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S. Alfonso Maria de Liguori
Verità della Fede

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CAP. XII. Opposizioni degl'increduli alla verità de' libri evangelici.

 

1. Udiamo ora le opposizioni che fanno i deisti alle scritture del nuovo testamento, la verità delle quali maggiormente rilucerà nel vedere l'insussistenza di quelle. Oppongono per 1. che gli autori di tali scritture erano persone ignoranti di lettere, sì che appena poterono dettare ad altri le cose scritte; ma non sapendo essi leggere, non poteano poi accertarsi se gli altri avessero fedelmente scritto ciò ch'essi aveano dettato. Si risponde primieramente che s. Matteo, avendo preseduto al telonio, certamente doveva esser perito di lettere. Lo stesso dee dirsi di s. Luca che, come attesta s. Girolamo, fu medico e filosofo. S. Paolo fu discepolo di Gamaliele nella legge mosaica, e si sa che fu dotto. S. Marco, essendo stato destinato vescovo di Alessandria, dee giudicarsi che anche fu letterato. Il dubbio solamente cade in s. Pietro, s. Giacomo, s. Giovanni e s. Giuda, i quali furono pescatori. Ma non perciò possiamo accertare che essi non han saputoscrivereleggere; mentre gli ebrei quasi tutti anche quelli della plebe studiavano per istruirsi nella legge. Inoltre se colla venuta dello Spirito santo gli apostoli si rendettero atti


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a farsi intendere dalle genti di diversi linguaggi, perché non poteano rendersi atti anche a saper leggere e scrivere? Inoltre se gli scritti di Geremia e di Baruc si hanno per veraci, benché questi profeti avessero formate le loro scritture per mezzo d'altri che le scrissero, perché non può dirsi lo stesso dei santi apostoli? Qual argomento dunque inetto è quello dei deisti, dopo che i loro libri sono stati comunemente tenuti per sacri dai fedeli, il dire: Ma può essere che gli apostoli non sapessero scrivere? Dunque perciò le loro scritture non hanno da tenersi per vere?

 

2. Oppongono per 2. ritrovarsi più contraddizioni negli evangeli: ed una è quella che si ritrova negli evangeli di s. Matteo e di s. Luca, poiché s. Luca il quale scrisse dopo s. Matteo, scrisse la genealogia di Gesù Cristo differente da quella di s. Matteo; e perciò diceano Celso, Porfirio e Giuliano, che questi due evangeli non meritavano alcuna fede. Ma i mentovati oppositori furono già confutati da s. Girolamo, da Origene, da s. Cirillo Alessandrino e da altri. Alcuni padri rispondono che san Matteo descrivesse per una parte la generazione umana di Gesù Cristo sino a s. Giuseppe discendente da Davide, prima per Salomone ed ultimamente per Giacobbe; e che per l'altra parte Eli, dato da s. Luca per padre a s. Giuseppe e discendente da Davide per Natanno, gli fosse padre solamente legale, a causa di aver avuta prima in moglie la stessa madre di s. Giuseppe, la quale dopo la morte di Eli fu moglie di Giacobbe padre carnale di s. Giuseppe. L'altra spiegazione, ch'è di s. Ambrogio1 e di alcuni altri, è tutta opposta alla prima; mentre questi vogliono che Eli sia padre di s. Giuseppe secondo la carne e Giacobbe secondo la legge. La terza spiegazione finalmente, ch'è la più acclamata da' moderni, come da Vossio, Grozio e Calmet nella sua dissertazione de geneal. 1. C. è questa: dicono, che s. Luca numera da Davide in poi la genealogia di Maria Vergine, e s. Matteo numera quella di s. Giuseppe; e perciò vogliono che s. Giuseppe sia stato figlio solamente adottivo di Eli padre di Maria, come genero ed erede del medesimo, in modo che vogliono che da amendue i nominati evangelisti si ricavi la discendenza e la ragione ereditaria ch'ebbe Gesù C. al regno anche temporale della Giudea per parte di s. Giuseppe, secondo quel che scrive s. Matteo, e per parte di Maria, secondo quel che scrive s. Luca. Del resto o sia vera la prima spiegazione o la seconda o la terza, la fede c'insegna che Gesù certamente discese da Abramo e da Davide, giusta le promesse fatte loro da Dio. Noi dobbiamo crederlo, perché così ce lo propone la chiesa, e posto ciò dobbiamo credere che questi due evangeli in sostanza non si contraddicano, perché tutti e due sono parola divina.

 

3. Adducono altre apparenti contraddizioni, delle quali è più facile la spiegazione. Un'altra è quella del cieco di Gerico. S. Matteo e s. Marco narrano che Gesù Cristo sanò un cieco uscendo da Gerico: Et proficiscente eo de Iericho2. Egredientibus illis ab Iericho etc.3. All'incontro s. Luca scrive che il Signore sanò un cieco, in voler entrare a Gerico: Cum appropinquaret Iericho etc.4. Ma il dubbio si scioglie subito in legger solo i nominati evangeli; poiché il cieco di s. Luca, guarito da Gesù prima di entrare in Gerico, fu un solo: Caecus quidam sedebat secus viam etc.5. Ma quelli di s. Matteo e di s. Marco, guariti nel partire da Gerico, furono due: Et egredientibus illis ab Iericho, secuta est eum turba multa; et ecce duo caeci etc.6. Né osta che s. Marco ne nomina un solo: Filius Timaei, Bartimaeus caecus etc. Nomina questo solo, perché questi forse sarà stato il più noto.

 

4. L'altra contraddizione che oppongono è quella del Centurione. S. Matteo dice che il Centurione venne in persona a cercar la grazia a Gesù Cristo della


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guarigione del suo servo infermo: Accessit ad eum Centurio rogans eum et dicens: Domine, puer meus iacet in domo paralyticus etc.1. All'incontro s. Luca scrive che il Centurione inviò alcuni suoi amici a chiedere tal grazia, mandando a dire al Signore ch'esso non era degno di comparirgli avanti: Misit ad eum Centurio amicos, dicens... me ipsum non sum dignum arbitratus, ut venirem ad te etc.2. Ma a ciò anche è facile la spiegazione, la quale sta data da s. Agostino3, cioè esser cosa usuale che dicasi fatta un'azione da taluno, il quale l'ha fatta fare per un altro. E di ciò ve ne sono più esempi nelle sante scritture: Auferet Pharao caput tuum4. Di Giosuè anche fu scritto: Circumcidit filios Israel5. Di Pilato similmente: Tunc ergo apprehendit Pilatus Iesum et flagellavit6. Di tali operazioni certamente non s'intende che fossero fatte per mano propria di Faraone, di Giosuè e di Pilato, ma per mezzo d'altri.

 

5. L'altra è quella degli apostoli spediti a predicar nella Giudea, a' quali vietò Gesù Cristo di portare cosa alcuna, e neppure il bastone, come scrive s. Matteo7: Nolite possidere aurum, neque argentum... non peram in via... neque virgam. All'incontro san Marco narra, che gli permise di portare il bastone8: Praecepit eis ne quid tollerent in via, nisi virgam tantum. Qui gl'interpreti danno più spiegazioni: altri con Du-Hamel dicono che in s. Matteo il Signore proibì il bastone da valigia, volendo che nulla portassero di provvisione, poiché essi doveano essere sostentati dai paesi, ove andavano a predicare; e perciò riflette il mentovato autore soggiungersi in s. Matteo la ragione di tal divieto: Dignus enim est operarius cibo suo. Altri poi con Tirino dicono che s. Matteo parla del bastone di difesa, espresso colla parola Scheueth, ch'era una specie d'arme: s. Marco poi parla d'un'altra sorta di verga chiamata Mischan, ch'era bastone viatorio, utile solamente all'appoggio. Sicché coll'una o coll'altra spiegazione ben si scioglie il dubbio.

 

6. L'altra è dell'apparizione dell'angelo che parlò alle sante donne nella risurrezione di Gesù Cristo. S. Matteo al capo 28 narra che l'angelo rivolse la pietra del sepolcro, e su di quella si pose a sedere, dal che le guardie ne rimasero atterrite; indi l'angelo rivolto alle donne disse loro: Voi altre non temete, voi cercate Gesù ch'è stato crocifisso, ma egli è risorto, come predisse. All'incontro s. Luca nel capo 24 narra che le donne, trovando tolta la pietra del sepolcro, entrarono dentro, e videro ivi due angeli, che loro dissero esser Gesù risorto. S. Giovanni poi nel capo 20 v. 1, parlando di questo fatto, nomina solamente s. Maria Maddalena, senza far menzione delle altre donne, come ne fanno gli altri tre evangelisti. Ecco, gridano i deisti, quante contraddizioni! Ma il fatto in verità è questo, che tutte quelle sante donne, di cui la Maddalena era la conduttrice, andarono di buon mattino al sepolcro per ungere il corpo del Signore cogli aromi sin dalla sera apparecchiati: di erano già fuggite le guardie spaventate dall'angelo sceso ad aprire il sepolcro. Onde entrate indi le donne videro l'angelo e il suo compagno seduti sopra il sacro avello, ed uno degli angeli le animò a non temere, annunziando loro la risurrezione del Signore. Ora di tali diversi avvenimenti e circostanze degli evangelisti chi ne riferisce una e chi un'altra. Del resto non v'è alcuna cosa asserita da uno che sia negata dall'altro, e ciò basta a togliere ogni contraddizione.

 

7. Di più disse Gesù Cristo: Sicut enim fuit Ionas in ventre cete tribus diebus et tribus noctibus; sic erit Filius hominis in corde terrae tribus diebus et tribus noctibus9. Oppongono i deisti: Cristo appena stette nel sepolcro due giorni. Si risponde che i tre giorni e le tre notti s'intendono di giorni legali; e di ciò non ne dubitano gli stessi


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ebrei interpreti della legge ebraica, e lo dichiara anche Grozio1 intendersi que' tre giorni e quelle tre notti parte d'ogni giorno e parte d'ogni notte, essendo stato il Signore nel sepolcro parte del venerdì, il sabato e parte della domenica mattina; e dice Grozio che anche mezz'ora del giorno seguente sarebbe bastata a fare il giorno legale. Tutte in somma le mentovate contraddizioni dal principio della chiesa sin oggi non han dato fastidio che solamente ad alcuni di poca mente e di poca fede. Ma la divina provvidenza ha voluto più presto permettere lo scandalo di questi miscredenti, che permettere il sospetto che avrebbe potuto nascere nella comunità dei fedeli in osservare una total conformità delle scritture, che potea far dubitare di tutto, anche delle cose essenziali, cioè che i sacri autori avessero scritto di concerto, dopo aver convenuto insieme di scrivere uniformemente tutti i fatti colle stesse circostanze, siccome notammo nel capo antecedente al numero 6.

 

8. Oppongono per 3. che alcuni libri evangelici dagli antichi sono stati riprovati, come il vangelo di s. Luca è stato riprovato da Carpocrate, il vangelo di s. Giovanni dagli alogi, e gli atti degli apostoli e le epistole di s. Paolo da Cerinto e da' severiani. Dunque, rispondiamo, ha da negarsi che Virgilio abbia composta l'Eneide, perché lo nega Arduino? Ha da negarsi la storia di Erodoto a tempo di Costantino, perché la rifiuta Giacomo Gauderio? Ma quale stolidezza sarebbe il voler dubitare di qualche sacro libro ricevuto già comunemente dalla chiesa, perché alcuni eretici, quali furono i mentovati di sopra, non han voluto approvarlo? Già si sa esser loro costume di negar tutte quelle scritture che si oppongono ai loro errori. Gli alogi, perché negavano Cristo esser logon, cioè Verbo, negarono il vangelo di s. Giovanni. Cerinto perché volea esser d'obbligo la circoncisione, negò i libri di s. Paolo.

 

9. Ma oppone il Collins autore dell'infame libro della Nuova libertà di pensare, seguendo l'inglese dottor Mills, e dice che anche da' cattolici sono stati emendati gli evangeli, avendo scritto Vittore vescovo turonese nella sua cronaca che nel sesto secolo furon tutti gi evangeli emendati per ordine di Anastasio imperatore, e queste sono le sue parole: Messala consule, Anastasio imperatore iubente, sancta evangelia, tamquam ab idiotis evangelistis composita, reprehenduntur et emendantur. Ma la verità del fatto vien dichiarata da Liberato diacono di Cartagine2, scrittore contemporaneo, e va così: il mentovato imperatore Anastasio era infetto di più eresie, di quella di Eutichete e di quella de' manichei; egli avea intruso nella chiesa di Costantinopoli in luogo di Eufemio l'empio Macedonio, il quale fu di poi accusato presso lo stesso imperatore, da Severo Monaco, di aver falsificato i santi evangeli; onde Anastasio ordinò che il nuovo patriarca fosse deposto e che le copie falsificate degli evangeli fossero emendate secondo i veri codici, e così si fece. Dunque, dirà taluno, la chiesa ora si serve del codice di Anastasio? Bella conseguenza! Come se nel mondo non vi fossero stati altri esemplari che quello di Anastasio, il quale avesse fatti bruciare tutti gli altri codici che vi erano per tutto il mondo. La chiesa si è servita e si serve non del codice fatto emendare da Anastasio, ma del codice verace degli apostoli, avendolo conferito cogli esemplari più antichi di Anastasio e coi commentarj degli antichi padri e teologi.

 

10. Sappiasi ch'era tanto lo scrupolo dei santi padri acciocché i sacri libri si conservassero incorrotti, che s. Spiridione giunse a correggere Trifilio vescovo ledrense, per aver portato in una sua orazione quel passo - Tolle grabatum tuum, et ambula - con una semplice mutazione gramaticale, dicendo lectum, in vece di grabatum; onde s. Spiridione lo corresse con dirgli


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Tu ne praestantior es eo qui grabatum dixit1? Di più s. Agostino2 narra che un certo vescovo nel recitare un passo della scrittura mutò la parola cucurbita colla voce hedera, come avea fatto s. Girolamo3, ma il popolo talmente tumultuò per tal mutazione, che il vescovo fu in pericolo di essere privato del vescovado. Di più sappiamo che s. Ambrogio, quantunque fosse ornato nello stile, più presto volle dire praesepium secondo la volgata, che presepe secondo il secolo latino più purgato. Così anche s. Girolamo non ripugnò di scrivere cubitos, in vece di cubita; onde scrisse: Non enim curae nobis est vitare sermonum vitia, sed scripturae sanctae obscuritatem quibuscumque verbis disserere4. La vigilanza non però degli uomini in conservare il deposito de' sacri libri non poté essere più che umana; onde non ha potuto evitarsi qualche difetto ma non mai sostanziale. E Dio stesso, il quale sempre ha vigilato acciocché nelle sante scritture non s'introducesse alcun essenziale cangiamento, non ha voluto operare senza necessità il miracolo di preservarlo da tal sorta di difetti. L'erudito Ludovico Capello nella sua opera Delle variazioni della scrittura, avendo con immenso studio rintracciate le copie di tutti i secoli tradotte in diverse lingue, dimostra non essersi mai intruso in esse alcun errore sostanziale contro la fede o contro la morale o la storia evangelica.

 

11. Per tanto è affatto falso ciò che dicono alcuni: che certi passi non veraci sieno stati inseriti da mano estranea nel nuovo testamento; perché sebbene in alcune copie non si fossero trovati quei testi, erano nondimeno essi già posti in altre copie parimente antiche ed approvate; e la chiesa gli ha ammessi, perché gli ha conosciuti senza dubbio fondati sulla tradizione apostolica. Uno di questi testi è quello di dodici versi che non si trovano in qualche copia antica, ed ora si leggono nel fine del vangelo di s. Marco, e si leggono ben anche in tutte le versioni latine, siriache ed arabe; di più si leggono ne' due più antichi codici greci degli evangeli di Cambrige e di Alessandria, ed in quasi tutti gli altri esemplari impressi o manoscritti; ed anche s. Ireneo cita questo testo5. L'altro testo, del quale alcuno ha dubitato, è del fatto dell'adultera; e questo anche è stato ricevuto in tutte le chiese greche, e si ritrova tradotto anche negli esemplari siriaci ed arabi; come anche è rapportato da Ammonio Alessandrino scrittore del terzo secolo nella sua Armonia al capo 128. , e da Taziano più antico di Ammonio, del secondo secolo, nel suo Compendio de' quattro evangeli al capo 12. L'altro testo è quel verso di s. Giovanni6: Tres sunt, qui testimonium dant in coelo: Pater, Verbum et Spiritus sanctus: et hi tres unum sunt. Questo testo non si ritrova in certi codici, ma ben si ritrova in altri più esatti e non meno antichi. Il medesimo è addotto ancora da' s. Cipriano nel suo libro De verit. eccl., e dall'autore antico della disputa avuta nel concilio niceno contro gli ariani7, e da s. Fulgenzio8, e da 400 vescovi africani nella professione di fede, che presentarono ad Errico re de' vandali, come riferisce Vittore d'Utica9. Onde anche Erasmo, dopo aver egli tolto il detto testo in due edizioni da lui fatte del testamento greco e latino, nella terza che ne fece, videsi obbligato a riporlo indotto da un antico manoscritto della gran Bretagna. E lo stesso fecero gli editori del testamento nuovo dell'università di Alcalà, seguendo, come dissero, exemplaria antiquissima, quibus fidem abrogare nefas videretur.

 

12. Che poi talvolta da' padri si trovino citate le sentenze de' sacri libri con parole diverse da quelle che noi leggiamo, o pure si trovi citato qualche passo che noi non leggiamo, ciò ha potuto essere, come scrive Eusebio, perché


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quei padri antichi citavano a memoria le sentenze della scrittura, e perciò si trovano differenti nelle parole; e ciò non senza ragione si deduce dal vedere ch'essi spesso citano le scritture generalmente senza notare né l'autore, né il luogo del libro. Per esempio s. Ignazio, scrivendo agli smirnei, come porta Eusebio1, dice: Apprehendite et contrectate me, et videte, quod non sum incorporeus spiritus. All'incontro in s. Luca2 si legge così: Palpate et videte, quia spiritus carnem et ossa non habet, sicut me videtis habere. Inoltre gli antichi padri citavano alcune sentenze che si aveano per la sola tradizione, o vero talvolta innocentemente servivansi di libri apocrifi, che allora non ben si distinguevano da' canonici. Anticamente, come portano Fabrizio e Simonio, teneansi per libri canonici il libro del pastore, l'evangelio di Pietro, l'evangelio di Mattia, l'evangelio secondo gli ebrei (da cui si suppone presa quella sentenza che si cita Estote probi nummularii) e certe altre epistole degli apostoli, che Gelasio papa dichiarò apocrife in un concilio; ma tutti questi libri sono stati riprovati dalla chiesa, poiché erano stati introdotti dagli eretici, come scrivono s. Ireneo, s. Epifanio ed Eusebio. Del resto i deisti, ancorché portino un lungo catalogo di trentamila variazioni, non possono però addurre alcuna variazione che tocchi la sostanza circa le cose della fede o de' costumi. Non dee recarci poi meraviglia, che in tanta antichità ed in tante migliaia di esemplari sieno scorsi alcuni errori, che facilmente sono provenuti dall'imperizia o negligenza degli stampatori o copisti per lo spazio di 17 secoli; ma se queste variazioni si conferiscono cogli antichi commentatori, si vede chiaramente che non importano corruzioni di sentenze, e per lo più appartengono alla grammatica più presto che al vario senso. Altre volte per abbaglio si sono inserite negli esemplari le note che stavano alla margine, e perciò si trova qualche sentenza variata nelle opere de' padri; ma queste variazioni son pochissime, e non toccano né la dottrina, né l'istoria evangelica; toccano solamente cose che, quantunque ignorate, resta intiera la dottrina e la storia. Le variazioni poi delle parole che compongono quasi tutto il gran catalogo addotto da' deisti, non possono fare alcuna impressione a chi è bene inteso della lingua greca.

 

13. Adducono i deisti due altre opposizioni ai libri evangelici, ma più inette delle antecedenti. La prima è che alcuni autori sacri non riferiscono intieramente la serie degli avvenimenti, come la riferiscono gli altri. Ma per questo si ha da supporre falso quello che scrivono? Dunque perché in Sallustio, in Livio o in Cesare non si ritrova tutta la storia di Cicerone, perciò si ha da dire che quanto hanno scritto di Cicerone è falso? La seconda opposizione è di Spinoza, il quale dice che quando parla Iddio, non si vale di argomenti e raziocinj, come fanno gli uomini; ma gli apostoli nelle loro scritture si servono di raziocinj; dunque non parlano, dice, collo spirito di Dio, e perciò la loro parola non può tenersi per divina. Si risponde brevemente, che i profeti e gli apostoli, e specialmente s. Paolo, si adattarono in ciò alla debolezza degli uomini, che amano d'esser condotti colla ragione. Del resto in tante leggi e dogmi di fede gli apostoli non si sono valuti di ragioni, ma è stato necessario che Iddio avesse date prove co' miracoli, o con altri argomenti, che gli apostoli erano da lui mandati e parlavano per bocca sua. Ma perché Gesù Cristo, potendo spiegar chiaramente le cose, volle parlare così oscuramente per via di parabole, scritte poi dagli apostoli, ma che neppure gli stessi apostoli giungeano a comprendere? Si risponde che il Signore con chiarezza parlò già della sua venuta, della sua mediazione e delle altre cose spettanti alla sostanza della fede; solamente di certi arcani, che per allora giudicò non convenire


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svelarli, parlò oscuramente per mezzo di parabole. Ecco come si affaticano i deisti per oscurare la nostra santa fede; ma la sua luce è così chiara che non può, né potrà mai mancare nel suo splendore, per quante opposizioni cercheranno essi di farle.

 




1 In Luc. 3.

2 Marc. 10. 46.

3 Matth. 20. 29.

4 Luc. 18. 35.

5 Ibid.

6 Matth. 20. 29 et 30. Et Marc. 10. 46.

1 Matth. 8. 5. et 6.

2 Luc. 7. 6. et 7.

3 Contra .

4 Gen. 40. 19.

5 Ios. 5. 3.

6 Io. 19. 1.

7 9. et 10.

8 6. 8.

9 Matth. 12. 40.

1 In Matth. 12. 40.

2 Breviar. c. 19.

1 Apud Niceph l. 8. c. 42.

2 Epist. 70.

3 In Ioan. 4.

4 In Ezech. c. 47.

5 L. 3. c. 11.

6 1. Io. 5. 7.

7 Inter opera Athanas..

8 L. de Trinit. c. 4.

9 L. 3. de Persec. Vandal.

1 L. 3. c. 26.

2 24. 39.




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