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S. Alfonso Maria de Liguori
Verità della Fede

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PARTE PRIMA - CONTRO I MATERIALISTI CHE NEGANO L'ESISTENZA DI DIO

 

CAP. I. Intento dell'opera, coll'avvertenza di più cose intorno a' pregi della fede cristiana.

 

1. La massima di cui si servono oggidì certi scrittori moderni è che debbonsi venerare le verità della fede, ma non hanno da disprezzarsi i lumi della ragion naturale, di cui è dotato l'uomo per distinguere il vero dal falso. E quindi eglino si han presa la libertà di pensare; e da questa son passati poi a farsi anche lecita la libertà di dubitare delle verità della fede che loro sembrano non conformi alla ragione. Per tanto in questi ultimi tempi è uscita fuori una moltitudine di libri pestiferi ripieni di empietà; ma è l'uno difforme dall'altro. Questi libri vanno in lingua francese sotto diversi titoli speciosi, come: I Costumi - Lo Spirito - L'Esame della Religione - La Religione delle Dame - Il Trattato della ragione umana - Pensieri Filosofici - Il Telliamed - L'Emilio - Virtù de' Pagani - Filosofia del buon senso - Lo spirito delle leggi - La continuazione di difesa dello Spirito delle leggi - Le lettere della religione essenziale dell'uomo - Le lettere Giudaiche - Le Principesse del Malabar - Il Celibato Filosofico - L'analisi del Bayle - Il Dizionario Enciclopedico - Le Opere fatte per sua difesa - Il Contratto sociale - Il Dizionario Filosofico - Le Lettere del Montaigne - Epistola sull'Istoria generale - La Filosofia dell'Istoria - Il Dispotismo orientale, e molti altri col nome di Novelle, Satire, Romanzi, Drammi e simili. Di questi chi dice che la religione è nata dalla ragione di stato: chi dal timore delle pene: chi nega l'esistenza di Dio; e dice che tutto è materia: chi ammette Dio, ma nega la religion rivelata: chi nega la divina provvidenza, dicendo che Iddio non ha cura delle sue creature: chi dice che l'anima dell'uomo è uguale a quella delle bestie, onde opera necessariamente senza libertà: chi dice che l'anima muore col corpo; chi dice che non muore, ma per lei non v'è castigo nell'altra vita: chi dice che v'è il castigo, ma il castigo è sempre temporale, non mai eterno: chi dice che non dobbiamo osservare altra regola nel vivere, se non quella che ci detta l'interesse o il piacere, come dice Elvezio nel suo infame libretto intitolato Lo Spirito, che va in giro per le mani di molti; e perciò verso la fine della terza parte di quest'opera n'esporremo in breve le massime più principali e più perniciose, per confutarle. Tali scrittori son fallaci e furbi. Affermano alle volte più cose per certe e indubitabili, le quali sono certamente false. Di più dimostrano di venerare le cose sante, i libri di Mosè, il vangelo e la religione; e poi vanno di quando in quando spargendo fuori la bava avvelenata de' loro errori, per così ingannare i lettori ignoranti o poco accorti.

 

2. Gli autori di questi empj libri sono l'Hobbes, lo Spinoza, il Collins, il Tolland, l'Argens, il Voltaire, il Tindall, il Montaigne, il Wolston, l'Evremond, lo Shaftesbury, il Loke ed altri molti; mentre le Moine rapporta una lettera pastorale del preteso vescovo di Londra, ov'egli si lamenta del gran numero di libri usciti nuovamente in Inghilterra intinti di materialismo o deismo, oltre gli altri stampati in Olanda ed in altre parti. I mentovati autori poi sono tra loro discordi; ma tutti combattono la religione; altri alla scoperta, altri indirettamente, frammischiando insieme testi di scrittura, passi di autori gentili e mille erudizioni e brevi fatti, ma alla rinfusa, senza citazioni, senza ordine e senza fedeltà. L'empio Pietro Bayle è quello poi che guarda le spalle a tutti questi scrittori esecrandi; mentr'egli raccoglie tutte le


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loro empietà, ma ora le difende, ed ora le impugna; sicché il suo intento non è altro che mettere tutte le cose in dubbio, così gli errori degli increduli, come le verità della Fede, per concludere finalmente che non vi è alcuna cosa certa da credere, né alcuna religione che siam tenuti ad abbracciare1. Il pirronismo, ch'è il mettere in dubbio tutte le verità, è il sistema più pernicioso di tutti, perché non ammette alcun principio, ancorché sia certo ed evidente. Sicché non vi è modo di convincere i seguaci di tale inettissimo e brutal sistema. Poiché, dubitando essi di qualunque principio certo, non vi sono più ragioni da persuaderli. Ma che razza di uomini ragionevoli son questi, per cui non vale alcuna ragione? Dicono i pirronisti, e specialmente il signor Bayle, a cui si accompagnano il Vayer e il Montaigne, che il pirronismo è la via più propria per cattivare gl'intelletti all'ubbidienza della religione. Oh che bella faccia di pietà! Non ha dubbio che ne' dogmi che la religione insegna, e che sono superiori alla nostra intelligenza, dobbiamo cattivar l'intelletto, come dice s. Paolo, in ossequio della fede. Ma è necessario a noi l'esaminare gli argomenti della credibilità, per conoscere qual religione fra tutte sia la vera; e Dio stesso vuole che in ciò noi ci vagliamo della ragion naturale, affinché scorgendo la vera religione, c'induciamo poi col soccorso della grazia a credere tutto ciò ch'ella c'insegna, benché non comprendiamo i misteri da lei proposti. Altrimenti, se alla cieca volessimo abbracciare quella religione che ci si presenta avanti, senza accertarci prima qual sia la vera, potremmo seguire qualunque religione che vogliamo, l'ebraica, la maomettana ed anche l'idolatrica. Ma come conoscerà la vera religione chi per sistema pone in dubbio tutti i principj certi, e tutte le verità? Questi o sarà ateo, non credendo a niuna, o abbraccerà a caso qualunque religione che gli piace, benché sia falsa ed empia. Soggiunge Bayle che in tali dubbi aspettiamo da Dio la cognizione di quel che dobbiamo credere. Ma come crederà a Dio chi dubita ben anche se Dio vi sia, rigettando tutti gli argomenti che ne dimostrano l'esistenza?

 

3. Si lagna il signor Dorell inglese, ma buon cattolico, che anticamente gli increduli andavano sconosciuti, per non esser trattati da empj e da sciocchi; e se erano infetti di errori contro la fede, almeno non ardivano di comparir tali; ma gl'increduli moderni si dichiarano tali alla svelata, e si vantano di giudicar liberamente della divinità e della religione, per acquistarsi il nome di spiriti forti e spregiudicati. Con che pretendono di togliere ogni legge ed ogni regola di vivere. Poiché tolta la credenza di un Dio rimuneratore del bene e punitore del male, ed abolite le leggi della religione, diventa l'uomo simile, anzi peggiore de' bruti, il senso padron della ragione, l'onesto guidato dal piacere; il giusto dall'interesse, e l'onore dalla vendetta: si rende in somma lodevole ogni vizio,


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purché apparisca colla sembianza d'utile o dilettevole. Udiamo inoltre ciò che scrisse Edmondo Gibson vescovo di Londra in una sua lettera pastorale contro i libri degl'increduli moderni (raccolgo qui solo alcuni de' suoi sentimenti): Quai lacci non si tendono all'innocenza! Quali bestemmie contro Dio! Sembra che questa gran città sia la piazza delle irreligioni, ove si compra a prezzo d'oro l'arte di corrompere i costumi. Tra l'empietà e la rilassatezza vi è troppo grande vicinanza. L'esperienza ci mostra che quei che vivono senza timore del futuro, si abbandonano alle passioni più scellerate; e che chi non ha riguardo a Dio, neppure l'avrà per gli uomini. Si è giunto sino alla brutalità ec. Non contenti di corromper se stessi, cercano la corruzione degli altri. Non si ha avuto rossore di esporre agli occhi del popolo i bagni pubblici, con pitture le più laide e turpi. Qual più funesto esempio della situazion deplorabile, in cui ci troviamo!

 

4. Ecco il gran danno che porta seco l'iniqua libertà di pensare, la quale secondo il moderno modo di filosofare regna nel secolo presente, ed è cagione della ruina di molti poveri giovani, che, spinti dalla curiosità d'intendere cose nuove, leggono tai libri; ma, non sapendo poi sbrigarsi da qualche sofisma che leggendo ivi incontrano, cominciano a vacillar nella fede, ed indi, abbandonandosi a' vizj, vengono vieppiù ad accecarsi. Ma quale audacia ed empietà è questa, voler mettere a confronto dubbj nati dalle nostre deboli menti colle verità rivelate da un Dio infallibile, ch'è la verità per essenza? E far combattere la ragione colla fede? Vuole bensì il Signore che noi facciamo uso del nostro discorso; ma non già per comprendere la ragione di tutto ciò che egli ci ha rivelato, ma solo per credere con certezza ch'egli è quello che ha parlato. Posto dunque che noi ci siamo accertati che le cose proposteci a credere sono state dette da Dio, bisogna che sottomettiamo la ragione alla fede, credendo sulla parola divina tutte quelle cose che ci propone la fede a credere, benché da noi non si comprendano, non già perché siano alla ragione opposte, ma perché sono superiori alla nostra ragione.

 

5. Bisogna dunque distinguere, per non errare, la verità della fede dalle cose della fede. La verità della fede è manifesta alla nostra ragion naturale, ma non già le cose della fede. Perciò ella si chiama luce tra le tenebre; mentr'ella è insieme oscura e chiara. È oscura, perché c'insegna cose che noi non vediamo e non comprendiamo; onde l'apostolo chiama la fede Argumentum non apparentium1. Ciò conveniva così all'onor divino, come al nostro bene. Conveniva all'onor divino che l'uomo non solamente soggettasse a Dio la sua volontà coll'ubbidire ai suoi precetti, ma anche l'intelletto col credere a' suoi detti. Qual onore darebbe l'uomo a Dio, se credesse le sole cose che vede e comprende? Ma ben l'onora col credere quello che non vede e non comprende; e credendo tutto non per altra ragione, se non perché Iddio l'ha detto. Il qual motivo per altro fa che la certezza degli oggetti della fede, benché nella vita presente sieno a noi nascosti, superi la certezza di tutte le cose che vediamo cogli occhi, e di tutte le verità che conosciamo colle nostre menti; attesoché queste verità che conosciamo, noi non le apprendiamo se non per mezzo de' sensi, che spesso c'ingannano, o per mezzo de' nostri intelletti, secondo cui spesso noi c'inganniamo; ma le verità della fede vengono a noi manifestate da Dio, che non può ingannarsi, né può ingannare.

 

6. Conveniva ancora al nostro bene che le cose della fede fossero a noi oscure; perché se fossero evidenti, non vi sarebbe in noi elezione in crederle, ma necessità; sicché nel darvi il nostro assenso, non avremmo alcun merito; il quale consiste nel credere, non per necessità, ma volontariamente cose che non comprendiamo. Fides amittit


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meritum, scrisse s. Gregorio, cum humana ratio praebet experimentum. E perciò disse il nostro Salvatore: Beati qui non viderunt, et crediderunt1.

 

7. È chiara all'incontro la nostra fede, perché sono così evidenti i contrassegni della sua credibilità, che, come diceva il gran Pico della Mirandola, non solo è imprudenza, ma è pazzia il non volerla abbracciare: pazzia ed empietà, poiché per non credere si ha da resistere agli stessi lumi della natura. Testimonia tua, Davide cantò, credibilia facta sunt nimis2. E qui si ammira la divina provvidenza in aver disposto che da una parte le verità della fede sieno a noi nascoste, affinché meritiamo nel crederle; e dall'altra parte i motivi di credere ch'ella sia l'unica vera fede, sieno evidenti, affinché gl'increduli non abbiano scusa, se non vogliono seguirla. Qui vero non crediderit, condemnabitur3. Onde disse Ugone di s. Vittore: Iuste et fidelibus pro fide datur praemium, et infidelibus pro infidelitate supplicium. La ragione umana dunque è quella, dice un dotto autore, che prende l'uomo quasi per mano, e l'introduce nel santuario della fede, e, fermandosi alla soglia, lo consegna alla scuola della religione; ella non parla più, ma solamente gli dice: udite ora le lezioni di una maestra più eccellente di me; da qui innanzi ascoltate lei sola, e non cercate più a me consiglio, acquietandovi a quanto essa vi dice. Sicché la ragione esamina, prima di credere, a chi debba credere; ma quando poi si è accertata del maestro a cui dee credere, crede, e più non esamina. La ragione altro non discute, se non le prove della veracità del rivelante e della verità della rivelazione; ma, appurate le prove, più non discute le cose rivelate, ma ella stessa esorta di credere a colui che le ha rivelate.

 

8. Ma il punto sta che l'infedeltà della mente per lo più è castigo dell'infedeltà del cuore depravato da' vizj, e specialmente dalla superbia o dall'impudicizia. Per seguire in pratica le regole della religione, non basta persuadersi ch'ella sia vera; bisogna di più amarla. L'amore unito colla fede è quello che fa operare. Dicea s. Agostino: Non faciunt bonos et malos mores, nisi boni et mali amores.

 

9. E qui bisogna avvertire che l'uomo difficilmente ama un oggetto che lo rende infelice. All'incontro volentieri ama quello da cui la sua felicità dipende, e per quello facilmente rinunzia all'amore d'ogni altra cosa. Il demonio dipinge la religione cattolica come una religion tiranna che impone ai suoi seguaci fatiche e pene, e vieta loro il soddisfare alcun desiderio, obbligandoli a contraddire sempre a se stessi. Ma qui bisogna toglier l'inganno. Si oppone è vero la religione a' desiderj de' beni apparenti e falsi, ma non a' desiderj del bene vero; che anzi tutto fa per contentarli. Ella ci comanda di amar solamente Iddio, che solo può renderci felici, e contentare i desiderj del nostro cuore: Delectare in Domino, et dabit tibi petitiones cordis tui4. Onde graziosamente scrive s. Agostino5: Purga amorem tuum, aquam fluentem in cloacam converte ad hortum. Viene a dire, togli l'affetto dalle creature, e dallo a Dio, e così sarai appieno felice.

 

10. Non è tiranna, no, la religione; ella ci sottrae dalla schiavitù de' sensi e delle passioni, facendoci accorti che noi siamo più nobili di que' miseri beni che desidera il senso. Voi cercate, ne dice, la vostra felicità? Cercatela, ma cercatela ove si trova. Cercate voi beni? Cercate quell'uno bene che contiene tutti i beni. Volete voi esser beati per sempre, o solo per pochi giorni? Volete un gaudio che vi sazj e contenti per tutta l'eternità; o pure un vil diletto che appena avuto sparisce, e vi lascia il cuore pieno di fiele? Volete voi il vero onore che vi rende stimabile presso tutto il mondo; oppure un fumo di falso onore di alcuni pochi, che esternamente vi lodano, ma internamente vi disprezzano? Voi dite che non


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è consiglio lasciare il bene presente per avere un bene futuro, ed evitare un futuro male; ma cambiereste voi un regno futuro, per avere un quattrino presente? Ed accettereste cinquanta anni di carcere per un'ora di spasso?

 

11. Pensate forse che i beni presenti possono rendervi appieno contento? Domandate a' mondani se vivono contenti co' beni di questo mondo. E dimandate poi agli amanti di Dio se vivono scontenti col viver distaccati dai beni terreni. Quelli vi diranno che non han momento di pace, e che non han provato mai vero contento. Questi vi diranno che, avendo trovato Dio, non hanno più che desiderare in questa vita; e che, se penano qui, le stesse pene ad essi sono care; mentre con quelle rendonsi più graditi all'amato loro Signore, e si fan meritevoli di maggior gaudio ne' secoli eterni. I poveri mondani vivono sempre con mille timori di molte disgrazie che quaggiù posson loro avvenire. Chi ama Dio, non teme di niente; altra disgrazia non teme che di peccare: l'unico suo timore è di dar disgusto a Dio; ma perché confida nella di lui bontà, vive sempre in pace. Venite dunque meco, dice la religione, ch'io vi condurrò per una via, aspra bensì agli occhi di carne, ma dolce ed amabile alle anime buone; e non vi lascierò, finché non vedrovvi entrati nel gaudio di quel Dio, ch'è il fonte d'ogni contento.

 

12. Sicché la religione non ci comanda che d'esser per sempre felici, ed altro non ci proibisce che di renderci per sempre miseri: ci comanda di acquistarci una beatitudine eterna, e ci vieta di cadere in un eterno tormento. E nel comandarci di amare Dio con tutto il nostro cuore, ci comanda d'esser felici in questa e nell'altra vita. Iddio è il nostro ultimo fine, e in ciò consiste tutto il nostro bene; sicché, amando Dio, noi amiamo colui che sol può renderci contenti. Egli vuole che non amiamo altra cosa fuori di lui, facendoci sapere che fuori di lui niuno oggetto può contentarci. Egli vuole tutto il nostro cuore, anche perché ci desidera appieno beati. Quanto di amore diamo alle creature, tanto perdiamo di felicità. Sicché il precetto di amar Dio con tutto il cuore forma la nostra piena beatitudine.

 

13. È inganno dunque il credere che le nostre inclinazioni sieno noi stessi, sì che il contentare le nostre passioni sia lo stesso che procurare il nostro bene. Tutto è inganno. Ditemi: non sarebbe inganno se un infermo eleggesse quel medico che gli concede tutto ciò che piace al senso, ma nuoce alla sanità; oppure lasciasse di tagliargli la postema che lo porta alla morte, per non dargli quella breve pena? Bisogna persuadersi che i nostri appetiti non sono noi, ma son nemici di noi. Il contentare i nostri sensi è lo stesso che condannarci da noi medesimi alla morte. Ah che l'esperienza troppo fa vedere che i beni del mondo non possono contentare il nostro cuore; anzi quanti più sono, più lo lascian famelico ed afflitto! E questo è tra gli altri un argomento della nostra fede, che è Dio il nostro ultimo fine, il vedere che l'uomo in questa terra, per quanto abbondi di ricchezze, di piaceri, di onori, sempre più ne ambisce, e non mai sta contento. Dunque è segno che l'uomo è creato per un bene infinito, che contenta appieno non solo i sensi del corpo, ma anche le potenze dell'anima; e questo bene non può essere altro che Dio, il quale è l'ultimo fine, per cui è creato l'uomo; altrimenti se l'uomo fosse creato per la terra, ben lo renderebbero contento i beni terreni, come già contentano i bruti, che solo per questa terra son fatti. All'incontro dimandiamo ad un s. Paolo eremita nella sua grotta, ad un s. Francesco d'Assisi nel monte di Alvernia, ad una s. Maria Maddalena de' Pazzi nel suo monastero, se desiderano niente di questo mondo; che tutti ci risponderanno: niente, niente; vogliamo solo Dio e niente più. Ma udiamo ancora un s. Agostino, che un tempo fu immerso ne' piaceri del mondo. Che dice egli quando


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poi distaccato da quelli si è dato a Dio? Ecco quel che confessa: Dura sunt omnia, et tu solus requies. Dio mio, dice, fuori di voi ogni cosa è pena, voi solo siete la vera pace, il vero contento.

 

14. Dirà taluno: io ben conosco la verità che tutta la pace sta nell'amare Dio; ma che ho da fare, se non mi sento tirare a questo santo amore? Per esservi tirato vi dico esser necessario che discacciate dal cuore gli affetti di terra, altrimenti non può entrarvi l'amor divino. Ed indi bisogna pregare e cercare a Dio stesso quest'amore: Trahe me post te in odorem unguentorum tuorum. Chi ricerca a Dio la grazia d'amarlo con vero desiderio e perseveranza, ben egli l'esaudirà; e ben saprà poi compensarlo abbondantemente anche in questa terra di tutto ciò che ha lasciato per lui. Dicea s. Agostino: Quam suave mihi subito factum est carere suavitatibus nugarum! et quas amittere metus fuerat, iam dimittere gaudium erat. Eiicebas enim eas a me, vera tu et summa suavitas, eiicebas, et intrabas pro eis omni voluptate dulcior: Per ultimo dice Davide: Gustate et videte quoniam suavis est Dominus1. Oh Dio! Perché taluno disprezza la vita santa, unita con Dio, se ancora non l'ha gustata? La gusti prima, e poi la disprezzi; ma se giunge a gustarla, certamente non più la disprezzerà.

 

15. La digressione fatta serva a noi per ringraziar Iddio del dono fattoci della vera fede, e per compatire all'incontro la pazzia di quegli spiriti forti che, vivendo immersi nel lezzo de' vizj, cercano di liberarsi dai rimorsi della coscienza collo studiare di rimuovere dalla loro mente la credenza di un Dio punitore de' viziosi. Si lusinghino quanto vogliono per credere che non ci sia Iddio; facciansi pure ogni forza per vivere, come dicono, spregiudicati dalle massime eterne; che la coscienza non cesserà mai nel loro cuore di latrare contro d'essi sino alla morte, dove i rimorsi si faran sentire più forti, ed in vita non troveranno mai la vera pace, ch'è privilegio solamente de' fedeli che credono ed amano Dio.

 

16. Bestemmia Lucrezio dicendo che il suo Epicuro, togliendo di mezzo l'esistenza di Dio, ha sgombrati i terrori dagli animi de' malvagi: onde parla così col suo maestro:

Nam simul ac ratio tua coepit vociferari,

Naturam rerum haud divina mente coortam,

Diffugiunt animi terrores.

Ma egli stesso Lucrezio, come trovò questa pace, se l'infelice (come riferisce nelle note del poema di Racine), per non poter più soffrire il tormento della sua coscienza e lo spavento della divina vendetta, volontariamente si uccise nell'età di 44 anni2?

E il suo traduttore M. Clerc in Inghilterra, anticipò il suo fine, perché s'impiccò in età d'anni 40. Scrive lo stesso Bayle (compagno fedele di Lucrezio) il quale, impugnando nelle sue opere tutte le religioni, così la vera (qual'è la cristiana) come le false, si affatica a mettere in dubbio ogni cosa di fede, acciocché non si creda più niente; scrive, dico, che Caligola, Nerone e simili mostri in mezzo alle loro scelleraggini talvolta urlavano per il terrore che


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dentro se stessi provavano al pensiero che vi sia l'eterno giudice punitore degli empj. Il dotto ed erudito p. Valsecchi nella sua celebre opera ultimamente data alla luce, intitolata: De' fondamenti della religione ecc. (dalla quale confesso di aver presi molti lumi) porta nel libro 1. cap. 10. num. 4. che a tempo di Enrico il grande certi libertini diceano: E non sarà possibile, o preti, che vogliate accordarci o che non vi sia peccato al mondo, e che Dio ci permetta di far quanto piace, o pure che possiamo dire che non vi sia Dio? Almeno cessate d'intorbidirci il riposo avanti la morte, qual è la dimenticanza di questa verità. Ma risponde un teologo al libertino che ciò dicea: Non è la nostra voce che v'inquieta; sono le grida ch'escono da tutte le parti del mondo, e v'intimano che vi è un Dio, il quale conosce i vostri pensieri e le vostre azioni. Sicché la base della miscredenza di questi empj, che si affaticano ne' tempi presenti a cacciar fuori tanti libri avvelenati, è l'ansia di poter fare ogni male senza rimorso e senza timore. Si conceda a costoro, dice il p. Valsecchi, d'essere impunemente malvagi, e tosto cessano di scrivere, e per fin di parlare contro la religione.

 

17. Ma veniamo a dar notizia dell'opera. Qui per altro non intendiamo di parlare a coloro che han bisogno di esaminar le prove della fede per abbracciarla, ma parliamo a chi già crede, affinché si consoli nella sua credenza, e ne renda grazie a quel Signore che ne l'ha fatto degno. Le prove nondimeno che qui si addurranno contro il materialismo e deismo (errori che oggi regnano e scorrono più degli altri per le regioni non solo eretiche, ma anche cattoliche) sono più che sufficienti a convincere ogni settario ch'egli va errato, e sta fuori della via della salute. Nella prima parte dunque si addurranno le prove dell'esistenza di Dio contro i materialisti, confutandosi il loro falso sistema della materia eterna. Nella seconda parte poi si proverà contro i deisti la verità della nostra religione rivelata. E nella terza parte finalmente si proverà contro tutti gl'infedeli ed eretici che la sola nostra religione cattolica è l'unica vera. Ma perché non si possono convincere gli ateisti, che negano Dio, colla verità della rivelazione divina, se prima non si dimostra loro esservi un Dio rivelante, perciò la prima parte sarà tutta impiegata in dimostrare l'esistenza di Dio.

 

18. Io so bene che sopra questa materia sono usciti molti libri dotti ed anche voluminosi il più tomi; ma io per desiderio di giovare al pubblico ho pensato di raccogliere da tali opere, quanto ho potuto in breve, le notizie più utili e le ragioni più convincenti a confondere le fallacie scritte da questi increduli, ed ho procurato di restringer tutto in questo libro; acciocché quelli che o non possono spendere per provvedersi delle opere grandi, o pure non han tempo di leggerle, possano qui trovare la notizia degli errori che oggidì scorrono per l'Europa, e dalle provincie oltramontane entrano per nostra disgrazia a disseminarsi anche per la nostra Italia; e trovare insieme le risposte che vi sono ai sofismi dei miscredenti.

 




1 Pietro Bayle della religion pretesa riformata nacque in Carlat piccola città della contea di Foix a' 18. di novembre 1647. da Guglielmo Bayle ministro del paese. In età di 22. anni, per insinuazione del curato Buylaurens, ov'egli studiava, si fece cattolico, ma non durò tale che per 17. mesi, e ritornò ad esser protestante. Indi si ritirò in Ginevra per l'editto del re, che non permettea di fermarsi i Francia a' ricaduti nell'eresia. Con tutto ciò andò in Parigi, ed appresso ottenne la cattedra di filosofia di Sedano; ma poco vi dimorò, perché quell'accademia fu soppressa dal re; il che l'obbligò a rifugiarsi in Olanda, ove lesse filosofia e storia in Roterdam colla pensione di 500. fiorini. Ma avendo ivi dato fuori il libro Avviso a' rifugiati, per opera del signor Iurieu, che impugnò il libro come contrario alla religione, fu spogliato del suo impiego. Bayle ebbe dell'erudizione; ma esso stesso confessa che non somministra a' dotti, in ciò che scrive, se non combinazioni indigeste e molto crude. Ed avesse voluto Dio che non avesse mai scritto! Mentre i suoi libri han prodotto molto danno tra' cristiani. Egli morì nell'anno 1706. ai 28. di dicembre, in età d'anni 59. Scrisse molte opere, delle quali non occorre qui far menzione. Difese la sua religione pretesa riformata ne' suoi Trattenimenti di Massimo e Temisto, i quali non comparvero che nel 1707. dopo la sua morte. Ma l'opera sua più nociva e pestifera fu il Dizionario Storico Critico, la di cui prima edizione comparve nel 1696. Ivi molto favorì le ragioni de' Manichei, trattando dell'origine del male. Ma il sistema da lui più favorito e sparso in tutta l'opera fu il Pirronismo.

1 Hebr. 11. 1.

1 Ioan. 20. 29.

2 Ps. 92. 5.

3 Marc. 16. 16.

4 Psal. 36. 4.

5 In psal. 36. 4.

1 Psal. 33. 9.

2 Lucrezio poeta latino nacque da una famiglia romana antica e celebre. Portasi esser andato a studiare in Atene, ove, per quanto apparisce, fu discepolo di Zenone e di Fedro epicurei, ed alla loro setta si unì. Egli fu lodato da Cicerone e da Velleio pel suo sapere e la sua eloquenza. Ovidio scrisse di lui (l. 1. de Arte amandi Eleg. 15. ) così:

Carmina sublimis tunc sunt peritura Lucreti,

Exitio terras cum dabit una dies.

Morì nell'età di 43. o 44. anni di una mania che gli fu cagionata da un filtro amoroso datogli da Lucilia sua moglie, che smoderatamente l'amava. Negl'intervalli di questa sua infermità compose i suoi pestiferi libri della Natura delle cose, e questi solamente di lui ci son rimasti. Portano più autori che si uccise da lui stesso; così scrivono Vossio e Bayle da Scaligero e Gassendo. Si aggiunga alla morte di Lucrezio la morte infelice del celebre e scellerato Vanini, chiamato da Bayle inclito martire dell'ateismo, il quale (come riferisce il Grammont lib. 3. ) fu preso in Tolosa di Francia per sua miscredenza. Avendo egli finto di farsi cattolico, si differì il castigo; ma scopertasi la sua finzione, fu condannato a morte, alla quale andò il misero tutto agitato dalla smania, e così morì da disperato e da bruto. Ecco qual è la vita e la morte di coloro che si vantano di non credere né a Dio, né all'eternità.






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