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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettera II. ad un vescovo novello

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Testo

 


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1. Ho ricevuta la stimatissima di V.S. illustrissima, in cui intendo il suo zelo in voler mandare le missioni a tutti i paesi della sua diocesi in questo principio del suo governo; e sento insieme le tante difficoltà, che le ha fatte quel suo parroco. Io, per ubbidire a' comandi di V.S. illustrissima di dare il mio sentimento, le espongo qui a lungo quel che giudico in questa materia esser giusto e conveniente; e rispondo a tutte le insussistenti opposizioni fatte dal suo parroco.

 

2. È certo, monsignor mio, che la conversione de' popoli è il massimo beneficio che Iddio fa agli uomini. Dice s. Tommaso l'angelico, che il dono della grazia, colla quale Dio giustifica un peccatore, è più grande che se gli donasse la beatitudine della gloria1. Or questo appunto è il fine delle missioni, la conversione de' peccatori; poiché nelle missioni essi dalle istruzioni e dalle prediche vengono illuminati a conoscere la malizia del peccato, l'importanza della loro salute, e la bontà di Dio, e così mutansi i loro cuori, si spezzano le funi dei mali abiti, e cominciano a vivere da cristiani.

 

3. Il Signore così nell'antica come nella nuova legge ha voluto che per mezzo delle missioni si salvasse il mondo. La fede, scrive l'apostolo, colla predicazione si è propagata; ma questa predicazione non avrebbe ottenuto il suo effetto se i predicatori non fossero stati messi da Dio: Quomodo credent ei quem non audierunt? quomodo autem audient sine praedicante? quomodo vero praedicabunt, nisi mittantur2? Quindi dice s. Gregorio che l'esercizio delle missioni cominciò fin dal principio del mondo; poiché il Signore in niun tempo ha tralasciato di mandare operai a coltivar la sua vigna: Ad erudiendam ergo Dominus plebem suam, quasi ad


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excolendam vineam, nullo tempore destitit operarios mittere1 Prima nel testamento vecchio mandò i profeti a predicare la legge; e nel nuovo mandò il suo medesimo Figlio ad insegnarci la nuova legge di grazia, ch'è stata dell'antica la perfezione e 'l compimento: Novissime diebus istis locutus est nobis in Filio2.

 

4. Ma perché Gesù Cristo fu mandato a predicare alla sola Giudea, egli poi destinò gli apostoli che dopo la sua morte andassero a predicare il vangelo a tutte le genti: Euntes in mundum universum praedicate evangelium omni creaturae3. E così dalle missioni degli apostoli il vangelo cominciò a fruttificare per tutto il mondo, come attestò s. Paolo fin da' suoi tempi: In universo mundo est et fructificat et crescit4. Gli apostoli poi mandarono i loro discepoli a propagar la fede nelle altre parti dove essi non avean potuto giungere. E così successivamente da tempo in tempo da' sommi pontefici e dagli altri vescovi sono stati mandati altri santi operai a predicare il vangelo in diversi regni, come sappiamo dalla storia ecclesiastica. Nel secolo IV. fu mandato s. Ireneo alla Francia. Nel secolo V. fu mandato s. Palladio alla Scozia, s. Patrizio all'Ibernia da Celestino I. Nel secolo VI. da s. Gregorio fu mandato s. Agostino benedettino all'Inghilterra. Nel secolo VII. s. Eligio alle Fiandre, s. Chiriano alla Franconia, e s. Suiberto, e s. Wolfranno all'Olanda. Nel secolo VIII. da s. Gregorio II. fu mandato s. Bonifacio alla Germania, s. Willibrando alla Frisia, e s. Uberto al Brabante. Nel secolo IX. s. Ascanio alla Dania ed alla Svezia, e s. Metodio alla Boemia, Moravia e Bulgaria. Nel secolo XII. s. Mainardo alla Livonia, e s. Ottone alla Pomerania. Nel secolo poi XIII. furono spediti dal papa i religiosi di s. Domenico, e di s. Francesco alla Grecia, Armenia, Etiopia, Tartaria, e Norvegia. Ciò ho ricavato dall'opera intitolata: Notizie istoriche della chiesa.

 

5. Finalmente negli ultimi tempi sappiamo già le copiose conversioni de' popoli nell'Indie orientali e nel Giappone per mezzo di s. Francesco Saverio, nell'Indie occidentali per mezzo di s. Ludovico Beltrando. Lascio poi di nominare tante provincie d'infedeli e di eretici convertite dai missionari, come speciamente fu la provincia dello Sciablè, ove fu mandato s. Francesco di Sales, che vi convertì 72. mila eretici. Sappiamo ancora che s. Vincenzo de' Paoli istituì una congregazione approvata dalla Sede apostolica di sacerdoti che fossero impiegati a far missioni per tutti i luoghi ove son chiamati, che perciò sono appellati i padri della missione. Insomma in tutte le parti del mondo ove si è piantata la fede o si è fatta riforma de' costumi, tutto è succeduto per mezzo delle missioni. E dove non sono arrivati a convertire i popoli i flagelli di Dio, i terremoti, le guerre, le carestie, le pesti, né le leggi de' monarchi colle pene minacciate contra gli omicidj, i furti gli adulterj, e le bestemmie, ben sono arrivate le missioni. Onde saggiamente scrisse il dotto p. Contensone domenicano, che per le sole missioni ottengono l'anime la vita eterna: Per solas missiones impletur praedestinatio, quae est transmissio


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creaturae in vitam aeternam1. E perciò quando si ha da fare una missione in qualche luogo, si osservano patentemente le fatiche che fa l'inferno per mezzo de' suoi partigiani a fine d'impedirle; mentre in ogni paese non vi manca taluno di vita perduta, che per non vedere guastati i suoi disegni colla missione, cerca di far quanto può per frastornarla. E volesse Dio che talvolta non vi fosse ancora alcun parroco, il quale perché non bene adempisce il suo officio, acciocché non sieno scoperte le sue mancanze, procura con varj pretesti d'impedir la missione nel suo paese. Ma tocca al vescovo di supplire in tal caso con mandar la missione specialmente in quei luoghi ove sa che il parroco è trascurato; e maggiormente quando vede che quegli mostra di non gradire la missione, senza aspettar la sua richiesta o dell'università.

 

6. Se poi le missioni sono utilissime per le città, per le terre di campagna non solo sono utili, ma necessarie, così per ragion delle prediche, come delle confessioni. Ed in quanto alle prediche, è vero che per tutte o quasi tutte le terre cattoliche vi sono i quaresimali; ma è molto maggiore il frutto che si ricava dalle prediche delle missioni, di quello che si ha dalle prediche dei quaresimali, poiché da tali predicatori ordinariamente anche ne' villaggi si predica con istile alto e fiorito, o almeno non adattato alla scarsa capacità de' poveri villani. Essi portano le prediche imparate a mente, e quelle non le mutano, o parlino a gente colta o a gente ignorante. Il cardinal Francesco Pignatelli arcivescovo di Napoli in un anno, quando vennero i predicatori de' casali a prender da lui la benedizione, raccomandò loro che avessero parlato alla semplice e popolare in que' luoghi ove andavano a predicare; giacché ivi la massima parte era di rozzi, che dalle prediche nulla ne ricavano, se non si parla a modo loro. Indi soggiunse: ma voi mi direte: la ricetta è fatta: ed io rispondo: poveri infermi! e così li licenziò. Con molta ragione ciò disse questo s. prelato, poiché qual utile possono averne gl'infermi per li loro mali da quei rimedi che si trovano scritti a caso dal medico nella ricetta fatta prima di sapere le loro infermità?

 

7. Quindi poi ne nasce, come si sa per esperienza, che quei miseri rustici, quando sono stati interrogati, dopo avere intesa la predica, del frutto che ne han ricavato; rispondono che la predica non l'hanno capita, perché il predicatore ha parlato sempre latino. Non è vero che questi predicatori parlino sempre latino; ma il loro dire con quel modo non adattato alla mente di legno di quei miserabili, è come fosse linguaggio latino. Io dico (ed in ciò stimo non esser temerario) che per questi poveri ignoranti sarebbe meglio talvolta che non ci andassero alla predica, perché gli sfortunati dopo essere stati un'ora e più a sentir la predica, per ricavarne qualche profitto per l'anime loro, e vedendo che nulla ne han percepito, pigliano tale abbominio alla parola di Dio, che diventano peggiori di prima. E quindi è che dopo il quaresimale si vedono le stesse male pratiche, le stesse inimicizie, e si sentono le stesse bestemmie e le stesse parole oscene. Questa è la miseria de' paesi della campagna, come


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dice il Contensone, il non esservi chi vada loro a spezzare il pane della divina parola; e perciò dicea che avran da rendere gran conto a Dio i vescovi che trascurano di mandare a questi luoghi la missione: Tot parvuli in oppidulis petunt panem, et non est qui frangat eis. Vae, vae praelatis dormitantibus! vae presbyteris otiosis1!

 

8. Ma come (dirà taluno) in tutti questi paesi non vi sono i parrochi che predicano ogni domenica? Sì signore, vi sono i parrochi che predicano, ma bisogna considerare che non tutti spezzano o sanno spezzare il pane alla gente ignorante, come prescrive il concilio di Trento a tutti i pastori d'anime2, dove impone loro: Ut plebes sibi commissas pro earum capacitate pascant salutaribus verbis, docendo necessaria ad salutem, annunciandoque cum brevitate et facilitate sermonis vitia, quae eas declinare, et virtutes quas sectari oporteat. Onde spesso avviene che la gente dalla predica del parroco poco profitto ne ricava, o perché, come ho detto, quegli poco sa predicare, o perché predica troppo alto o troppo; a lungo; o perché spesso nelle prediche parla d'interessi proprj, o si lamenta de' torti che riceve da' parrocchiani; e perciò quegli (e specialmente gli uomini che ne han più di bisogno) poco si accostano alla predica; e molti a posta non vanno alla messa del parroco, per non sentire la predica. È comune poi il proverbio detto da Gesù Cristo, che nemo propheta acceptus est in patria sua3 Oltreché il sentire sempre una voce fa che le prediche facciano poca impressione a chi sente.

 

9. Nelle missioni all'incontro le prediche de' missionarj che son addetti a tale impiego, sono ben fatte ed ordinate, e tutte adattate alla capacità non solo dei dotti, ma anche della gente ignorante. Ivi così nelle prediche come nelle istruzioni si sminuzza la parola di Dio; onde i rozzi ne restano illuminati a conoscere i misterj della fede, i precetti del decalogo, la maniera di ricever con frutto i sagramenti, i mezzi utili a perseverare in grazia di Dio; ed insieme infervorati a corrispondere all'amor divino e ad attendere al gran negozio della salute E perciò si vede tanto concorso alle missioni, mentre ivi si ascoltano tutte voci nuove, e si parla con modo semplice e popolare. Oltre di ciò vi è quella unione delle verità eterne che più sono efficaci a muovere gli animi, come sono l'importanza di salvarsi, la malizia del peccato, la morte, il giudizio, l'inferno, l'eternità, le quali essendo così unitamente esposte, sarebbe per qualunque dissoluto peccatore maggior maraviglia il non convertirsi che il convertirsi. E di qua succede poi che molti peccatori col sentir la missione tolgono le male pratiche, rimuovono le occasioni prossime, restituiscono le robe usurpate e i danni fatti. Molti estirpano gli odj dalla radice e fanno la remissione di cuore: poiché alcuni fan talvolta la remissione per l'impegno di qualche personaggio potente o per altro rispetto umano; ma restando la radice dell'odio nel cuore, vi resta il peccato e l'incentivo di vendicarsi in avvenire. Molti poi che da più anni non si sono confessati o si sono confessati malamente, nella missione si confessano ben disposti.


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10. E questo è l'altro gran bene che si ricava dalle missioni. Dice il suo parroco, come V.S. illustrissima mi scrive nella sua, che nelle missioni si assolvono molti recidivi che avrebbero bisogno della pruova di molti mesi per essere assoluti, e nella missione si assolvono fra dieci o al più quindici giorni ne' quali dura la missione; come vanno queste assoluzioni? rispondo e dico che volesse Dio che tutte le confessioni si facessero con quella disposizione colla quale si fanno in tempo di missione, che poche anime si dannerebbero! Dimando: forse solamente dalla pruova del tempo si può avere la buona disposizione del penitente? la pruova del tempo anche può esser fallace; quanti prima del precetto pasquale per essere in quel tempo assoluti, per un mese e più si astengono dal mal abito, tolgono le male pratiche, e poi dopo il precetto subito ricadono? onde io stimo che meglio può presumersi la buona disposizione del penitente dalla nuova cognizione che ha ricevuta colle prediche, dalla compunzione del cuore che dimostra, dalle risoluzioni che fa, e da' mezzi che stabilisce per tenersi lontano dai peccati, che dalla dilazione del tempo. Dice s. Cipriano che non tanto colla lunghezza del tempo, quanto col vigore della grazia si perfeziona la carità. E s. Tomaso scrive che il Signore alle volte converte con tanta compunzione i cuori, che subito quelli acquistano la perfetta santità: Quandoque tanta commotione convertit (Deus) cor hominis, ut subito perfecte consequatur sanctitatem spiritualem1. Di più in un congresso di vescovi delle Fiandre radunati in Brusselles con un decreto per li confessori fu fatta questa dichiarazione: Confessarius a quibusvis peccatoribus gravioribus, etiam recidivis, stata lege non exigat ut per notabile tempus praevie exercuerint opera poenitentiae; sed cum ss. patribus expendat, Deum in conversione peccatoris non tam considerare mensuram temporis quam doloris. Del resto, benché il confessore nell'assolvere debba esser certo della disposizione del penitente; nondimeno nel sagramento della penitenza, essendo la materia non fisica, ma morale, basta la certezza morale, la quale (come dice l'istruttore de' confessori novelli) non è altro che un giudizio prudente probabile della disposizione del penitente, senza che vi sia dubbio prudente in contrario. Chi è pratico di missioni e si è esercitato nel prendere le confessioni, ben conosce la differenza che vi è tra le confessioni che si fanno fuori della missione e quelle che si fanno nella missione; dove si conosce senza esitazione che i penitenti si confessano con vero dolore e vero proposito.

 

11. Se altro profitto non si ricavasse dalle missioni, che il rimediare a tante confessioni sacrileghe che si fanno da uomini e donne, tacendo i peccati per vergogna, e specialmente dalle donne, nelle quali è più grande la verecondia; questo solo dovrebbe render le missioni molto desiderabili. Questa gran ruina poi delle male confessioni accade più spesso ne' paesi piccioli, ne' quali vi sono pochi confessori, e perché quelli sono parenti o conoscenti, o almeno perché sono paesani che sempre li vedono, i penitenti taciono i peccati, e fanno sacrilegj per tutta la loro vita, per


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lo rossore che hanno di scovrire ad essi le loro miserie. Molti giunsero a prendere gli ultimi sacramenti, ed anche in morte per questa maledetta vergogna lasciano di dire i peccati. Onde questo è uno de' frutti più grandi che si riceva dalle missioni, l'aggiustare tante confessioni mal fatte; poiché nella missione, sapendo i penitenti che quei confessori son forestieri, che non li conoscono e che si partiranno fra giorni e più non li vedranno; e trovandosi all'incontro atterriti dalle prediche, facilmente vomitano il veleno di tanti peccati taciuti.

 

12. E perciò io dico che i vescovi debbono procurare che le missioni durino in ogni paese fin tanto che tutti di quel luogo possano confessarsi a' missionarj. Altrimenti, quando la missione è troppo breve rispetto alla quantità del popolo, molte persone resteranno senza aver potuto confessarsi ai padri, e così resteranno anche imbrogliate di coscienza; attesoché colle prediche si muovono gli scrupoli, all'incontro colle sole prediche difficilmente rimane appieno istruita di quel che ha da fare per quietarsi una persona imbrattata di male pratiche o di contratti ingiusti, o di odj invecchiati; colla confessione poi si aggiusta tutto, e si conchiude come si han da fare le restituzioni di roba o di fama, come da togliere le occasioni che sono state causa del peccato, in qual modo si han da fare le remissioni; altrimenti restando il penitente irresoluto circa i dubbj venuti e circa le difficoltà che vi sono, senza la confessione resterà imbrogliato peggio di prima. E se alcuno per lo passato ha fatte confessioni sacrileghe, e non arriva a confessarsi a' missionarj, dovendosi confessare poi a' sacerdoti del paese, seguirà a lasciare i peccati come prima. Quando la missione è troppo breve, sì che non si a tutti del paese il tempo di confessarsi, avverrà che a molte anime la missione farà più danno che utile; poiché alcuni che per ignoranza stavano in buona fede, venuti poi in cognizione colle prediche delle cose passate, non avranno animo di palesarle ai confessori paesani, e così posti in mala fede faranno sacrilegj e si danneranno.

 

13. Del resto tutto il mondo sa il gran bene che han fatto e fanno da per tutto le missioni. Sarebbe cosa troppo lunga s'io volessi descrivere in questa lettera le innumerabili conversioni de' peccatori e popoli perduti operate per mezzo delle missioni; ma voglio dirne alcuni pochi fatti. Il celebre Ludovico Muratori, parlando delle missioni del p. Segneri iuniore, nella di lui vita al cap. 9. dice che popoli intieri abbandonavano tutti i loro interessi per assistere alle prediche; dice che patentemente si osservava sul volto di tutti l'abbominio preso al peccato e la compunzione de' cuori: si vedeano conculcati i rispetti umani, i peccatori più ostinati convertiti, e che obbligavano i confessori a sentirli non solo nel giorno, ma anche nella notte. Aggiunge che, finita poi la missione, tutto il paese parea mutato; si vedeano tolti gli scandali, riformati gli abusi, quietate tante inimicizie pertinaci, non si udivano più bestemmie, più imprecazioni, più parole disoneste. Quasi le stesse cose trovansi scritte delle missioni del p. Giuseppe da Carabantes cappuccino; ma specialmente si narra che facendo la missione in una città, la gente


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si compunse talmente che quasi tutti andavano per le vie in abito di penitenza flagellandosi e con lagrime cercando perdono a Dio de' loro peccati. Di più nella vita di s. Vincenzo de' Paoli al cap. 15. parlandosi delle missioni fatte da' sacerdoti della sua veneranda congregazione della missione, si legge che facendosi la missione nella diocesi di Palestrina, un giovane al quale era stato tagliato un braccio da un suo nemico, avendolo egli trovato dopo la predica nella pubblica piazza se gli gettò a' piedi e gli domandò perdono dell'odio che gli aveva portato; né contento di ciò, alzatosi in piedi l'abbracciò strettamente con tale affetto che tutti quei che ivi erano ne piansero per allegrezza, e molti spinti dal suo esempio perdonarono a' loro nemici tutte le ingiurie da essi ricevute. Nella stessa diocesi due vedove che non aveano voluto mai perdonare coloro che aveano uccisi i loro mariti, per quanto ne fossero state pregate, sentendo la missione, non ostante l'opposizione di chi persuadea loro il contrario, col motivo che gli omicidj erano accaduti di fresco e che era ancora caldo il sangue de' loro mariti, vollero perdonare e rimisero tutte le loro querele. Più ammirabile fu il fatto seguente. In un paese, che ivi per degni rispetti non si nomina, regnava talmente la vendetta, che i genitori insegnavano a' figli il modo di vendicarsi per ogni minima offesa; ed eraradicato quest'uso perverso, che pareva impossibile persuader loro il perdonare le ingiurie. Venivano essi alla missione colla spada al fianco e l'archibugio in ispalla, e molti con altre armi alla cintura. Colle prediche niuno moveasi al riconciliarsi col nemico, ma un giorno il predicatore ispirato da Dio presentò agli uditori il crocifisso e disse: Or via chi porta odio ai suoi nemici venga ad abbracciarsi con Gesù Cristo, in segno che per di lui amore vuol perdonarli. Ciò detto, venne un curato, al quale era stato ucciso il nipote, baciò il crocifisso, e poi chiamando l'omicida che era ivi presente, cordialmente l'abbracciò. A questo esempio e colle parole del predicatore si mosse talmente quel popolo, che per un'ora e mezzo non si fece altro in chiesa, che riconciliarsi ed abbracciarsi quei che prima si odiavano; e perché l'ora era tarda, seguì a farsi lo stesso nel giorno appresso. I genitori perdonavano la morte de' figli, le mogli dei mariti, i figli de' loro padri e fratelli; con tal pianto e consolazione, che non si saziavano di benedire Dio per questa graziagrande fatta al loro paese. Si narra ivi ancora, che più banditi ed assassini di strada, mossi dalla predica, o da quanto veniva lor riferito da chi l'aveva intesa, lasciarono le armi, e si diedero a vivere da cristiani; e di questi tali in una missione se ne convertirono poco men di quaranta.

 

14. Delle missioni poi del p. Leonardo da Porto Maurizio francescano riformato si leggono cose stupende nella di lui vita. Si legge specialmente che avendo fatta la missione in un paese della Corsica, detto Mariana, ove per l'inimicizie erano frequenti gli omicidj, sino ad estinguersi le famiglie, finita la missione non rimase alcuno che non si fosse pacificato col suo nemico. In un altro luogo chiamato Casaccone vi fu una famiglia che stava ostinata a non voler far pace; ma nel fine della missione


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dicendo il predicatore che non intendea benedire coloro che non deponeano l'odio, vennero tutti di quella famiglia, e fatta accostare la parte contraria, con un gran pianto si fece la pace, cercandosi perdono gli uni cogli altri. Nello stesso luogo vi fu un giovane, che avendo inteso farsi ivi la missione, venne da lontano per trovare ivi un certo suo nemico ed ucciderlo; ma avendo poi udita la predica, depose affatto l'odio e si fece una confessione generale. In un altro luogo detto Castel d'Aqua vi erano tre numerose fazioni di nemici; or questi, facendosi ivi la missione, stavano un giorno nella chiesa tutti armati con timore che ivi stesso non succedesse un macello; ma colla predica si compunsero in tal modo che vennero essi stessi a trovare in quello stesso giorno il predicatore e si fece una pace comune. In un'altra isola della Corsica vi era una inimicizia di due partiti da venti anni, e spesso vi succedeano uccisioni; facendosi ivi la missione, una delle parti non voleva arrendersi perché aveano per capo un certo chiamato Lupo che stava ostinato; ma in fine della missione vedendo costui che gli altri si erano riconciliati con Dio, ed esso restava nemico di Dio, si arrese e fece la pace, e così tutti fecero pace. In Livorno si erano preparati molti spassi per lo carnevale; ma facendosi la missione, non si videro più né maschereballi, e si tolsero anche le commedie pubbliche, perché non trovandosi chi vi andasse si chiusero i teatri. Queste e simili cose non son straordinarie, ma ordinarie in tutte le missioni che si fanno, e perciò lascio di più distendermi su questa materia.

 

15. Ma veniamo ora alle opposizioni che fa il suo parroco; perché se io non rispondo a queste, egli resterà colla stessa mala opinione che tiene delle missioni. Dice in primo luogo che il frutto della missione si riduce spesso a fuoco di paglia che apparisce grande, ma non dura; poiché finita la missione i malvagi fanno peggio di prima. Rispondo. Volesse Dio che tutti quei che si convertono perseverassero sino alla morte! Questa è la miseria umana che molti ricuperano la grazia di Dio, e poi ritornano a perderla. Ma se non vi fosse altro bene, almeno è certo che mentre dura la missione, ordinariamente si tolgono le male pratiche, si tolgono gli scandali, cessano le bestemmie, si fanno molte restituzioni, e si aggiustano molte confessioni mal fatte. Dopo la missione poi non è vero che tutti i peccatori tornano a far peggio di prima; molti perseverano in grazia di Dio, ed altri se ricadono, almeno si mantengono per più mesi lontani da' peccati mortali; almeno colle prediche intese nella missione acquistano più cognizione di Dio, e dell'importanza di salvarsi, e più orrore al peccato; onde se ricadono, cercano di risorgere prima del precetto pasquale. Io tengo per certo che di tutti coloro che sono venuti alle prediche, se alcuno di loro muore fra l'anno da ch'è stata la missione, difficilmente si danna. Almeno per uno o due anni si vede durare il frutto della missione; e se non dura avverrà per difetto de' sacerdoti del paese, che non attendono a mantenere il frutto della missione co' loro sermoni, con fare adunare il popolo alla meditazione ed alla visita del Sagramento, e con assistere sovra tutto al


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confessionario; altrimenti del profitto della missione fra un anno poco ce ne resta, e perché? per trascuraggine de' sacerdoti che non si vogliono pigliar fastidio. Vae praelatis dormitantibus! vae presbyteris otiosis! dice lo stesso Contensone1. Quando poi diventa arida la terra per la lunghezza del tempo di tre o quattro anni, bisogna di nuovo rinfrescarla con un'altra missione.

 

16. Dice in secondo luogo il suo parroco, che colle missioni s'inquietano le coscienze, per ragione de' tanti scrupoli che allora si muovono per mezzo delle prediche. Or questa difficoltà sì ch'è bella! Dunque sarà meglio per non inquietar le coscienze lasciare i peccatori a dormire nel letargo del peccato con quella pace maledetta ch'è il sigillo della loro dannazione? S'inquietano le coscienze! Questo è quel che pretende il demonio, che quei miseri suoi schiavi non sieno disturbati da quella falsa pace in cui vivono perduti. Ma questa ha da esser la cura del pastore, di mandare ad inquietar le pecorelle che dormono in disgrazia di Dio, affinché si sveglino e riparino al pericolo in cui stanno di dannarsi; ed a svegliarle non vi è mezzo migliore della missione.

 

17. E perciò (aggiungo) i vescovi dovrebbero procurare che si faccia la missione in ogni villaggio della loro diocesi, per piccolo che sia; dico ciò, perché alcuni missionarj, nelle parti ove sono molti piccoli paesi dispersi d'intorno, sogliono ivi far la missione in un luogo di mezzo; ma in questo luogo di mezzo non vi concorrono quelli che sono più aggravati di peccati, e per conseguenza più accecati e meno curanti della loro salute: questi, allorché non si fa la missione nel proprio paese, a quell'altra chiesa in cui si fa la missione non vi s'accostano, o appena qualche volta, sotto il pretesto o che sta lontana o che la predica finisce a notte o ch'è mal tempo; e così se ne restano al paese e nel medesimo loro stato di vita perduta. Io parlo per esperienza. In più luoghi si diceva esservi stata la missione, ma perché la missione si era fatta così in qualche luogo di mezzo, o perché era stata troppo breve, gli abbiamo trovati bisognosi, come non vi fosse stata mai missione; e perciò la nostra minima congregazione, quando va in qualche diocesi, pratica di far le missioni in ogni paese di quella, per piccolo che sia, almeno per otto giorni, perché negli altri luoghi più popolati si trattiene sino a 15. e sino ancora a 20. e 30. giorni, se bisogna, per sentire le confessioni di tutti.

 

18. In terzo luogo oppone che le missioni per lo più finiscono di notte, e perciò succedono molti scandali. Ma si risponde: queste son dicerie di cervelli fantastici, che nella missione succedono molti peccati, per causa di predicarsi di notte; allora tutta la gente sta atterrita, specialmente quelli che vanno alla missione; almeno per quel tempo non hanno animo di tentare gli altri, pensando che non troverebbero corrispondenza. Ma via diamo il caso che qualche giovine scapestrato dia tentazione a qualche zitella, perciò si ha da lasciare la missione, perché finisce di notte? Ma dice: non sunt facienda mala, ut eveniant bona. Concedo, ma altro è far il male, altro permettere il male; se per evitare ogni pericolo di male che può


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succedere si avessero a togliere cose buone, si dovrebbero proibire tutte le feste de' santi, le processioni, i pellegrinaggi, ai luoghi santi, perché in queste cose vi accade sempre qualche disordine; e così anche avrebbero da vietarsi le confessioni, le comunioni, il sentir le messe, perché in queste anche vi accadono scandali e sacrilegj. Ma noi sappiamo che la chiesa tali cose non solamente le permette ma le approva e le comanda.

 

19. Ma col predicarsi di notte, già per causa della missione succedono peccati. E se non ci va la missione, dico, non succedono peccati? Se non si fa la missione, seguitano le male pratiche, le risse, bestemmie, e tutti gli scandali che vi erano prima. All'incontro col farsi la missione, si evitano almeno per quel tempo mille peccati. Ma perché si ha da predicar di notte? dove la gente concorre di giorno, io dico che si predichi di giorno e non di notte; ma dove la gente non può venire di giorno, come si ha da fare? È certo che nelle terre di campagna, se non vi concorrono i poveri villani (che formano quasi tutto l'uditorio) la missione è perduta ma i poveri villani, per quanto loro si raccomandi e si esclami, che vengano presto, non possono venire se non quando han compita la fatica. Si suol predicare a' padroni, a' fattori, che facciano finir di faticare più presto alla loro gente in quei giorni di missione; ma a tali parole i padroni poco danno udienza, per non perdere il loro interesse. All'incontro i faticatori, se non compiscono la giornata non sono pagati; e se non hanno quella paga manca loro il pane; e perciò ne' villaggi, per quanto si gridi, la gente non viene se non all'ora tarda, verso la calata del sole; e torno e a dire, se non vengono i poveri villani, la missione è perduta.

 

20. Oppone di più che certi missionarj imprudenti predicano sopra del pulpito i peccati che sentono nel confessionario, e questo fa che la gente prenda odio alla confessione; e quindi per non essere svergognati in pubblico lasciano di confessare i peccati. Mi meraviglio che il suddetto parroco dica quel che van dicendo alcuni di mala coscienza a' quali dispiace la missione. I missionarj quando giungono ad un paese, la prima cosa che fanno, s'informano dagli uomini più cordati de' peccati che più regnano in quel luogo, e sopra quelli poi battono più spesso nella moralità delle prediche. Ma essi stanno ben accorti a non parlare sul pulpito di certi fatti particolari che possono specialmente dinotare le cose intese nelle confessioni. Del resto, di che han da trattare sovra del pulpito? di estasi forse e ratti, di visioni e rivelazioni? trattano e parlano dei peccati più comuni che ordinariamente si commettono in tutte le parti, come sono le impudicizie, le bestemmie, gli odj, i furti ecc.

 

21. Dice poi ch'egli non ha domandata la missione, perché una tal richiesta a sospettare alla gente che il parroco non ben soddisfa all'obbligo suo, mentre va cercando l'aiuto di altri. In quest'altra difficoltà o scusa che sia, par che siavi mescolato qualche poco di superbia. Io dico tutto l'opposto: non è disonore al parroco il chieder la missione, ma è disonore il non chiederla: poiché scansando egli di aver la missione nel suo paese sospetto di aver timore che si palesino le sue mancanze. All'incontro, quando il parroco fa bene l'officio


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suo, i missionarj non lasciano di lodar la sua condotta così appresso del popolo, come del vescovo.

 

22. Dice finalmente che la missione da tre anni vi è stata al suo paese, che poco è il profitto che si ricava dalle missioni, quando sono troppo spesse, perché il popolo vi fa l'orecchio, e diventano (come suol dirsi) passari di campanaro. Rispondo: regolarmente la missione non si dee replicare dopo poco tempo nello stesso luogo; ma lo spazio di tre anni non è poco tempo; è tempo nel quale, ordinariamente parlando, molti si sono scordati delle prediche e molti sono ricaduti, e moltissimi intepiditi, e colla nuova missione questi di nuovo s'infervorano o quelli si rialzano. Del resto non è vero che dalle missioni replicate non si ricava molto frutto; quando si fa la seconda missione in un paese, benché non si veda quella compunzione manifesta che si è veduta nella prima, nulladimanco il profitto della gente è grande, atteso che molti (come ho detto) che sono tornati al vomito, risorgono dal peccato, molti raffreddati di nuovo s'infervorano, e molti almeno si ristabiliscono con maggior fermezza nella buona vita, e perciò dalla nostra minima congregazione si pratica di ritornare dopo alcuni mesi ai luoghi ove si è fatta la missione, a far la rinnovazione di spirito; ed abbiamo veduto colla sperienza il gran bene che da queste rinnovazioni si ricava.

 

23. Or basta, io prego V.S. illustrissima a seguir col suo zelo a procurare di far venire le missioni in tutti i paesi della sua diocesi ogni tre anni, e non dia orecchio a queste difficoltà che fanno coloro i quali parlano per fini privati, o pure perché non sanno il gran bene che producono le missioni. La prego in oltre d'invigilare dopo le missioni sovra i parrochi e i sacerdoti dei paesi, acciocché mantengano il profitto fatto colla missione, con proseguire gli esercizj raccomandati loro da' missionarj, come sono l'orazione mentale in comune nella chiesa, la visita al SS. sagramento, i sermoni familiari in ogni settimana, il rosario, ed altre simili divozioni; giacché non di rado per mancanza de' sacerdoti del luogo si perde la maggior parte del frutto ch'erasi raccolto nella missione. Non voglio più tediarla. Mi raccomando alle sue orazioni; e baciandole divotamente le mani, resto con tutto l'ossequio dicendomi

Di V.S. illustris. e reverendiss.

Divotiss. ed obbligatiss. servo vero

ALFONSO MARIA

VESCOVO DI S. AGATA ECC.

 

 

 

 

 

 




1 1. 2. q. 113.



2 Rom. 10. 14. et 15.

1 Hom. 19. in evang.



2 Hebr. 1. 1. et 2.



3 Marc. 16. 15.



4 Colos. 1. 6.

1 Theol. l. 3. diss. 6. c. 2.

1 Cit. diss. 6.



2 Sess. 5. c. 2. de ref.



3 Luc. 4. 24.

1 3. p. qu. 8. a. 5. ad 1.

1 Loc. cit.




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