del vangelo: col conoscere che han da fare o fuggire per salvarsi: si diletteranno in somma in vedersi compunti, animati alla confidenza ed infervorati d'amore verso Dio. Scrisse s. Agostino1 che se dilettano i piaceri di senso, molto più diletta la verità conosciuta, e perciò soggiunse, non esservi cosa che l'anima più ardentemente desideri, che di conoscer la verità: Quid enim fortius desiderat anima, quam veritatem? Scrive in conferma di ciò s. Francesco di Sales nel suo trattato dell'amore di Dio2: La verità è l'oggetto dell'intelletto, e perciò questo trova tutto il suo piacere nel conoscere le verità; e quanto elle sono più sublimi, tanto maggiore è il suo contento. Quindi i filosofi antichi abbandonarono le ricchezze, gli onori ed i piaceri, per intender le verità della natura. Ed Aristotile disse che la felicità umana consiste nella sapienza, cioè nel conoscere la verità delle cose eccellenti. Indi conclude il santo che un'anima non può avere maggior diletto, che nel conoscer le verità della fede. Tanto più che la loro cognizione, non solo a noi è dilettevole, ma anche sommamente utile, mentre da lei dipende tutta la nostra felicità temporale ed eterna. Pertanto dice s. Antonino, che il predicatore dee bensì dilettar l'uditorio, ma a qual fine? acciocché quello commosso dalla predica inducasi ad eseguire le cose che ha intese: Ut sic moveat affectum ut flectat, scilicet curando, ut quae dicta sunt, velit implere3. All'incontro dice s. Giovan Grisostomo, che la ruina della chiesa è la premura che hanno i sagri oratori, non di compungere gli ascoltanti, ma di dilettarli col bel dire, come quelli venissero a sentire un buon cantatore, che dicesse un bel mottetto in musica da sovra del pulpito: Subvertit ecclesias (son le parole del santo) quod et vos non quaeritis sermonem qui compungere possit, sed qui oblectet, quasi cantores audientes. Et idem sit ac si pater videns puerum aegrotum, illi quaecumque oblectent, porrigat. Talem non dixerim patrem. Hoc etiam nobis accidit, flosculos verborum sectamur, ut oblectemus, non ut compungamus, et laudibus obtentis, abeamus4. Le parole son chiare, e V.R. ben intende il latino; e così non v'è bisogno di spiegazione. Sì signore, vi sono più sagri oratori che molto allettano colla loro elegante e pomposa dicitura, ed hanno ben anche gran concorso; ma vorrei sapere quanti poi son quelli, che allettati da tali prediche ripiene di conci e di fioretti, escono compunti dalla chiesa e mutano vita? così appunto s. Francesco di Sales, quando parlavasi de' predicatori che aveano molto grido, egli dimandava: Di grazia ditemi quante persone si sono convertite colle loro prediche?

 

Alcuni altri poi per allettare la gente adornano, o per meglio dire imbrattano i loro sermoni di facezie, e di racconti ridicoli; e giungono di più a dire che ciò è necessario specialmente nelle istruzioni o sieno catechismi che si fanno al popolo, per tirarlo e mantenerlo attento e senza tedio. Ma io non so altro se non che


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i santi nelle loro istruzioni non faceano ridere, ma piangere. Quando s. Giovan Francesco Regis facea le sue prediche, che tutte erano istruzioni, la gente non facea altro che piangere dal principio sino alla fine. Che voglia dirsi qualche lepidezza che naturalmente nasce dalla stessa cosa che si dice, via si conceda; ma il voler ridurre l'istruzione ad una scena di commedia, come fanno taluni, con portar fattarelli ridicoli o favolette curiose, con motti e gesti manipolati a posta per far ridere l'uditorio, io non so come possa convenire alla riverenza dovuta alla chiesa dove si sta, e al decoro del pulpito da cui si proferisce la parola di Dio, ed in cui l'istruttore fa l'officio d'ambasciatore di Gesù Cristo. Rideranno bensì e si manterranno allegri gli uditori; ma dopo le risa resteranno tutti distratti e indevoti, e spesso in vece di seguire a sentir la moralità (che dalla sua barzelletta cercherà di tirarne stentatamente, e per dir così, a forza di tanaglie il nostro lepido istruttore, per non far vedere ch'egli faccia propriamente il ciarlatano sul pergamo) andranno rivolgendo nella mente quella facezia o fatto ridicolo che hanno inteso. Ciò avverrà in quanto al volgo; del resto tutti gli uomini assennati si nauseeranno di tali frascherie. Piace agli uomini il veder ballare; ma se si vedesse taluno, mentre cammina per la città andar danzando, non moverebbe a nausea e noia ognuno che lo mira? e così parimente piace il sentir facezie, ma dispiace (almeno agli uomini probi) l'udirle dal pulpito, da quel luogo sagro donde s'insinua la parola di Dio. È un inganno poi il pensare che la gente senta queste lepidezze non concorrerà o non istarà attenta al catechismo; anzi allora (io dico) più concorrerà e starà con maggior attenzione, quando vedrà, che andando a sentir l'istruzione, non ci va a perdere il tempo e a dissiparsi, ma a cavarne frutto per l'anima. Or basta, da tutto ciò che in questa mia ho scritto, V.R. può argomentare poi l'ammirazione che mi ha data la sua proposizione scrittami, cioè che il predicatore dee allettar l'uditorio collo stile colto ed ornato. Io spero nel Signore, che le tolga dalla mente questo pregiudizio, e questo grande errore, nocivo così al suo spirito, come a tutti coloro che verranno alle sue prediche.

 

Giacché poi la gran virtù di V.R. la fa umiliare in fine della sua lettera a chiedere da me povero ignorante qualche documento circa il predicare con frutto, le raccomando di raggirarsi per lo più ne' suoi sermoni a ragionare de' novissimi, della morte, del giudizio, dell'inferno, dell'eternità ec., perché queste verità eterne son quelle che maggiormente fanno impressione e muovono i cuori a viver bene. La prego di più di spesso dare ad intendere predicando la pace che gode chi sta in grazia di Dio; s. Francesco di Sales così tirò molte anime dalla mala vita, e perciò Enrico IV. re di Francia molto lo lodava, tacciando gli altri predicatori che fan vedere così difficile il cammino della virtù che fan diffidare l'anime di entrarvi. La prego ancora a parlare spesso dell'amore che ci ha portato Gesù Cristo nella sua passione e nell'istituzione del ss. sacramento, e dell'amore all'incontro che noi dobbiamo portare a questo nostro amantissimo Redentore, ricordandoci


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spesso di questi due gran misteri d'amore. Dico ciò, perché (comunemente parlando) da pochi,o troppo poco da' predicatori si parla dell'amore di Gesù Cristo. Ed è certo che tutto quello che si fa per solo timore de' castighi, e non per amore, ha poca durata. Diceva un gran servo di Dio e gran operario, il p. d. Gennaro Sarnelli: Io non vorrei far altro che andar predicando da per tutto, amate Gesù Cristo, amate Gesù Cristo, perché lo merita. Parimente prego V.R. a raccomandar sempre quando predica, la divozione verso la ss. Vergine, per mezzo di cui vengono a noi tutte le grazie, con far ricorrere il popolo in fine della predica a questa divina Madre, per ottenere qualche grazia più importante, come il perdono de' peccati, la s. perseveranza, e l'amore a Gesù Cristo.

 

Sovra tutto la prego nelle sue prediche ad insinuare agli ascoltanti cose di pratica, dando i mezzi per conservarsi in grazia di Dio, come sono lo star cautelato cogli occhi a non mirar oggetti pericolosi: il fuggir le male occasioni, conversando con persone di diverso sesso o con cattivi compagni:il frequentare i sagramenti: il sentir la messa ogni giorno: l'entrare in qualche congregazione: il far l'orazione mentale insegnando praticamente il modo come si fa: la lettura de' libri spirituali: la visita al ss. sagramento ed alla beata Vergine: il rosario di Maria. Insinui spesso l'uniformità alla volontà di Dio nelle cose contrarie, giacché in questa uniformità sta tutta la nostra salute e perfezione. Specialmente esorti a ricorrere ogni giorno a Gesù ed a Maria, per ottenere la santa perseveranza, ed in particolare in tempo di tentazioni. E ciò specialmente le raccomando, d'insinuar sempre al popolo questo gran mezzo della preghiera, della quale vedo ancora che molto poco e molto raro se ne parla da' predicatori, quando che dal pregare dipende la nostra salute eterna, ed ogni nostro bene. Già so che il parlare di queste cose di pratica poco gradisce a' predicatori d'alta sfera, perché lor sembrano cose triviali, e parlando di esse non possono far pompa delle loro sottigliezze e periodi che suonano. Ma così predicava s. Francesco di Sales, che colle sue prediche convertì innumerabili anime; egli, sempre che poteva, insinuava pratiche di vita cristiana: tanto che in un paese la gente volle che desse loro scritte quelle cose di pratica ch'egli aveva dal pulpito insegnate, per meglio poterle eseguire.

 

Oh! se da tutti i sagri oratori si facesse così, che si predicasse per solo fine di piacere a Dio, con modo e semplice e popolare, e si dessero a considerare le verità eterne e le massime del vangelo schiette e nude, o senza addobbi; s'insinuassero praticamente i rimedi contra i peccati ed i mezzi per perseverare ed avanzarsi nel divino amore; il mondo cambierebbe faccia, e Dio non sarebbe così offeso come or lo vediamo. Noi osserviamo che se in un paese v'è un sacerdote fervoroso che predica veramente Gesù crocifisso, quel paese diventa santo. Dico più: se in una chiesa si fa una predica di spirito ed alla semplice, si vede che l'uditorio tutto si compunge, e chi non si converte in tutto, almeno resta commosso. Or se da per tutto poi si predicasse così, qual profitto universale si vedrebbe nell'anime? Non voglio più


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tediarla; ma giacch'ella ha avuta tanta pazienza in legger questa lunga mia lettera, la prego ad aver la bontà di far insieme con me a Gesù Cristo la seguente preghiera:

O Salvator del mondo, che dal mondo poco siete conosciuto, e meno amato, specialmente per difetto de' vostri ministri; voi che per salvare le anime avete data la vita, deh! per li meriti della vostra passione date luce e spirito a tanti sacerdoti che potrebbero convertire i peccatori e santificar tutta la terra, se predicassero la vostra parola senza vanità, ma alla semplice, come l'avete predicata voi ed i vostri discepoli; ma non fanno cosi, predicano se stessi e non voi; e così il mondo è pieno di predicatori, e frattanto l'inferno continuamente si riempie d'anime. Signore, rimediate voi a questa gran ruina che per colpa de' predicatori avviene nella vostra chiesa. E s'è necessario, umiliate ancora, vi prego, per esempio degli altri, con qualche segno visibile quei sacerdoti che per la propria gloria adulterano la vostra santa parola, acciocché si emendino, e così non s'impedisca il profitto de' popoli. Così spero, così sia.

Resto raccomandandomi alle sue orazioni, e confermandomi sempre

Di V.R.

Divotiss. ed obbligatiss. servo vero

ALFONSO MARIA

VESCOVO DI S. AGATA ECC.

 




1 Rom. 10. 14. et 17.



2 2. Tim. 4. 2.

1 Isa. 58. 1.



2 Ier. 1. 9.



3 Matth. 18. 19. et 20.



4 Ezech. 3. 18.

1 Rom. 1. 14.



2 Quint. l. 3. c. 8.



3 C. 2.

1 De doct. Christi. c. 9.

1 In Gord. mart.

1 L. 4. de doctr. Christ. c. 15.



2 Opusc. c. 19. 19.



3 L. 1. c. 19. n. 6.



4 60. 8.



5 Trid. sess. 5. de ref. c. 2.



6 1. Cor. 14. 9.



7 L. 1. reth. c. 6.

1 Thren. 4. 4.



2 1 Cor. 2. 1. et 2.

1 Serm. 2. de Sp. San.



2 Ier. 8. 22.



3 Ier. 23. 22.

1 S. Hieronim. sup. Ezech.

1 S. Ambros. in epist. ad Cor.



2 Hebr. 4. 12.



3 Ier. 23. 29.



4 Homil. 46.

1 Hom. 33. ad pop.



2 Serm. de acced. ad grat.



3 Mor, l. 20. c. 2.

1 Apud s. Antonin. 2. p. histor. tit. 12. c. 3. §. 12.



2 In psalm. 138. cap. 115.



3 Lib. 4. de doctr. Christ. c. 28.



4 Ier. Thren. 4. 4.

1 1. Cor. 2. 4.



2 L. 3. c. 2.



3 Lib. 2. num. 41.

1 Al can. 11.

1 L. 1. c. 6.



2 2. Cor. 5. 18.



3 Hom. 33 ad pop.



4 2. Cor. 2. 17.



5 Mor. l. 2. c. 17.

1 Ier. 23. 30. et 33.



2 In. Luc. 6. 26.



3 Ezech. 3. 18.



4 Ap. Ugon. card. in Luc. 10.

1 De vita contempl. l. 3. c. 34.



2 1. Cor. 1. 17.



3 Hom. 39. in ep. 1. Cor.



4 L. contra Felician. c. 2.



5 Bibliot. predic.



6 1. Cor. 2. 4.



7 In psalm. 67. 13.



8 Lib. 6. cap. 35.

1 L'uomo apostolico al pulpito, c. 15, n. 10.



2 In psalm. 118.

1 Part. 1 c. 5.



2 Sen. epist. 75.



3 Ser. 59. in Cant.

1 L. 2. p. 126.

1 Tom. 2. cap. 25.

1 Lettera 1. t. 1.



2 T. 7. c. 4. §. 10.

1 Tract. 26. in Io.



2 L. 3. c. 9.



3 Part. 3. tr. 18. c. 3. § 2.



4 Hom. 30. in actor.




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