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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1176. Er madrimonio de Scefoletto

 

Ha ppreso mojje, sí, una bbella donna!
nò storta, ggnente guercia, ggnente gobba...
propio, in cusscenza mia, ’na bbona robba,
un fioretto in zur fà1 dde la Ghironna.2

 

È cquella che nun maggna antro che bbobba3
perch’ha ddato li denti a la Madonna:
quella che nnoi chiamàmio4 a la Rotonna,5
pe li cancheri sui, la ggnora Ggiobba.

 

Quella in perzona: quella in carn’e in ossa.
E vve pare mó a vvoi che Ccefoletto
nun abbi trovo una furtuna grossa?

 

Oggnuno ar monno tiè li fini sui:
e llui tiè cquello de godesse a letto
un fraggello che ssii tutto pe llui.

 

8 aprile 1834

 




1 In sul fare.

2 La Ghironda era una schifenzuola di vecchietta, cosí soprannomata dal popolaccio, che per le vie di Roma ne menava strazio, al che dava anche incentivo il carattere di lei burbanzosetto e riottoso.

3 «Bobba», minestra, per lo più di pane con miscuglio di altre sostanze, come suole essere dispensata a’ poveri alle porta de’ conventi, dopo la santa ora del refettorio.

4 Chiamavamo.

5 Alla Rotonda: sulla Piazza del Pantheon, rinomata per frequenza di vassallotti, chiamati panze-nere, ed anche canonici della Rotonda.

 

 






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