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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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7. ALLA MEDESIMA.

Le espone le condizioni per le quali la nascente opera del l'Istituto potrà prosperare, la rimprovera di aver lasciato la direzione di Mgr Falcoia, e le mostra i pericoli che perciò la minacciano.

 

[FINE DI MARZO 1733.]

 

Viva Gesù, Giuseppe, Maria, Teresa!

 

Celeste, Sorella mia dilettissima in Gesù Cristo e Maria, io ti avevo pregato a non rispondermi; ma giacché mi hai voluto onorare con rispondermi, ti prego a leggere questo foglio, e poi fa quel che Dio t'ispira. Ma leggilo rassegnata, senza andar cercando risposta a quel che leggi; perché se stai con impegno di contradire, non ti mancheranno mai ragioni da rispondere, ma non troverai mai la verità. Gli eretici, per contradire alla Chiesa, han trovato ragioni anche contro la Scrittura. Leggi dunque questo foglio, e facci orazione tre giorni, ma tutta rassegnata in una perfetta indifferenza, senza scrivermi o notarti cosa alcuna per rispondermi, e poi fa quel che ti piace.

E giacché vuoi fedeltà da me, io voglio ancora fedeltà da te: questo foglio e tutto ciò che ti scrivo in questo foglio, non ti do licenza che lo fai sapere a niuno, né a D. Silvestro [Tosquez] né ad altri. Tu già t'immagini che io so ogni cosa: e così se hai desiderio veramente, non di essere difesa ed approvata negli occhi degli uomini, ma di piacere solo agli occhi di Dio con indagare la verità per abbracciarla, permettimi, Sorella mia Celeste, che io ti parli chiaro, e ti metta davanti agli occhi la verità, poiché altro non pretendo che la gloria di Dio, ed il bene dell'anima tua, che tanto ti desidero. E distinguiamo l'affare dell'anima tua dall'affare dell'Istituto.

E prima, in quanto all'affare dell'anima tua, dimmi Celeste, tu perché hai lasciato Monsignor Falcoia? Il quale è santo, e illuminato come tante volte tu mi hai detto, e sai certo che te l'ha dato Iddio, e per tanti anni ti ha guidatobene, che tu


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ne devi sempre ringraziare Dio e lui colla faccia per terra. Che male hai scoverto nell'anima sua? In che precipizio forse ti ha fatto cadere? L'hai lasciato, perché t'inquietava con tenerti umiliata ed oppressa? Ma questo, Sorella mia, non vedi che era assolutamente necessario per soggiogare il tuo spirito altiero, e per non farti affezionare al tuo giudizio proprio? Difetto conosciuto in te, non solo da lui, ma anche da D. Bartolomeo Carace1 e dagli altri ancora, che ti han conosciuto, e difetto di cui diceva S. Filippo Neri che non vi era cosa più pericolosa per la vita spirituale, e S. Giovan Crisostomo dicea che sta in molto più pericolo un Santo, che si fida di sé, che ogni altro che si fa guidare. Ed un altro Santo dicea che chi crede a sé stesso non ha bisogno di demoni che lo tentino.

Chi dunque t'ha approvato il lasciar Falcoia? I lumi di Dio, la quiete, gli effetti? E chi t'approva questi lumi, questa quiete, questi effetti per veri, per buoni? Quella penitente, che per otto anni ebbe una illusione con quiete ed effetti buoni, talmente che il suo confessore s'era già forse persuaso dagli effetti, che fosse cosa di Dio? e pure il P. Colellis, come sta nella sua Vita, la scovrì per illusione. In ciò ponno errare anche i diligentissimi Maestri di spirito, e tu ti assicuri consigliandoti con te stessa? Ti ha assicurato forse D. Silvestro [Tosquez]? Ma se a te è sospetto Falcoia che ti ha sempre umiliata, molto più devi tenere per sospetto il giudizio di D. Silvestro; mentre sai che questo ti stima più che S. Teresa (ti è andato pubblicando e decantando da per tutto, sino a Vienna);2 che t'approva tutto, anzi che esso dipende tutto da te: dal che dovrebbe guardarsi ogni Padre spirituale, come sai, per guidare bene qualche anima e tenerla umile.

Oh quanto, Celeste mia, D. Silvestro ti ha fatto perdere di umiltà, e quanto ti ha aiutata a sposarti col tuo proprio giudizio! Vedi a che segno sei arrivata, che sei andata seminando per lo monistero, che non vi era obbligo di ubbidire al precetto


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della Superiora, fatto sub mortali! E quale Dottore mai, Celeste mia, ha detto questo sproposito: che non sia peccato mortale, a chi tiene voto di ubbidienza, il disubbidire alla Superiora, fatto il precetto in materia grave? E per materia grave s'intende, o male grave, o che può portare male grave; e questo si deve supponere, che ben l'abbia esaminato la Superiora, quando ha dato il precetto. E troppo superbia d'una donna, che non ha studiato, il volersi opporre in questo a quelli, che la Chiesa ha destinato per Maestri.

Ah! Celeste antica, dove sei? Com'è stata questa ruina, come? Che mi sento morire, quando ci penso. Chi ti ha allucinato così? Dov'è la tua bella antica obbedienza a' Superiori? Dove la tua bella umiltà, con cui desideravi d'essere disprezzata e disapprovata da tutti? Ora, lasciata quasi in tutto l'obbedienza, vai cercando, sotto vani pretesti della gloria di Dio, d'essere stimata ed approvata da tutti. Non ha bisogno Dio, per la gloria sua, che ti difendi, no. Quando egli ti vedrà veramente umile, quanto più ti vedrà umiliata, tanto più egli s'impegnerà a difendere te e l'opera sua. Tu già m'intendi.

D. Silvestro poi, di cui sarà stata la bella dottrina dell'obbedienza, sappi che in materia di dottrina, è storto, stortissimo. Ho inteso io dalla bocca sua, che nei giorni di digiuno della Chiesa non si può mangiare, se non verso le ventun'ore, e che la sera non si può pigliare la solita colazione: mettendosi a condannare in questo, con troppo audacia, quasi tutte le Religioni ed uomini santi che praticano il contrario. Ha detto altre dottrine false in materie morali, che lascio. Basta per tutto l'essere arrivato a dire, e forse tu ancora l'avrai inteso, che tutti quelli che si guidavano con Falcoia erano dannati.

Ond'è certo che la tua visione di lasciar Falcoia è stata una vera illusione, e se mille ne consultassi Teologi disappassionati, mille te 'l confermerebbero, quando che per credere che fosse illusione, doveva a te bastare che te l'avesse detto Falcoia solamente, il quale allora ancora trovavasi tuo Padre spirituale. Rispondi a me, Celeste: era possibile che la tua fosse illusione,


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o no? Tu almeno ne dovevi ragionevolmente dubitare, mentre una S. Teresa nella relazione che fa delle sue visioni, pag. 227, scrive di sé: che non credé mai, che chi le parlava fosse Dio tanto risolutamente, che ci potesse giurare, benché dagl'altri le fosse detto che sì. E perciò dice, nello stesso luogo, che non fece mai cosa veruna per quello che intendea nell'orazione, ma sempre conferiva il tutto co' suoi confessori i quali, se talvolta le dicevano il contrario di quello che diceva il Signore, lo faceva, ed ubbidiva subito. Conforme specialmente fece nella fondazione di Malagone, cap. 10, dove, essendole stato prima rivelato da Dio che facesse i monasteri senza entrate, il confessore le disse che ivi pigliasse entrate; ed ella ubbidì, ed il Signore poi le approvò l'ubbidienza fatta.

Or, supposto il dubbio ragionevole che avessi della visione, e che dovevi avere per camminar sicura: al giudizio di chi dovevi meglio stare, se non al giudizio del tuo Padre spirituale, se non vuoi affatto disprezzare il bell'ordine dell'obbedienza, che Gesù Cristo ha lasciato nella Chiesa per accertare la sua volontà? Tu esponi la visione al Padre spirituale; quello ti dice che è illusione, e tu fai il contrario!

Dimmi, S. Teresa avrebbe fatto così, come hai fatto tu? E troppo torto poi faresti al tuo un tempo troppo caro Padre Falcoia, se dici, che per essere parte, quell'uomosanto t'avea da consigliare una cosa contro la volontà di Dio, e tradire la sua coscienza: sempre che non è evidente, che il Padre spirituale parla per passione, sempre si deve obbedire al Padre spirituale. Falcoia è parte, e D. Silvestro non è parte? Celeste, questo gran gusto a Dio, lascia D. Silvestro. Io so che ti hai da fare una gran violenza, ma quanto più quest'atto sarà violento, tanto maggiore sarà il tuo volo alla perfezione.

Dimmi, se Dio vuole che lo lasci, che vuoi fare? Ma Dio non vuole, tu dici. Ah! Celeste mia cara in Gesù Cristo, e chi non vede chiaramente che tu vai ingannata, e quel che è peggio, con inganno volontario? poiché, essendo stata da tanti avvertita della verità, io non so quale scusa troverai con Gesù Cristo nel giorno del giudizio. A questo dirai:


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ci ho da pensare io; dunque passiamo all'altro punto dell'Istituto.

In quanto poi all'affare dell'Istituto, è certo che le Regole, da te notate,1 hanno bisogno di mille e mille spieghe. E tu medesima non ti ricordi che mi dicesti, dal principio che io venni al Monistero, che Falcoia faceva bene a discifrare il divino dall'umano, essendo nelle Regole notate molte cose di giudizio proprio? E l'istesso tu medesima me l'accordasti in quanto ancora all'Istituto degli uomini, quando, prima di aprirsi la Fondazione, io venni a Scala, ed apposta per questo ti feci chiamare: ti parlai, e restammo d'accordo.

Ed oltre le tante dichiarazioni delle Regole che vi vogliono, s'hanno d'aggiungervi tanti altri capi e costituzioni particolari distintamente, per le scuole,2 per le missioni, per le case di studio, per la diversità degli esercizî che s'han da fare, per gl'impieghi che si permettono o proibiscono, per le accademie, per le congregazioni e per tante altre cose. Solo per le missioni e scuole, vi vogliono due libretti a parte di regole, acciocché si stabilisca tutto per ora, e per l'avvenire, acciocché si mantenga sempre la stessa osservanza.

Or queste spieghe e costituzioni fra noi, chi le ha da fare? Io e D. Vincenzo [Mannarini] siamo poco pratici di comunità e senza esperienza, aggiungendo di me che sono ignorante. D. Silvestro [Tosquez] è meno pratico di noi; D. Giovanni Battista [di Donato] conserva l'affetto alle sue Regole antiche;3. onde, come sai, sta costante a non volere il coro, cosa così principale, e vorrebbe introdurre, in somma, fra noi le Regole sue. Oltrecché, se noi lasciassimo Falcoia per unirci tra noi a far


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queste Regole, D. Silvestro certamente vorrebbe fare da direttore, e da interprete infallibile delle tue rivelazioni, non solo passate, ma ancora future; poiché egli è stato avvezzo sinora a far sempre da maestro, e mai da discepolo; e povero quell'uno poi, che si mettesse a contradirlo in questa cosa, come ho veduto coll'esperienza, ché egli vuol vincere in tutto. E se appena entrato nel monistero, da secolare, [prese] a diriggere, come sai, alcune poche Sorelle, che ora si vedono, come dicono, uscite da un fosso, essendo uscite dalla sua direzione (il che solamente dovrebbe bastare a te, Celeste, per farti ravvedere);se appena entrato, dico, volea che si cercasse licenza a lui, quando si aveva da scrivere a Falcoia, or che farebbe tra di noi, se tutti avessimo lasciato Falcoia?

Ed io già m'immagino, Celeste mia, che questa sarebbe la tua intenzione, di tirarci tutti, poiché abbiamo lasciato Falcoia a dipendere alla cieca dagli oracoli di D. Silvestro, come dipendi tu. Se Dio lo volesse, lo farei; ma per , questa ispirazione non me la sento.- Torniamo a noi.

L'unica via dunque, per istabilire bene ogni cosa, è che tutti noi ci rimettiamo ad un solo, a cui avendo detto le nostre riflessioni, dipendiamo poi alla cieca dalle sue determinazioni; ma quest'uno deve essere sperimentato, pratico di comunità, pratico di missioni e d'altri esercizî spirituali, e pratico delle scienze necessarie ad un'Operario, e che sia uomo di spirito ed illuminato, e che egli poi determini tutti i dubbi, e tutte le cose senza contrasto. E così meglio si conserverà ancora fra di noi certamente la santa carità ed unione, così necessaria per camminar questa barca, come tu dici, ed io ho predicato sempre, che ho fatto la schiuma in bocca. E quale Regola di Religione o Congregazione non si è fatta così, dipendendo tutti da un solo direttore?

Io solamente aveva dubbio che così solo fossesi fatta la Riforma de' Teresiani, sopra i dubbi che nascevano nella Regola di S. Alberto, abbracciata da S. Teresa. Ma poi ho trovato che, con tutto che furono quelli primi compagni così santi e pratici di comunità, pure, per non avere avuto un solo direttore, fu la Riforma quasi vicina a distruggersi: perché s'erano


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introdotte perciò tante diversità d'osservanze, che S. Teresa tremava non si disfacesse la Riforma; tanto che il P. Graziano, visitando la Riforma e trovando tante diverse osservanze in diversi monasteri, fece poi egli solo le Costituzioni che si vedono fatte nelle Cronache, e queste poi si osservarono.

Così dunque, per istabilire bene le Regole e l'Istituto, è necessario che ci rimettiamo ad un soggetto atto per questo; sì perché noi non siamo atti per questo; sì perché questa è la via più facile e sicura, come han fatto tutte le Religioni; sì ancora per mantenere l'unione fra noi. Altrimenti, da una parte, non vi sarà mai perfetta unione fra di noi, dovendo sempre stare in contese ed in apportar ragioni per quello che ognuno pretende che si stabilisca; e d'altra parte, lo stabilimento delle Regole anderebbe in infinito, e sempre in contrasti.

Ma per questo tu mi scrivi, che l'uno ha da cedere all'altro. Ma, Celeste mia, questo è impossibile. Questo, che uno ceda all'altro, sarà possibile quando si tratta di onori, di proprie comodità, di cose indifferenti; ma quando si tratta di stabilire cose di gloria di Dio perpetue, senza il legame dell'ubbidienza e dell'accordo di stare tutti poi alla decisione di un solo, niuno sarà per cedere mai in cose, che stima di maggior gloria di Dio: e questo tel' farebbe vedere la sperienza, conforme la sperienza mi ha fatto vedere sinora che, per cose frivole, nemmeno abbiamo potuto accordarci. Onde sempre, sempre, sempre poi ne' dubbi si avrebbe da ricorrere ad uno che decidesse; e questa verità la conosce ognuno ch'è capace di ragione e non è storto di cervello, e l'istesso D. Vincenzo tuo ultimamente mi ha detto lo stesso.

E voi rimettetevi al vostro presente Superiore.1 - Io venero il P. Superiore, e so che debbo ubbidire nelle Regole già stabilite; ma non mai ho avuto intenzione di stare a quelle regole che fa il Signor D. Giov. Battista. Obbedirò in ciò solamente a quel

 


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che stabilisce Monsignor Falcoia, mio direttore e direttore certamente di tutta questa Opera. Ed in ciò sappi una volta per sempre, Sorella mia, che io son venuto all'Istituto, non per esserne Capo e Direttore o per precedere in alcuna cosa, come mi avverti, né per piacere agli uomini, potendoti tu medesima ricordare, che quando Falcoia mi applettò [sollecitò] ad intromettermi con Guerriero1 per l'approvazione delle vostre Regole, perché allora era contro l'obbedienza del mio direttore, io chiaramente dissi a Falcoia che mi scusasse.

Sono venuto dunque solo, solo per obbedire a Dio; e spero di non lasciare mai, per quanti appletti (istanze) mi dieno gli uomini, conforme specialmente ora sono stato applettato da Napoli a ritornarmene. Ma sappi che in ciò non seguito le tue rivelazioni, come ti scrissi da principio; ma seguito solo la via ordinaria e sicura della santa obbedienza de' miei Padri spirituali, alla quale via sta promessa da Gesù Cristo quella sicurezza di accertare la volontà di Dio, che non sta promessa a tutte le rivelazioni del mondo, come dicono tutti i Maestri di spirito.

E specialmente S. Teresa, nel cap. 10 delle Fondazioni, dice che in questa vita, fidandoci delle parole: Qui vos audit me audit, dobbiamo alla cieca metterci in mano d'un giudice, che sia o il Superiore o il confessore; dicendo, che il Signore poi stima tanto questa sommissione che, benché a noi ci paresse poi uno sproposito quel che ci vien precettato, pure, obbedendo noi con pena o senza pena, arriveremo, con obbedire a' nostri Maggiori, perfettamente a fare la volontà di Dio.

Io perciò dunque, come sai, dall'obbedienza sono stato posto tutto in mano di Falcoia, e così spero sotto l'obbedienza di vivere e morire. Se tu seguiti altra via, a rivederci alla fine, dove anderai a parare. Io, se faccio l'obbedienza, certamente mi farò santo; e tu, avendo lasciato la tua guida, non se ti farai più santa. Io ti dico che non sto per lasciare Falcoia, ancorché tutti, se fosse possibile, arrivassero a rimettersi a me solo. E


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non lo sai ancora ch'è meglio lasciar la vocazione, che lasciar l'obbedienza, se si potesse dar mai vera vocazione contro l'obbedienza? Mi contento, per finirla, più presto lasciar l'Istituto e far l'obbedienza, che lasciar l'obbedienza e restar nell'Istituto.

Io so che S. Filippo Neri facea più conto d'un anima che mena vita ordinaria sotto l'obbedienza, che d'un'altra che faccia gran cose di propria volontà. E sappi, con ciò, che quando mi viene il dubbio, che tutti i lumi tuoi sin da principio siano stati illusioni, per quello che ora so di te (mentre è certo che tutti i lumi e visioni tue, che ti confermano nella tua ostinazione, sono vere illusioni, come ti ha scritto Falcoia e lo conoscerebbe ognuno); in tale dubbio, questo mi fa animo a resistere e mi forza: il pensare che io non seguito in ciò le tue rivelazioni, ma seguito l'obbedienza del mio Padre spirituale.

E così, ancorché tutte le tue fossero state illusioni, io col l'ubbidienza vado sicuro, e non posso errare nella mia vocazione.

Torniamo a noi. Posto ciò dunque, che si ha da eleggere uno necessariamente per i dubbi, affari e circostanze presenti che vi sono, D. Vincenzo dice che si elegga un'altro, e non Falcoia. Ma perché, rispondo io, si ha da eleggere un'altro, e non Falcoia, se non vogliamo operare per passione? Per Falcoia, noi abbiamo lumi ancora di Dio troppo chiari, che Dio l'abbia eletto per regolare quest'Opera sua.

Basterebbe primieramente per tutto, il sapere che egli si trovava direttore tuo, per sapere che ad esso Dio dava il peso dell'Opera: dovendo egli, e non altri, approvare e spiegare i lumi tuoi, conforme appunto il Confessore di S. Teresa, quando si trovò a diriggere la Santa nella rivelazione ch'ebbe della Riforma, si trovò ancora a diriggere conseguentemente tutta l'Opera della Riforma.

Di più poi noi abbiamo, che Suor Maria Colomba1 sin da principio mi scrisse (ed ora ho riletto il suo foglio) e dice così: " Intesi che S. D. Maestà volea per capo dell'Istituto voi, dipendente però dal suo diletto Tommaso [Falcoia]; perché questo S. D. M.


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ha eletto per il capo principale, per regolare questa grand'Opera." E quest'istesso, mi ha scritto poi Colomba, che più volte l'ha inteso dal Signore. Ma forse Colomba è illusa? E Celeste, dico io, ancora può essere illusa. Io, in verità, tutte e due vi tengo per sante; ma trattandosi d'illusioni, che il Signore suole permettere anche all'anime sue dilette, come si sa di Suor Maria Serafina di Capri e d'altri: perché ho da credere illusa Colomba, e che non sii illusa tu, quando vedo poi che quella si soggetta e cammina per l'obbedienza vera, e tu no?

Di più, io da te medesima mi trovo scritto più volte, che noi dobbiamo dipendere da Falcoia in quest'Opera; e specialmente in una lettera, che se la vuoi vedere te la mando, poiché il Signore non a caso me l'ha fatta conservare, dove mi dici espressamente queste parole: " State in pace e lasciate tutto al giudizio del nostro Padre, quale Dio ha posto nell'Opera, e che tutti dipendano da lui "-con ciò che segue, confermando lo stesso.

Ma ora, dirai, ho avuti lumi contrari. E chi te gli approva ora, questi benedetti lumi contrari? Perché io poi ho da credere a quello che mi dici , e non a quello che mi hai detto per lo passato? Di più, per ultimo, noi sappiamo che Falcoia per quest'Istituto, Celeste mia, non solo ha seguitato la rivelazione tua, ma ha seguitato ancora i lumi d'altri, e specialmente i lumi che Dio ha dato a lui medesimo prima che egli ti sapesse.

E perciò, da tanti anni, è andato cercando, ed in Napoli, ed in Roma di stabilir quest'Istituto, seguitando sopra tutto il lume dell'Evangelio, che vale più de' lumi tuoi e de' lumi suoi. Ma quando non ci fosse niente di queste notizie soprannaturali, dovendoci noi rimettere ad uno, almeno perché vediamo che questa è la via più breve e più sicura di stabilire le Regole e di conservar tra di noi l'armonia: perché, per quest'uno, non abbiamo da eleggere Falcoia? Avendolo noi già per questo eletto, prima che non comparisse D. Silvestro; poiché allora fra noi non si nominava altri che Falcoia, ed ad altri non si ricorreva che a Falcoia: uomo vecchio, esperimentato, illuminato,


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dotto, pratico di comunità, di missioni, di scienza, e pratico ancora di cose di mondo; sicché è difficile trovarne molti, che abbiano unite tutte queste qualità, necessarie per ben regolare quest'Opera, come le ha in se unite questo santo vecchio. O vi fosse ancora qualche rivelazione espressa, che Dio vuole che noi dipendiamo da ognun'altro, fuorché da Falcoia?

Ah! Dio mio, Celeste, e che allucinazione è stata questa troppo dannosa per te! Questo succede, quando per qualche suo difetto si allucina un'anima illuminata: così io dico di te, ci vuole quasi un miracolo di Dio per rimetterla in luce. Eccoci ora così disuniti; come vedi, e tu sei la causa di questa disunione. Celeste, io ti parlo da parte di Dio, pensa che tu presentemente, colla tua ostinazione, tiri a ruinar l'Opera che non è tua, ma è di Dio. È vero che tu e tutti non bastate a guastare l'Opera, se Dio la vuole; anzi se tu resti ostinata, io penso che il Signore per questa via forse meglio ci aiuterà: poiché non nominandosi più lumi e rivelazioni, troveremo più facilità per l'approvazione di Roma.

Ma frattanto per te, se tu porti questo peso, avanti di Cristo Giudice, di aver tirato a ruinare l'Opera sua, che ne sarà dell'anima tua? Io, se sarò escluso dall'Istituto, come andate dicendo, confesso che me lo merito e me ne contento, purché non sia escluso della santa obbedienza; ma sappi però che non sta a te, né a D. Silvestro, escludermi dall'Istituto; sta a Dio, che non ha bisogno ne di te, né di D. Silvestro; ed io mi tengo veramente per chiamato all'Istituto, perché me l'ha detto l'obbedienza.

In quanto a te, io ti vedo all'orlo d'un gran precipizio e ti piango di cuore, se non ti ravvedi. Ti vedo senza obbedienza a Falcoia, a cui sei obbligata ad obbedire, almeno come a direttore comune della Casa. Già dunque può dirsi che hai perduta l'obbedienza ai Superiori tuoi veri, hai perduta la quiete; avverti che non perda ancora l'anima, ché già ne hai cominciato a pigliar la via. Io ho fatto fare in diverse parti più novene, intendendo io d'applicarle per te; ma ti vedo troppo dura: tremo che già ti vada abbandonando Dio.


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 Sorella, ti ho parlato solo per gloria di Dio e per bene dell'anima tua; non te ne sdegnare con me, né serve che t'inzallanisci [t'industrii] a scrivere. Io ben so che cotesto cervello tuo non ti farà mancare risposte e controrisposte; ma non so io se coteste risposte varranno poi nel tribunale di Gesù Cristo, anzi con ciò più ti verrai ad ostinare nel tuo parere, affaticandoti di trovar ragioni per rispondere, non per farti santa.

Celeste mia cara, intendi a me, umíliati; che se t'umili il Signore certamente t'illuminerà; ubbidisci a' tuoi Superiori, ché certo non la sgarri: Falcoia è santo, è dolce; non t'immaginare che ti voglia male. Se a lui t'umili, sappi che gli sarai più cara di prima; rassegnati almeno alla volontà di Dio con indifferenza, e così rassegnata mettiti all'orazione: altrimenti l'orazione non serve; tutte le ragioni saranno passioni, e tutte le rivelazioni e lumi saranno immaginazioni o illusioni. Almeno, se non vuoi sentire a me, a Falcoia ecc, consigliati con altri disappassionati; cerca aiuto, non camminare così alla cieca verso la tua perdizione, e consigliati non per impegno di farti dar ragione, ma per conoscere ed abbracciare poi la verità che ti consigliano.

Tutto quello che ti ho scritto, Celeste mia, te l'ho scritto perché ti voglio bene in Gesù Cristo; se me ne vuoi male, mi farai torto. Gesù e Maria ci facciano fare la sola volontà di Dio !

È finita la carta; ma io mi sento forzato a dirti queste altre due parole. Celeste mia, perdonami, se finisco con parlarti più chiaro. Non conosci l'attacco che tu hai con D. Silvestro, e che D. Silvestro ha con te?—È attacco di Dio, perché io voglio solo Dio.- Io tengo che non ci peccate; ma, non è vero? in questo attacco ci è molta terra; in D. Silvestro non vuoi solo Dio, ma vuoi qualche cosa che non è Dio.

Vedi, che ancora stai in un vaso di loto; vedi che, seguitando D. Silvestro, ti metti volontariamente in un gran pericolo di perdere Dio.— Io mi fido di Dio.- No, ti dico, Celeste, in questo non ti fidare di Dio, perché non aiuta Dio, anzi abbandona, chi volontariamente si mette in qualche pericolo. Questo è certo, in somma: se seguiti


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Falcoia, certamente ti farai santa; se seguiti D. Silvestro, certamente non ti farai santa, e Dio sa se ti salvi. Viva Gesù e Maria!

Povero peccatore, ALFONSO DE LIGUORI.

 

Conforme ad una antica copia.




1 Era questi stato il primo direttore della Suora.



2 Silvestro Tosquez aveva un fratello che occupava un alto posto alla Corte imperiale di Vienna.

1 La Suora aveva scritto alcune regole, che diceva esserle state rivelate da Nostro Signore Gesù Cristo.



2 In quel tempo, S. Alfonso e Mgr Falcoia avevano ancora l'intenzione di unire coll'opera delle sante missioni l'opera delle scuole.



3 D. Giov. Battista di Donato, prima di unirsi a S. Alfonso, era stato membro, nella città di Teano, di una nascente Congregazione, alla quale poi si aggregò di nuovo con D. Vincenzo Mannarini e Silvestro Tosquez, e quella Congregazione prese allora il nome del SSmo Sacramento.

1 Dietro le insinuazioni di S. Alfonso, come si legge in alcune delle sue note, D. Giovanni Battista di Donato era stato fatto Superiore della nascente Comunità di Scala.

1 Nicola Guerriero, vescovo di Scala.

1 Questa pure era una monaca di Scala, favorita di molti doni soprañaturali.




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