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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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16. AL MEDESIMO.

Gli dimostra che Iddio è l'unico suo appoggio per l'opera dell'Istituto, e cerca di attirarvelo.

 

Viva Gesù, Giuseppe, Maria e Teresa!

 

 VILLA, 15 LUGLIO [1734].

 

Mi comandi che io ti scriva spesso: eccomi qua, ma che ti ho da dire? Mi scrivi che né il Campanello, né i rispetti ti trattengono di venire all'Istituto, ma i tuoi discorsi che ti fanno vedere impossibile a riuscire l'opera dell'Istituto. Ma io ti rispondo colle parole di Gesù Cristo: Apud homines hoc impedimentum est, apud Deum autem omnia possibilia sunt.

 Ma quale appoggio avete? - Abbiamo Dio. E quale opera di Dio grande è stata mai appoggiata sugli appoggi umani? Dimmi quali appoggi umani ebbero le fondazioni di S. Francesco, di S. Giovanni della Croce, di S. Teresa?

Mi dici che quel sacerdote ha migliori mezzi umani di noi: dunque perciò dobbiamo più sperare noi ch'esso, mentre Gesù Cristo, quanto più l'opere sono grandi, tanto più le fa nascere dal niente e da mezzo le contraddizioni, per farle da tutti ammirare e venerare per opera di Dio, e non per opera di uomini. E quale opera più destituta di mezzi umani che la predicazione dell'Evangelio?

Ah D. Ciccio mio, sempre che discorri così, è segno che non sei chiamato all'Istituto; perché al nostro minimo Istituto, Gesù Cristo vi vuole uomini morti alla volontà propria e al proprio giudizio, e di più uomini che han posta tutta la confidenza in Dio, e non già ne' mezzi umani.

Mi dici che starai a vedere per poi risolvere; ma vedi che, prima di finir di risolvere, non finisca la vita: perché verisimilmente, per vedere assodate le cose del nostro Istituto, vi vogliono anni ed anni. Per la Riforma de' Teresiani, se non erro, vi vollero 50 anni per assodare le cose.

Oh Dio mio! e se Gesù Cristo poi volesse che a noi finisse l'Istituto, che male frattanto ci verrebbe attendendo, come


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vedi, a far orazione, e ad aiutare le anime di Gesù Cristo? E benché finisse l'Istituto prima della nostra vita, quale gran vergogna mai sarebbe questa di avere impresa un'opera di Dio, il cui fine certamente è grande? E se mai ne avessimo vitupero appresso gli uomini, forse non avremo tutto il compiacimento appresso Gesù Cristo, avendo procurata una cosa di tanta sua gloria per dargli gusto?

Ma senti, D. Ciccio: perché queste cose le andremo meglio riconoscendo poi, quando tutti, e noi e questi che discreditano l'Istituto, saremo all'eternità, allora vedremo quale cosa sarà stata più cara a Gesù Cristo, o l'aver seguitato l'Istituto, o l'averlo discreditato. Senti: se a noi non mancherà la confidenza mo', non finirà certo l'Istituto. Solo può rovinare quest'Opera la poca confidenza in Dio, e il porre speranza negli aiuti umani, come lo sappiamo noi coll'esperienza, ché per aver posta speranza a certi mezzi umani, è stata già per distruggersi tutta l'Opera.1

Dio è onnipotente et Protector est omnium sperantium in se. E ti dico la verità: le speranze mie per l'Istituto stanno nella bella confidenza che vedo ne' compagni miei; i quali, come profittano e come volano nella perfezione, mi fanno stordire. Assicurati che io mi vergogno in vedermi in mezzo di loro.

Ah D. Ciccio mio, e quel che si è fatto sinora, se non vi fosse altro, chi l'ha fatto? Io, o Dio? E quel Dio, che ha cominciato, può finire ancora.

Se dunque Gesù Cristo non mi vuole dare questa consolazione di darmeti per Fratello, pazienza: non la merito. Vieni presto a S. Maria del Vignanello; almeno saremo fratelli di Missioni. Ma sta attento, D. Ciccio mio, quando parli di noi, perché le parole tue ci fanno più danno che quelle degli altri, perché ti stimano nostro parziale, e perciò fanno più peso, e poi le cose subito si vanno dicendo.


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Attendi col P. Campanello a lavorare per questa coronella, ma ci vorrà fatica; ma Gesù Cristo Bambino te la renderà. Voglio le figure di S. Maria di Caravaggio, che mi promettesti. Raccomandami a Gesù e Maria. Io farò fare orazione particolare per te dalla nostra picciola Comunità.

Viva Gesù, Giuseppe, Maria e Teresa! Dite alla casa di Rendina che il loro Gennaro1 sta contento, ed io l'amo come un mio fratello. Viva Gesù e Maria!

Umo servitore

ALFONSO DE LIGUORI.

 

Conforme ad una copia.




1 Si allude alla speranza posta in D. Silvestro Tosquez, di ottenere cioè per mezzo del fratello di lui, potente nella Corte di Vienna, l'approvazione imperiale.

1 Gennaro Rendina, nato in Napoli il 28 settembre 1707, si era ritirato nel nuovo Istituto, ove morì santamente in età avvanzata.




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