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S. Alfonso Maria de Liguori
Verità della Fede

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CAP. XVII. Della provvidenza di Dio verso le sue creature negata dagl'increduli.

 

1. Da Democrito e da Epicuro anticamente, ed al presente da' deisti si nega che Dio abbia cura del mondo. Ma costoro per negare la divina provvidenza hanno da dire o ch'egli non è il creatore del mondo, o che opera a caso, imprudentemente e senza fine.


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Poiché se Dio ha creato il mondo per qualche fine, la prudenza richiede che ne abbia provvidenza, ed ordini tutte le cose da sé create al fine intento. Tanto più che se il Signore, mentre conserva queste creature, continuamente le produce, e tutte le ordina alla gloria sua, ed a manifestare le sue perfezioni. Ciò hanno conosciuto anche i filosofi gentili e tutte le genti, e perciò universalmente le nazioni han venerata la divinità sempre con sacrificj e preghiere.

 

2. È sciocchezza poi il dire che a Dio non conviene di aver cura de' nostri affari, non avendo alcun bisogno di noi, e che pensi a provvedere tutte le sue creature, anche i moschini e vermi della terra. Sciocchezza, dico, perché Dio nel provvedere alle cose nostre non ha bisogno di affaticarsi: egli colla sua mente infinita tutto vede e comprende, e colla sua infinita sapienza a tutto provvede, e si diffonde secondo la sua natura divina in far bene a tutte le sue creature: ed è suo onore l'aver provvidenza di tutte, acciocché tutte concorrano alla perfezione dell'universo, poiché tutto concorre alla sua gloria. Dobbiam persuaderci che la mente di Dio non è come la nostra, limitata e debole; che in applicarsi a due o tre affari importanti che concorrono, si confonde e s'inquieta: la mente divina è d'infinita sapienza, tutto senza studio intende, e senza confusione o fatica tutto dispone e governa. Ed è certo poi che ogni cosa che accade nel mondo, è disposta da Dio, osservandosi già in ogni cosa un ordine ammirabile, che non può venire dal caso; e quelle stesse cose che a noi sembrano disordinate, quelle maggiormente quest'ordine conservano secondo i divini giudizj che a noi sono ignoti.

 

3. Oppongono i deisti per 1. Ma se Dio è buono e provvido, come mai si accordano colla sua bontà e provvidenza tanti mali che avvengono nel mondo, tante tempeste importune, tanti calori e siccità straordinarie, alluvioni, terremoti, infermità? «Se l'uomo (dice il signor Bayle) è l'opera di un sol principio sovrannaturale buono, santo e potente, come fia che sia esposto ad infermità, a freddo, a caldo, a fame, a sete, a doglie, a malinconie? E come fia che abbia tante inclinazioni malvage, e commetta tanti peccati? La santità sovrana può ella produrre una creatura peccatrice? La sovrana bontà può ella produrre una creatura infelice? La potenza sovrana congiunta ad una bontà infinita, non colmerà anzi di beni la sua fattura?» Così parla il perverso Bayle, ma egli ben sa come la religione insegna che non già Dio, ma il peccato fu l'autore di tutti questi mali. Dio creò l'uomo retto e felice, ma egli ribellandosi a Dio, si tirò sopra tutti questi danni, de' quali i maggiori sono l'oscurità della mente e l'inclinazione della volontà al male. Ma a ciò il Redentore per eccesso di bontà colla sua passione recò il rimedio per chi vuole valersene. Chi poi lo disprezza e si perde, di chi può lagnarsi, se non solo di se stesso?

 

4. Ma giacché Gesù Cristo ha amato tanto gli uomini, che per essi ha dato il sangue e la vita, perché non li ha liberati ancora da tante miserie di questa terra? Si risponde che Iddio tutto dispone con altissima sapienza. Egli manda queste calamità o per provare la nostra pazienza, o pure affinché noi dalla cognizione de' mali riconosciamo i beni che ci dispensa, ed anche affinché dalla sperienza di questi mali temporali ci affatichiamo ad evitare gli eterni. Mentre l'unica cagione di questi mali è il peccato, e il Signore per liberarci da' mali eterni qui ci castiga con queste temporali miserie.

 

5. Oppongono per 2. Se Dio è giusto, perché vediamo tanti poveri che appena vivono alla giornata, e tanti ricchi che abbondano di beni; perché Dio non provvede tutti egualmente? Di più, se Dio è giusto, perché vediamo in questo mondo tanti buoni tribolati e vilipesi, ed all'incontro tanti malvagi contenti ed esaltati? Rispondiamo alla prima obbiezione e poi alla seconda. Perché Dio tanti li vuole ricchi, e tanti


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altri (che sono la maggior parte) li vuole poveri? Si risponde che la provvidenza divina verso ciascuno degli uomini non tanto riguarda questa vita temporale, quanto riguarda la vita eterna; questo è l'unico fine per cui Dio ci ha creati, acciocché l'amiamo in questa terra e poi lo godiamo nell'eternità: Habetis fructum vestrum in sanctificatione, finem vero vitam aeternam1. Il Signore poi ha posti nel mondo i ricchi, acciocché coi loro beni diano da vivere ai poveri; ed ha posti i poveri, acciocché essi servano ai ricchi. E ciò fa risplendere la divina sapienza e provvidenza; altrimenti, se tutti fossero ricchi, chi coltiverebbe la terra, chi fabbricherebbe le case, o farebbe gli altri mestieri tanto necessarj alla vita umana? All'incontro se tutti fossero poveri, chi potrebbe governar le repubbliche, chi potrebbe studiare per istruire i popoli, o per confutare gli errori, chi potrebbe attendere a decider le liti, a predicare, a prender le confessioni, o ad altri impieghi necessarj alla coltura delle anime? Ognuno dovrebbe stare tutto il giorno occupato in faticare per procacciarsi il vitto. Penso che sia ben sufficiente questa risposta alla prima obbiezione, passiamo alla seconda.

 

6. E se Dio è giusto, perché tribola tanti buoni e prospera tanti malvagi? Si risponde, e si ripete che quanto Iddio dispone di noi in questa terra, tutto l'ordina alla nostra salute. Egli fa che i suoi servi sian tribolati, acciocché paghino qui la pena de' loro difetti, da' quali non è esente alcun figlio di Adamo, ed insieme acciocché si esercitino nelle virtù della confidenza e della sapienza. Non vi sarebbero i santi, che fan bene a chi li offende, se non vi fossero i persecutori; né vi sarebbero i martiri, se non vi fossero i tiranni; e così Dio per gloria de' santi e de' martiri permette che vi siano i persecutori e i tiranni.

 

7. Ma perché prospera i malvagi? Questa appunto fu la dimanda, che Geremia fece al Signore: Iustus quidem tu es Domine... quare via impiorum prosperatur2? Ma ecco la risposta che gliene diede Iddio: Congrega eos quasi gregem ad victimam, et sanctifica eos in die occisionis3. Iddio tollera questi empj nella loro vita mortale, ma siccome i capretti chiusi nella rete si riserbano al macello, così egli riserva gli scellerati al castigo eterno come vittime della sua divina giustizia in die occisionis, cioè per quel giorno in cui sarà giunto il tempo della giusta vendetta.

 

8. Ciò però non ostante Iddio contro alcuni enormi scellerati ben ha fatto conoscere anche nella presente vita la sua mano vendicatrice. Erode, colui che spregiò il Salvatore, e poi in Cesarea fecesi dare gli onori divini, fu percosso dall'angelo, come narra san Luca4, e morì consumato da' vermi. A Nestorio eresiarca, dopo esser egli stato molto maltrattato da' barbari nell'Egitto, ove fu rilegato, narra Cedreno5 che dalla gola gli si staccò fracida la lingua, ed Evagrio6 aggiunge che dalla lingua gli scaturirono fetidissimi vermi, da' quali a poco a poco gli fu corrosa tutta la bocca (pena condegna alle sue esecrande bestemmie contro la Madre di Dio), cominciando sin da questa vita, come scrive Teodoreto7, a patire il castigo riservato agli empj nella vita eterna, e poco appresso morì l'infelice ostinato qual sino ad allora era vivuto. Diocleziano, che fra tutti gl'imperatori fu il maggior persecutore de' cristiani, avendo inteso che Costantino avea fatto trionfare in Roma la religion cristiana, ch'esso Diocleziano avea proposto di sterminare dal mondo, fu tanta la pena che ne provò, che per la rabbia non volle prender più cibo, e nell'anno 313. volle morir da disperato di pura fame. Massimino imperatore, che ancora con molta crudeltà perseguitò la chiesa colla morte di tanti martiri, essendo stato disfatto il suo esercito da Licinio, si prese per disperazione il veleno, che non lo tolse subito di vita, ma gli cagionò un'infermità orribile,


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che lo facea bruciare di giorno e di notte con dolori di viscere insoffribili, e lo gittava in tale smania, che battea la testa per le mura in modo che gli saltarono gli occhi dalle loro cavità, pena già data da lui a molti innocenti confessori di Cristo. Finalmente chiamando egli la morte, e confessando da sé che degnamente era così da Dio castigato, fra queste terribili agitazioni spirò l'anima infelice. Zenone parimente imperatore, il quale dopo una vita scandalosa, essendo stato assunto all'imperio, si pose a proteggere gli eretici, ecco come da Dio fu punito. Attestano Evagrio1 e Zonara2 ch'essendo egli caduto tramortito di mal caduco, fu seppellito come morto. Ed aggiunge Cedreno3 che gridando Zenone, che lo cavassero da quel sepolcro, risposero le guardie che lo custodivano, essergli inutile il gridare, mentre un altro già imperava; e soggiunge che essendosi aperto il sepolcro dopo alcuni giorni, ritrovarono il misero Zenone colle braccia rose, ch'egli per la fame si avea mangiate. Del resto sebbene in questa vita appariscono felici e prosperati alcuni empj, nondimeno, se si vedessero i loro cuori, vedrebbesi ch'eglino sono i più infelici di tutti.

 

9. Oppone per 3. Pietro Bayle, e dice così: ma come s'accorda colla bontà di Dio il permettere tanti peccati e la dannazione di tanti? O Dio non può impedirli, e non è onnipotente; o non vuole impedirli, ed è un maligno. Rispondiamo. Non si nega che Iddio poteva impedire tutti i peccati, potea togliere all'uomo la libertà di peccare, creandolo confermato in grazia, sì che l'avesse perseverantemente amato, senza poterlo offendere; potea, ma Iddio non ha fatto così, e mentre non l'ha fatto, è segno che ciò non conveniva alla sua maggior gloria. Ma che lasciar l'uomo nella sua libertà d'operare bene o male a suo arbitrio convenisse alla maggior gloria di Dio, la stessa ragion naturale ce lo dimostra. Primieramente chi non vede esser maggior gloria d'un principe, essere amato ed ubbidito da' sudditi spontaneamente, che per mera necessità? Secondariamente il permettere i peccati conviene alla maggior gloria di Dio per la manifestazione della sua divina giustizia, ed anche della sua misericordia.

 

10. Qual misericordia divina è stata quella di vedere che un Dio mandò il suo proprio figlio a redimere l'uomo perduto per lo peccato? Tutto il genere umano dopo il peccato non era che oggetto dell'ira divina e della pena eterna. Se Dio avesse voluto egualmente dar luogo alla giustizia, come avea dato luogo alla sua misericordia in creare l'uomo ornato di tanti pregi e doni, avrebbe dovuto lasciar tutti gli uomini condannati per sempre ad esser privi della divina grazia e del paradiso. Ma no, volle egli mandare in terra il suo unigenito a farsi uomo, e così salvare l'uomo dalla morte eterna colla morte del figlio. Con ciò fece conoscere da una parte la sua infinita giustizia, condannando il suo figliuolo alla morte, che aveasi addossate le colpe degli uomini; all'incontro fece con ciò conoscere la sua infinita bontà, con dimostrare l'amore che portava all'uomo, ed insieme fece conoscere la sua infinita sapienza, trovando un modo così ammirabile per rendere pienamente soddisfatta la sua giustizia, e contentato il suo amore verso dell'uomo riparando colla morte di Gesù Cristo a tutta la ruina cagionata all'uomo dal peccato. Anzi, come parla s. Leone4, ci ha apportato più bene Gesù Cristo colla sua morte, che non ci recò di danno il demonio col peccato di Adamo: Ampliora adepti sumus per Christi gratiam, quam per diaboli amiseramus invidiam. E ciò lo disse chiaramente anche l'apostolo: Non sicut delictum, ita et donum... Ubi abundavit delictum, superabundavit gratia5. Fu grande il delitto di Adamo, ma è stata molto più grande la grazia che ci ha meritata G. Cristo; il quale ben anche lo dichiarò,


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quando disse: Ego veni, ut vitam habeant, et abundantius habeant1.

 

11. Or dopo un'opera di tanto amore e misericordia, chi mai può dire che non si accorda colla bontà di Dio la permissione de' peccati e della dannazione degli uomini? Qual maggior prova del suo amore e della sua bontà potea darci il Verbo eterno, che di venire in terra a farsi uomo, e dopo una vita così umile, povera e tribolata lasciar la vita su d'una croce, a fin di liberarci dalla morte eterna e condurci seco in paradiso? O ingratitudine degli uomini, che dopo esser morto un Dio per loro amore, e dopo tanti testimonj e prove di tal verità, si ritrovi chi temerariamente voglia mormorare della sua bontà!

 

12. Ma se Dio è morto per salvar tutti, dicono i deisti, perché poi anche dopo il beneficio della redenzione permette che tanti si dannino? Chi parla così, non intende la gran ruina che ha recata al genere umano il peccato di Adamo; ma bisogna intender che per il peccato la mente dell'uomo è rimasta ottenebrata a conoscer la ragione e la verità, e la volontà è rimasta talmente disordinata, ch'ella si sente continuamente inclinata al male dalla concupiscenza. Ciascheduno dovrebbe usare gran diligenza per distinguere le massime vere dalle false, così circa la fede, come verso i costumi; dovrebbe ancora attendere a servirsi de' mezzi che ci ha lasciati Gesù Cristo per viver bene, e principalmente dell'orazione e de' sacramenti; altrimenti non avrà forza di resistere alle suggestioni della carne e del demonio. Ma gli uomini per non privarsi de' loro brutali piaceri, chiudono gli occhi alla luce, e trascurano di valersi dei mezzi dati per salvarsi, e così si rilasciano nei vizj, e si dannano: Lux venit in mundum, et dilexerunt homines magis tenebras quam lucem2. Gl'infedeli chiudono gli occhi al lume della ragion naturale, e così restano privi del lume della fede. Gli eretici chiudono gli occhi al lume del vangelo, e così restano segregati dalla vera chiesa, fuori di cui non v'è salute. I cattolici peccatori chiudono gli occhi al lume della grazia, e così s'immergono ne' peccati. Ed ecco come avviene che tanti si dannano. Ma con tutto che gli uomini sono così perversi ed ingrati a Dio, chi può comprendere le grazie che Dio continuamente loro dispensa? Quanti lumi dona agl'infedeli ed agli eretici, ed internamente, e per mezzo de' missionarj che manda loro a predicare! Quante misericordie usa coi peccatori! Quanto tempo gli aspetta! Quante volte li chiama a penitenza! E chi mai si è trovato fra gli uomini così misericordioso cogli altri, come Dio è con noi? Eh se la misericordia di Dio non fosse infinita, come potrebbe sopportarci? Chi può spiegare poi l'amore che porta Iddio, e le grazie immense che fa alle anime che l'amano? Cessino dunque gl'increduli almeno di negare, se non la vogliono amare, l'immensa bontà del nostro Dio.

 

13. Ma replicano i deisti che ben potrebbe Iddio impedir la dannazione di tanti, se volesse. Sì potrebbe; ma si risponde che il castigo de' rei, se non è utile per essi, è utile ed anche necessario per il bene comune. Nel mondo certamente pochi sono quei che si salvano: ma se non vi fosse l'inferno per li cattivi, quanti meno si salverebbero? Se col vedere che tanti uomini pel viver male si perdono, pure tanto pochi vivono bene; quanto meno sarebbero i buoni, se Dio non castigasse molti di coloro che vivono male, con permettere che muoiano nel loro peccato, e col mandarli all'inferno? Ma potrebbe il Signore impedire i peccati, se volesse; perché non gl'impedisce? Perché Dio non vuol togliere agli uomini la libertà che loro ha donata. Se impedisse i peccati, gl'increduli si potrebbero lamentare di Dio, che dopo averli fatti liberi a peccare e ad operare a loro arbitrio, voglia poi privarli della libertà concessa. Ma senza


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toglier la libertà non potrebbe Iddio dare una grazia più abbondante ad ognuno, sì che lo rimovesse dal peccare? Perché negare a Giuda la grazia data a s. Pietro? Perché negare al mal ladrone la grazia data al buono? Ma è forse tenuto Iddio di dare a tutti le grazie soprabbondanti che dona ad alcuni? Se sono grazie, Iddio non è obbligato a dispensarle. Basta a giustificar la divina bontà il sapere che Dio a ciascuno gli aiuti sufficienti a potersi salvare, se vuole. Chi da un principe è stato provveduto del vitto bastante, potrà lagnarsi che non gli abbia date ricchezze maggiori?

 

14. Ma perché più ad uno, che ad un altro? Se un padre, dice Bayle, potesse liberar dalla morte tutti i suoi figli, non sarebbe egli un parziale ed un crudele, se volesse alcuni salvarne ed altri no? Ma si risponde al signor Bayle che vi è gran differenza tra la bontà increata ed infinita e tra la creata e la finita. La bontà creata è necessariamente dipendente dal suo creatore, onde dee comunicarsi secondo la legge dal creatore prescritta. E perciò un padre è obbligato a liberare, potendo, tutti i suoi figli dalla morte; poiché la legge divina gl'impone che usi egualmente verso di loro la pietà e l'amore dovuto. Ma Dio, che è bontà increata ed indipendente, non ha legge che gli prescriva il quanto debba comunicarsi alle sue creature. Egli si comunica quando vuole e quanto vuole, secondo conviene alla sua gloria. A noi dee bastare il sapere che Dio è infinitamente giusto e retto, per venerare i suoi giudizj, né dobbiamo pretendere di saperne la ragione. Nelle scienze umane vi sono i loro principj certi, ma alle volte s'incontrano difficoltà insolubili. Forse perché non le sappiamo sciogliere, potremo negare i principj che sono certi? E poi le disposizioni della divina provvidenza fatte da una mente infinita, perché non sappiamo noi indagarne la ragione, potremmo dire che sono ingiuste, senza esser temerarj ed iniqui? Se un ignorante, dice s. Agostino, entrasse in una bottega in cui si lavorano i ferri, non sarebb'egli un temerario, se volesse riprendere il fabbro che inutilmente tenga quei martelli, quelle incudini e quei mantici? Sicché concludiamo il punto: Iddio vuole che tutti si salvino, ed a tal fine Gesù Cristo è morto per tutti, ed a ciascuno la grazia sufficiente, colla quale può osservare la legge e salvarsi, se vuole. All'incontro lascia a ciascuno la libertà di peccare, se vuole. Posto ciò, chi non vede che coloro i quali si dannano, si dannano perché vogliono dannarsi; e se vogliono dannarsi, è giusto che restino dannati; ma tutto avviene per colpa loro.

 

15. Ma dirà l'incredulo: voi, teologi, dite che per osservare in atto la divina legge non basta la grazia sufficiente, ma è necessaria la grazia intrinsecamente efficace: ma questa grazia efficace Iddio non la dona a tutti, perché se l'avessero tutti, tutti si salverebbero (mentre l'esser efficace questo importa, l'avere il suo effetto); ma il fatto è che la maggior parte degli uomini si perdono. Or come può Dio giustamente esiger l'osservanza della sua legge da coloro a cui nega la grazia efficace, e castigarli poi coll'inferno, se non l'osservano?

 

16. Altri a ciò risponderebbero, secondo la loro sentenza, che la grazia si rende efficace dal consenso della volontà, sì che l'osservanza de' precetti dipende dall'arbitrio dell'uomo in volere o in non voler consentire all'impulso della grazia ordinaria, che dal Signore a tutti si concede. Io all'incontro non rispondo così, perché tengo la sentenza contraria: che per osservare attualmente i divini precetti è necessaria la grazia efficace da sé ed ab intrinseco: questa oggidì è la sentenza più comune fra i teologi, e questa apparisce più conforme alla sacra scrittura, la quale in più luoghi abbastanza dichiara che Dio è quello che colla sua onnipotenza muove la volontà umana a voler liberamente ciò ch'egli vuole. Cor regis in manu Domini: quocunque


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voluerit, inclinabit illud1. Spiritum meum ponam in medio vestri, et faciam ut in praeceptis meis ambuletis2. Onde disse poi s. Agostino: Ille facit ut faciamus, praebendo vires efficacissimas voluntati qui dixit: Faciam ut in iustificationibus meis ambuletis3. E s. Tommaso l'Angelico scrisse: Deus movet immutabiliter voluntatem propter efficaciam virtutis4.

 

17. Dunque, mi dirà l'incredulo, giacché secondo la sentenza più comune l'osservare in atto la divina legge dipende dall'efficacia intrinseca della grazia, come mai quegli a cui questa grazia manca, può osservare attualmente la legge? E come può essere punito, se in atto non l'osserva, non avendo l'aiuto necessario per osservarla in atto? Ma io rispondo che se Iddio non concede a tutti la grazia efficace di operare il bene, nondimeno a tutti il mezzo certo per ottenerla, se vogliono. E questo mezzo è la santa preghiera; e così tutti possono, col chiedere a Dio la grazia efficace, osservare la legge, perseverare e salvarsi. È pieno il vecchio e il nuovo testamento delle promesse che fa Dio di esaudir chi lo prega: Clama ad me, et exaudiam te5. Invoca me... eruam te6. Petite, et dabitur vobis: quaerite, et invenietis: Pulsate, et aperietur vobis7. Omnis enim qui petit, accipit, et qui quaerit, invenit8. Omnia quaecumque orantes petitis, credite quia accipietis, et evenient vobis9. Tralasciamo gli altri testi che sono innumerabili.

 

18. Quindi il cardinal Gotti, parlando della grazia della perseveranza (e lo stesso corre per la grazia efficace) scrisse: In potestate hominis dicitur esse, quod ipse per Dei gratiam potest ab eo petere, et obtinere; et hoc modo in hominis potestate dici potest esse, ut habeat auxilium ad perseverandum necessarium, illud impetrando orationibus10. Lo stesso scrisse il cardinal de Noris, dicendo che coll'aiuto SINE QUO, ch'è la grazia ordinaria comune a tutti, la quale ci fa pregare, si ottiene l'aiuto QUO, ch'è la grazia efficace, con cui si adempiscono i precetti: Etiam in statu naturae lapsae datur adiutorium SINE QUO, secus ac Iansenius contendit; quod quidem adiutorium efficit in nobis actus debiles, nempe orationes minus fervidas pro adimplendis mandatis; in ordine ad quorum executionem adiutorium SINE QUO est tantum auxilium remotum, impetratorium tamen auxilii QUO, sive gratiae efficacis, qua mandata implentur11. Dice ancora che la potenza a pregare data ad ogni fedele, non è già rimota, sicché vi bisogni altra potenza per poter pregare, ma è prossima in modo che ognuno può attualmente pregare colla sola grazia ordinaria: Manifestum est, potentiam ad orandum, debere esse proximam in iusto, sive fideli, nam si fidelis sit in potentia remota ad simpliciter orandum (non enim hic loquor de fervida oratione), non habebit aliam potentiam proximam pro impetranda oratione, alias procederetur in infinitum12.

 

19. Non osta perciò il dire che l'orazione per impetrar la grazia efficace dee esser fervorosa. Poiché risponde lo stesso autore che coll'orazione tepida almeno si ottiene la più fervente, e con questa poi s'ottiene la grazia efficace: Colligo ipsammet tepidam orationem fieri a nobis cum adiutorio SINE QUO NON ac ordinario concursu Dei, cum sint actus debiles etc., et tamen tepida oratione impetramus spiritum ferventioris orationis, qui nobis adiutorio QUO donatur13. E ciò lo conferma coll'autorità di s. Agostino, che sopra il salmo 17 scrisse: Quoniam ut hanc habere possem, exaudisti me infirmius orantem.

 

20. Ma niuno lo spiega più chiaro di s. Agostino, che colla preghiera otteniamo la grazia di osservare i precetti:


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Ideo (Deus) iubet aliqua, quae non possumus, ut noverimus quid ab illo petere debeamus. E poi dice: Nulli enim homini oblatum est scire utiliter quaerere. Ma il testo più espressivo di s. Agostino è quello, il quale è stato poi autorizzato dal concilio di Trento1: Deus impossibilia non iubet, sed iubendo monet et facere quod possis, et petere quod non possis, et adiuvat ut possis2. E lo conferma in altro luogo: Eo ipso quo firmissime creditur Deus impossibilia non potuisse praecipere, admonemur et in facilibus quid agamus, et in difficilibus quid petamus3. Iddio è fedele, dice l'apostolo, non mai permetterà che siamo tentati oltre le nostre forze, senza aver l'aiuto bastante a resistere: Fidelis Deus, qui non patietur vos tentari supra id quod potestis, sed faciet etiam cum tentatione proventum, ut possitis sustinere4. Giansenio, a cui fastidio questo testo, dice che s'intende de' soli predestinati. Ma s. Paolo scrive a tutti i fedeli di Corinto, che certamente non potea supporre tutti predestinati: onde giustamente s. Tommaso l'intende generalmente per tutti gli uomini, e dice che Dio non sarebbe fedele, se non ci concedesse (in quanto a sé spetta) quelle grazie, per cui possiamo conseguir la salute: Non autem videtur (Deus) esse fidelis, si nobis denegaret, in quantum in ipso est, ea per quae pervenire ad eum possemus5.

 

21. Ma se altro non vi fosse, basta la parola di Dio, il quale ha detto, Petite, et accipietis, a farci star sicuri che se noi preghiamo, egli ci esaudisce. Quis falli metuit, dice s. Agostino, dum promittit veritas? E posto che per mezzo della preghiera possiamo ottenere da Dio la grazia efficace, la perseveranza, la salute eterna e tutto quanto cerchiamo, mentre il Signor ha promesso di donarci senza limitazione quanto noi vogliamo, purché glielo domandiamo: Quodcunque volueritis, petetis, et fiet vobis6; quale scusa possono addurre i peccatori, se si perdono? Diranno: ma Dio non ci ha data la grazia efficace. Ma Dio lor risponderà: se voi me l'aveste domandata, ben l'avreste ricevuta; onde non vi lamentate di me ma lamentatevi solo di voi. Replicherà l'incredulo: ma Dio potea darmi la grazia più abbondante, senza che gliel'avessi richiesta. Ma a far questo è forse tenuto Iddio? La grazia si chiama grazia, perché non è dovuta. Sarà forse Dio obbligato di usare questa pietà con tutti, anche coi negligenti e cogli ostinati? E salvare ancora chi non vuole salvarsi? Dunque dovrà sempre usar misericordia co' suoi ribelli, e non mai giustizia? Ma no, che questa temerità che al presente avesse un deista parlando così: Perché Dio non mi salva senza le mie preghiere? non l'avranno i reprobi nel divino giudizio; lo stesso peccato otturerà loro la bocca: Omnis iniquitas oppilabit os suum7.

 




1 Rom. 6. 22.

2 Ier. 12. 1.

3 Ib. v. 3.

4 Act. 12. 23.

5 In comprehend. hist.

6 L. 1. c. 7.

7 L. 4. in Nest.

1 L. 3. c. 29.

2 Ann. t. 3.

3 In cit. compend. Hist.

4 Serm. 1. de Ascens.

5 Rom. 5. 16. et 20.

1 Ioan. 10. 1.

2 Ioan. 3. 19.

1 Prov. 21. 1.

2 Ezech. 36. 27.

3 S. Aug. de grat. et l. arb.

4 S. Thom. de Malo quaest. 6.

5 Ier. 33. 3.

6 Ps. 49. 15.

7 Matth. 7. 7.

8 Luc. 11. 10.

9 Marc. 11. 24.

10 Tract. 6. de grat. 9. 1. §. 3. n. 19.

11 Op. Iansen. error. calumnia sublata c. 1. §. 1.

12 Vide ib. c. 1. et 2.

13 Noris eod. loc. c. 2. §. 1. p. mihi 129.

1 Sess. 6. c. 13.

2 S. Aug. de Nat. et grat. c. 44. n. 50.

3 Ibid. c. 69. n. 83.

4 1. Cor. 10. 13.

5 S. Thom. lect. 1. in c. 1. epist. 1. ad Cor.

6 Ioan. 15. 7.

7 Ps. 106. 42.




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