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S. Alfonso Maria de Liguori
Verità della Fede

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CAP. XIV. De' miracoli di Gesù Cristo che confermano la sua dottrina.

 

1. I miracoli sono una prova troppo convincente della verità di fede; perché siccome provammo di sopra al cap. 3. Iddio non può permettere alcun miracolo in conferma d'una falsa fede. Bisogna non però sempre esaminar con diligenza se i fatti che vengono riferiti sono veri, e se sono veri miracoli. Che i prodigi operati da Gesù Cristo, e riferiti negli evangeli sieno stati veri, ciò si è provato già di sopra nel capo 11 coll'essersi trovata la verità de' medesimi evangeli. Vediamo ora, se i prodigi ivi narrati sieno stati veri miracoli, o poteano operarsi per arte diabolica. Primieramente fu celebre il miracolo di Gesù Cristo, allorché con cinque pani d'orzo e due pesci saziò cinquemila uomini, oltre le donne ed i fanciulli, in modo che finito il pranzo gli apostoli raccolsero dodici cofani di tozzi avanzati. Di tal miracolo furono testimoni più di cinquemila persone, e lo riferiscono tre vangelisti s. Matteo


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14. 14. , s. Marco 6. 38. e s. Giovanni 6. 5.

 

2. Di più narra s. Luca nel c. 8. v. 26. e s. Marco c. 5. v. 2. che, giunto il Signore in Geraseni, vennegli all'incontro un indemoniato, e questi era così furioso, che non era stato possibile incatenarlo, acciocché non facesse danno, perché più volte avea spezzate le catene. Quest'uomo viveva nelle spelonche, urlando e straziando se stesso. Il Signore, avendone compassione, già avea cominciato a comandare a' demonj, i quali erano molti, che si partissero da quel corpo; ma quegli spiriti maligni pregarono Gesù Cristo o che non li discacciasse da quell'uomo, o che almeno permettesse loro di entrare in una mandra di duemila porci che stavano in quel luogo pascolando. Ottenuta questa licenza, i porci subito andarono a precipitarsi in mare, ove restarono soffocati, e quell'uomo restò liberato. Ciò avvenne alla presenza di altre persone, e fu certamente fatto anche noto a molti di quei paesani che erano padroni di quegli animali.

 

3. Era gran tempo che il mondo gemeva sotto la schiavitù de' demonj i quali usurpandosi l'onore dovuto a Dio, si faceano adorare dagli uomini. Era per tanto la terra piena d'idoli e di altari sacrileghi, e i demonj si spacciavano da per tutto per signori del cielo e della terra. Venne Gesù Cristo al mondo per discacciare questi nemici dal preso ingiusto dominio; ma prima fu d'uopo far conoscere agli uomini il loro stato infelice e le debolezze di quegli spiriti infernali, a' quali permise d'entrare nel corpo di molti, acciocché da una parte si rendessero odiosi a tutti, e dall'altra col discacciarli facesse insieme vedere la loro fiacchezza e la sua potenza; essendo venuto appunto per distruggere il regno di Lucifero: Nunc princeps huius mundi eiicietur foras1. Onde i demonj, osservando i miracoli che il Signore operava, lo confessavano per figlio di Dio: Et spiritus immundi, cum illum videbant, procidebant ei, et clamabant dicentes: Tu es Filius Dei2. Gesù Cristo in sua vita liberò da' demonj tutti coloro che incontrò: Pertransiit benefaciendo et sanando omnes oppressos a diabolo3. E dopo la sua morte permise che fossero anche frequenti gl'invasamenti de' demonj, volendo con ciò far conoscere ai gentili la potestà che aveano i suoi discepoli sopra quei nemici, obbligandoli più volte anche a confessare di essere essi ingannatori nel farsi adorare sotto i nomi di quelle false deità; il che molto giovò alla conversione del mondo. Tertulliano nella sua apologia al capo 23 scrive che ogni cristiano il quale avesse conservata la grazia del battesimo, potea costringere il demonio a confessare tale inganno; ed in fatti di ciò ve ne sono più esempj nelle istorie sacre4.

 

4. Mirabile fu ancora il miracolo che


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operò il nostro Salvatore nel cieco nato secondo vien riferito da s. Giovanni al capo 9. Costui fu guarito da Gesù Cristo, con avergli posto un poco di loto sugli occhi misto colla di lui saliva, e col lavarsi immediatamente coll'acqua della natatoria Siloe, siccome gli ordinò il Signore, acciocché, se egli avesse adoperata altr'acqua, non avessero detto i farisei che fosse stata virtù di qualche acqua medicinale che gli avesse data la vista. Con tutto ciò non voleano i farisei persuadersi del miracolo; onde interrogarono il cieco, e quegli narrò sinceramente il fatto com'era avvenuto. Non contenti di ciò tornarono a dimandargli in qual concetto tenesse egli il suo guaritore. Il cieco rispose, che lo stimava profeta. I giudei, ostinandosi a non voler credere che quello fosse stato miracolo, chiamarono i di lui genitori, e quelli confermarono che il figlio era nato cieco, e cieco era stato sino a quel tempo. Essi di nuovo chiamarono il cieco e gli dissero: Da gloriam Deo; nos scimus quia hic homo peccator est. E quegli replicò: Si peccator est, nescio; unum scio, quia caecus cum essem, modo video... Numquid et vos vultis discipuli eius fieri? I farisei in sentir questa parola, lo maledissero e lo discacciarono fuori della città, onde, avendolo poi incontrato il Signore, l'esortò a credere, e quegli si fece suo seguace.

 

5. I miracoli poi più famosi di Gesù Cristo furono i risorgimenti di più defunti che egli operò, del figlio unico della vedova di Naim, della figliuola del principe della sinagoga, ma il più maraviglioso fu il risorgimento di Lazaro, narrato da s. Giovanni al cap. 11. con tutte le sue circostanze. Dicea Spinoza: come riferisce Pietro Bayle, che se egli avesse potuto persuadersi del risorgimento di Lazaro, avrebbe riprovato il suo sistema, e si sarebbe fatto cristiano. Ma questo miracolo sta confermato da tante prove, che non può essere Spinoza scusato da una gran temerità in non volersene persuadere. Vediamolo. Giunto il Salvatore un giorno alla casa di Marta e Maria in Betania, trovò che da quattro giorni era morto e sepolto il lor fratello Lazaro, sicché per tutta Gerusalemme la di lui morte era già nota, e molti da Gerusalemme si erano portati in Betania per condolersi colle sorelle, mentre la loro famiglia era cospicua in quelle parti. Giungendo ivi Gesù Cristo, vennero ad incontrarlo le sorelle piangendo, e specialmente Maria accompagnata da molta gente, la quale gli disse: Domine, si fuisses hic, non esset mortuus frater meus. Il Signore domandò dove l'avessero posto, e giunto poi al luogo dove stava sepolto, prima pianse, ed indi ordinò che si fosse tolta la pietra del sepolcro. Marta rispose: Domine, iam foetet, quatriduanus est enim. E Gesù Cristo replicò: Nonne dixi tibi, quoniam si credideris, videbis gloriam Dei? E poi voce magna clamavit (gridò, acciocché i giudei lasciassero d'esser più increduli a quest'ultimo sforzo ch'egli faceva per convertirli): Lazare veni foras. Ed essendo uscito subito Lazaro dal sepolcro ancor legato colle fasce, lo fece sciogliere, e Lazaro risorse. Dopo questo prodigio operato alla presenza di molta gente, multi ex iudaeis... crediderunt in eum. Altri poi andarono a narrare il fatto a' farisei, i quali sentendo ciò, Collegerunt... concilium, et dicebant: Quid facimus, quia hic homo multa signa facit? E così da quel giorno pensarono di levarlo dal mondo1, e tentarono di uccidere lo stesso Lazaro, stimando per altro vero il miracolo; e perciò non si posero ad esaminarlo. Del resto scrive s. Giovanni che


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mossi da questo miracolo molti anche de' principi, credettero in Gesù Cristo1. E questa fu la causa, cioè il risorgimento di Lazaro, perché, entrando Gesù in Gerusalemme, la gente che si era trovata a quel miracolo, lo palesò agli altri, e così vennero unitamente ad incontrare il Signore, e lo ricevettero con tanto onore: Propterea et obviam venit ei turba, quia audierunt eum fecisse hoc signum2. Ma i giudei restarono ostinati in non volerlo credere, avverandosi allora (come soggiunge s. Giovanni3) la predizione d'Isaia: Excaecavit oculos eorum, et induravit cor eorum etc.4. Ma questa incredulità de' giudei fu già uno de' segni predetti della venuta del Signore per mezzo dello stesso profeta5: Expandi manus meas tota die ad populum incredulum; s. Paolo citando questo passo scrive, ad populum non credentem et contradicentem.

 

6. Si aggiunga qui il gran prodigio che operò Gesù Cristo dopo la sua morte nella conversione di s. Paolo, narrata dallo stesso apostolo al re Agrippa6. Narrò egli che stimandosi tenuto di opporsi a' progressi della fede di G. Cristo, molto si era adoperato per distruggerla colle parole e coi supplicj per ogni luogo. Ma un giorno, mentre andava a Damasco contro i cristiani, trovandosi in una via, fu ingombrato da una gran luce, al comparir della quale essendo egli ed i suoi compagni caduti a terra, udì una voce che gli disse: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Egli rispose: E chi siete voi, Signore? Ed intese la stessa voce che replicò: Io sono Gesù che tu perseguiti. Alzati, perché voglio che tu vadi a convertire le genti. I compagni videro la luce, e udirono la voce, ma non videro Gesù Cristo, né percepirono le parole. S. Paolo poi restò cieco, e così cieco fu portato in Damasco, ove si trattenne tre giorni senza mangiare, né bere; e non ricuperò la vista, se non quando Anania posegli le mani sul capo, e lo battezzò. E sin d'allora egli cominciò a predicare per le sinagoghe; onde i giudei congiurarono per ucciderlo, ma l'apostolo fu preservato dalla divina protezione per il bene di tanti popoli, ch'esso acquistò a Gesù Cristo. Or di tali prodigj chi mai può dire che Iddio non ne sia stato l'autore, o che egli gli abbia permessi in conferma d'una dottrina falsa?

 

7. Dicono i deisti, che anche i gentili aveano i loro miracoli. Ma chi non sa che i miracoli da essi vantati, o erano favole o pure effetti naturali; come appunto erano le guarigioni che dicevano operate per mezzo del Dio Esculapio, poiché tutti i sacerdoti di Esculapio erano medici, né soleano guarire gl'infermi, se non dopo aver loro applicati i rimedj, siccome scrive Luciano7. E lo stesso dicono Arnobio8 e l'autore delle omelie clementine9. Scrive di più Luciano che i gentili per vantare questi miracoli di Esculapio, pagavano alcuni, acciocché si fingessero infermi, e poi guariti. Quindi si argomenti, qual conto debba farsi di quella tabella (che si crede appesa in Roma nel tempio di Esculapio) di ciechi e di altri guariti subito per opera dio questo idolo: miracoli tutti asseriti, ma niente provati. Tacito narra il miracolo di un certo cieco sanato da Vespasiano; ma egli medesimo dice che l'infermo potea guarirsi per rimedj naturali: ecco le parole Postremo (Vespasianus) aestimari a medicis iubet, an talis caecitas ac debilitas ope humana superabiles forent. Medici varie disserere; huic non exesam vim luminis, et redituram si pellerentur obstantia; illi elapsos in pravum artus, si salubris vis adhibeatur, posse integrari. Del resto, quando altro non fosse, è certo che premeva a' sacerdoti del tempio, ed agli altri che attestarono questo miracolo, il conciliarsi la grazia dell'imperatore, con fingere (come facilmente fu) tal cecità e tal guarigione. Si narrano ancora certi miracoli di Adriano, ma lo stesso Sparziano


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che li riferisce1 poi soggiunge: Quamvis Marius Maximus haec per simulationem facta commemoret, leggasi Salmasio2. I miracoli erano, che l'imperatore avesse sanati due ciechi con aspergere solamente un poco d'acqua sui loro occhi. E ciò anche si suppone per certo essere stata finzione de' domestici per ricreare il principe, il quale stando infermo, e non potendo guarire, voleva uccidersi per disperazione.

 

8. In quanto poi a' miracoli del celebre Apollonio Tianeo, che Ierocle comparava a' miracoli di Gesù Cristo, primieramente questo Apollonio fu tenuto per un gran mago, onde se fu vero qualche prodigio non superante le forze della natura, che si vide di cose naturali straordinarie, già si suppone che i demonj ne furono gli autori. Ho detto, se fu vero, perché tutti i prodigi che si narrano di Apollonio, giustamente si crede che furono tutte menzogne; mentre si asserisce che un certo uomo ignoto diede a Giulia imperatrice, moglie di Settimio Severo, alcune carte della vita di questo mago scritte da Damide suo discepolo. Queste carte Giulia le consegnò a Filostrato, il quale principalmente da quelle compose l'istoria di Apollonio. Sicché non si prova primieramente che Damide le avesse scritte; e benché egli le avesse scritte, qual fede mai può meritare il discepolo d'un'idolatra e d'un mago? Oltreché Uezio dimostra che quell'istoria fu finta da Filostrato per deprimere la fede cristiana, che allora si diffondea nel mondo. Si aggiunge che molti miracoli narrati di Apollonio sono affatto ridicoli ed assurdi. Portiamone due esempj. Scrive Filostrato3, che Apollonio invitato alle nozze di Menippo suo amico, mentre il convito era già apparecchiato, Apollonio ammonisce l'amico che la sua sposa era un demonio. Ciò detto sparisce la sposa e tutto l'apparato del convito. Nello stesso luogo al cap. 3. si legge ch'egli avesse spinti gli efesini, allora infettati dalla peste, a lapidare un povero mendico, il quale essendo morto, ed essendo stato poi scoperto dalle pietre, si ritrovò essere un gran cane, che mandava spuma dalla bocca, come fosse un lione, e così furono tutti gli efesini liberati dalla peste. Or chi mai può credere queste inezie?

 

9. Narrasi ancora per gran miracolo la sconfitta dell'esercito de' galli, che assalirono il tempio di Apollo Delfico nel monte Parnasso per depredare l'oro che vi stava deposto, e si dice essere stati essi sconfitti con fulmini da vergini armate loro apparse. Ma all'incontro da buoni autori dicesi che tale istoria o tutta o in molta parte sia favolosa; e Strabone scrive che i galli non già si dispersero per li fulmini del cielo, ma per le discordie nate fra di loro. Ma anche dato che i galli avessero patita una rotta sul Parnasso, non si dee ella attribuire alla potenza di Apollo, poiché scrive Pausania4, che quantunque i galli fossero molti, nondimeno furono discacciati, per causa che i delfi, avendoli molto afflitti colle saette fra i dirupi di quel monte, accadde che Brenno duce dell'esercito fu ferito a morte, e così tutti i galli si posero in fuga; e posto il fatto così, il miracolo dov'è?

 




1 Ioan. 12. 13.

2 Marc. 3. 11. et 12.

3 Act. 10. 38.

4 Taluni dicono che dopo la morte di Gesù Cristo, o almeno dopo la morte de' suoi discepoli non vi sono stati più ossessi. Non ha dubbio che i veri ossessi sono molto pochi, ma il dire che siano tutti falsi i fatti che si riferiscono di ossessi liberati nelle vite de' santi ed anche nelle opere de' santi padri, non so come possa farsi. Il p. Cuniliati (tom. 1. delle controv. letter. pag. 36. ecc.) raccoglie più fatti recenti in tal genere, e specialmente narra che nel 1739 nella diocesi di Aquileia la liberazione d'un ossesso operò la celebre conversione dell'ebreo Ventura Cormons. Leggasi la dotta dissertazione del p. Calmet de energ. verit., dove dimostra la verità di tali ossessi. Qual maraviglia dee farci che il demonio possa assalire ed occupare i corpi dei cristiani, quando sappiamo che possono tentare le loro anime, anche quando sono arricchite della grazia divina? È vero che al presente non hanno i demonj la libertà d'invadere i corpi, come l'aveano anticamente prima della venuta del Redentore; ma non può negarsi che il Signore più volte ha permesso ed anche voluto, che alcun cristiano patisse una tal vessazione per qualche sua colpa speciale, e talvolta per suo maggior merito senza colpa. E se Gesù Cristo non ricusò di lasciarsi portare da Lucifero sopra del tempio e sulla cima d'un monte (come si legge in s. Matteo c. 4. v. 5. et 8. ) non dee sembrarci strano, che i cristiani sieno qualche volta mossi e straziati dal nemico. Quel che più dee persuaderci a credere che vi sono ossessi nel mondo, è il credere che la chiesa siegue tuttavia ad ordinare con ordine distinto gli esorcisti, conferendo loro appunto la potestà di discacciare i demonj dagli ossessi. Dee dirsi forse che nella chiesa inutilmente si conferisca un tal ordine? Sappiamo che s. Carlo Borromeo conferiva ai fanciulli quest'ordine, a posta per far vedere agli eretici la potestà che hanno contro i demonj i ministri della chiesa cattolica.

1 Come poi già riuscì loro di averlo in mano per mezzo di Giuda, che vendette Gesù Cristo per trenta danari, secondo avea già predetto Zaccaria (11. 13. ): Et appenderunt mercedem meam triginta argenteos. S. Matteo non però (27. 9. ) cita Geremia per autore di questo passo, non già Zaccaria. Si crede da' sacri interpreti che questo sia errore de' copisti, o pure dice un altro autore che alcune sentenze de' profeti antichi furono tralasciate nel codice compilato da Esdra, e poi sono state tramandate a voce, ed inserite ne' profeti posteriori. E ciò è molto verisimile in Zaccaria, il quale fece uso di varj passi de' profeti anteriori; e come narra s. Girolamo, un certo ebreo Nazareno dimostrò a lui un libro, ove di questa sentenza de' trenta danari stava citato per autore Geremia, non Zaccaria.

1 Ioan. 12. 42.

2 Io. 12. 18.

3 Vers. 37.

4 Isa. 6. 9.

5 65. 2.

6 Act. 26. 9. et 23.

7 T. 2. opp. p. 333.

8 L. 1. Adv. Gent. p. 35.

9 Hom. 9. §. 17.

1 In Adrian. c. 25.

2 Hist. Augusti in Spart.

3 L. 4. c. 8.

4 In Phodicis c. 20.




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