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S. Alfonso Maria de Liguori
Verità della Fede

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§. 3. La regola della fede è la definizione della chiesa.

 

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I dogmi della fede debbono esser certi; ma perché circa le cose della fede doveano anche tra gli stessi fedeli sempre insorgere molti dubbj e diversità di opinioni, è stato sempre ed assolutamente necessario che vi fosse un giudice infallibile, che avesse da Dio la facoltà di decidere le controversie, ed al quale tutti dovessero sottomettere il lor giudizio, ed ubbidire, tenendo tutti per certo quello che egli definisce così a rispetto della veracità delle scritture e del vero lor senso, come degli altri punti di fede; altrimenti circa la loro credenza non vi sarebbe regola certa, né finirebbero mai i contrasti, ed ognuno si formerebbe una fede a parte, ma fede, che, essendo incerta, non è più fede. Ed in tal modo resterebbero gli uomini sempre divisi e discordi nella credenza.

 

21. Questa verità della necessità di un giudice infallibile nelle controversie la riconoscono anche i riformati. Scrive monsig. Bossuet nella sua conferenza avuta col signor Claudio calvinista, che nel libro della disciplina della religion pretesa riformata vi sono due atti, nel primo si legge così: Che le quistioni di dottrina sarebbero terminate colla parola di Dio (se si può) nel concistoro; quando no, l'affare sarebbe portato al colloquio, indi al sinodo provinciale, e per ultimo al nazionale, in cui si farebbe la final risoluzione colla parola di Dio; alle quali, se alcuno ricusasse di acchetarsi in tutti i punti e con espressa abiura de' proprj errori, sarebbe smembrato dalla chiesa. Il secondo atto era la condanna degl'indipendenti, i quali diceano che ciascuna chiesa dovea governarsi da se stessa, senza veruna dipendenza da chi si sia. Questa proposizione fu condannata nel sinodo di Charenton come pregiudiziale alla vera chiesa, e che dava libertà di formare tante religioni, quante parrocchie. Sicché ancora gli eretici conoscono che non basta la sola scrittura ad assicurarli nella credenza, ma che è necessaria soggettarsi al giudizio della chiesa, che loro spieghi il senso vero delle scritture; altrimenti sempre sarebbe rimasta la porta aperta a stabilire tante religioni, quante sono non solo le parrocchie, ma anche le teste degli uomini. Ma perché il giudizio de' loro sinodi non è giudizio infallibile, perciò essi restano sempre discordi e diversi nella credenza.

 

22. Finché dunque gli eretici non trovano una regola stabile, che gli assicuri con certezza di fede del vero senso delle scritture, essi non possono mai aver certa regola di fede. Ond'è che questi evangelici riformatori stanno sempre in continua discrepanza non solo colle altre chiese riformate, ma anche tra di loro stessi. Quindi confessò il celebre Puffendorfio protestante: Pontificiorum melior est conditio, quam protestantium: illi pontificem ecclesiae ut caput omnes agnoscunt; protestantes contra, capite destituti, fluctuant foede lacerati et discerpti. Ad suum unaquaeque respublica arbitrium omnia administrat et moderatur1.

 

23. All'incontro noi altri cattolici siamo sicuri di nostra fede, perché abbiamo un giudice infallibile, che definisce tutte le controversie; e questo giudice è la nostra santa chiesa romana stabilita da Gesù Cristo, la quale non può errare, poiché egli stesso l'ha stabilita per colonna e firmamento della verità, ed ha promesso di assisterla sino alla fine de' secoli. Ella


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dunque ci assicura delle vere scritture e del vero senso di quelle. E Dio a questo fine anche ha disposto che le scritture non sieno tutte chiare nelle loro sentenze, per esperimentare l'ubbidienza e l'umiltà de' fedeli alla chiesa loro madre e maestra.

 

24. Dunque la chiesa è quella che forma le cose di fede, e l'autorità alla parola divina? No, la chiesa non forma le cose della fede, né la chiesa insegna cose nuove di fede, ma solamente dichiara quelle che sono state insegnate a noi da Gesù Cristo per la scrittura o per la tradizione, parola divina scritta e non iscritta. Né mai la chiesa ha preteso di dare autorità alle sacre scritture, come gli eretici vogliono calunniarla, ma solo di dichiarare quelle che sono veramente sacre e canoniche, ritrovandole come sacre ricevute sino da' primi tempi, almeno in più parti del mondo cristiano; e quindi, assicurata dalla perpetua tradizione e dall'assistenza dello Spirito santo, comanda che si tengano come divine da' fedeli. E questa giustizia ce la rende ancora lo stesso Basnagio calvinista nei suoi annali1, ove dice: Patres ecclesiae sunt in ea re, non auctoritatis quidem, quam canon ex se habet, adiunctio, sed declaratio. Sicché la chiesa, insegnando a noi quali sono le vere scritture e il vero senso di quelle, non già da' l'autorità, né si antepone alla scrittura, ma si antepone al giudizio degli uomini privati, con esercitare quell'autorità che Dio le ha data.

 

25. Né qui vale ad opporre, come oppongono i novatori, che questo è circolo vizioso, credendo infallibile la scrittura, perché lo dice la chiesa, ed infallibile la chiesa, perché lo dice la scrittura. Perocché tale opposizione varrebbe se si parlasse con un infedele che nega l'infallibilità così della scrittura, come della chiesa; ma non è circolo vizioso, parlando con un cristiano, benché eretico, che ammette la divinità della scrittura; onde se nella scrittura sta dichiarato che la chiesa non può errare, ogni cristiano dee credere quel che dichiara la chiesa. E perciò dicea s. Agostino2: Ego evangelio non crederem, nisi me ecclesiae commoveret auctoritas. All'incontro vero circolo vizioso è quello de' novatori, i quali dicono che per la scrittura si prova il senso privato, e per il senso privato si prova la scrittura; mentre l'una e l'altra proposizione son false, come abbiamo dimostrato. Essi dicono che col testo Oves meae vocem meam audiunt3 si prova il senso privato. Ma si dimanda: come si prova poi che da questo testo si approvi il senso privato? Altro non possono rispondere che col senso privato; ed ecco il circolo vizioso. Altro è poi quando il senso della scrittura è approvato dalla chiesa, la quale secondo la stessa scrittura non può errare.

 

26. Sicché la regola di fede de' cattolici così intorno al credere come all'operare, è la divina parola. Questa divina parola essi poi la ricavano dalla chiesa romana, che loro dichiara qual è la vera parola divina e quale il vero senso di quella, e questa chiesa è infallibile, mentre Iddio le ha promessa la sua assistenza sino alla fine del mondo, acciocché non erri. Gli eretici moderni vantano di credere alle s. scritture; ma perché non hanno chi gli assicuri dei veri libri canonici e del vero lor senso, le scritture loro non giovano, perché, ricorrendo essi al senso privato, formano tra loro tante fedi diverse, quante son le persone, come è avvenuto coll'esperienza. Essi si appoggiano al loro esame, e perciò non possono esser mai sicuri di alcuna scrittura e del suo senso. Noi ci appoggiamo all'autorità della chiesa dichiarata da Dio Colonna della verità, e così siamo sempre sicuri. Né sappiamo come i riformati, secondo il lor sistema, possano chiamar eretici i sociniani, o altri simili che negano la trinità e la divinità di Gesù Cristo. Diranno che


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in quanto a questi due misterj e punti fondamentali, le scritture son chiare. Ma quelli risponderanno ch'essi non l'intendono così, dicendo che alcuni sensi delle scritture non letteralmente, ma solo allegoricamente debbono intendersi. Or chi deciderà questa causa, se la chiesa non la decide? Eh che tolto l'argine dell'ubbidienza all'autorità della chiesa, non v'è più errore che possa convincersi di errore circa qualunque dogma ed anche circa la religion naturale.

 

27. Senza l'autorità della chiesa a che serve la rivelazione divina e la stessa ragion di natura, se l'una o l'altra possono interpretarsi da ognuno a suo modo? Tolta l'autorità della chiesa, ognuno potrà dire che la materia è eterna e che l'anima è mortale, ch'è falsa la trinità delle persone, l'incarnazione del Verbo e tutto quel che vuole. Questo succede, dice bene il signor Ramsay parlando di Locke, quando l'autorità della chiesa non guida il filosofo; le decisioni di quella non gli servon di bussola, e perciò allora non può non errare. Ecco come un ariano si oppone a' riformati, parlando del sinodo di Dordrect: Tutti i dottori riformati, dice, tra' quali si noverano Calvino e Beza come principali, s'accordano in questo punto generale, che tutti i concilj e sinodi, per santi che sieno, possono errare in ciò che spetta alla fede. Onde poi siegue a dire: Il fondamento della vera riforma... esige che né si possa, né si debba alcuno sottomettere, né soscrivere a sinodo alcuno, se non con questa condizione che dopo aver bene esaminati i di lui decreti al paragone della parola di Dio, che solo ci serve di legge in materia di fede, si trovino essi conformi a questa parola. Quindi, parlando dei protestanti, dice: Ma se eglino cangian massima, e vogliono che ciascun si sottometta a' loro sinodi assolutamente, essi allora non possono più rispondere a' papisti cosa che vaglia, e bisognerà che diano loro vinta la causa1. Questo è quel grande argomento che convertì un ministro francese, come porta il p. Valsecchi. Questi considerando che il sistema calvinistico lo portava a tollerare qualunque errore di eresia, di deismo ed anche di ateismo, si fece cattolico, e poi cacciò fuori un'opera molto utile, le due vie opposte in materia di religione. Ed in verità da tal sistema è nata quella moltitudine di empj, che nel passato e presente secolo sono abbondati nei paesi protestanti, ed hanno da per tutto seminati i loro errori.

 

28. Ma replica un riformato: non ostante l'autorità e l'infallibilità che vanta la vostra chiesa, pure l'Italia abbonda di deisti materialisti. Rispondiamo: volesse Dio e non fosse vero che alcuni libertini, e forse anche molti, nella nostra Italia, per vivere con maggior licenza e con minor rimorso, colla pena del quale troppo caro si compra il piacer del peccato, non si fossero aggregati all'infelice numero de' miscredenti. Ma di chi mai è un tal acquisto, se non degli infami libri usciti da' paesi oltramontani, che son giunti ad infettare anche le nostre parti? Questi non però tra noi, se sono scoperti, non si tollerano, ma si castigano e si sbandiscono dal commercio degli altri. Del resto la certezza dell'infallibilità della nostra chiesa è ben atta da sé a terminare le questioni di fede; e gli empj che tra noi dimorano, perciò sono empj, perché non ubbidiscono alla chiesa: a differenza del sistema de' novatori, che non è atto a raffrenare le libertà di coscienza, ma col principio dell'esame ad ognuno permesso delle cose di fede, apre da se stesso la via ad abbracciare ogni sistema di credere e per conseguenza ogni errore.

 

29. Ma come, replicano i protestanti, la chiesa romana poteva accertarsi della verità delle scritture e del vero lor senso e di tutti gli altri punti che ha definiti di fede? Come? Coll'assistenza dello Spirito santo e colla tradizione la quale è vera parola di Dio, siccome è la scrittura, e senza la quale non si avrebbe potuta ottenere la certezza


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della scrittura. E ciò proveremo nel seguente paragrafo.

 




1 De Mon. Pont. p. 134.

1 Sec. 3. diss. 9. n. 16.

2 L. 1. controv. ep. Manich. c. 5.

3 Ioan. 10. 27.

1 Ep. Ioan. Vytembogardi ad Lud. Colin. etc.




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