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S. Alfonso Maria de Liguori
Verità della Fede

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§. 2. Si comprova di più la verità della chiesa cattolica dalla costanza de' martiri.

 

28. La costanza de' martiri è un contrassegno più ammirabile di quello de' miracoli. Poiché i miracoli sono opere tutte di Dio, esercitate per Dio stesso nelle creature; ma la fortezza e la vittoria de' martiri è un'opera di Dio fatta per mezzo di uomini deboli, anche di tenere verginelle e di fanciulli, come di una s. Agnese di 13 anni, di s. Prisca della stessa età, di s. Venanzio, e s. Agapito di 15 anni l'uno, e di s. Vito e s. Celso anche fanciulli e di tanti altri che lacerati con unghie di ferro, arrostiti sulle graticole, tormentati con faci ardenti ne' fianchi, con elmi roventi sulle teste e con altri simili crucj han superata tutta la crudeltà degli uomini e la rabbia de' demonj. Quindici imperatori Romani si affaticarono per più anni ad estirpare dal mondo la fede di Gesù Cristo; sì che il numero de' santi martiri fu così grande, che nella persecuzione di Diocleziano (la quale fu la nona) furono in un solo mese uccisi 17 mila cristiani, e nel solo Egitto ne furon fatti morire 144 mila, ed altri 700 mila furono mandati in esilio. Basta dire che fu promulgato un editto in tutto l'imperio, per cui fu data licenza ad ognuno di toglier la vita a' cristiani in quel modo che più gli piacesse. La strage in somma in queste dieci persecuzioni fu così orrenda, che, come riferisce Genebrardo1, giunse ad undici milioni di martiri; sicché fatta la distribuzione vengono a numerarsi da trentamila per ciascun giorno. Ma con tutto ciò il numero degli uccisi, fino a diecimila per volta, in vece di spaventare i vivi, accresceva loro il desiderio di morir per la fede. Scrisse Tiberiano governatore della Palestina a Traiano imperatore che non si potea dar morte a tanti cristiani, quanti eran quelli che volontariamente si offerivano a morire per Gesù Cristo. Onde Traiano si mosse a fare un editto, col quale ordinò che i cristiani d'indi in poi si lasciassero in pace. Ora, diciamo, se la fede di questi santi martiri, che fu la stessa quale ora è la nostra, non fosse stata la vera, e se Iddio non avesse dato a questi tanti suoi servi l'aiuto suo divino, come avrebbero potuto resistere sino a perder la vita fra tanti tormenti?

 

29. Vantansi alcuni di avere avuti anche nelle proprie sette i loro martiri; ma vediamo qual è stato il loro martirio. Il martirio, come insegna l'angelico2, consiste in dar la vita in testimonianza della verità o della giustizia. Martyres veros, scrisse s. Agostino, non poena facit, sed causa3. Tutti i tormenti del mondo non posson fare un martire: la sola causa di morire per la verità della fede, o per la giustizia, è quella che fa i veri martiri. I maomettani vantano per martiri i loro soldati che sono morti in battaglia per usurpare i beni altrui; bell'atto di giustizia! I novatori anche vantano per martiri coloro che sono stati giustiziati


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colla morte come eretici; ma questa non è stata fortezza, ma ostinazione. Oltreché costoro sono stati pochi e per lo più gente vile ed ignorante, ingannata da' loro seduttori. All'incontro la chiesa cattolica vanta per martiri un gran numero di nobili, di consoli, di patrizj, di capitani di eserciti, di vescovi, di pontefici, di senatori e di monarchi. Inoltre la maggior parte de' nostri martiri prima di morire menavano vita santa, sì che non poteva opporsi loro da' tiranni altro delitto, che l'esser cristiani. Ma i falsi martiri degli eretici, e specialmente gli anabattisti e gli adamiti, i quali vantansi di morire con maggior intrepidezza, erano pieni di vizj e di laidezze. Essi ammettevano la comunicazione delle mogli, ed altre simili scelleraggini; onde la loro costanza non fu costanza, ma furore e pertinacia infusa loro dal demonio, che li possedea, come scrisse s. Agostino de' Donatisti, eretici de' suoi tempi1 che, diabolo possidente, non persequente, in seipsis crudeliores et sceleratiores homicidae, si bruciavano vivi, si annegavano, si precipitavano dalle rupi, e costringevano gli altri colle percosse e colle minaccie affinché gli avessero uccisi, percussuros eos se, nisi ab eis perimerentur, terribiliter comminantes; e tutto ciò faceano questi matti per esser poi chiamati martiri: martiri, ma martiri del demonio. E perciò gli eretici pertinaci che sono morti per mano della giustizia, si son veduti morire non già con allegrezza e pace, come i nostri santi martiri che morivano giubilando e cantando lodi a Dio, ma con rabbia e smania insoffribile: segno evidente che l'accettazione delle loro morti non veniva loro ispirata da Dio, ma insinuata dal demonio, che può dare bensì la temerità d'incontrare la morte, ma non può dare la virtù di soffrirla con pace. L'infelice Michele Serveto rinnovatore dell'arianismo, quando in Ginevra fu gettato nel fuoco, al quale era stato condannato, s'infuriò in tal modo, che muggiva come un toro stizzato, e cercò per pietà a' giudici un coltello per uccidersi da se stesso, ma non l'ottenne.

 

30. Dove mai tutte queste sette separate dalla chiesa cattolica hanno avuto un s. Lorenzo, che mentre stava bruciando sulla graticola, giubilava per la gioia interna sino ad insultare il tiranno, invitandolo a cibarsi delle sue carni già cotte? Dove un s. Vincenzo, che ne' tormenti che gli davano, parea (come scrive s. Agostino) che un Vincenzo parlasse, ed un altro patisse, tanto era il gaudio con cui moriva per Gesù Cristo? Dove un s. Marco e s. Marcelliano, che avendo i piedi trafitti da' chiodi, ed essendo tentati dal tiranno a liberarsi da quel tormento, risposero: Che tormento? che tormento? Noi non abbiamo trovata mai delizia maggiore che in quest'ora in cui stiamo patendo per amore di Gesù Cristo. E così dicendo, si posero a cantare le divine lodi, finché trapassati dalle lance finirono gloriosamente la vita. Dove un s. Processo e s. Martiniano, che mentre nell'eculeo sbranavansi loro le membra co' ferri e bruciavansi loro le carni con piastre infocate, non facevano altro che benedire il Signore, desiderando con ansia la morte, che già ottennero? Era in somma tanta l'allegrezza con cui morivano i martiri, che gli stessi loro nemici, e gli stessi carnefici, al vedere tant'allegrezza, si convertivano alla fede; onde scrisse poi Tertulliano che il sangue de' cristiani sparso per la fede era come una semenza feconda, che moltiplicava i seguaci a Gesù Cristo: Semen est sanguis christianorum2.

 

31. A' martiri antichi ben poi han fatta gloriosa compagnia e gara in questi ultimi secoli tanti uomini e tante donne, che han data la vita per Gesù Cristo ne' tormenti più fieri che potea pensare la crudeltà umana. Specialmente nel Giappone quanti cristiani nel secolo XVI. sono morti per la fede: chi bruciato a fuoco lento, a chi strappata la pelle con tenaglie, a chi tagliate le carni a pezzi a pezzi, a chi segato il collo


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a poco a poco da una canna per lo spazio d'una settimana sino alla morte, chi sospeso e poi calato da volta in volta in acque bollenti, chi posto ignudo nel rigore del verno alla campagna a finir la vita per il freddo? Leggasi il p. Bartoli, che tutto narra distinguendo i luoghi e le persone del Giappone nella sua storia. Narra specialmente che una donna cristiana chiamata Tecla, mentre bruciava nel fuoco, teneasi in braccio una bambina di tre anni, e la confortava a morire colla speranza del paradiso. Un'altra donna, perché povera, si vendette una cintola che avea, per comperarsi un palo, dove legata potesse morire arsa per Gesù Cristo. Un'altra scoprì a' persecutori una bambina sua figlia, acciocché quella morisse per la fede insieme con lei. Narra di più che un fanciullo di nove anni corse da se stesso per esser decollato, e da sé scoprì il collo per offerirlo al taglio. Un'altra fanciulla di otto anni, essendo cieca, si strinse colla madre per morire con lei bruciata, come infatti morì. Un altro fanciullo di tredici anni finse di averne quindici, per essere annoverato nel numero de' condannati. Un altro di cinque anni, svegliato mentre dormiva, acciocché venisse al supplicio, senza smarrirsi si vestì co' panni di festa, e dal carnefice stesso fu portato in braccio al luogo destinato, dove il fanciullo, offrendo il collo per esser decollato, intenerì in modo tale il manigoldo, che a colui mancò l'animo di ucciderlo, e venne un altro, il quale essendo poco esperto, lo ferì due volte colla scimitarra, e non l'uccise, ma col terzo colpo lo finì. Di questi fatti gli stessi eretici olandesi, nemici della nostra chiesa ne furono testimonj. Ma no, scrive un eretico; questi nuovi martiri non furono uccisi per la fede, ma per esser ribelli e congiuranti che tramavano di privare i sovrani de' loro regni. La stessa taccia che si oppone a' martiri del Giappone, vien data ancora dagli eretici a coloro che per la fede diedero la vita in Inghilterra a tempo della regina Elisabetta. Ma dimando: se i vostri cattolici erano ribelli e congiuranti, eran dunque congiuranti anche le povere donne, le vergini ed i fanciulli; giacché questi furono egualmente giustiziati? E se questi erano veramente ribelli, perché poi subito che rinnegavano la fede per timore de' tormenti, erano affatto liberati da ogni pena? A' nostri cattolici in Inghilterra era fatta da' ministri di Elisabetta questa promessa: Basta che voi entriate una volta ad assistere nelle nostre chiese, e sarete liberati. Segno dunque evidente che non la ribellione o congiura, ma la sola fede era la causa della loro morte. Replica l'eretico Dodwello, che i martiri non tanto han data la vita per la fede, quanto per aver la gloria di martiri appresso il mondo. Ma rispondiamo: o questi ci credeano, e la religione proibisce di operare per la propria gloria, per la quale operando, niente si guadagna nell'altro mondo: o non ci credeano, e come mai può supporsi ch'essi per aver dopo la morte il vano onore d'una plebe ingannata volessero soffrire pene, ignominie e morte?

 

32. Ma finora si è provato che la chiesa cattolica romana è vera chiesa di Dio. Resta a provare, come ella sia l'unica vera chiesa. Fuori della nostra religione non vi sono altre che quella de' gentili, de' giudei, de' maomettani e degli eretici. Se di queste proveremo che niuna può essere vera, resterà già provato che la nostra è l'unica vera.

 




1 In psal. 78.

2 2. 2. q. 124. a. 1.

3 Epist. 167.

1 Tract. 5. in Io. et ep. 185.

2 Apolog. in fin.




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