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S. Alfonso Maria de Liguori
Verità della Fede

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CAP. II. Non può esser vera la religione de' gentili.

 

1. La religione, o sia la chiesa da cui s'insegna la religione, per esser vera dee esser retta e santa così nella credenza de' dogmi, come nella norma de' costumi. In quanto a' dogmi di fede i gentili adorano più dei. Ciò solo basta a dimostrare che la loro religione è falsa; e perché? Perché il vero Dio non può essere che uno. Ecco la ragione. L'esser di Dio è un essere sommo, perfettissimo, necessario ed infinito. Tutte queste proprietà, che sono proprietà speciali di Dio, dimostrano che Dio non


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può essere che uno ed unico. Egli è sommo, dunque dee esser unico; perché non possono darsi più sommi. Giacché quello è l'oggetto sommo, che non ha altro oggetto maggiore di sé o eguale: Summo magno nihil sinit adaequari, scrisse Tertulliano. Dio è perfettissimo, dunque dee esser unico, perché se vi sono più oggetti diversi di egual perfezione, niuno di loro può esser perfettissimo. Poiché o questi hanno la stessa sostanza, ed essi non sarebbero diversi, ma un solo oggetto: o hanno diversa sostanza, ed allora quella sostanza e perfezione che ciascuno di essi possiede, mancherebbe all'altro, onde niuno di loro sarebbe perfettissimo, quando che l'esser di Dio, è un essere, quo melius cogitari nequit. Inoltre Iddio è necessario, come già provammo nel capo III. della prima parte, dunque perciò anche dee esser unico, mentre non possono esservi più enti necessarj. Se potessero darsi due enti necessarj, perché non potrebbe darsi che sian necessarj tre? E perché non cinque, non dieci? Ma no; perché dove vi è numero di enti, non può esservi necessità di veruno.

 

2. Finalmente Dio è infinito, e se è infinito, dee essere unico. Poiché l'ente infinito è necessariamente anche infinito ne' suoi attributi, infinito nel'immensità, infinito nella potenza ed infinito nella sapienza. Or se vi fossero più dei eguali tra di loro di diversa sostanza, uno indipendente dall'altro; l'uno già non esisterebbe nell'altro, e perciò niuno di loro sarebbe infinito nell'immensità; quando che all'incontro, essendo Iddio unico, e solo creatore del tutto, egli esiste in tutte le sue creature col conservarle. Di più se vi fossero più dei, niuno di loro sarebbe infinito nella potenza. Se Apollo potesse distruggere quello che fa Mercurio, ecco che Mercurio non sarebbe più onnipotente: se poi Apollo non potesse distruggere quel che fa Mercurio, ecco che Apollo non sarebbe più onnipotente. Di più se vi fossero più dei, niuno di loro sarebbe infinito nella sapienza ed onniscio; perché essendo ciascun di loro indipendente dall'altro, non potrebbe l'uno sapere quel che l'altro volesse celargli.

 

3. E così, se vi fossero più dei eguali, sarebbero tanti dei imperfetti od infelici; perché mancherebbero loro tutte quelle perfezioni che potrebbe avere un Dio, se fosse solo. E poveri noi, se il mondo fosse governato da diversi dei eguali, uno indipendente dall'altro! Quali sconcerti e confusioni vedrebbonsi accadere ogni giorno, disfacendo l'uno quel che ha fatto l'altro, e perturbando l'uno i disegni dell'altro!

 

4. Ma anche voi, cristiani, dicono i gentili, adorate tre dei, adorando tre persone divine. Ma noi rispondiamo che adorando tre persone in Dio, non ammettiamo che una sola divinità; giacché tutte le tre persone sono bensì distinte fra di loro per ragion della propria qualità personale di ciascuna, ma non sono divise, non essendo che una essenza, una sostanza ed una natura. Onde tutte e tre hanno una immensità, una potenza, una scienza ed una volontà; sicché noi adoriamo un solo Dio onnipotente, un solo Dio onniscio, ed un solo Dio immenso. Il che non è negli dei de' gentili, ciascuno de' quali tiene il suo capitale a parte, e ciascuno tiene diverso intelletto, e volontà diversa dall'altro.

 

5. Quindi è che più filosofi gentili, come scrive s. Cirillo, guidati dal solo lume naturale pensarono non potervi essere che un solo Dio massimo, indipendente ed assoluto dispositore del mondo, e tutti gli altri dei essere suoi dipendenti. Così lasciò scritto Onato filosofo della scuola di Pitagora presso Stobeo: Imperat omnibus Deus is, qui virtute praestat. Hic universum mundum moderatur, et continet. Reliqui dii coelum eodem quo tota rerum universitas motu decurrunt primum illum Deum ordine sequentes. Cicerone1 scrisse: Deus alio modo intelligi non potest, nisi ut mens soluta et libera, omnia sentiens et movens. Aristotile2 scrisse esser


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questo sentimento comune degli uomini: Omnes homines affirmant, Deos esse sub imperio, cioè che ad un solo Dio ubbidiscono tutti gli altri; e san Gio. Grisostomo1 asserisce che tutti i poeti sono stati dello stesso sentimento: Poetae omnes primum principemque Deum universe parentem appellant rerum omnium. Ed in fatti se ne adducono i detti di Orfeo e di Sofocle poeti greci; e de' latini, dice Plauto: Qui est imperator divum atque Iuppiter. Virgilio: O pater, o hominum divumque aeterna potestas. Orazio: Qui res hominum et deorum... temperat horis. Ovidio descrivendo la nascita degli uomini, abbastanza spiega uno essere il fattore del mondo, moderantem cuncta deorum. Scrive Clemente Alessandrino che Anassagora, Protagora, Evemero e Diodoro da' greci furono stimati atei, ma in verità non erano tali, furono presi per atei, perché disprezzavano la pluralità degli dei, e credeano esservi un solo creatore e conservatore del tutto. Che perciò scrive s. Giustino che anche i primi cristiani, perché non adoravano gli dei de' gentili, erano da essi chiamati atei. Quindi Strabone annovera tra gli atei anche i giudei, quod unum numen et sola mente colerent, come riferisce Tacito.

 

6. Parlando poi degli antichi gentili2 scrive Beroso de' caldei che essi teneano che Belo (interpretato per Giove) fosse stato il creatore del tutto. Così anche scrive Strabone che gli etiopi credeano esservi un Dio immortale, che fosse causa di tutte le cose. Dei persiani Zoroastro loro legislatore lasciò scritta questa descrizione di Dio: Ens est primum, aeternum, immortale, sine socio, aut aequali, a se existens, perpetuum etc.3. I greci ed i romani onoravano Giove col titolo di Ottimo Massimo; dal che si argomenta che lo teneano per superiore a tutti gli altri dei. Lo stesso attestano molti autori istorici (come Rochefort, Du-Tertre e Sagard) d'altri popoli, come degli indiani, cinesi, africani ed americani. Riflette s. Cipriano che ancora il volgo de' gentili, benché adorasse più dei, riconoscea però naturalmente un Dio supremo; poiché frequentemente avea in bocca questi detti: O Deus: Deus videt: Deo commendo: Deus mihi reddet: le quali voci chiama Tertulliano, Testimonia animae naturaliter christianae. E scrive un dotto autore4 che i gentili teneano ad ingiuria quando i cristiani loro rimproveravano ch'essi adorassero più dei tra loro indipendenti; e rispondeano essere concordi nel confessare che uno era il dio principe ed una la prima causa del tutto.

 

7. Tutti gli dei venerati da' gentili si riduceano a tre classi: una classe era degli eroi, cioè degli uomini virtuosi morti, che credeansi innalzati sopra le stelle, come Ercole, Esculapio, Castore, Polluce e simili; e molti han cercato di provare che anche gli dei maggiori, come Giove, Mercurio e simili, erano stati tenuti per uomini passati da questa terra al cielo. La seconda classe era composta delle parti più nobili del mondo, come del sole, della luna, delle stelle ed anche della terra; e questi dei si nominavano Diana, Vesta, Cibele ec. La terza classe poi era di quegli dei che chiamavano genj, demonj e lari; e questi erano stimati per dei di natura più eccellenti degli uomini5.


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8. Vi era di più un altro genere di dei, che constava di affezioni o proprietà delle cose, in cui si riconosceva qualche virtù o qualche bene, come la pace, la verità, la giustizia, l'amore e simili; ed a queste deità i pagani alzavano ancora degli altari. Ma chi può asserire che i pagani credessero che questi dei veramente esistessero? Più presto dobbiam pensare ch'essi co' loro ossequj volessero dimostrar l'affetto verso le cose nominate. Fingeano di più un altro genere di dei, de' quali uno presiedeva al cielo, un altro alla terra, un altro al mare, un altro all'inferno. Fingeano inoltre una dea della sapienza, una dea della giustizia, un dio della guerra, un dio delle biade e un dio delle delizie. Dice non però Seneca che queste varie denominazioni di tanti dei non significavano già diverse deità, ma solo i diversi doni e le diverse operazioni divine, che da un solo Dio, autore di tutte le cose, esercitavansi sulla terra: Quoties voles, tibi licet aliter hunc auctorem rerum nostrarum compellare. Tot appellationes eius esse possunt, quot munera. Hunc et Liberum Patrem, et Herculem et Mercurium nostri putant; si hunc natura vocat Fatum, Fortunam, omnia eiusdem Dei sunt varie utentis sua potestate1. Lo stesso attesta Tertulliano, parlando de' filosofi gentili: Imperium summae dominationis esse penes unum, officia eius penes multos velint2. Lo stesso cerca di provare distesamente Cudwortio nella sua opera: Sistema intellettuale; benché Lorenzo Moshemio, che vi fa le note, cerchi di provare il contrario. La verità però si è quella che scrisse s. Paolo: Quia cum cognovissent Deum, non sicut Deum glorificaverunt... sed evanuerunt in cogitationibus suis, et obscuratum est insipiens cor eorum3. Ebbero essi la cognizione del vero e sommo Dio; ma invaniti delle loro cogitazioni, il loro cuore ignorante è restato offuscato dalla lor vanità, e così poi hanno pazzamente accordata la divinità agli uomini ed alle bestie.

 

9. Dice Bayle circa tal punto dell'esistenza d'un Dio dominatore del tutto: Qui si tratta di convincere spiriti forti, presso cui le prove morali non hanno tutta la virtù necessaria. Questo è l'impegno di Bayle, come si è detto più volte, di mettere in dubbio ogni cosa, fede, religione e Dio. Ma rispondiamo che i motivi anche morali, quando sono evidentemente certi, ben persuadono ogni mente sana. All'incontro questi spiriti forti che negano l'esistenza e la sovranità di Dio, non hanno alcun fondamento, che sembri almeno dubbio, a loro favore. Odasi quel che scrisse Cicerone: Quid enim potest esse tam apertum, cum coelum


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suspeximus, coelestiaque contemplati sumus, quam esse aliquod numen praestantissimae mentis, quo haec regantur? Quod ni ita esset, qua potuisset assensu omnium dicere Ennius: Aspice hoc sublime, candens, quem invocant omnes Iovem? Illum vero et dominatorem rerum et omnia nutu regentem... ac praepotentem Deum? Quod qui dubitet, haud sane intelligo, cur non idem, sol sit, an nullus sit, dubitare possit1. Sicché fu sentimento comune delle nazioni esser Giove il rettore del tutto. E 'l dubitare di ciò, dice Cicerone ch'è lo stesso che dubitare del sole. Replica Bayle che il consenso universale degli uomini non fa prova, perché la natura umana è corrotta dal peccato originale. Dunque l'idea di Dio nasce dalla corruzione del peccato? Ma se non vi è Dio, come il peccato potea corromper la natura? Bayle dunque, dice il padre Valsecchi, giacché per lui non v'era Dio, era esente dal peccato originale.

 

10. In quanto poi alla barbarie dei costumi de' gentili, già ne parlammo nella parte II. al capo I. n. 4. La crudeltà de' sacrificj in cui si uccidevano gli uomini presso i greci e romani, fu usata sino al tempo di Adriano, come narrano Tacito, Plinio e Plutarco. Altri poi gittavano ne' dirupi i proprj parti per liberarsi dal peso di alimentarli; del che si lamentavano Tertulliano, Lattanzio e s. Agostino. I furti eran generalmente permessi fuor del proprio paese, come scrivono Polibio e Diodoro Sicolo. Delle turpitudini poi orrende ne fa menzione anche l'apostolo2. Ma quel che più fa meraviglia è il leggere che anche i filosofi i quali aveano maggior lume insegnavano tante iniquità: la comunicazione delle mogli fu lodata da Platone: da Aristotile e da Cicerone fu ammessa come lecita la vendetta privata. Ora a chi mai potrà cadere in mente che una religione così infettata di errori e di vizj potesse essere vera religione divina?

 




1 Tusc. disp. l. 1.

2 de rep. l. 4. c. 15.

1 Orat. 36.

2 L'idolatria cominciò dagli egizj passò a' fenij, da questi a' greci e da' greci agli altri popoli.

3 Apud. Euseb. Praep. ev. l. 1.

4 Hooke rel. nat. et rev.

5 Altri poi dividono le classi degli dei diversamente, dicendo che alcuni di essi sono dei scelti, o sieno maggiori di somma potestà, altri inferiori di potestà più ristretta, altri poi che stanno in cielo e godono l'onore tra gli dei, ma non han parte nel governo del mondo. Gli dei maggiori, vogliono che sieno venti, dodici maschi, cioè Giano, Giove, Saturno, Mercurio, Apollo, Marte, Vulcano, Nettuno, Genio, Sole, Orco, Libero Patre; ed otto femmine, cioè Giunone, Diana, Venere, Minerva, Vesta, Cerere, Terra e Luna. Gli dei inferiori vogliono che sieno Saturno. Plutone, Bacco, Esculapio, Castore Polluce, Proserpina, Rea ed altri. I semidei poi vogliono che sieno uomini eccellenti in qualche virtù, che morti sono stati sollevati in cielo. Quindi fingono la progenie degli dei, e dicono che Giove, il primo tra' dei maggiori, fu figlio di Saturno e di Rea, nato in uno stesso parto con Giunone all'isola di Creta, ed allevato sul monte Ida di nascosto del genitore, il quale volea ucciderlo di accordo con Titano suo fratello; ma non essendogli riuscito, Giove cresciuto di età discacciò Saturno suo padre dal regno, e se lo divise con Nettuno e Plutone suoi fratelli. Saturno dunque ebbe per moglie Rea o sia Opis, colla quale, oltre Giove, Giunone e Nettuno, procreò anche Vesta e Cerere. Giove ebbe cinque mogli, cioè Maia, colla quale procreò Mercurio; Giunone sua sorella, con cui procreò Vulcano; Cerere, con cui procreò Proserpina; Semele, con cui procreò Bacco; e Latona, con cui procreò Apollo e Diana, che nacquero nello stesso tempo. Lo stesso Giove, senza consorzio di donna, dal suo cerebro generò Pallade o sia Minerva. Di più Giove ebbe un altro figlio, Esculapio, applicato alla medicina; e perché diceasi che questi chiamasse i morti in vita, perciò Giove con un fulmine lo privò di vita; poiché giudicava che togliesse la disposizione ai fati del cielo. Dicono inoltre che lo stesso Giove convertito in cigno ebbe un abbracciamento furtivo con Leda moglie di Tindaro re di Sparta, e vi procreò due gemelli Castore e Polluce, detti ancora Dioscuri. Soggiungono che Venere non ebbe né padre, né madre (benché taluni la vogliano figlia di Giove e di Diana), ma che fosse nata dalla spuma del mare frammischiata coi virili del cielo. Dicono che Venere si sposò con Vulcano, ma perché le fattezze di costui non le piaceano, diedesi ad amoreggiare con Marte, del che accortosi Vulcano, mentre essi trastullavano insieme, fece una rete di ferro, in cui li racchiuse. Marte poi dicono che fu figlio di Giunone, conceputo al contatto di un fiore senza commercio di uomo. Ho voluto notar queste cose per ammirare la cecità umana cagionata dal peccato, come uomini ragionevoli abbiano potuto indursi a credere sciocchezze così manifeste, ed insieme per considerare l'arte del demonio in inventare dei così abbominevoli, accioché gli uomini, credendo che i loro dei sono stati così viziosi, adulteri, incestuosi, invidiosi e vendicativi, perdessero l'orrore a tali vizj, e gli abbracciassero senza rimorso.

1 Sen. de benef. l. 4. c. 7.

2 Apol. c. 24.

3 Rom. 1. 21.

1 L. 2. de Nat. Deor. c. 2.

2 Rom. 1. 26. et 27.




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