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S. Alfonso Maria de Liguori
Verità della Fede

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CAP.VI. Falsità della religione pretesa riformata.

 

§. 1. Si prova esser falsa primieramente perché manca a' loro capi la divina missione.

 

1. Bisogna dire a questi novelli maestri di fede quel che dicea Tertulliano a' novatori dei suoi tempi: Qui estis vos? quando et unde1? Diteci, Lutero, Zuinglio, Calvino, Socino, donde siete venuti? Voi eravate già nella chiesa romana; da quella chi vi ha mandati a predicare queste nuove dottrine che avete sparse? Dice l'apostolo che ogni predicazione bisogna che sia approvata dalla legittima missione: Quomodo praedicabunt, nisi mittantur? Quindi gli apostoli, parlando di alcuni ch'erano andati a predicare a' gentili senza essere stati da loro messi, avvertirono que' neofiti che non li sentissero, appunto perché erano andati a predicare a coloro (come dissero) quibus non mandavimus2.

 

2. È vero che la missione può essere di due sorte, ordinaria e straordinaria. Può sì bene darsi la missione straordinaria, come fu quella di s. Paolo; ma una tal missione non sarà mai stimata legittima, se non è comprovata da una rara santità di vita ed insieme da' miracoli. Tale fu la missione di s. Paolo, il quale perciò scrisse: Tametsi nihil sum, signa tamen apostolatus mei facta sunt super vos in omnia patientia, in signis et prodigiis et virtutibus3. E pure san Paolo, benché eletto dal medesimo Signore a convertire le genti, non ardì di mettersi a tale officio, senza prenderne prima l'oracolo da s. Pietro, com'egli scrive4. Onde s. Girolamo poi dice: Ostendens (Paulus) se non habuisse securitatem evangelii praedicandi, nisi Petri, et qui cum eo erant, fuisset sententia roboratus5. Tale doveva essere ancora la missione de' capi delle sette contrarie alla chiesa romana, cioè doveva essere almeno accompagnata da una gran santità di vita e da' miracoli. Ma in quanto alla vita santa, noi vediamo che gli eresiarchi e specialmente questi ultimi del settentrione han fatta una vita indegna, non solo di cristiano, ma anche di uomo; e così hanno insegnato a vivere anche agli altri. Giova qui pertanto far menzione speciale di ciascuno per vedere come e per qual causa si ribellarono dalla chiesa.

 

3. E parlando in primo luogo di Lutero


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capo de' novatori, dee sapersi che nell'anno 1517. volendo Leone X. rifare la chiesa di s. Pietro, anzi ridurla in forma più splendida dell'antica, promulgò alcune indulgenze per coloro che volessero colle limosine concorrere alla fabbrica. Delegò pertanto l'affare in Germania a più vescovi e specialmente all'arcivescovo elettor di Magonza; e questi commise la promulgazione delle indulgenze al p. Giovanni Tetzelio domenicano. Ciò offese gli eremitani di sant'Agostino; onde Martino Lutero, trovandosi in detto tempo già fatto eremitano, istigato dalla passione, cominciò a predicare contro il valore delle indulgenze, e disseminò ancora alcune conclusioni a tal fine, le quali essendo state condannate in Roma come eretiche, si diede a pubblicare tutti gli altri suoi errori. Indi apostatò dalla sua religione, si prese per moglie una monaca Caterina de Bore, e visse poi sino alla morte, che accadde nel 1546. da bruto fra le crapole, ubbriachezze ed impudicizie. Ecco la missione del capo de' riformati1.

Passiamo agli altri.

 

4. Ulderico Zuinglio nacque nel 1487. a Wildhaugen nel contado di Toggembourg negli svizzeri. Fece i suoi studj a Basilea dove nel 1505. fu ricevuto per dottore in teologia, e poi fu fatto curato in Zuric. In questa città, dopo che Lutero avea già sparsi i suoi errori, cominciò egli a lodare la lettura de' libri di Lutero, ed a predicare le sue nuove dottrine, discordanti per altro in molte cose da quelle di Lutero. Poiché insegnò specialmente con Pelagio che ogni nostra buon'opera dipende dall'arbitrio umano, e che nell'eucaristia non vi è realmente il corpo di Gesù Cristo, ma il solo pane che rappresenta il di lui corpo, a cui l'uomo si unisce spiritualmente per la fede. Egli poi morì nella battaglia che nel 1531. i cantoni cattolici fecero cogli eretici, dove questi furono tagliati a pezzi.


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5. Giovanni Calvino finalmente nacque in Noyon nel 1509. di parenti oscuri. Studiò in Parigi, dove avendo poi cominciato a spargere i suoi errori, fuggì di , e, dopo aver mutati diversi paesi, si ridusse finalmente in Ginevra, in cui nel 1536. fu fatto professore di teologia. Ma di poi fu bandito anche da Ginevra come sedizioso, e passò a Strasbourg, dove si ammogliò; ma appresso ritornò a Ginevra, ed ivi insegnò per 23 anni, e morì nel 1564. Egli fu superbo ed ambizioso e preso da un'ostinazione inflessibile. Fu ancora impudico, narrandosi che in sua gioventù fu bandito anche dalla sua patria di Noyon per le sue infami sfrenatezze. Ecco come lo Spondano all'anno 1534. scrive di Calvino: Quod vero traditur vulgo, eum in turpe crimen incidisse, ac propterea in vitae discrimen, nisi poenae moderationem episcopus impetrasset, lilii candentis ad humerum inustionem et exilium. E scrive Bolzech prima discepolo di Calvino ed apostata e poi ravveduto e ritornato alla chiesa, che l'istrumento di tal condanna fu ben riconosciuto in Noyon dal Bertelerio segretario di Ginevra1.

 

6. Questa fu la santità de' nominati propagatori del nuovo vangelo. Vediamo ora, se fecero alcun miracolo in conferma della loro vantata straordinaria missione divina. Ma parlando dei loro miracoli disse Erasmo: In quibus nec est sanctitas, nec miracula, ut qui nec caudam quidem equi sanare queant2. È celebre non però il gran miracolo che fece Lutero in Vittemberga, come narra Federigo Stafilo, prima luterano e poi convertito alla fede cattolica, il quale vi si trovò presente, e lo vide coi proprj occhi. Egli nel suo scritto intitolato: Responsio contra Iac. Smidelin pag. 404. scrive così: «Fu condotta da Misna una figliuola indemoniata a Lutero, acciò fosse da lui liberata. Egli la fece condurre nella sagrestia della chiesa, e cominciò ad esorcizzare il demonio, non come usa la chiesa cattolica, ma a modo suo. Il demonio non solo non l'ubbidì, ma lo riempì di spavento; onde Lutero cercò di uscire subito da quella stanza, ma lo spirito maligno chiuse le porte. Lutero corse alla finestra, affin di uscire almeno per quella, ma anche la trovò chiusa con ferri. In fine fu somministrata di fuori una scure, ed io come più giovane e robusto, con quella feci in pezzi la porta, e così scappammo.» Più ammirabile poi, ma più funesto fu il miracolo che fece Calvino, come scrive Girolamo Bolzech in vita Calvini cap. 13. Ivi dice così: «Un certo, nomato Bruleo, essendo povero, ricorse a Calvino, il quale promise di sovvenirlo, purché avesse egli fatta una cosa che da lui volea. La cosa era, ch'egli si fingesse morto, e che alla voce poi di esso Calvino, avesse dimostrato di risuscitare. Ubbidì il povero Bruleo, ma che avvenne? Quando Calvino gridò: Bruleo, in nome di Gesù C. alzati, quel misero non fece moto. Replicò Calvino il comando, e Bruleo non


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si movea. Finalmente andò la moglie a scuoterlo, e lo trovò veramente morto; ond'ella piangendo poi, e gridando ad alta voce, cominciò a raccontare in pubblico il fatto com'era andato

 

7. Posto dunque che la missione di cotesti nuovi institutori di religione non sia stata straordinaria, perché destituta della santità della vita e dei miracoli, dovrebbero essi provare che la loro missione sia stata almeno ordinaria. La missione ordinaria è quando il sommo pontefice per tutto il mondo, o pure i vescovi per le loro diocesi mandano sacerdoti a propagar la fede nei popoli. Ma i novatori come possono appropriarsi questa missione, quando essi, separandosi da' vescovi e dal capo della chiesa romana, qual è il papa, sono usciti a predicare e piantare una religione tutta opposta a quella che la chiesa romana professa? Se dunque (torniamo a replicare il detto di sopra) la chiesa romana è stata la prima fondata da Gesù Cristo e stabilita dagli apostoli, e tutte le altre società, separandosi da lei, da lei sono uscite; dunque tutte son false e scismatiche, e la sola romana è la vera chiesa di Gesù Cristo.

 




1 De praescript. .c 37.

2 Act. 15. 24.

3 2. Cor. 12. 11.

4 Gal. 1. 18.

5 Epist. inter Aug. 75. n. 8.

1 Lutero nacque in Islebio della Sassonia nell'anno 1483. Egli si fece religioso tra gli eremitani di s. Agostino mosso per lo spavento di un fulmine, che uccise un suo compagno che gli stava a lato. Ebbe un ingegno acuto e vivace, né era scarso di lettere; ma non già tanto ricco, quanto la sua superbia gli facea presumere; che perciò nel disputare era molto petulante, e questa petulanza, unita alla sua loquacità, faceagli riportare da' suoi aderenti quell'applauso che non meritava. Ebbe una copiosa memoria di erudizioni, ma così confusa, che niuna materia spettante a varie istorie è stata mai da lui posta in chiaro. Fu eloquente di lingua e di penna, ma talmente scomposto e rozzo, che in tante sue opere non trovasi un periodo che possa dirsi aggiustato, e non abbia dell'inculto. Erasi così invanito di se stesso, che disprezzava tutti, anche gli scrittori più celebri della chiesa, vantandosi di aver acquistata egli la vera scienza delle cose non già da altri, ma per proprio talento: onde pretendea di abbattere Aristotile nella filosofia e s. Tommaso nella teologia.

Era egli sommamente temerario co' suoi emoli quando eran lontani; ma quando poi vi era per lui qualche pericolo da vicino, era l'uomo più timido e codardo che possa ritrovarsi. Era inoltre molto cupido ed ingordo di ricchezze per vivere da scialacquatore secondo il suo costume, ma fu sempre povero; il che riuscì sommamente intollerabile alla sua alterigia. Furono suoi seguaci più principi, ma questi attesero agl'interessi proprj, e niente pensarono a sovvenirlo; onde egli appena si alimentava col puro salario che avea della sua cattedra. Scrisse Pietro Paolo Vergerio (quell'infelice vescovo di Capo d'Istria e nunzio pontificio in Germania, che poi apostatò dalla fede, e si ritirò a vivere nell'Elvezia) che vide Lutero con un vestito così misero e logoro, che sembrava un mendico.

Egli si mosse in principio della sua perversione a vomitare i suoi errori spinto parte dallo sdegno conceputo, come dice un istorico, contro la corte di Roma, per un favore colà richiesto e non conseguito, e parte dalla gelosia presa contro i padri domenicani, per l'onore lor dato di pubblicar essi le indulgenze concesse dal papa; indi col favore de' principi suoi fautori ebbe l'agio di pervertire tante anime, che ora gli fan compagnia e corona all'inferno. Scrive il cardinal Pallavicino che Lutero dimostrò spesse volte dolore di essersi tanto inoltrato contro il pontefice e la chiesa cattolica; ma seguitò la sua esecranda impresa, perché gli parve di vedersi tagliato il ponte dietro le spalle.

Lutero morì di anni 65 nel 1546 nella stessa sua patria d'Islebio in una notte, di cui avea passata la sera in una lauta cena colle sue solite facezie. Ma prima di morire ebbe due ore di dolori così acerbi, che finalmente gli strapparono quell'anima maladetta per mandarla all'inferno. Stando vicino a spirare, rivolto a Giusto Iona suo infame discepolo, in testimonianza dell'ostinazione con cui moriva, gli disse questa bestemmia: Orate pro Domino Deo nostro et eius evangelio, ut ei bene succedat; quia concilium Tridenti et abominabilis papa graviter ei adversantur. E così detto spirò. Il suo cadavere riposto in una cassa di stagno fu come sopra un carro in trionfo portato a Wittemberga seguitato da Catarina sua concubina con tre suoi figli dentro di un cocchio e da più nobili a cavallo e gente plebea a piedi. Filippo Melantone, Giovanni Pomerano e Giusto Iona suoi primarj discepoli, tutti perorarono in lode di Lutero, e 'l Pomerano compose l'epitafio da scolpirsi sopra del di lui sepolcro: Pestis eram vivus, moriens ero mors tua, papa. Le notizie qui poste son ricavate dal Cocleo e dal cardinale Pallavicino.



1 Calvino e Lutero furono, come già si sa, l'uno più empio dell'altro, ma furono di naturali e costumi differenti. Calvino di natura malinconica e taciturna; Lutero di animo scomposto e abbondante di parole: Calvino parco di cibo e macilente di corpo, afflitto continuamente dalla emicrania e doglia di stomaco; Lutero di grossa corporatura e grassa, scialacquato ne' conviti e di buona sanità: Calvino cauto, flemmatico e perciò tedioso nel parlare; Lutero molto loquace e precipitoso e perciò benvoluto da' suoi seguaci: Calvino elegante nelle sue composizioni; Lutero di stile rozzo e disordinato. Onde successero tra loro diversi atti di sdegno. Lutero esclamava contro i Calvinisti, e Calvino contro i Luterani. Ecco come Calvino parlò di Lutero nella sua epistola 57 a Bullingero: Cognosco quidem Lutherum ut insignem Dei servum; sed sicut multis pollet virtutibus, ita magnis vitiis laborat. Lutero ebbe l'infame vanto di aver pervertita la Germania, Calvino di aver pervertita, oltre di Ginevra, l'Inghilterra e la Francia; e perché le sue infermità gli impedivano di accrescere il fuoco già acceso colla voce, egli si affaticò colla penna a mandare per tutta l'Europa molti suoi pestiferi libri in danno della fede. Calvino finalmente nell'anno 1564 a' 26 di maggio morì in età di anni 55 non ancora terminati, oppresso da acerbi dolori di viscere; e non già, come scrive Teodoro Beza, placidissime, ma, come attesta Bolzech (in vita Calvini) finì la vita daemones invocans, vitae suae diras imprecans, ac suis studiis et scriptis maledicens; denique ex suis ulceribus intolerabilem foetorem emittens, in locum suum descendit. E morì odiato da' suoi stessi ginevrini, i quali nella di lui vita soleano dire: Malle se apud inferos esse cum Beza, quam apud superos cum Calvino.

2 Tract. de l. arbitr.




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