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S. Alfonso Maria de Liguori
Verità della Fede

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Introduzione

Un errore bicentenario in un libro di S. Alfonso

Lo spirito di rivolta contro la Chiesa, cattolica dilagava nel '700, in Europa, particolarmente nei paesi anglo-sassoni ed in Francia.

Il Regno di Napoli non restò immune dal contagio. Il deismo che aggrediva la divina Rivelazione ed il razionalismo che tentava di scalzare le basi stesse della Fede facevano capolino presso il Vesuvio mediante la stampa fomentata dalle sette segrete ed introdottavi clandestinamente.

S. Alfonso, che nel 1756 aveva pubblicato la Breve dissertazione contro gli errori dei moderni increduli (1), si accinse nel 1762 a stendere un'operetta apologetica per rassodare i credenti, mostrando la vitalità perenne delle verità cristiane attraverso i principali "contrassegni". Il 24 febbraio notificava al suo tipografo veneto Remondini: "Ora sto terminando un'operetta nuova della Verità della Fede, che manderò manoscritta. Sarà breve, ma secondo mi pare, verrà una cosa bella e singolare " (2). Il 15 ottobre del medesimo anno aggiungeva: "Io, in mezzo agli affari del vescovado non lascio di faticare sopra l'operetta della Fede, che è un'opera molto faticata" (3).

In un secondo momento cambiò idea e cominciò a stampare a Napoli l'opuscolo, mentre i revisori ecclesiastici e regi andavano esaminando altre copie manoscritte con le consuete preoccupazioni. Per questo comunicava a Remondini il 18 novembre: "Già sto compiendo di stampare il libro della Verità della Fede... Non si meravigli che questo libro della Fede l'ho fatto stampare qui, quando potevo sparambiar questa spesa" (4).

In dicembre l'operetta era già stampata, come si rileva dal frontispizio dell'esemplare che teniamo sotto gli occhi: Verità della Fede fatta evidente per li contrassegni della sua credibilità (Napoli 1762, nella Stamperia di Giuseppe di Domenico, pp. 192). Non vi mancava che l'approvazione.

Però divenne in realtà pubblica, entrando nel mercato librario, soltanto nel giugno dell'anno seguente per i fastidi creati da troppo rigidi censori. Il P. De Meulemeester certamente esagera, asserendo che l'Imprimatur fu ritardato, "jusqu'au 14 octobre 1763"

Dai documenti annessi al libretto nelle pagine preliminari non numerate risulta chiaro che lo stampatore di Domenico presentò per tempo una copia del manoscritto alla Curia arcivescovile di Napoli, la quale in data dell'11 agosto del 1762 incaricò di rivederla il Rev. Giovanni Gori professore di Teologia. Questi il 15 maggio 1763 consegnò il proprio parere favorevole, in base a cui l'Ecc.mo Mons. Filippo Sanseverino, Vescovo di Alife e Vicario Generale del Cardinale Antonino Sersale, accordò l'Imprimatur il 10 giugno dell'anno citato.

Lo stesso tipografo, secondo il costume settecentesco, sottopose il manoscritto al Cappellano Maggiore Mons. De Rosa, che il 10 aprile del 1762 lo passò al domenicano P. Alberto Sacco, Maestro di Teologia nell'università regia. Ricevuto il giudizio positivo il 27 marzo 1763, la Camera di S. Chiara nel 31 maggio emanò il decreto sospirato. Il 19 giugno S. Alfonso annunziava a Venezia: "Orsù dopo tanti stenti, ho avuta già l'approvazione del mio libretto della Verità della Fede. Ho trovato un revisore fantastico che mi ha fatto stentare da nove mesi" (6).

E' opportuno notare che tanto Di Domenico nella richiesta quanto il P. Sacco diedero all'operetta un titolo nuovo, appellandola: Segni della vera Fede. Ma venne conosciuta generalmente col titolo abbreviato di Evidenza della Fede. Le ristampe successive conservarono tuttavia l'intestazione originale riportata più sopra, benché l'autore la chiamasse semplicemente Verità della Fede.

Nel catalogo delle sue Opere Teologiche ed Ascetiche, che S. Alfonso pubblicò nel 1771 a Napoli in appendice dei Sermoni compendiati, a p. 326 indicò un libretto intitolato: Le note della vera Chiesa, Tale operetta è ignota nella bibliografia alfonsiana. Qualcuno ritiene che si tratti non di una pubblicazione perduta ma della Verità della Fede fatta evidente per li contrassegni della sua credibilità del 1762. È una supposizione: in mancanza di argomenti più validi la questione si considera insoluta.

Nella prima edizione napoletana l'Intento dell'opera formava il primo capitolo, e il quinto vi era ripetuto due volte, essendo stata la materia sdoppiata. Nelle edizioni susseguenti l'Intento diventò l'Introduzione, il II capitolo divenne il I, il III il II, e così di seguito in maniera che fu eliminata la ripetizione. L'autore nello spedire un esemplare a Remondini aveva cercato di dare un assetto migliore.

Frattanto S. Alfonso, rileggendo, appena si accorse che vi era incorso uno sbaglio, si affrettò a segnalarlo al tipografo veneto il 25 agosto 1763: "Ma a questo libretto della Verità della Fede bisogna aggiustare un errore notabile che ultimamente ho notato starvi per trascuraggine dello stampatore. Alla pag. 80, quinto verso si dice: o nella domenica seguente. Sta errore: deve stare cosi: e non nella domenica seguente. E perciò le mando questa cartellina, acciocché la faccia aggiungere subito alla pag. 80, e così non se ne perda la memoria" (7).

Alleghiamo il brano per capire l'importanza della correzione additata: " ... gli Asiatici detti Quartodecimani che voleano celebrar la Pasqua nel giorno decimoquarto della luna di marzo o nella domenica seguente " (Op. cit., capo V). La controversia versava appunto sul fatto che i Cristiani dell'Asia minore intendevano festeggiare Pasqua di Risurrezione il 14 di marzo e non già nella domenica seguente secondo l'uso latino. Lo sbaglio era madornale, e S. Alfonso esigeva che fosse corretto, attribuendolo con franchezza al tipografo sbadato.

Il 1° settembre del 1763 insisteva cori visibile sollecitudine: " In un'altra mia le avvisai già, ma ora di nuovo ce lo avviso che al libro della Fede vi è un errore da corrggere: è una parola, ma è molto importante, e la noto in questa cartella". E in fine della lettera nel poscritto notava: "Alla pag. 80 del libro della Fede al verso quinto Si dice: o nella domenica seguente. Ha da stare: e non nella, domenica seguente " (8).

L'esempio è tipico: si constata come l'autore sorvegliava attento la correzione dei propri libri. Purtroppo i tipografi, non solo napoletani ma anche veneti, non sempre si scomodavano per sopprimere gli errori debitamente segnalati.

Nel caso concreto, Remondini, ripubblicando nel 1763 a Bassano l'opuscolo, non apportò l'emendamento indicatogli più volte da S. Alfonso. Gli sfuggì la cartellina mandatagli o non afferrò il significato della correzione? Comunque, nel capo IV, che prima era quinto, rimase l'errore: o nella donienica seguente. Il testo cosi sbagliato continuò ad essere riprodotto in Italia con evidente sorpresa dei lettori informati intorno alla questione dei Quartodecimani.

De Bonis a Napoli nel 1819 ristampando l'operetta, pose: o nella domenica seguente (p. 41); tale tratto fu ripreso da Marietti a Torino nel volumetto edito nel 1825 (p. 58); da Antonelli a Venezia nel tomo XLIV delle Opere di S. Alfonso, 1834 (p. 50); da Corbetta a Monza nel 1845, ed. 11 (p. 48), ecc.

Il primo ad espungere la lezione errata pare che sia stato il redentorista P. Giulio Jacques nella versione francese: Oeuvres dogmatiques, II tomo, Tournai 1867, p. 438: et non le dimanche suivant. Congetturiamo che esegui la correzione di propria iniziativa, basandosi sopra la storia. È improbabile che abbia consultato le lettere autografe di S. Alfonso riferite, che si trovavano inedite a Bassano del Grappa, tra i fondi remondiniani. Marietti non approfittò della correzione nell'edizione stereotipa delle Opere di S. Alfonso che mise fuori nel 1887 a Torino (vol. VIII, p. 508).

Il P. Luigi Walter introdusse il testo corretto in Opera dogmatica (Roma 1903, vol. 1, p. 63). Sembra che abbia avuto presente il testo francese o le Lettere di S. Alfonso stampate a Roma nel 1890 presso Desclée (III, 178, 180, 182). Non indica però alcuna fonte.

Nondimeno la correzione bramata dall'autore nel testo originale non è stata ancora fatta. Sta aspettando l'esecuzione sin dal 17631 Anche l'ultima ristampa italiana conosciuta, compita nel 1889 a Roma nella Tipografia Tiberina di F. Setth, a pag. 58 reca la frase erronea: o nella domenica seguente.

Il libretto ch'ebbe in Italia una ventina di edizioni nel Settecento e Ottocento e fu molto letto, non è stato mai ristampato nel secolo corrente. Nel 3 dicembre 1777 l'autore scriveva ad Onofrio Paci tipografo napoletano: "Mi sono rimasti alcuni libretti della Verità della Fede picciola. Ne mando cinque: vedete di farli pigliare ad alcuno che ne ha bisogno, specialmente per qualche prete che può istruire gli altri nelle verità della Fede: mi contento di darli per otto grana: tanto ci è di carta, per dir cosi. Questo è un libretto d'oro, ma se fosse una commedia avrebbe molto smaltimento" (9).

Il Dottore zelantissimo "uno dei più grandi e certamente il più autorevole Apologeta del sec. XVIII" (10), oculatissimo per l'ortodossia della Fede cattolica minacciata senza interruzione da molteplici nemici, nutrì una certa predilezione per questo suo lavoro, che chiamò "libretto d'oro". Tra gli altri, l'Ab. Prospero Dell'Aquila di Montevergine in Irpinia se ne mostrò soddisfatto, scoprendo nel trattatello i punti più astrusi esplicati con brevità e chiarezza (11).

Come apologetica spicciola non ha perduto la sua freschezza. La santità della dottrina cristiana, la conversione del mondo, la stabilità sempre uniforme dei dogmi, la testimonianza delle profezie, la testimonianza dei miracoli, specie del Sangue di S. Gennaro a Napoli, la costanza dei Martiri vi ricevono il debito rilievo. Lo svolgimento procede con tono quasi familiare: sono scartate le sottigliezze ed è evitata a bella posta ogni erudizione superflua. Nella persuasiva esposizione domina l'accento tridentino.

Una ristampa aggiornata dell'opuscolo riuscirebbe gradita anche oggi alla lettura popolare avida di cultura. E si ergerebbe in pari tempo una diga salda davanti alle acque limacciose degli errori che irrompono a gettito continuo da una colluvie di pubblicazioni astiose od immature.

Oreste Gregorio

in Divinitas (Roma) 3 (1959) 171-175.

 

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(1) Cf. O. GREGORIO, Vicende bicentenarie di una dissertazione apologetica di S. Alfonso in Divinitas, I, 174, ss.

(2) S. ALFONSO, Lettere, III, Roma 1890, p. 149.

(3) ID., ib., 157.

(4) ID., ib., 160.

(5) M. DE MEULEMEESTER, Bib1iographie de St. Alphonse de Liguori. Lovanio 1933, p. 120.

(6) S. ALFONSO, Lettere, III, 168.

(7) ID., ib,, 178.

(8) Ib, 180, 182.

(9) Ib., 522.

(10) VINCENZO TOGLIA, S. Alfonso apologeta in S. Alfonso de Liguori. Contributi bio-bibliografici, Brescia 1940, p. 183.

(11) L'Ab. Prospero Dell'Aquila, autore del Dizionario portatile della Teologia tradotto dal francese nell'italiano ed accresciuto di note e di articoli (Napoli 1762), si rallegrò con S. Alfonso, il quale ne informava Remondini il 14 ottobre 1763: "Quelle due operette poi della Probabile e della Fede, ieri mi scrisse un religioso de' primi letterati, l'abbate Dell'Aquila, professore negli studi regi, ch'esso nella stampa che fa del suo Dizionario, farà un elogio del libro della Fede: dicendo che tanto l'è piaciuto, mentre ivi stanno spiegate con brevità e chiarezza le cose più astruse della Religione " (Lettere, III, 188).
Dell'Aquila, che aveva nel suo Dizionario duramente criticato Il gran mezzo della preghiera pubblicato da S. Alfonso nel 1759 (vol. II, p. 30, ss.) per difendere l'agostiniano Berti, non parlò nelle edizioni seguenti dell'opuscolo in questione. Nella ristampa veneta del Dizionario fatta nel 1768 ebbe un sommario accenno dell'opera del Santo uscita nel 1767: "Si legga... Monsignor Liguori nel libro ultimamente dato alle stampe sulla Verità della fede, ch'è un compendio di quanto han detto tanti valenti uomini su tale argomento " (vol. III, p. 113).

 

 

 

 




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