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S. Alfonso Maria de Liguori
Novena del Santo Natale

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DISCORSO VII - Il Verbo Eterno da beato si fé tribolato.1

Et erunt oculi tui videntes praeceptorem tuum. (Is. XXX, 20).

Dice S. Giovanni: Omne quod est in mundo, concupiscentia carnis est, [et] concupiscentia oculorum, et superbia vitae (I Io. II, 16). Ecco i tre malvagi amori da cui venne ad esser dominato l'uomo dopo il peccato di Adamo: amor de' piaceri, amor delle ricchezze, amor degli onori, da' quali poi nasce la superbia umana. Il Verbo divino per insegnare a noi col suo esempio la mortificazione de' sensi, che vince l'amor de' piaceri, da beato si fé tribolato. Per insegnarci il distacco dai beni di questa terra, da ricco si fé povero. E finalmente per insegnarci l'umiltà che vince l'amor degli onori, da sublime si fece umile. Di questi tre punti parleremo in questi tre ultimi giorni della Novena. Parliamo oggi del primo.

Venne dunque il nostro Redentore ad insegnarci più coll'esempio della sua vita, che colle dottrine che predicò, l'amore alla mortificazione de' sensi; e perciò da beato ch'egli è ed e stato sempre ab eterno, si fece tribolato. Vediamolo; e cerchiamo luce a Gesù ed a Maria.


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L'Apostolo, parlando della divina beatitudine, chiama Dio l'unico beato e potente: Beatus et solus potens (I Tim. VI, 15). E con ragione, perché ogni felicità che può godersi da noi sue creature, altro non è che una minima partecipazione della felicità infinita di Dio. I beati del cielo in quella trovano la loro beatitudine, cioè in entrare nel mare immenso della beatitudine di Dio: Intra in gaudium Domini tui (Matth. XXV, 21). Questo è il paradiso che il Signore dona all'anima, allorché ella entra al possesso del regno eterno.

Dio a principio creando l'uomo, non lo pose in terra a patire, ma posuit... in paradiso voluptatis (Gen. II 15). Lo pose in un luogo di delizie, acciocché di là poi passasse al cielo, dove godesse in eterno la gloria de' beati. Ma l'uomo infelice col peccato si rendé indegno del paradiso terrestre, e si chiuse le porte del celeste, condannandosi volontariamente alla morte ed alle miserie eterne. Ma il Figlio di Dio, per liberare l'uomo da tanta ruina, che fece? Di beato e felicissimo ch'egli era, volle diventare afflitto e tribolato. Potea già il nostro Redentore riscattarci dalle mani de' nostri nemici senza patire. Potea venire in terra e godersi la sua felicità, facendo una vita beata anche quaggiù, con quell'onore che a lui era dovuto, come Re e Signore del tutto. Bastava in quanto alla Redenzione, che avesse offerto a Dio una sola goccia di sangue, una lagrima sola, per redimere il mondo, ed infiniti mondi: Quaelibet passio Christi, dice l'Angelico, suffecisset ad Redemptionem propter infinitam dignitatem personae (Quodlib. II, a. 2).2 Ma no: Proposito sibi gaudio, sustinuit crucem (Hebr. XII, 2). Egli volle rinunziare a tutti gli onori e piaceri, e si elesse in questa terra una vita tutta piena di travagli e d'ignominie.

Bastava sì, dice S. Giovan Grisostomo, alla Redenzione dell'uomo qualunque opera del Verbo Incarnato; ma non bastava all'amore ch'egli portava all'uomo: Quod sufficiebat Redemptioni non sufficiebat amori.3 E poiché chi ama vuol vedersi


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dersi amato, Gesù Cristo per vedersi amato dall'uomo, volle patire assai, e scegliersi una vita tutta di pene, per obbligare l'uomo ad amarlo assai. Rivelò il Signore a S. Margherita da Cortona, che in sua vita non provò mai una minima consolazione sensibile.4 Magna... velut mare contritio tua (Thren. II, 13). La vita di Gesù Cristo fu amara come il mare, ch'è tutto amaro e salso, e non ha goccia che sia dolce. E perciò con ragione Isaia chiamò Gesù Cristo Virum dolorum (Cap. LIII, [3]): l'uomo de' dolori, come se d'altro non avesse ad esser capace in questa terra, che di stenti e di dolori. Dice S. Tommaso che il Redentore non si caricò di semplici dolori, ma assumpsit dolorem in summo;5 viene a dire che voll'essere l'uomo più addolorato che mai fosse vivuto o avesse a vivere sulla terra.

Sì, perché quest'uomo nacque a posta per patire. Perciò assunse un corpo tutto atto al patire. Egli in entrare nell'utero di Maria, come ci avvisa l'Apostolo, disse al suo Eterno Padre: Ingrediens mundum dicit: Hostiam et oblationem noluisti, corpus autem aptasti mihi (Hebr. X, 5). Padre mio, voi avete rifiutati i sacrifici degli uomini, perché quelli non erano bastanti a soddisfare la vostra divina giustizia per le offese che vi han fatte: avete dato a me un corpo, com'io già ve l'ho richiesto, delicato, sensitivo, e tutto adattato al patire: questo corpo io volentieri l'accetto e ve l'offerisco, poiché con questo,


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soffrendo tutti i dolori che mi accompagneranno nella mia vita, e finalmente mi daranno la morte sulla croce, così intendo placarvi verso il genere umano e così acquistarmi l'amore degli uomini.

Ed eccolo che appena entrato nel mondo dà principio al suo sacrificio e comincia a patire; ma d'altro modo che non patiscono gli uomini. Gli altri bambini, stando nell'utero delle loro madri, non patiscono, poiché stanno nel loro sito naturale; e se qualche poco patiscono, almeno non conoscono quel che patiscono, mentre son privi d'intendimento; ma Gesù bambino patisce per nove mesi l'oscurità di quella carcere, patisce la pena di non potersi muovere, e ben conosce quel che patisce. Perciò disse Geremia: Femina circumdabit virum (XXXI, 22). Predisse che una donna, quale fu Maria, dovea tenere involto tra le sue viscere, non già un bambino, ma un uomo: bambino si, in quanto all'età; ma uomo perfetto in quanto all'uso della ragione, poiché Gesù Cristo sin dal primo momento di sua vita fu ripieno di tutta la sapienza: In quo sunt omnes thesauri sapientiae et scientiae absconditi (Coloss. III, 3). Onde disse S. Bernardo: Vir erat Iesus necdum etiam natus, sed sapientia, non aetate (Hom. 2, sup. miss.).6 E S. Agostino: Erat ineffabiliter sapiens, sapienter infans (Serm. 27, de temp.).7

Esce poi dalla carcere dell'utero materno, ma a che? forse esce a godere? Esce a più patire, mentre si elegge di nascere nel cuore dell'inverno in una spelonca, la quale è stalla d'animali, di mezza notte; e nasce con tanta povertà, che non ha fuoco che lo riscaldi né panni bastanti che lo riparino dal freddo. Magna cathedra praesepium illud, dice S. Tommaso da Villanova.8 Oh come bene c'insegnò Gesù Cristo l'amore al


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patire nella grotta di Betlemme! In praesepe, soggiunge il P. Salmerone, omnia sunt vilia visui, ingrata auditui, olfactui molesta, tactui dura et aspera.9 Nel presepio tutto dà pena: tutto dà pena alla vista, perché non si vede che pietre rozze e oscure: tutto dà pena all'udito, perché altro non si sente che voci d'animali quadrupedi: tutto dà pena all'odorato, per la puzza che vi è di letame: e tutto dà pena al tatto, perché la culla non è altro che una piccola mangiatoia, ed il letto non è composto che di sola paglia. Ecco questo Dio bambino come sta tra le fasce stretto, sì che non può muoversi: Patitur Deus, disse S. Zenone, pannis alligari, quod mundi venerat debita soluturus.10 E qui soggiunge S. Agostino: O felices panni, quibus peccatorum sordes extersimus (Serm. 9, de temp.).11 Eccolo come trema per lo freddo; come piange, per darci ad intendere che patisce, e presenta al Padre quelle prime sue lagrime per liberarci dal pianto eterno da noi meritato: Felices lacrimae, quibus nostrae obliterantur impietates, dice S. Tommaso da Villanova;12 o lagrime per noi beate, che ci ottengono il perdono de' nostri peccati!

E così sempre afflitta e tribolata seguitò ad esser la vita di Gesù Cristo. Tra poco, appena nato, è costretto a fuggire esule e ramingo in Egitto, per liberarsi dalle mani di Erode. Ivi in quel paese barbaro visse molti anni nella sua fanciullezza povero e sconosciuto. E poco dissimile fu poi la vita che fece ritornato dall'Egitto, abitando in Nazarette, sino finalmente a ricevere la morte per man di carnefici su d'una croce in un mare di dolori e di obbrobri. Ma inoltre bisogna qui intendere che i dolori che Gesù Cristo soffrì nella sua Passione, la flagellazione, la coronazione di spine, la crocifissione, l'agonia, la morte, e tutte l'altre pene ed ingiurie che patì nel fine,


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tutte le patì dal principio della sua vita; perché fin dal principio gli fu sempre avanti gli occhi rappresentata la scena funesta di tutti i tormenti che dovea soffrire nel partirsi da questa terra, com'egli predisse per bocca di Davide: Dolor meus in conspectu meo semper (Ps. XXXVII, 18). Ai poveri infermi si nasconde il ferro o il fuoco con cui bisogna tormentarli per conseguire la loro sanità; ma Gesù non volle che gli si nascondessero gli strumenti della sua Passione, co' quali dovea finir la vita per ottenere a noi la vita eterna; ma volle tener sempre avanti gli occhi i flagelli, le spine, i chiodi, la croce, che doveano spremergli tutto il sangue delle vene, sino a farlo spirare abbandonato da ogni conforto per puro dolore. A Suor Maddalena Orsini che da molto tempo pativa una grave tribolazione, apparve un giorno Gesù in forma di Crocifisso, per così confortarla colla memoria della sua Passione, e l'animò a soffrir con pazienza quella croce. La serva di Dio gli disse: Ma Signore, voi solamente per tre ore foste sulla croce; ma io già son più anni che patisco questa pena. Ah ignorante, allora le rispose il Crocifisso, io sin dal primo punto che stetti nell'utero di Maria soffersi tutto quel che poi ebbi a patire nella mia morte.13 - Christus, dice il Novarino, crucem etiam in ventre matris menti impressam habuit, adeo ut vix natus principatum eius super humerum eius habere dicitur.14 Dunque, mio Redentore, io non ti troverò per tutta la tua vita in altro luogo, se non sulla croce: Domine, nusquam te inveniam, nisi in cruce, disse Drogone Ostiense.15 Sì, perché la croce dove morì Gesù Cristo


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sempre gli fu innanzi alla sua mente a tormentarlo. Anche dormendo, dice il Bellarmino, il Cuore di Gesù era assistito dalla vista della croce: Crucem suam Christus semper ante oculos habuit. Quando dormiebat cor vigilabat, nec ab intuitu crucis vacuum erat.16

Ma quello che più rendé tribolata ed amara la vita del nostro Redentore, non furono tanto i dolori della sua Passione, quanto il vedersi innanzi i peccati, che dopo la sua morte avevano da commettere gli uomini. Questi furono quei crudeli carnefici che lo fecero vivere in una continua agonia, oppresso sempre da una sì terribil mestizia, che sarebbe bastata colla sua pena a farlo morire in ogni momento di puro dolore. Scrive il P. Lessio che la sola vista dell'ingratitudine degli uomini avrebbe bastato a far morire mille volte di dolore Gesù Cristo.17 I flagelli, la croce, la morte non furono già a lui oggetti odiosi, ma cari, e da lui stesso voluti e desiderati. Egli medesimo spontaneamente s'era offerto a soffrirli: Oblatus est quia ipse voluit (Is. LIII, [7]). Egli non diè la sua vita contro sua voglia, ma per propria elezione, come ci fé intendere per S. Giovanni: Animam meam pono pro ovibus meis (Io. X, 15). Anzi questo fu il suo maggior desiderio in tutta la sua vita, che presto giungesse il tempo della sua Passione, per vedere compita la Redenzione degli uomini; che perciò disse nella notte precedente alla sua morte: Desiderio desideravi hoc pascha manducare vobiscum (Luc. XXII, 15). E prima di giungere questo tempo par che si andasse consolando con dire: Baptismo... habeo baptizari, et quomodo coarctor usquedum perficiatur (Luc. XII, 50). Io debbo già esser battezzato col battesimo del


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mio medesimo sangue, non già per lavare l'anima mia, ma le mie pecorelle dalle macchie de' loro peccati; e quanto mi sento struggere per lo desiderio che giunga presto l'ora di vedermi esangue e morto sulla croce! Dice S. Ambrogio che il Redentore non era amitto già dal timore della sua morte, ma dalla dimora del nostro riscatto: Non ex metu mortis suae, sed ex mora redemptionis nostrae.18

Contempla S. Zenone in un sermone che fa della Passione, che Gesù Cristo si elesse il mestiere di legnaiuolo in questa terra, come già per tale fu conosciuto e chiamato: Nonne hic est faber et filius fabri? (Marc. VI, 3);19 perché i legnaiuoli tengono sempre fra le mani legni e chiodi; e Gesù esercitando quest'arte, par che si dilettasse di tali cose, perché meglio gli rappresentavano i chiodi e la croce, in cui voleva morire: Dei filius illis delectabatur operibus, quibus lignorum segmentis et clavis sibi saepe futurae crucis imago praeformabatur (S. Zeno, Serm. de laud. Pass.).20 Sicché ripigliamo il punto non fu tanto la memoria di sua Passione che afflisse il cuore del nostro Redentore, quanto l'ingratitudine con cui gli uomini doveano pagare il suo amore. Questa ingratitudine lo fé piangere nella stalla di Betlemme: questa gli fé sudar vivo sangue con agonia di morte nell'orto di Getsemani: questa gli recò tanta mestizia che giunse a dire ch'ella sola bastava a dargli morte: Tristis est anima mea usque ad mortem:21 e questa ingratitudine finalmente fu quella che lo fece morire desolato e abbandonato da ogni consolazione sulla croce; poiché dice il P. Suarez che Gesù Cristo più principalmente volle soddisfare per la pena del danno dovuta all'uomo, che per la pena del senso: Principalius Christus satisfecit pro poena damni, quam sensus.22 E perciò


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furono assai più grandi le pene interne dell'anima del Signore, che tutte l'altre dei corpo.

Dunque ancora noi coi nostri peccati ebbimo23 parte a rendere così amara e tribolata tutta la vita del nostro Salvatore. Ma ringraziamo la sua bontà che ci dà tempo di rimediare al male fatto.- Come abbiam da rimediare? Con soffrire con pazienza le pene e le croci ch'egli ora ci manda per nostro bene. E per soffrire con pazienza queste pene, esso medesimo ci dà il modo: Pone me ut signaculum super cor tuum (Cant. VIII, 6). Metti sopra il tuo cuore l'immagine di me crocifisso; viene a dire, considera il mio esempio, i miei dolori che ho sofferti per te, e così soffrirai tutte le croci con pace.- Dice S. Agostino che questo medico celeste volle esso infermarsi per sanare noi infermi colla sua infermità: Mirabile genus medicinae. Medicus voluit aegrotare, et aegrotos sua infirmitate sanare (Serm. 19, de Sanct.).24 Secondo quel che già disse Isaia (Cap. LIII, [5]): Livore eius sanati sumus. All'anime nostre inferme per causa del peccato, era unicamente necessaria questa medicina del patire; e Gesù Cristo prima la volle esso bere, acciocché non ripugnassimo di prenderla noi che siamo i veri infermi: Prior bibit medicus, ut bibere non dubitaret aegrotus (S. Aug., serm. 18., de Verb. Dom.).25 Posto ciò, dice S. Epifanio che noi per farci conoscere veri seguaci di Gesù Cristo dobbiamo ringraziarlo quando ci manda croci: Christianorum propria virtus est, etiam in adversis referre gratias.26 E con ragione, perché trattandoci così, egli ci fa simili a lui. Soggiunge S. Giovan Grisostomo una cosa di gran consolazione: dice che quando noi ringraziamo Dio de' benefici, allora gli rendiamo ciò che gli dobbiamo, ma quando sopportiamo qualche


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pena per amor suo con pazienza, allora in certo modo Dio resta a noi debitore: In bonis gratias agens, reddidisti debitum; in malis, Deum reddidisti debitorem.27 - Se vuoi rendere amore a Gesù Cristo, impara da lui, dice S. Bernardo, come dei amarlo: Disce a Christo, quemadmodum diligas Christum (Serm. 20, in Cant.).28 Contentati di patire qualche cosa per quel Dio che tanto ha patito per te. Il desiderio di dar gusto a Gesù Cristo e di fargli conoscere l'amore che gli si porta era quello che rendeva avidi e sitibondi i santi, non di onori o piaceri, ma di pene e disprezzi. Ciò faceva dire all'Apostolo: Mihi... absit gloriari, nisi in cruce Domini nostri Iesu Christi (Gal. VI, 14). Fatto egli felice compagno del suo Dio crocifisso, non ambiva altra gloria che di vedersi in croce. Ciò facea dire anche a S. Teresa: O morire, o patire;29 come dicesse: Sposo mio, se vuoi tirarmi a te colla morte, eccomi, son pronta a venire, e te ne ringrazio; ma se vuoi lasciarmi per altro tempo in questa terra, io non mi fido30 di starvi senza patire: O morire, o patire. Ciò faceva avanzarsi a dire S. Maria Maddalena de' Pazzi: Patire e non morire;31 come dicesse: Gesù mio,


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desidero il paradiso per meglio amarti, ma più desidero il patire, per compensare in parte l'amore che voi mi avete dimostrato in patire tanto per me.32 E la Ven. Suor Maria Crocifissa di Sicilia era sì innamorata del patire, che giungeva a dire: È bello sì il paradiso, ma vi manca una cosa, perché vi manca il patire.33 Ciò indusse ancora S. Giovanni della Croce, allorché gli apparve Gesù colla croce in ispalla e gli disse: “ Giovanni, cercami quel che vuoi-”; l'indusse, dico, a non cercare altro che patimenti e disprezzi: Domine, pati et contemni pro te.34

Noi, se non abbiamo lo spirito di desiderare e cercare il patire, almeno procuriamo di accettar con pazienza quelle tribolazioni che Dio ci manda per nostro bene: Ubi patientia, ibi Deus, dice Tertulliano.35 Dove sta Dio? Datemi un'anima che patisca con rassegnazione, ed in questa certamente vi è Dio: Iuxta est Dominus iis qui tribulato sunt corde (Ps. XXXIII, 19). Si compiace il Signore di starsene vicino a' tribolati. Ma a quali tribolati? S'intende a coloro che patiscono con pace, rassegnati nella divina volontà. A costoro fa provare Dio la vera pace,


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la quale tutta consiste, come dice S. Leone, in unire la nostra volontà a quella di Dio: Christiana vera pax est a Dei voluntate non dividi.36 La divina volontà, ci avvisa S. Bonaventura, è come il mele che rende dolci ed amabili anche le cose amare.37 La ragione si è, perché chi ottiene tutto quel che vuole, non ha altro che desiderare: Beatus est qui habet omnia quae vult, dice S. Agostino.38 E perciò chi non vuol altro se non ciò che vuole Dio, sempre sta contento; giacché, avvenendo sempre quel che vuole Dio, l'anima sempre ottiene quel che vuole.

E quando Dio ci manda croci, non solo rassegniamoci, ma ringraziamolo, mentre è segno che ci vuol perdonare i peccati e salvarci dall'inferno meritato. Chi ha offeso Dio dev'esser castigato; e perciò dobbiamo sempre pregarlo che ci castighi in questa, e non già nell'altra vita. Povero quel peccatore che in questa vita non si vede punito, ma prosperato! Dio ci guardi da quella misericordia della quale parla Isaia: Misereamur impio (XXVI, 10).39 Misericordiam hanc nolo, dice S. Bernardo, super omnem iram miseratio ista.40 Signore, pregava il santo, io non voglio questa misericordia, la quale è più terribile d'ogni castigo. Quando Dio non punisce il peccatore in questa vita, è segno che aspetta a punirlo nell'eternità, dove il castigo non avrà più fine. Dice S. Lorenzo Giustiniani: De pretio erogato Redemptoris tui agnosce munus, tuaeque praevaricationis pondus (De triumph. carit., cap. 10).41 Vedendo un Dio morto in croce, dobbiamo considerare il gran dono che ci ha fatto del suo sangue, per redimerci dall'inferno; e riconoscere insieme la


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malizia del peccato che ha ridotto un Dio a morire per ottenerci il perdono. Nihil ita me deterret, sicut videre Filium tuum propter peccatum crudelissima morte mulctatum, dicea Drogone (De Passione):42 O Dio eterno, niente più mi spaventa, che vedere il tuo Figlio punito con una morte così spietata per causa del peccato.

Consoliamoci dunque, allorché dopo i peccati ci vediamo afflitti da Dio in questo mondo, perché è segno allora che vuol usarci misericordia nell'altro. Il solo pensiero di aver disgustato un Dio così buono, se l'amiamo, deve più consolarci nel vederci afflitti e castigati, che se ci vedessimo prosperati e colmi di consolazioni in questa vita. Dice S. Giovan Grisostomo: Maior consolatio erit ei qui punitur si amet Dominum, postquam exacerbavit tam misericordem, quam qui non punitur. A chi ama, siegue a dire il santo, dà più pena il pensare d'aver data amarezza all'amato, che lo stesso castigo del suo delitto.43 Consoliamoci dunque nel patire; e se questi pensieri non bastano a consolarci, andiamo a Gesù Cristo, ch'egli ci consolerà, come ha promesso a tutti: Venite ad me, omnes qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos (Matth. XI, 28). Quando ricorriamo al Signore, o egli ci libererà da quella tribolazione, o ci darà forza di sopportarla con pazienza. E questa è grazia maggior della prima; poiché le tribolazioni sofferte con rassegnazione, oltre di farci soddisfare in questa vita i nostri debiti, di più ci fan meritare gloria maggiore ed eterna in paradiso.- Andiamo ancora, quando ci troviamo afflitti e desolati,


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a trovar Maria che si chiama la Madre della misericordia, la causa della nostra allegrezza, e la consolatrice degli afflitti. Andiamo a questa buona Signora, la quale come dice Lanspergio non permette che alcuno si parta mesto da' piedi suoi, e non consolato: Omnibus pietatis sinum apertum tenet, neminem a se tristem redire sinit.44 Dice S. Bonaventura, ch'ella ha per officio di compatire gli afflitti: Tibi officium miserendi commissum.45 Onde soggiunge Riccardo di S. Lorenzo che chi l'invoca, sempre la troverà apparecchiata ad aiutarlo: Inveniet semper paratam auxiliari.46 E chi mai ha cercato il suo aiuto ed è restato abbandonato? Quis umquam, o beata, tuam rogavit opem et fuit derelictus (B. Eutich., in Vita S. Theoph.).47




1 La I ediz., 1758, e quelle venete del 1760 e '79 hanno qui ed in seguito: tribulato; l'ed. napoletana del 1773 tribolato.

2 “Si ergo loquamur de redemptione humani generis quantum ad quantitatem pretii, sic quaelibet passio Christi, etiam sine morte, suffecisset ad redemptionem humani generis, propter infinitam dignitatem personae.” S. THOMAS AQUINAS, Quodlibetum II, quaestio 2, art. 2, Respondeo.



3 S. Io. CHRYSOSTOMUS, In Epistolam ad Ephesios, hom. 3, n. 3, MG 62-27: “Quam multas vis mortes ponere, et quam multas animas, deciesne mille, et his longe plures? sed nihil dico quod sit ei aequiparandum. Duo enim fecit maxima: et ipse ad summam venit humilitatem, et hominem sustulit ad magnam altitudinem. Dixit (Paulus) illud primum, quod se adeo humiliaverit; dicit hoc firmius et solidius, id quod est magnum et summa rerum. Atqui si nullo dignati essemus, suffecisset; vel etiam hoc si dignati essemus, absque eo quod esset mactatus, suffecisset: cum autem haec duo sint, quam dicendi facultatem non vicerit et superaverit?”



4 “Il Signore le disse: “... Non ti rammenti che io, Creatore tuo, dal primo dì in cui nacqui dalla Vergine, insino all'ultimo momento della mia vita, non seppi mai qual fosse la consolazione, nemmeno per un sol giorno che vissi nel mondo?” Tom. Fel. DANTI, Min. Osserv., Compendio della Vita, cap. 8, § 3, pag. 78, 79.



5 S. THOMAS AQUINAS, Sum. Theol., III, qu. 46, art. 6: “In Christo patiente fuit verus dolor, et sensibilis, qui causatur ex corporali nocivo, et dolor interior, qui causatur ex apprehensione alicuius nocumenti, qui tristitia dicitur. Uterque autem dolor in Christo fuit maximus inter dolores praesentis vitae... Passio illa et dolor fuerunt assumpta voluntarie, propter finem liberationis hominum a peccato, et ideo tantam quantitatem doloris assumpsit, quae esset proportionata magnitudini fructus, qui inde sequebatur.” Ad 2: “... Christus, ut satisfaceret pro peccatis omnium hominum, assumpsit tristitiam maximam quidem quantitate absoluta, non tamen excedentem regulam rationis.” Ad 6: “... Christus voluit genus humanum a peccatis liberare, non sola potestate, sed iustitia; et ideo non solum attendit quantam virtutem dolor eius haberet ex divinitate unita, sed etiam quantum dolor eius sufficeret, secundum humanam naturam, ad tantam satisfactionem.”

6 “Virum autem dixerim fuisse Iesum, non solum iam cum diceretur vir propheta, potens in opere et sermone (Luc. XXIV, 19), sed etiam cum tenera adhuc infantis membra Dei mater blando vel foveret in gremio, vel gestaret in utero. Vir igitur erat Iesus necdum etiam natus, sed sapientia, non aetate; animi vigore, non viribus corporis; maturitate sensuum, non corpulentia membrorum.” S. BERNARDUS, De laudibus Virginis Matris, super “Missus”, hom. 2, n. 9. ML 183-65.



7 “Ineffabiliter sapiens, sapienter infans: mundum replens, in praesempio iacens: sidera regens, ubera lambens: ita magnus in forma Dei, brevis in forma servi, ut nec ista brevitate magnitudo illa minueretur nec illa magnitudine ista brevitas premeretur.” S. AUGUSTINUS, Sermo 187 (in Natali Domini, IV), cap. 1, n. 1. ML 38-1001.



8 “Altissima namque nobis inde paratur eruditio, magna cathedra praesepium illud, ex quo cunctis mortalibus loquitur sapientia, caelestis in stabulo magister legit.” S. THOMAS A VILLANOVA, In festo Natalis Domini, Concio 1, n. 8.



9 SALMERON, Commentarii in Evangelicam historiam, tom. III, tractatus 33, pag. 293, col. 1 (in principio). Coloniae Agrippinae, 1612.



10 “O nova ratio! Amore imaginis suae coactus in infantem, vagit Deus: patiturque se pannis alligari, qui totius orbis debita venerat soluturus.” S. ZENO, Episcopus Veronensis, Tractatus, lib. 2, tractatus 9. ML 11-417.



11 “O gratissimi delectabilesque vagitus, per quos stridores dentium aeternosque ploratus evasimus! O felices panni, quibus peccatorum sordes extersimus!” Inter Opera S. Augustini, Sermo 119 (inter suppositios in Appendice ), n. 5. ML 39-1984.



12 “Felices lacrimae quibus nostra abluuntur crimina. Felices ploratus quibus aeterna gaudia possidemus.” S. THOMAS A VILLANOVA, In festo Natalis Christi concio 1, n. 6.

13 “Mentre era anche secolare si lamentava spesso col suo Signore che una tal tribulazione, per durar troppo lungo tempo, le fosse divenuta intollerabile. Una notte in sogno le parve di vedersi avanti Cristo confitto in croce, il quale l'esortava col suo esempio alla pazienza, ed ella con moto naturale gli rispose: “Signore, la vostra croce durò solo tre ore, ma questa mia dura molt'anni.” Qui il Redentore con severa voce replicò con dire: “Ah ingrata, come ardisci di parlare in questa maniera, sapendo che insino dal principio per tutta la vita in fatiche e patimenti sono vissuto, terminando finalmente la mia vita in una croce.” Con tal risposta restando confusa procurò da lì avanti di tollerare con pazienza quel travaglio.” Bonaventura BORSELLI, Vita della Ven. Madre Suor M. Maddalena Orsini, domenicana, Roma, 1668, cap. 15, pag. 66.



14 “Christus crucem etiam in ventre matris cogitabat, eamque menti impressam habuit, adeo ut vix natus, principatum super humerum habere dicatur.” Al. NOVARINUS, Umbra Virginea (Sacrorum Electorum liber IV), cap. 11, excursus 38, n. 379, pag. 166. Venetiis, 1632.



15 “Circuire possum, Domine, caelum et terram, et mare et aridam, et nusquam te inveniam nisi tantum, in cruce; ibi dormis, ibi pascis, ibi cubas in meridie.” DROGO OSTIENSIS, Sermo de sacramento Dominicae Passionis. ML 166-1525.



16 “Tota (Christi) vita, perpetua passio, et crucis passio dici potuit. Siquidem ab ipsa conceptionis hora cognovit sibi crucem esse paratam, eamque libentissime acceptavit pro honore Patris et salute hominum; et semper eam ante oculos mentis sic habuit, ut vere dici possit toto vitae suae tempore in cruce pependisse. Hinc videlicet tam crebro de cruce sua vel de passionis calice loquebatur... Ergo, anima christiana, ex hac tam continua crucis haiulatione, collige Dominum tuum nullam quietis horam habuisse, sed assidue dies et noctes in salute tua operanda occupatum fuisse.” S. ROBERTUS BELLARMINUS, De gemitu columbae, lib. 2, cap. 3. Romae, 1617, pag. 159, 160.



17 Parlando del dolore di Gesù per i peccati degli uomini, dolore cagionato tanto dall'ingiuria fatta a Dio quanto dal danno fatto all'umanità, dice il Lessio: “Non dubitaverim affirmare hunc dolorem sufficientissimum fuisse ad vitam Domino millies eripiendam, si vim suam in corpus exercere permissus fuisset.” Leonardus LESSIUS, De perfectionibus moribusque divinis, lib. 12, cap. 17. Opuscula varia, Lutetiae Parisiorum, 1637, pag. 123, col. 1.

18 “Tanta itaque Domini dignatio est, ut infundendae nobis devotionis, et consummandae perfectionis in nobis, et maturandae pro nobis studium passionis sibi inesse testetur: qui cum in se nihil habuerit quod doloret, nostris tamen angebatur aerumnis, et sub tempore mortis maestitiam praetendebat, qum non ex metu mortis suae, sed ex mora nostrae redemptionis assumpserat, iuxta quod scriptum est: Et quomodo angor usque dum perficiatur?” S. AMBROSIUS, Expositio Evangelii secundum Lucam, lib. 7, n. 133 (in cap. 12, v. 49, 40). ML 15-1734.



19 Nonne hic est fabri filius? MATTH. XIII, 55. - Nonne hic est faber, filius Mariae...? Marc. VI, 3.



20 Fra le Opere del santo qui riportate nel vol. 11 del ML non vi è nessun sermone de Passione.



21 Matth. XXVI, 38. - Marc. XIV, 34.



22 Il Suarez in varie parti delle sue Opere parla del valore satisfattorio della Passione e morte di Gesù Cristo, ma non ci è riuscito trovare il testo preciso riportato qui da S. Alfonso.



23 La I ed. e quella di Venezia, 1760, ebbimo: Napoli, 1773: abbiamo; Venezia, 1779: avemmo.



24 “Mirabile et incomparabile genus medicinae propter quam medicus voluit aegrotare et aegrotos, quibus salutis remedium procurabat, sua decrevit infirmitate sanare.” Inter Opera S. Augustini, Sermo 247 (inter suppositios in Appendice ), n. 1 - Disse però S. AGOSTINO, Sermo 174, cap. 5, ML 38-943: “Quanta vero bonitas et potentia medici, qui de sanguine suo, insano interfectori suo medicamentum fecit?” - Vedi pure la nota 25.



25 “Bibe amarum caclicem... Et ne responderet ei languidus: Non possum, non fero, non bibo: prior bibit medicus sanus, ut bibere non dubitaret aegrotus. Quid enim amarum est in tali poculo, quod ille non biberit?” S. AUGUSTINUS, Sermo 88, cap. 8. ML 38-543.



26 Non abbiamo ritrovato questa sentenza presso S. Epifanio, né presso alcuno scrittore omonimo.

27 “Hoc enim est maxime grati animi, hoc sapientiae studiosi, in rebus etiam asperis et adversis gratias agere, pro omnibus gloria Deum afficere, non solum pro beneficiis, sed etiam pro suppliciis. Hoc enim maiorem mercedem conciliat. Nam in bonis quidem gratias agens, reddidisti debitum: in malis autem, Deum constituisti debitorem.” S. IO. CHRYSOSTOMUS, Expositio in Ps. IX, n. 1. MG 55-121.



28 “Disce, o Christiane, a Christo, quemadmodum diligas Christum. Disce amare dulciter, amare prudenter, amare fortiter... Fortiter, ne oppressi ab amore Domini avertamur.” S. BERNARDUS, In Cantica, Sermo 20, n. 4. ML 183-868.



29 “Y ansi me parece que nunca me vi en pena después que estoy determinada a servir con todas mis fuerzas a este Senor y consolador mio, que, aunque me dejaba un poco padecer, me consolaba de manera que no hago nada en desear trabajos. Y ansi ahora no me parece hay para qué vivir sino para esto, y lo que màs de voluntad pido a Dios. Digolo algunas veces con toda ella: Senor, u morir u padecer:no os pido otra cosa para mi. Dame consuelo oir el relox: porque me parece me allego un poquito màs para ver a Dios, de que veo ser pasada aquella hora de la vida.” S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 40. Obras, I, 367. - Eppure, crescendo sempre l'amore, la Santa Madre, quantunque il prolungarsi della vita le fosse un martirio per il desiderio di veder Dio, giunse, negli ultimi anni, a desiderar di vivere, così piacendo a Dio, per maggiormente servire a Sua Divina Maestà, fosse pur coll'aiutare un'anima sola a lodare ed amare Dio. Questo scriveva la Santa Madre nell'ultima delle sue Relazioni ai suoi confessori (a Don Alonso Velazquez, vescovo di Osma, maggio 1581, diciassette mesi prima della sua beata morte).



30 Non ho forza.



31 “Alius decubitam conficiebat dolor, (nell'ultima malattia), quod lecto incessanter affixa, ab omni exteriori prohiberetur opere. Cum enim iuxta naturalem complexionem, admodum ativa foret, maximam hac in catasta experiebatur mortificationem, dicere solita, non potuisse graviorem aliam sibi a Domino umquam infligi poenam in qua maiorem experta fuisset repugnantiam: nihilominus, de divino certa beneplacito, tripudiabat prae gaudio, ingeminans frequenter: “Patì non morì.” PATRICIUS A S. IACOBO, Vita, lib. 1, cap. 21, n. 6.



32 Nell'ed. del 1779, Venezia, abbiamo la formula corretta: amarvi... che voi..., nelle altre: amarti... che voi.... Non è raro trovare questa unione di tu e voi in S. Alfonso, e perciò crediamo che questa sia una delle correzioni apportate dal Remondini.



33 Maria Crocifissa di Sicilia (Suor Maria Crocifissa della Concezione, dell'Ordine di S. Benedetto nel monastero di Palma), in una estasi fu condotta in paradiso, quindi al Calvario. E scrive: “E qui, Cristo mio, chi dir potrà quanto più dolci furono i tuoi sacrati affetti di quelli che là sù mi conferisti empirei? Colà lo vidi generalmente sodisfatto, ma qui con parzialità compiaciuto, e di cose sì rare che il cielo non ne ha produzione, e questi sono i patimenti che dietro l'orme sue sieguono le creature.” TURANO, Venezia, 1709, Vita, lib. 3, cap. 4 (fine), pag. 230.



34 “Stavasi il Santo di notte... in chiesa orando dinanzi una immagine di pittura ( e non di rilievo..) rappresentante Cristo con la croce sulle spalle, per la qual compassionevol figura aveva Giovanni gran divozione: quando sentì da essa uscire una voce che pronunziò: “Giovanni, qual premio vuoi per quel che hai fatto e patito?”... Non esitando punto sulla scelta, soddisfece a Gesù in questi accenti: “Non voglio, Signore, altro premio che patire ed essere disprezzato per voi.”... Quantunque dipingendo e raccontando questo successo, il costume porti di esprimere i due motti in lingua latina, così: Iohannes, quid vis pro laboribus? Domine, pati et contemni pro te; contuttociò... mi persuado che favellò Cristo a Giovanni e rispondesse Giovanni a Cristo in castigliano.” MARCO DA S. FRANCESCO, O. C., Vita, lib. 3, cap. 1, n. 10. Opere del Santo, III, Venezia, 1747.



35 “Ubi Deus, ibidem et alumna eius, patientia scilicet.” TERTULLIANUS, Liber de patientia, cap. 15. ML 1-1272.

36 “Quo enim Spiritu de intemeratae matris visceribus nascitur Christus, hoc de sanctae Ecclesiae utero renascitur Christianus, cui vera pax est a Dei voluntate non dividi, et in his solis quae Deus diligit delectari.” S. LEO MAGNUS, Sermo 29, (al. 28), In nativitate Domini 9, cap. 1 (in fine). ML 54-227.



37 “In tali cera memoriae nostrae debet esse mel, id est, delectatio de recordatione crucis, quae est mel dulcissimum. Quid tam amarum, quod in recordatione vivificae Passionis non posit dulcescere?” Vitis mystica, cap. 44, n. 154. ML 184-728: inter Opera S. Bernardi. - Gli editori di Quaracchi attribuiscono questa opera a S. Bonaventura. A nostro parere, adhuc sub iudice lis est: si veda il nostro vol. V, Appendice, 2, 9°, pag. 452, 453.



38 “Beatus igitur non est, nisi qui et habet omnia quae vult, et nihil vult male.” S. AUGUSTINUS, De Trinitate, lib. 13, cap. 5. ML 42-1020.



39 Is. XXVI, 10. Misereamur impio, et non discet iustitiam.



40 “Misereamur impio, inquit, et non discet facere iustitiam. Misericordiam hanc ego nolo. Super omnem iram miseratio ista, sepiens mihi vias iustitiae.. Volo irascaris mihi, Pater misericordiarum: sed illa ira qua corrigis devium, non qua extrudis de via.” S. BERNARDUS, In Cantica, Sermo 42, n. 4. ML 183-989.



41 Testo non trovato.

42Notitie fiere super me, sed super vos ipsas flete, filiae Ierusalem (Luc. XXIII). Nam ille dolor, quem transitis et non attenditis, magis est flendus quam dolor meus: propter scelus enim vestrum percussus sum. Haec nobis de cruce tua clamas, o benigne Iesu... Nesciebam contumelias et terrores, et colaphizantem me incessanter Satanam, nisi viderem artem medicinae tuae similia similibus curantem, et appenderem in statera ( Iob. VI) hinc calamitatem tuam, illinc iniquitatem meam.” DROGO, Cardinalis Ostiensis (+ 1138), Sermo de sacramento Dominicae Passionis. ML 166-1518.



43 “Etiamsi ipse (Deus) in nos minime animadvertat, nos tamen de nobis ipsis poenas sumere deberemus, qui tam ingrati in bene de nobis meritum exstitimus. Et quidem, amasiam quis habens, saepe etiam sibi mortem conscivit, quod ea potiri non potuisset; atque etiam potitus, si quid in eam peccarit, ne luce quidem se dignum existimat: nos autem tam benignum Dominum contumellis incessentes, non nos ipsos in gehennae fiammam iniiciemus? Mirum aliquid, singulare, quodque plerisque incredibile videbitur, dicam: maior ei, qui, cum tam benignum Dominum exasperaverit, poenas luit, consolatio futura est - si sana mente sit eumque, ut par est, amet - quam ei de quo supplicium non sumitur.” S. IO. CHRYSOSTOMUS, In Epist. II. ad Cor., hom. 12, n. 3. MG 61-479.

44 (Parla Gesù): “Propterea namque adeo feci eam mitem, adeo piam, adeo misericordem, adeo denique benignam et clementem, ut neminem aspernetur, nulli se neget, omnibus pietatis sinum apertum teneat, neminem a se redire tristem aut non consolatum sinat.” IO. LANSPERGIUS, Cartusianus, Alloquia Iesu Christi ad animam, lib. 1, pars 3, canon 12. Opuscula spiritualia, I, Coloniae Agrippinae, 1693, pag. 486. Ed Colonien, 1737, pag. 125.



45 “Nam pro miseris Mater Dei facta es, Misericordiam insuper genuisti et demum tibi miserendi est officium commissum.” Stimulus amoris, pars 3, cap. 19. Inter Opera S. Bonaventurae, VII, Lugduni, 1668. - Autore, secondo gli editori Quarachensi (VIII, Prolegomena, cap. 3, art. 2, n. 3): Fr. Iacobus, Lector Mediolanensis, Ord. Min. - Però quel capitolo 19 consiste nella Meditatio in “Salve Regina”, la quale venne attribuita a S. Anselmo di Lucca, e non è sua, come neppure dell'autore dello Stimulus, e deve considerarsi come d'autore ignoto: vedi il nostro vol. VI, Appendice, 3, A, pag. 351-353.



46 “Qui de luce vigilaverit ad illam non laborabit diu, vel in vacuum. Assidentem enim illam foribus suis inveniet semper paratam auxiliari et pulsantem ut intret.” RICHARDUS A S. LAURENTIO, De laudibus B. M. V., lib. 2, cap. 1, n. 7, inter Opera S. Alberti Magni: ed. Lugdunen., XX, pag. 34, 35 (dell'opera, non già di tutto il volume); ed. Parisien. XXXVI, pag. 61.



47 “Quis enim, o Domina mea, speravit in te et pudore est affectus? Aut quis hominum fideliter omnipotentem tuam rogavit opem et fuit umquam derelictus?” EUTYCHIUS, Vita S. Theophili poenitentis: Surius, die 4 februarii.




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