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S. Alfonso Maria de Liguori
Verità della Fede

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CAP. X. La conversione de' gentili molto conferma la venuta del Messia e la verità della religion cristiana.

 

1. Certamente è una gran prova della religione insegnata da Gesù Cristo la conversione de' gentili per le ammirabili circostanze che l'accompagnarono, le quali fan vedere ch'ella non poteva essere opera d'altre mani che della potenza d'un Dio. Per prima dee considerarsi la difficoltà della nuova legge che fu predicata; insegnando ella cose difficili a credere, per esser misteri incomprensibili alla mente umana, come sono il mistero della ss. Trinità, per cui dobbiam credere che vi sono bensì tre persone divine, ma non sono che un solo Dio, perché hanno una sola sostanza, una sola essenza e volontà; il mistero dell'incarnazione, per cui dobbiam credere che il Figliuolo di Dio si è fatto uomo, ed ha sofferti patimenti e morte per salvare il genere umano. Oh quali estremi tra loro infinitamente distanti! Dio ed uomo! Credere la grandezza annientata! l'altezza umiliata! Di più il mistero del ss. sacramento dell'altare, per cui dobbiam credere che per le parole della consecrazione la sostanza del pane e del vino si converte realmente nel corpo e sangue di Gesù Cristo. Credere il risorgimento de' morti, per cui dee credersi che un corpo fatto polvere dovrà nel giorno del giudizio finale risuscitare, quale fu prima in vita. Parea cosa impossibile che gente, la quale niente sapea di scritture, di profeti e di Messia, volesse credere ad un autore di una nuova legge, senza averlo mai veduto, né udito; tanto più che predicavasi che questo legislatore non era stato accettato dalla sua nazione, anzi era stato crocifisso come impostore. Ed in fatti da principio i gentili in sentir dire che doveano credere e adorare per Dio un uomo crocifisso qual malfattore, sembrava loro una pazzia da non potersi mai credere, come l'attesta s. Paolo: Nos autem praedicamus Christum crucifixum; iudaeis quidem scandalum, gentibus autem stultitiam1. E pure si avverò quel che Gesù Cristo avea predetto. Restando gli ebrei increduli, i gentili abbracciarono la fede, e colla fede le persecuzioni e le ignominie della croce. Placuit Deo, scrisse lo stesso apostolo, per stultitiam praedicationis salvos facere credentes2. Si compiacque Iddio col far predicare la morte del Redentore, che parea una pazzia, far che il mondo abbracciasse la fede che insegnava misteridifficili a credere.

 

2. Inoltre questa legge insegnava cose difficili a praticarsi. Insegnava a negare se stesso, a vincere i proprj appetiti, ad amare i nemici, a mortificare la carne, a patire con pace, ad umiliarsi con tutti, a soffrire i disprezzi, ed a riporre tutto il nostro bene nella speranza della vita futura. E ciò l'insegnava a gente cieca ed abituata ne' vizj, che riponea tutto il suo bene ne' piaceri della vita presente. Cessino pertanto Maometto, Lutero e Calvino di vantarsi della moltitudine de' seguaci ch'ebbero nella dottrina che predicarono. Se essi avessero predicato il digiuno, la penitenza, la castità, lo spogliamento degli averi, l'annegazione dell'amor proprio, allora in verità il numero de' seguaci sarebbe stato un grande prodigio, come già è avvenuto nella nostra religione predicata ed abbracciata da tanti. Ma predicando essi la libertà de' sensi e l'abolimento d'ogni mortificazione e d'ogni ubbidienza alle leggi ed a' superiori, sarebbe stato prodigio, non già l'aver molti seguaci, ma l'averne pochi. Sarebbe meraviglia vedere un ruscello che sale per la montagna; ma non è meraviglia vederlo scendere alla valle. All'incontro, è vero che la propagazione della nostra religione è stata avvalorata da' miracoli, ma, per rispondere a coloro che negano i miracoli, diciamo che se ella fosse stata propagata senza miracoli, sarebbe stato un maggior miracolo.

 

3. Per secondo bisogna considerare quali furono i predicatori che dovettero promulgare questa nuova legge di


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Gesù Cristo e sbandire l'idolatria e tanti vizj dal mondo. Furono pochi e rozzi pescatori, uomini senza lettere, senza nobiltà, senza ricchezze e senza protezioni. Volle scegliere il Signore per la grande opera della conversione del mondo i mezzi più deboli, a fine di assicurarci ch'egli, e non altri, è stato l'autore della religion cristiana. Se questi mezzi avessero avuto sembianza di maggior potenza umana, meno si sarebbe conosciuta la potenza divina nella propagazion della fede; e perciò Dio elesse quei mezzi che parevano in sé meno atti: la sua vita abbietta, la sua morte di croce e gli apostoli per predicatori, i quali eran privi d'ogni qualità amata, o pur temuta dal mondo. Ed a questi propagatori della fede che cosa promette il Signore? Altro non promette in questa terra che povertà, disprezzi, persecuzioni, tormenti e morti1.

 

4. Per terzo questi poveri pescatori dovettero propagar la fede in mezzo a tanti magistrati, principi, imperatori, che si armarono contro di loro con tutte le forze, esiliando, spogliando de' beni, ed uccidendo colle morti più orribili coloro che abbracciavano una tale fede. Onde i santi apostoli passavano da cimento in cimento e da supplicj in supplicj, senza intervallo e senza riposo; giacché dopo d'essere stati carcerati e frustati in una città, andavano a predicare in un altra, ove li aspettavano gli stessi strapazzi, come si legge in s. Luca2. Poiché non predicavano essi solamente in segreto nelle case o altri luoghi nascosti, ma in mezzo alle piazze ed a vista de' ministri e prefetti, che vegliavano per prenderli e castigarli. E si noti che in quel tempo gli stati non eran divisi tra diversi principi. Il solo imperator romano era quegli che dominava quasi in tutto il mondo conosciuto; onde i suoi editti contro i predicatori evangelici erano da per tutto sparsi ed eseguiti, in modo che gli apostoli non aveano rifugio in alcuna provincia, e si trovavano sempre in mezzo ai nemici. Con tutto ciò essi ben ebbero la consolazione di vedere tra pochi anni promulgata ed abbracciata la fede cristiana per tutto il mondo. Onde s. Paolo scrisse a' romani: Fides vestra annuntiatur in universo mundo3. Ed ai colossensi, parlando della stessa fede, scrisse: Quod pervenit ad vos sicut et in universo mundo est, et fructificat et crescit, sicut in vobis4. Tertulliano, Clemente Alessandrino, s. Atanasio e s. Girolamo attestano che a lor tempo la fede era dilatata presso i germani, gl'iberj, i celti, gli egizj, i libiani, i parti, i medi, gli elamiti, gli armeni, i frigi, gli asiatici, gli africani, i romani, i mauritani, i galli, i britanni, gli sciti, i sarmati. S. Ignazio poi al principio del secondo secolo e s. Ireneo sul mezzo attestano che la religione cristiana era già divulgata per tutte le provincie abitate.

 

5. Un certo autore inglese, Davide Clarkono, ha scritto che i cristiani dei primi secoli non erano già molti, ma pochi, contra quel che scrivono comunemente i nostri autori. Il p. Casto Ansaldo domenicano e professore di teologia nell'università di Torino gli ha risposto molto dottamente, ed ha dimostrato che il numero de' cristiani de' primi secoli non solo è stato grande, ma massimo. E ciò lo prova primieramente colla testimonianza de' santi padri e di antichissimi scrittori ecclesiastici. San Luca5 scrive: Erant autem in Ierusalem habitantes iudaei viri religiosi ex omni natione, quae sub coelo est. Clemente Romano parlando di s. Pietro e s. Paolo, scrive: His viris qui divinam vitam duxerant, aggregata est magna multitudo electorum. Questa lettera, stima il p. Mamachio6 che fu scritta dopo la persecuzione di Domiziano. Clemente Alessandrino7 scrisse: Nostram autem doctrinam a prima usque praedicatione prohibent reges et tyranni, nos pro viribus exscindere conantes; illa autem magis etiam floret. Settimio esponendo quel che avea detto Tertulliano1


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nel capo 2. degli atti apostolici, ove scrisse, fece vedere quante provincie e quanti regni della terra avevano abbracciata la fede cristiana e disse: In quibus locis Christi nomen, qui iam venit, regnat. Le parole floret e regnat significano che in tali regioni i cristiani componeano la maggior parte degli abitanti. Tertulliano nella sua apologia al capo 17, parlando di ciò scrisse specialmente queste parole: A multitudine christianorum pene omnium civitatum etc. E prima nel capo 2. avea scritto parlando de' cristiani: Tanta hominum multitudo, pars pene maior civitatis cuiusque.

 

6. Giacomo Basnagio dice nei suoi annali2, che nel terzo secolo appena forse la decima parte delle città del romano imperio era cristiana; ma Tertulliano scrive: Pars pene maior civitatis cuiusque. A chi dobbiamo aver maggior credito, a Basnagio o a Tertulliano che scrivea fatti dello stesso tempo in cui vivea? Si aggiunga Origene, che nel lib. I. contra Celsum scrisse: Christiana doctrina Graeciam omnem maioremque barbararum gentium partem subegit, et innumeras animas ad Dei cultum, quem docebat, adscivit. E nel lib. 4. al cap. 5. scrisse: In omni orbe terrarum, in omni Graecia, atque universis ceteris nationibus innumeri et immensi sunt qui, relictis patriis legibus, et his quos putabant Deos, se disciplinae Christi tradiderunt. Si aggiungano le testimonianze degli stessi gentili. Tacito3, parlando del numero de' cristiani, dice: Eorum multitudo ingens convicti sunt. Plinio secondo nell'epistola a Traiano, come già riferimmo di sopra, scrisse: Neque enim civitates tantum, sed vicos etiam atque agros superstitionis istius contagio pervagata est... Certe satis constat prope iam desolata templa coepisse celebrari, et sacra solemnia diu intermissa repeti, passimque venire victimas, quarum adhuc rarissimus emptor inveniebatur. E Giuliano apostata imperatore nella satira che scrisse contro gli antiocheni, adducendo la causa per cui gli antiocheni l'odiavano, disse: Etenim populi magna pars, immo totus populus qui impietatis sectam sequitur, mihi succenset, quod me videt patrum religionem amplecti. Tali promulgatori dunque della nostra fede ottennero di vedere dagli stessi idolatri disprezzati e calpestati i loro dei prima da essi adorati, abbracciati colla credenza tanti misteridifficili a credersi; ottennero di vedere sradicati i vizj invecchiati per tanti secoli, abborriti i piaceri, abbandonate le ricchezze e gli onori mondani; ed all'incontro abbracciati i travagli, le ignominie, la povertà, le persecuzioni e le morti: poiché il seguire nuove religioni era da per tutto vietato, non solo da' giudei, come scrive Giuseppe ebreo4, ma anche da' romani, secondo Dione5 e Livio presso Eusebio6 E con tutto ciò il vangelo fu talmente da per tutto abbracciato da' gentili, che col tempo l'idolatria posta a fronte della luce evangelica si ridusse ad essere una setta abbominevole e abbandonata7.

 

7. Bella cosa fu allora il vedere il gran numero degli anacoreti, che, lasciando le patrie e le loro case, popolarono i deserti; e de' martiri, che per non tradir la fede diedero la vita fra i tormenti più fieri, che seppe inventare la crudeltà umana e la rabbia dell'inferno. Rinunziavano essi le ricchezze e gli onori più grandi che loro offerivano gl'imperatori, e s'abbracciavano coi tormenti e colla morte. Ardeano a tal segno quei benedetti fedeli d'amore verso Gesù Cristo, che desideravano con maggior ansia i dispregi, le croci


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e la morte, che non bramano i mondani le delizie e le grandezze della terra. I presidenti delle provincie avvisavano gl'imperatori ch'essi non trovavano più né patiboli, né carnefici bastanti al numero de' cristiani che s'offerivano a morire per la fede di Gesù Cristo. Pareva in somma che tali uomini avessero perduto l'essere umano e l'orrore naturale che ognuno ha ai tormenti ed alla morte. Chi non vede che questa non poteva esser opera della natura, ma che fu tutta della grazia? E la maggior meraviglia fu che quanto più i presidenti e gl'imperatori cercavano d'impedire la conversione de' popoli, e più perseguitavano i fedeli, tanto più si propagava la fede, quanto più cristiani martirizzavano, più questi si moltiplicavano; come se le loro morti fossero semenze felici che rendessero frutto raddoppiato.

 

8. Or se tali uomini non fossero stati santi ed invigoriti dalla forza divina, come avrebbero potuto resistere a tante persecuzioni? Ma pur è vero che tra queste contraddizioni si vide in tutte le parti del mondo abbracciata la fede, adorato Gesù Cristo, edificate tante chiese tra' greci, tra' romani, tra gli sciti, tra' persiani e tra tante altre barbare nazioni sino agli ultimi confini della terra. E ciò fra quanto spazio di tempo? Abbiamo da Tertulliano, come egli scrisse, che in capo al secondo secolo non v'era luogo della terra che non fosse abitato dai cristiani. Nel quarto secolo poi a tempo di Costantino imperatore si vide la nostra fede propagata da per tutto. Scrisse s. Girolamo dalla Palestina a' suoi tempi così: «Le corone de' regi sono abbellite col segno della croce. In questo paese riceviamo ogni giorno compagnie di monaci, che vengono dall'Indie, dalla Persia e dall'Etiopia. L'Armeno già lasciò le sue sette. Gli unni impararono il salterio. Gli sciti ardono col calore della fede. L'esercito dei geti porta i segni della chiesaFin qui il s. dottore. Scrisse di più Palladio che sul principio del quarto secolo nel territorio di una sola città di Egitto abitavano ventimila vergini religiose che facevano vita santa. Sicché i primi tre secoli furono secoli di sangue, il quarto poi e il quinto furono secoli di macerazioni e penitenze.

 

9. L'empio autore dell'Esame della Religione cap. 5. dice: Il progresso della chiesa è tutto umano. Si principiò col sedurre il popolo in un tempo, in cui non vi era punto d'impressione, in cui l'immaginazione solo regnava, in cui le visioni più stravaganti trovavano seguaci. La diversità delle opinioni era del gusto del secolo. Si risponde che in quel secolo così corrotto se si fosse predicata una religione che secondava gli appetiti sensuali, direbbe bene l'autore, dicendo non esser meraviglia che una tal religione fosse stata da molta gente abbracciata; ma essendo la religion cristiana opposta a' piaceri terreni, tutti i mezzi più potenti di autorità ed anche di violenza, senza divina mano, non avrebbero mai potuto indurre popoli intieri ad abbracciarla. E così parimente si risponde a quell'altro paradosso, che lo stesso autore ivi soggiunse: Datemi dodici persone, alle quali io possa persuadere, non essere il sole che fa il giorno, e non dispero che le nazioni intiere non sieno per abbracciare questa opinione. Ma anche dato ciò per vero, altro è il persuadere una opinione speculativa, altro il far imprendere una vita di penitenza e di annegazione di tutte le passioni. Dice Lattanzio che i filosofi antichi, Socrate, Platone insegnavanobene precetti di onestà, ma quelli non si osservavano, perché non vi era (come vi è ne' cristiani) la forza interna donata loro da Dio a vincere le inclinazioni della natura corrotta. Un certo re de' grisoni, come narra Fleury nella sua storia ecclesiastica, essendosi convertito alla fede, e stando già per battezzarsi, dimandò se i principi suoi antenati erano in cielo. Gli fu risposto che no, ma che stavano all'inferno. Dunque, rispose, voglio andare a trovare più presto i miei padri nobili che andare a stare con tanti miserabili.


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Ma così va; il cielo non si riempie di gente abbondante di ricchezze, onori e piaceri, ma di poveri, umiliati e tribolati.

10. Sicché, per ritornare al punto, la nostra santa fede, benché contraria a' desiderj della carne, fu ella universalmente abbracciata dalle genti; che perciò chiamasi cattolica, cioè universale, non già perché ella sia tenuta da tutti gli uomini, ma perché è abbracciata da ogni genere di nazioni, ed è sparsa in tutte le parti del mondo; giacché anche a' tempi nostri, ne' quali vediamo la nostra religione abbandonata da' maomettani e da tante società di eretici, contuttociò appena vi è angolo della terra, ove non vi siano veri fedeli che la professino, e chiese ove almeno in segreto non si onori Dio col santo sacrificio dell'altare, secondo quel che predisse già il profeta Malachia: Ab ortu enim solis, usque ad occasum magnum est nomen meum in gentibus, et in omni loco sacrificatur et offertur nomini meo oblatio munda1. Questa fu la risposta di s. Agostino a Cresconio che gli opponea, non potersi chiamare la nostra chiesa cattolica ed universale, mentre la di lei fede non è abbracciata da tutte le genti; basta, rispondeva il santo, che in tutto il mondo vi sieno veri fedeli: poiché, dicea, non è necessario per dirsi cattolica la chiesa che tutti gli uomini di tutte le nazioni la credano, ma basta che in tutte le nazioni vi sieno alcuni che la tengano: Non (oportet) ut omnes credant; omnes enim gentes promissae sunt, non omnes homines omnium gentium2. Eh che la chiesa cattolica troppo visibilmente apparisce vera a tutti: Hanc ignorare nulli licet, dice lo stesso s. Agostino3; ella solamente è invisibile a chi vuol chiudere gli occhi per non vederla e seguire i proprj appetiti.

 

11. Né osta il dire che molti de' nostri cattolici menano vita indegna di cristiani. Ciò da noi non si nega; anzi aggiungiamo che i peccati di tali cattolici sono men degni di scusa; mentre essi, benché provveduti di tanti aiuti, di sacramenti, di prediche e di buoni esempj, pure vivono male, e nemici con Dio. Ma dee considerarsi che le loro colpe in vece di pregiudicare alla verità e santità della nostra fede, più presto le manifestano. È un'ingiustizia troppo grande incolpar la fede per la mala vita de' suoi seguaci. Chi tiene la vera fede, non lascia d'esser uomo fragile ed inclinato al male, né perde l'arbitrio di abbracciare qualunque vizio che vuole. Iddio vuol esser da noi servito, ma non servito a forza, a modo di schiavi, costringendoci a volere per necessità ciò che non vogliamo. Tutti i nostri errori son proprj nostri, non della fede, né della chiesa che tal fede ci propone a credere. È chiaro dagli evangelj che la chiesa militante contiene vergini sagge e stolte, frumento e zizania, giusti e peccatori. È certo non però che non si è veduto mai un cattolico passato ad abbracciare qualche setta eretica, e non divenuto più corrotto ne' vizj: all'incontro non mai si è veduto alcun infedele o eretico che sia passato con buon fine ad abbracciar la nostra fede, e non sia divenuto più costumato nel vivere. È vero che nella chiesa cattolica vi sono molti cattivi, ma vi sono ancora molti buoni: vi sono tanti buoni sacerdoti, tanti religiosi e tanti anche secolari, che in mezzo al mondo fanno vita santa. Ma in tutte le sette eretiche sarebbe un prodigio il trovare alcuno che vivesse osservante di tutti i precetti naturali.

 

12. A confronto poi della nostra chiesa cattolica vediamo qual'è stata la nascita e la propagazione che hanno avuto le altre sette. I maomettani confessano che prima della venuta di Maometto v'era già la legge cristiana, e confessano che questa legge insegnava già la vera dottrina; ma siccome alla legge di Mosè succedette quella di Cristo, così, dicono, alla legge di Cristo succedette la legge di Maometto. Ma se essi concedono che la dottrina di Cristo fu vera un tempo, debbono ancor


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confessare ch'è falsa quella di Maometto. Gesù Cristo disse che non può salvarsi chi non è battezzato1, Gesù anche disse che tutte le potenze dell'inferno non avrebbero mai prevaluto contro la sua chiesa2. Dunque se non già per tanti secoli, ma per un solo momento fu vera la nostra chiesa, non ha potuto mai esser vera la setta di Maometto o di qualunque altra società contraria a quella di Gesù Cristo. È vero che la legge di Mosè un tempo fu vera, ed a quella successe la legge del Messia che fu differente; ma la legge del Messia non già fu opposta a quella di Mosè, ma perfezionolla; mentre ne tolse le cerimonie ed i sacrificj, ch'erano figure della legge di grazia, e sostituì a quelli i sacramenti, che attualmente cagionano la grazia. Del resto i precetti spettanti alla buona vita non furono già dal nostro Salvatore alterati, ma perfezionati. Quindi dice s. Tommaso l'angelico3 che la legge evangelica non si chiama nuova, perché sia nuova di tempo, ma perché è nuova di perfezione.

 

13. Se parliamo poi degli ultimi eretici della chiesa pretesa riformata, la stessa novità li dichiara, non già riformatori della religione cristiana, com'essi si chiamano, ma distruttori. La lor riforma non riguardò già la riforma de' costumi, mentr'essi colle loro false dottrine apriron la via a tutti i vizj, togliendo l'obbligo di ubbidire a qualunque legge umana o divina; ma riguardò i dogmi della religione, calunniando la chiesa romana, col dire ch'ella era mancata, avendo adulterati i veri dogmi di Gesù Cristo. Ma no, perché la chiesa romana (come abbiam considerato di sopra) stabilita una volta dal Redentore, non è soggetta a mancare, attesa la promessa fattale da Gesù Cristo medesimo, che l'inferno non avrebbe mai prevaluto contro di lei. Se dunque ella è stata vera un tempo, è necessario confessare che sia stata in appresso, e sarà sempre vera; e che ogni religione, la quale a lei non s'uniforma, è certamente falsa. Se dunque è vero, come non può negarsi, che tutti gli eresiarchi venuti al mondo dopo la venuta del Messia, gli Arj, i Nestorj ed altri simili, ed ultimamente i Luteri ed i Calvini, sono usciti dalla chiesa romana; bisogna confessare che questa è l'unica vera chiesa che persevera, qual fu già fondata da Gesù Cristo. Haereses omnes, dice s. Agostino, de illa exierunt, tanquam sarmenta inutilia de vite praecisa; ipsa autem manet in radice sua4. Ma questo punto si chiarirà più a lungo nel capo V. della terza parte.

 

14. Ma diranno: se la propagazione della religion cattolica prova ch'ella sia stata la vera, sarà ancor vera la setta maomettana, lo scisma greco, e ben anche vere le società protestanti, o sieno riformate; giacché similmente queste tra poco tempo sono state da molti popoli abbracciate. Ma, rispondiamo, bisogna osservare che queste sette non ebbero altra origine, che dallo spirito di licenza o di superbia. La legge maomettana concede ogni licenza alla carne in questa vita, e non promette che una licenza maggiore della stessa sorte nell'altra. Lo scisma poi de' greci ebbe origine dalla superbia di un Ario, d'un Nestorio, d'un Macedonio e di altri simili ministri di Lucifero. Dalla superbia insieme e dalla licenza ed anche dall'avidità di occupare i beni della chiesa ebbero il lor principio le sette di Lutero e di Calvino, i quali, ribellandosi alla chiesa romana, cercarono di abolire la castità, l'ubbidienza e tutte le altre virtù cristiane, con rilasciar la briglia ad ogni scelleraggine, dicendo che i nostri peccati non poteano impedire che la divina misericordia non ci salvasse. Ecco come predicava Lutero: Quanto sceleratior es, tanto citius Deus suam gratiam infundit5. Così anche insegnava Calvino: Sublata legis mentione, et omnium operum cogitatione seposita, unam Dei


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misericordiam amplecti convenit1. E perciò questi empj maestri di fede ebbero il seguito di tanti miseri, che per vivere a lor capriccio e senza freno di legge, rinunziarono alla vera fede. E se è così, come mai può giudicarsi che fosse nata da Dio la propagazione delle sette, le quali non hanno avuta altra origine, che dalla superbia, dalla impudicizia e dalla cupidigia; quandoché all'incontro Iddio non ha altro fine nelle sue opere, che di far la sua gloria, e di rimover da noi ogni vizio che è opposto al suo onore ed alla nostra eterna salute2?

 

15. La nostra fede all'incontro, come si è detto, insegnava cose contrarie al senso ed alla libertà, e fu abbracciata da tanta moltitudine di persone, che Tertulliano giunse a scrivere a' gentili3: Vestra omnia implevimus, urbes, insulas, conciliabula, castra, decurias, senatum, forum. Sicché non solo la plebe, ma anche i dotti si rendettero seguaci di Gesù Cristo. Nel terzo secolo tutto il mondo romano fu cristiano. I gentili della germania, Ungheria, Svezia e Dania e i popoli convicini, questi non vennero alla fede che al settimo, ottavo e nono secolo; ma già prima era cristiana la Grecia, l'Italia, la Gallia, l'Egitto, la Francia, la Palestina, l'Asia minore, l'Armenia, la Persia e la Caldea. Che cosa mai dunque poté indurre tanti popoli ad abbracciare una legge austera ed opposta alle inclinazioni della carne, se non fossero state unite la ragione e la grazia divina a persuaderla? È vero che i convertiti per la maggior parte erano plebei e rozzi; ma vi furono ancora tanti nobili e dotti che seguirono Gesù Cristo, secondo scrivea l'apostolo nelle sue epistole, e s. Luca negli atti degli apostoli. Specialmente s. Paolo nell'epistola 2. a Timoteo nel capo ultimo fa menzione di molti dotti che si erano poi fatti suoi coadiutori, e nomina anche alcuni della casa regia di Aristobolo. Egesippo presso Eusebio4 attestò che sin dal tempo degli apostoli si fecero cristiani alcuni de' primi personaggi di Gerusalemme. Quanti vescovi poi per 300 anni vi furono in Asia, Africa ed Europa! tutti questi certamente erano prima gentili e letterati. Così anche tanti dotti filosofi abbracciarono la fede, come s. Giustino, Clemente Alessandrino, Origene, Tertulliano, Arnobio, Panteno ed altri. Scrive Eusebio5: Viros insignes litteris et pietate numerari non posse.

 

16. Ma come poi non vediamo, dicono gl'increduli, che le Indie per tanti secoli sono rimaste abbandonate, ed appena da due secoli in qua hanno ricevuto lume di fede? Ma è certo che il vangelo non fu abbracciato nello stesso tempo per tutte le parti del mondo; poiché dove fu predicato prima, e dove appresso. Di ciò non lice chieder ragione a Dio con dirgli: Cur ita fecisti? Ci basti sapere che i suoi giudizj sono rettissimi, per doverli


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adorare. Del resto dove non giunsero gli apostoli a predicar la legge evangelica, almeno ne giunse il suono, come predisse Davide: In omnem terram exivit sonus eorum. Parlando però delle Indie orientali, si legge nella vita di s. Francesco Saverio scritta dal p. Maffei, che fuori della città di Meliapor trovossi da' nostri una colonna di pietra, che diceasi piantata da s. Tommaso apostolo, in cui stava scolpita a caratteri del paese la predizione che quando il mare, che allora era distante 40 miglia, fosse giunto a piè di quella colonna, sarebbero venuti uomini da lontane parti a ristorar la fede predicata dal santo apostolo; ed appunto allorché giunsero i portoghesi in quella città, il mare vedeasi già avanzato sino alla colonna. Di più nell'isola di Scotora situata sulle foci del seno arabico, poco distante dalle medesime Indie, ivi s. Francesco Saverio trovò la fama costante, che vi fosse capitato lo stesso apostolo s. Tommaso; ed in segno di ciò si vedea nel paese un antichissimo tempio, che secondo la tradizione dall'apostolo era stato fabbricato; e quei paesani gloriavansi d'esser cristiani, chiamandosi comunemente gli uomini col nome di qualche apostolo, e le donne col nome di Maria, benché poi quasi niente sapessero della legge di Cristo.

 

17. Ma per conchiudere il punto proposto nel principio di questo capo, dalla conversione de' gentili provansi chiaramente due cose: che Gesù Cristo è il vero Messia promesso da Dio, e che la vera religion cristiana è l'unica vera. E qui bisogna notare che molte predizioni de' profeti appartenenti al Messia e tra le altre questa della conversione de' gentili, furono registrate con tali circostanze particolari, e talmente poi si sono verificate in Gesù Cristo, che non possono mai contraffarsi da altro finto Messia. Furono le predizioni, che il vero Messia verrebbe al mondo nell'ultima settimana delle settanta descritte da Daniele: ch'egli verrebbe prima che fosse distrutto il secondo tempio: ch'egli comincierebbe a fondar la sua chiesa in mezzo agli ebrei ed in Gerusalemme: (De Sion exibit lex, et verbum Domini de Ierusalem1. Quoniam sic scriptum est, et sic oportebat... praedicari in nomine eius poenitentiam et remissionem peccatorum in omnes gentes, incipientibus ab Ierosolyma2: che lo stesso popolo ebraico il rigetterebbe prima della sua dispersione, la quale dovea esser pena della sua ostinazione: che finalmente la conversion dei gentili sarebbe da esso Salvatore intesa, ma eseguita poi da' suoi discepoli. Or le settimane di Daniele già da gran tempo son terminate: il tempio non vi è più, è già distrutto: Gerusalemme è abitata da infedeli e stranieri: gli ebrei son tutti dispersi: e finalmente la conversione de' gentili è già avvenuta. Dunque il Messia è già venuto nella persona di Gesù Cristo, né altri prima di lui ha potuto, né dopo di lui potrà venire a compire quel che del Messia han predetto i profeti. Dunque ogni altro Messia anteriore o posteriore a Gesù Cristo è certamente falso, e la religione di Gesù Cristo è certamente ed unicamente vera.

 




1 1. Cor. 1. 23.

2 Loc. cit. n. 21.

1 Luc. 6. 22.

2 Act. 14. v. 18.

3 Rom. 1. 8.

4 Colos. 1. 6.

5 Act. 2. 5.

6 L. 2. Orig. et antiqu. christ.

7 Stromat. 6.

1 In advers. Iudaeos c. 7.

2 L. 1. c. 6.

3 l. 15. c. 44.

4 L. 2. contra Appion.

5 Ib. 52.

6 Dem. evang. l. 4.

7 Celso, Porfirio, Macronio ed Apuleio osservando l'infame vista che facea la loro idolatria posta a fronte del vangelo, il quale insegnava l'adorare un solo e vero Dio, e un Dio tutta bontà, quando all'incontro ella insegnava adorar tanti dei favolosi, e ripieni di vizj, cercarono di coprirle il volto, dicendo che le favole narrate de' loro dei erano allegorie; ma con tutto ciò non poterono impedire che l'idolatria non si distruggesse, e fosse confinata ad abitar solamente ne' luoghi incolti, o ne' poveri villaggi; dal che poi restò agl'idolatri il nome di pagani, derivato dalla parola latina Pagus.

1 Mal. 1. 11.

2 S. Aug. l. 3. c. 66.

3 Tract. 2. in epist. 1.

1 Ioan. 3. 5.

2 Matth. 19. 18.

3 1. 2. q. 107. a. 1. ad 2.

4 L. 1. de symb. c. 6.

5 Serm. de Piscat. Petri.

1 L. 3. inst. c. 19. §. 2.

2 Bayle parlando de' costumi degli increduli e specialmente degli atei suoi diletti ed antichissimi amici, distingue atei per vizio ed atei per sistema. E dice che gli atei per vizio, cioè che negano Dio per vivere con più libertà, questi sono dissoluti. Altri poi sono gli atei per sistema, cioè che sono tali per le loro giuste meditazioni; questi, dice, sono di onesti costumi. Primieramente rispondiamo: come mai chi medita senza passione le cose di questo mondo, la costituzione, l'ordine e l'armonia co' soli lumi naturali, può dubitare dell'esistenza di Dio? Quante cose si dicono dagli increduli, tutte sono sofismi e fallacie evidenti. Inoltre è falsissimo che chi non crede esservi Dio premiatore delle virtù e punitore de' peccati, possa mai aver buoni costumi. Forse gli atei per sistema posson essere esenti dalle passioni? E come possono fare vita onesta senza l'aiuto della grazia e senza la luce della fede? Anche i peccatori che sono cattolici, se vivono in peccato, non possono viver senza nuovi peccati; e come poi può viver bene chi non crede Dio, né le pene dell'altra vita? Ma ripiglia Bayle il altro luogo, e dice, che a menar vita onesta basta la ragion naturale. Ma molti fedeli vivono male con tutto il freno che loro porge la credenza de' castighi eterni, come poi l'ateo, che ha le stesse passioni, e non ha in vista i motivi eterni, può resistere agli appetiti malvagi? Ma risponde Bayle che lo stesso onore presso le genti e il timore delle pene temporali basterà a raffrenarlo. Ma chi non vede che la virtù non è virtù quando rimane l'affetto malvagio nel cuore? Reus est, dice s. Agostino, qui vult facere, quod non licet, sed eo non facit, quia impune non potest fieri. Ep. 145. alias 144. ad Anast. E lo stesso scrisse prima Cicerone: An corporis pravitates habebunt aliquid offensionis, animi deformitas non habebit? Lib. 1. de Leg. cap. 16.

3 Apolog. c. 37.

4 L. 3. istor. c. 4.

5 Nel lib. 2.

1 Isa. 2. 3.

2 Luc. 24. 46. et 47.




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