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S. Alfonso Maria de Liguori
Verità della Fede

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CAP. V. Si prova l'esistenza di Dio dal moto de' corpi, o sia della materia.

 

1. Dicono dunque i materialisti che così i corpi come le anime, tutto è materia; e che questa materia non è stata creata, ma ella è increata, ed è stata eterna. Ma bisogna considerare che la materia non si conserva né si propaga se non col moto. Mentre per mezzo del moto vivono e si propagano gli animali, le piante, e così anche per mezzo del moto abbiamo il beneficio de' pianeti, dei venti e delle piogge. Cessando il moto per un momento, ecco che i fiumi perdono il corso, il mare diventa una laguna, e restano privi di vita tutti gli uomini, i bruti e le piante. Or di questo moto chi è la cagione? Da se stesso niun corpo può muoversi, perché la materia è inattuosa ed inerte; oltreché è principio di tutti i filosofi, ed è cosa evidente ad ognuno che ogni corpo che si muove, è mosso da altri. Quest'altro movente non può essere un altro corpo, perché se niun corpo può aver il moto da sé, tanto meno può darlo ad altri. Dunque necessariamente ogni corpo dee ricevere il moto da un agente che non sia materiale, ma spirituale. Or si domanda donde questa materia e questi corpi che noi veggiamo hanno ricevuto e ricevono il moto? Da altri o da se stessi? In due diversi modi rispondono i materialisti. Epicuro e Spinoza dicono che questo moto della materia non ha avuto principio, ma è stato eterno, e sempre ha continuato finora, e continuerà per via d'impulsi successivi. Ecco come parla Spinoza: Corpus motum vel quiescens, ad motum vel quietem determinari debuit ab alio corpore, quod etiam ad motum vel quietem determinatum fuit ab alio, et illud iterum ab alio, et sic in infinitum1. Gli stratonici all'incontro col loro maestro Stratone e col moderno signor Tolland dicono che il principio e la causa del moto è nella stessa materia, la quale ha in sé la virtù motrice.

 

2. Ma rispondiamo che né l'una né l'altra opinione ha sussistenza. Non può sussistere la prima di Epicuro e Spinoza del moto eterno per via di successivi impulsi, per due ragioni. La prima, perché il moto eterno è impertransibile; sicché se questo moto fosse stato ab eterno, non avrebbe potuto mai giungere al tempo presente; poiché avrebbe dovuto passare a noi per tratto successivo d'infiniti impulsi; e l'infinità, per non aver principio, è impertransibile, siccome dice Aristotile e tutti gli altri filosofi.


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3. E lo dice la stessa ragione; perché questi impulsi infiniti, giunti al tempo presente, dovrebbero dirsi già finiti; ma questa è una contraddizione evidente che l'infinito possa dirsi finito. Ond'è che, se il mondo fosse stato ab eterno, ed ab eterno fossero state le generazioni umane, niun uomo avrebbe potuto nascere; e perché? perché per niun uomo sarebbe giunto il tempo di nascere, finché non fosse scorso un infinito numero di generazioni. Ma il numero infinito è impossibile a scorrere; per potere scorrere questo numero infinito, e giungere al termine, avrebbe dovuto aver principio. Sicché assegnando noi termine di tempo alla generazione di un uomo che nasce, dovremmo dar principio e termine all'infinito, e ciò è impossibile.

 

4. Inoltre ben discorre il p. Valsecchi, e dice: se questo ultimo corpo dee essere determinato da altri al moto, perché esso è inerte, così ancora da altri dee essere determinato il secondo sopra di esso, e così il terzo ed il quarto, e se tutti sono corpi, perché non tutti hanno lo stesso bisogno? Forse, perché sono infiniti, cangiano natura? Se tutti sono corpi, tutti sono inerti, incapaci a muoversi. Dunque fuori della loro moltitudine infinita sempre v'ha bisognato un principio spirituale che abbia dato loro il moto, che niuno d'essi da sé non ha potuto avere né dare; altrimenti il supporre questa successione d'impulsi infiniti ab eterno, sarebbe supporre l'effetto senza la causa e la passione senza l'azione. Ogni moto nella materia è prodotto da un agente estrinseco; ma in tal sistema di Epicuro non v'è causa che produce il moto. Se il corpo A spinge B, e B spinge C: tolto A, né BC hanno più moto; altrimenti vi sarebbe l'effetto senza la causa. Né vale a supporre la serie infinita degli impulsi; perché vi sarebbe un effetto infinito senza niuna causa. Anzi per questo moto infinito degli oggetti materiali vi bisognerebbe una prima cagione che avesse una virtù infinita, per esser cagione d'un moto infinito. Un dotto autore, il teologo Giovanni Hooke dottor della Sorbona, nella sua dotta opera Relig. Nat. et Rev., dice così: fingiamo una catena che dal cielo pendesse sulla terra, sicché il secondo anello ne sostenga uno, il terzo ne sostenga due, il decimo nove, il centesimo novantanove. Dunque gli anelli superiori sempre debbono avere più forza degl'inferiori. Or nel supporre una serie infinita di anelli, bisogna anche supporre una virtù infinita che li sostenga. Niuno dunque di tali corpi infiniti avrebbe mai avuto moto, se non vi fosse stato il motore che avesse data la prima spinta, e di più da tempo in tempo l'avesse rinnovata. Mentre è proprietà de' moti comunicati a' corpi che vadano sempre a languire, e finalmente a terminare, se non hanno nuova spinta. Sicché la serie infinita degli impulsi non toglie, ma accresce la difficoltà. Lo stesso Spinoza di tale difficoltà interrogato, non seppe scioglierla, e sfuggì di rispondere, come si scorge dalle sue lettere e specialmente dalla lettera 63.

 

5. Si aggiunge che, se la materia fosse stata eterna ed increata, ella sarebbe stata anche necessaria, essendo da sé ed indipendente; onde sarebbe stata necessariamente ancora immota ed immutabile secondo la sua natura d'inerzia e di oziosità; poiché è proprio d'una sostanza necessaria ed indipendente il conservarsi sempre secondo la sua natura. Altro è poi quando la materia si considera contingente; perché allora, siccome ella può ricevere da altri l'essere che non avea, così può anche ricevere il moto che non ha di sua natura.

 

6. Veniamo ora all'opinione di Stratone, il quale dicea che la materia ha in se stessa la virtù di muoversi. Quest'opinione neppure può affatto sussistere. Primieramente perché come abbiamo già accennato, è proprio della materia esser senza moto; anzi ella ha una proprietà essenzialmente al moto opposta, poiché ogni corpo resiste alla mutazione del suo stato; e perciò i filosofi


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dicono che la forza della materia non è che vis inertiae; e quanto maggiore o minore è la mole del corpo, maggiore o minore è la resistenza che fa al moto; e con ciò si conosce la forza dell'inerzia che ha la materia. Ripugna dunque alla stessa natura di materia l'aver moto intrinseco e da sé. Onde se vediamo alcun moto nella materia, bisogna dire che da altri ella è mossa, secondo il comune assioma: Omne quod movetur, ab alio movetur.

 

7. Secondariamente se la materia da sé avesse moto, ella sarebbe inutile alla costruzione del mondo. Giacché per quella stessa via di moto, per cui si formerebbero le cose, per lo stesso moto non potrebbero poi sussistere. Sicché siccome prima, non essendo elle, per via di moto si sarebbero fatte, così seguitando la materia a muoversi, da se stesse si disfarebbero. E per tanto oltre la continua confusione che vi sarebbe di tutte le cose, succederebbe quest'altro inconveniente tanto ripugnante alla natura ed all'esperienza, che si vedrebbero i corpi da se stessi disfarsi per questa stessa via di moto per cui si sono formati. Ed in fatti costantemente si osserva che quelle cose che poi si mutano o si distruggono, non mai da sé, ma da qualche causa estrinseca solamente vengono mutate o distrutte; poiché del resto tutte le cose naturalmente tendono alla conservazione di loro stesse.

 

8. Inoltre se la materia si movesse da se stessa, i suoi moti da chi mai sarebbero regolati? Diranno: dalla natura de' corpi. Dunque, rispondo, non sarebbe a noi arbitrario e possibile il fermare una materia, una casa, una vigna in un luogo, come già da noi si pratica, per procurarci que' comodi che ci sono necessari o utili alla vita umana; perché la stessa materia per il suo intrinseco e natural moto da sé trasporterebbesi altrove. Né vale il replicare che la materia è indifferente al moto ed alla quiete; perché anzi questa replica de' materialisti fa vedere chiaramente l'insussistenza del loro sistema. Poiché dicendo essi che la materia è indifferente allo stato ed al moto, dunque, rispondiamo noi, è falso che la materia abbia in sé la virtù di muoversi. Ma per rispondere direttamente alla loro replica, la risposta è questa: sì, la materia è indifferente al moto ed alla quiete, e perciò è atta al moto; quando ella è spinta da altri, ma da se stessa non è capace di muoversi, ed anche quando ella è mossa, e manca la forza dell'impulso, ritorna alla sua natural quiete.

 

9. Per concludere dunque il tutto in breve. Se dicesi che la materia si muove col moto eterno, diciamo che ciò è impossibile. Primo, perché l'eternità è impertransibile, e siccome non ha principio, così non può aver termine. Secondo, perché dovendo questo moto (benché eterno) essere stato prodotto da una causa estrinseca, non può mai supporsi, se non si suppone ancora la causa da cui abbia avuta la spinta, altrimenti sarebbe un effetto senza causa.

 

10. Se poi dicesi che la materia ha in sé virtù intrinseca di muoversi, noi rispondiamo che la materia di sua natura è inattuosa e stupida, onde necessariamente ha dovuto da altri ricevere il moto. No, dice il Tolland, il moto è proprietà essenziale della materia. Ma noi replichiamo che la proprietà essenziale di un oggetto è quella di cui non può l'oggetto esser privo; v. gr., l'estensione è proprietà essenziale di ogni corpo, onde ogni corpo necessariamente dee essere esteso. Ma i corpi non tutti, o almeno non sempre sono in moto, e sono indifferenti a stare in moto ed in quiete; dunque il moto non è proprietà essenziale della materia.

 

11. Ma udiamo il Tolland come prova che il moto sia proprietà essenziale della materia. Egli lo prova così: Ogni materia, dice, è divisibile: la divisibilità della materia non può concepirsi senza moto, perché il moto è quello che la divide: dunque, conchiude, il moto è proprietà essenziale della materia. Ma qui


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è troppo chiara la fallacia di tal prova. Il signor Tolland confonde la divisibilità colla divisione. Altro è la divisibilità della materia, altro è la divisione della materia. La divisione non si può concepire senza moto, ma ben può concepirsi senza moto la divisibilità; poiché la materia è atta ad essere divisa, ma non è atta a dividersi da sé, siccome è capace d'esser mossa, ma non è capace di muoversi da se stessa. Ond'è che siccome è proprietà essenziale della materia di potere essere mossa e divisa, così anche è sua proprietà essenziale di non poter da sé né dividersimuoversi, mentr'è di sua natura inerte e inattuosa. Replica il Tolland e dice che ogni materia è in moto col distruggersi, o aumentarsi. Ma si risponde che un tal moto non è intrinseco alla materia, la quale è inerte, ma estrinseco e straniero, cagionato da esterni impulsi, senza i quali ella starebbe sempre in riposo. Quest'impulsi poi esterni non possono procedere da altro corpo materiale, per la stessa ragione apportata, perché ogni materia è inerte. Dunque debbono provenire da un motore ch'è superiore alla materia.

 

12. Né vale a Tolland il dire che se alla materia non è essenziale il moto, almeno le è essenziale l'inclinazione, la tendenza al moto, da lui chiamata conato. Primieramente diciamo che questa è una pura invenzione chimerica senza fondamento, il dire che ogni corpo ha inclinazione al moto. Ma, dato che nella materia vi sia questo sognato conato a muoversi, si domanda per qual parte ella inclinerà a muoversi; per destra o per sinistra? Dirà che inclina a muoversi per ogni lato? Ma per questo medesimo ella sarà incapace a muoversi; poiché, quantunque ne fosse capace, le stesse tendenze tra loro contrarie la manterrebbero sempre immota ed incapace a muoversi. Dunque la materia non può avere il moto che da un principio estrinseco ed immateriale, che abbia la virtù di poterla muovere. Dico immateriale; perché se fosse corpo materiale, neppure esso può muoversi, e tanto meno dar moto ad un altro corpo. Or questo principio estrinseco ed immateriale noi diciamo esser Dio, infinitamente potente, libero e reggitore del tutto, che non solo muove questo mondo, ma lo muove con tanto ordine e simmetria. Basta considerar solamente il corso così regolato e stabile de' cieli, delle stelle e de' pianeti, per conoscere che non può esserne altri il motore, se non un Dio d'infinita potenza e sapienza. Se si vede un oriuolo che puntualmente dimostra e suona le ore, chi mai potrà dire che quel metallo si è unito da se stesso, e da sé ancora si son formate tutte le ruote, le molle e l'ordine con cui cammina?

 

13. E qui meraviglia il Rousseau, il quale, dopo aver dimostrata l'esistenza di Dio per il moto e per l'ordine che si vede nel mondo, scrive così: Io credo adunque che il mondo è governato da una volontà potente e saggia; io lo vedo, o piuttosto lo sento, e questo è ciò che a me importa sapere. Ma poi questo medesimo mondo è egli eterno o creato? Vi è un principio unico delle cose? Ve ne sono due o più? E qual'è la loro natura? Io non ne so nulla; e che m'importa il saperlo1? Ma ecco l'evidente contraddizione. Ben gli risponde il p. Valsecchi2. Se il mondo fosse eterno, le due sue ragioni addotte del moto e dell'ordine non più proverebbero l'esistenza di Dio; perché essendo eterno il mondo, non ne sarebbe più Dio l'autore. Forse risponde che la materia è eterna ed increata, e Dio poi l'ha modificata ed ordinata? Ma se la materia è eterna, dunque ella è da sé ed è indipendente; e se è indipendente, come Dio ha potuto modificarla e ordinarla? Ma giacché egli l'ha modificata ed ordinata a suo arbitrio, dobbiamo dire ch'egli ancora l'ha creata. Ma ritornando al nostro punto, da tutto ciò che si è detto ne siegue che la materia riceve tutte le sue forze dalla divina efficacia, che tutti i suoi moti non sono che effetti


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della volontà di Dio, il quale o per sé immediatamente, o per altri corpi creati muove il tutto a suo beneplacito; e che tutto l'ordine delle cose di questo mondo non è che da Dio, il quale governa e regola il tutto. E perciò saggiamente dice il filosofo Newton che la cognizione di Dio per via de' fenomeni spetta alla filosofia sperimentale.

 

14. Ma prima di finir questo capo non voglio lasciare di addurre un bell'argomento che un certo materialista presso del p. Valsecchi1 porta a favore del suo materialismo. Chi sa, dice, che non si trovino nell'essere mille sorgenti e forze atte a produrre i tali e tali effetti? Questo è lo studio degl'increduli moderni, non già di provare quel che dicono, ma di metter in dubbio tutte le cose anche evidenti con queste solite frasi: Noi non sappiamo quel che può la natura: perché non può essere così ecc.? Ma per fondare l'autore quel suo Chi sa, avrebbe da provare almeno esser possibile che nell'essere possano esservi forze e sorgenti atte a produrre effetti senza la mano divina. Ma quando da noi si è dimostrato che la materia non può muoversi, perché è per sua natura inerte e non atta a muoversi, che serve a dire: Chi sa che non si trovino nell'essere mille sorgenti e forze atte a produrre tali e tali effetti? Risponde lepidamente il p. Valsecchi a questo inetto Chi sa, e dice: e chi sa che nell'aria non vi siano forze atte a farci credere che vi sia la città di Costantinopoli, e quella veramente non vi sia? E poi ben discorre così: è impossibile che nella natura vi siano forze che senza Dio possan dar l'esistenza a questo mondo. Poiché o queste forze sono immedesimate col mondo corporeo o son diverse da questo mondo. È impossibile che siano immedesimate, perché la materia essendo incapace ella di agire, non ha potuto mai formare, né può reggere una macchina che ha moto ed ordine. Tanto più che nel mondo vi sono le anime unite a' corpi, le quali sono spirituali, come dimostreremo nel capo seguente, e perciò non possono essere prodotte dalla materia, essendo di natura totalmente diversa. Se poi queste forze sono diverse da questo mondo corporeo, o elle sono dipendenti da un principio superiore che le regge; ed allora non sono esse le prime cagioni del mondo, ma n'è causa un tal principio, da cui tali forze derivano. Se all'incontro sono indipendenti da alcun principio, allora non è possibile ch'elleno, essendo puramente materiali e per conseguenza senza sapienza e senza mente, abbian potuto formare, e possano reggere questo mondo, per cui formare e reggere, secondo l'ordine e la simmetria con cui si vede il mondo esistere, è stata e sarà sempre necessaria una gran mente ed una somma sapienza. Inoltre se queste forze fossero indipendenti da altro principio, sarebbero elle da sé, e per conseguenza necessarie, eterne e infinite; ed essendo molte, sarebbero più esseri infiniti ed indipendenti. Per ultimo dimandiamo: quest'essere in cui sono tali forze e sorgenti, è egli da sé ed indipendente? E se è da sé ed indipendente, quest'essere dee aver tutto, mente, potenza e sapienza e tutto infinitamente; e se va così, questi è Dio, diverso già dal mondo e dalla materia, ma autore della materia e del mondo.

 




1 Ethic. p. 2. prop. 13.

1 Emil. t. 1.

2 L. 1. c. 2.

1 L. 1. c. 3. n. 13.




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