Capo II - MEMBRI E ABITO
Art. 6 . - I membri della Pia Società San Paolo
§ I. - La Pia Società San Paolo è una Congregazione religiosa clericale; la corona sacerdotale perciò decora tutta la famiglia. Essa poi costituisce una sola famiglia, di un solo spirito, per un solo apostolato.
§ II. - Vi sono però due classi o categorie di persone: i Sacerdoti e i Coadiutori religiosi, chiamati i Discepoli del Divin Maestro. I Sacerdoti sono come il capo e l'anima, i Discepoli sono come il corpo e la pienezza della Congregazione.
§ III. - L'unione dei Discepoli ai Sacerdoti, eleva i Discepoli nella dignità e nella missione sacerdotale, ed estende l'attività dei Sacerdoti fino alle esigenze più concrete e pratiche dell'apostolato; assicura ai Discepoli l'abbondanza delle cure spirituali, e dà al sacerdote l'abbondanza della propiziazione.
§ IV. - Scopo dei Discepoli, primo e principale, è la riparazione e la propiziazione eucaristica per i peccati e le necessità dell'apostolato dell'edizione; quindi il lavoro tecnico e la propaganda.
§ V. - La distinzione tra Chierici e Discepoli non si fa su elementi negativi; ma su elementi positivi, quale l'inclinazione e la scelta del soggetto, la diversa idoneità dell'individuo, il particolare senso e grado di pietà e di virtù, la vocazione sacerdotale.
Alessandria, 29.X.'46
Art. 7 . - Relazioni fiduciose tra Chierici e Discepoli.
§ I. - Ai Discepoli debbono i Chierici massima stima, affettuosa carità, sincera collaborazione, pazienza8.
§ II. - Ai Sacerdoti debbono i Discepoli filiale9 rispetto, filiale amore, filiale cooperazione e fiducia.
§ III. - La stima ai Discepoli si professa e si mostra con l'educarli e affidare loro posti di responsabilità nell'apostolato tecnico, nella propaganda e nella formazione dei Discepoli stessi, quali sono i posti di assistente, di capo reparto, direttore tecnico, sotto il governo del Superiore, e in dipendenza dai Maestri di apostolato e di reparto. Per gli argomenti inerenti a questa responsabilità i Discepoli siano chiamati a consiglio, e si lasci loro la necessaria libertà.
§ IV. - L'amore si professa e si mostra con l'amabilità dei modi e la gravità del tratto; ma specialmente con dedicarsi alla loro formazione ed elevazione personale, culturale, e spirituale, e perciò nella cura della salute, coll'abbondanza delle meditazioni, della direzione e istruzione spirituale; conducendo i Discepoli principalmente allo spirito di riparazione eucaristica.
§ V. - La collaborazione si professa e si mostra chiamando i Discepoli nell'identità dell'apostolato: i Discepoli stampano e diffondono, dispongono i materiali e propiziano Iddio su ciò che i sacerdoti scrivono e preparano. Essi non sono tipografi, editori10, propagandisti del commercio, ma integrano il Sacerdote; e perciò i sacerdoti si diano abbondantemente alla redazione, perché i discepoli sentano di essere un solo con essi.
§ VI. - Nelle Case piccole Sacerdoti e Discepoli siedano alla stessa mensa; nelle case grandi, per la vicendevole utilissima libertà, vi siano tavole distinte e refettori separati. Si invitino però vicendevolmente i Maestri e i Discepoli Capireparto11 nelle feste di casa. E si abbiano frequenti funzioni in comune, dove l'unità della vita comune si purifica, si eleva, si alimenta, si perfeziona.
§ VII. - Il rispetto, l'amore, la cooperazione ai Sacerdoti si professa e si mostra, considerando i sacerdoti come i veri Padri delle anime: perciò i Discepoli ne onoreranno la dignità; saranno desiderosi del progresso dei loro Sacerdoti; solleciti per la loro salute; premurosi per le necessità che lo studio e la fatica intellettuale e il ministero esigono; generosi nel prestarsi loro, perché il servizio sacerdotale dei sacerdoti e dei Discepoli piaccia al Signore.
Alessandria, 29.X.'46
Art. 8. - Unità e subordinazione della vita religiosa sampaolina
§ I. - La vita religiosa sampaolina è una e medesima, non divisa e non diversa: tutti i membri, da per tutto, e in tutte le case professano tale vita nel suo spirito, nel suo apostolato, nei suoi obblighi religiosi; nei suoi privilegi, nelle sue gioie, nel suo orario, nel suo metodo di studio e di lavoro, come nei mezzi di vita per stabilirsi e per crescere. È inteso che un sì vasto articolo non toglie nulla agli adattamenti di cibo, di vestito, di esigenze dei singoli luoghi o meglio delle singolo nazioni. Tutto come la vita umana, in un organismo bene ordinato.
§ II. - L'unità della vita religiosa richiede però necessariamente una dipendenza gerarchica. Tutti sono soggetti al governo e alla guida dei Superiori, che sono fondamento, asse e capo della famiglia religiosa: nella dipendenza dai Superiori ogni religioso compirà con ampia libertà i suoi uffici. I Superiori non incontreranno e non trascureranno i doveri dei singoli; i religiosi tutti aborriranno lo spirito di indipendenza.
§ III. - L'identità della vita religiosa non esclude, anzi esige il convivente rispetto alla condizione di ognuno. Si deponga perciò ogni gelosia, ogni invidia, ogni falso giudizio; e si abbia invece generosità, premura, stima per ciò che i Superiori per ognuno ordinano o consentono: di abiti, di vita, di mezzi, di decoro, di studi ecc.
§ IV. - La Pia Società San Paolo come società clericale, ha un governo formato di soli Sacerdoti; e medesimamente i soli Sacerdoti, come possono soli essere eletti al Governo Generale, così soli potranno eleggere, ossia hanno il diritto di portare il voto. I Discepoli sono invece chiamati nei consigli di ogni casa, come detto sopra art.8 & 3; e sono chiamati al Capitolo Generale per discutere gli argomenti a cui prestano la loro opera.
Alba, 29.X.'46
Art. 9. - L'Abito della Pia Società S. Paolo.
§ I. - L'abito nostro è l'abito ecclesiastico del luogo con leggere modifiche.
§ II. - I Sacerdoti, quando vestono la vesta talare, sono precinti di una fascia nera di lino o di seta a frange.
§ III. - I Discepoli hanno qualche maggior modifica; essi portano l'abito chiuso non da bottoni, da 12 sotto il labbro dell'abito tagliato verticalmente retto anche ai fianchi; sono precinti di cingolo di cuoio, e da esso pende la corona di quindici misteri; come soprabito portano il mantello; in capo, il cappello.
§ IV. - L'abito si riceve solennemente, secondo il rito approvato per la Pia Società. Esso indica che il religioso vuole vestirsi di Gesù Cristo; quindi si porta con fede, con amore, con continuità. Si abbia cura di evitare la piaga di andare senz'abito, quando l'abito si può portare e si deve; e ad aborrire la pessima ambizione di voler portare abiti o tagli d'abiti non propri o senza il cingolo, o senza la fascia, etc.
§ V. - Caratteri dell'abito nostro: la decenza, la semplicità fino alla purezza, la modestia e la povertà fino al sacrificio di sé.
§ VI. - Non si esca di camera in calzoncini, senza abito o senza tuta; non si lavori in camera senz'abito o senza la sopravveste; non si prenda riposo sul proprio letto senz'abito, ma si ricopra la persona con almeno un panno, un asciugatoio13.
§ VII. - L'abito si tenga con decoro; si spolveri, si appenda all'attaccapanni; non si faccia servire ordinariamente da copriletto14, si curi che abbia tutti i bottoni, e tutti i bottoni siano abbottonati; che non abbia macchie; che non sia sfilato agli orli.
§ VIII. - Prima di vestirlo si baci; deponendolo, si baci ancora: la pietà individuale suggerisca belle preghiere nel vestire e svestire15; farsi anche di esse un abito spirituale, di spirituale devozione.
Alba, 31 ott. '46
Art. 10. - Le precedenze nella Pia Società San Paolo.
§ I. - L'osservanza spirituale e interiore di questo articolo si ottiene sul terreno della umiltà e della semplicità: ambire l'ultimo posto e questo di cuore!
§ II. - Perciò i religiosi di San Paolo sentano bassamente di sé, con tutti e sempre, e dappertutto, e cedano volentieri il luogo, il passo, la parola; non abbiano a disdegno, e ritengano proprio e caro il posto disagevole, il modo trascurato, il non essere conosciuti; non facciano mai questioni di precedenza cogli esterni, e nemmeno cogli interni.
§ III. - Tuttavia l'amore e il decoro dell'ordine, il bene della dignità e il rispetto alla dignità suggerisce e le costituzioni comandano questo sistema di precedenza: art.10; 11; 12; 13; 14; 15.- Il Primo Maestro precede tutti in tutte le Case. A lui seguono i Consiglieri generali, il Procuratore generale, il Segretario, l'Economo; gli ex Superiori generali, il Visitatore generale, il Maestro della Casa. I Chierici precedono i Discepoli. I Professi Perpetui precedono i temporanei. Tra questi e tra i Novizi precedono gli anziani per ordine di anzianità o di età.
§ IV. - La custodia della precedenze, sebbene tanto onerosa, è grandemente meritoria, perché difende il bonum dignitatis.
§ V. - Ma ugualmente meritorio è il rispetto alla dignità che ognuno professa, osservando interiormente il sistema di precedenza stabilito, e non violandolo.
Alba, 1 nov. '46
Art. 11. - Come si osserva l'ordine di precedenza.
§ I. - Nelle funzioni i religiosi si dispongono in Chiesa nel modo indicato dalle Costituzioni, e s'avvicinano all'altare in questo ordine, per es. per baciare il crocifisso, per ricevere le candele e le palme.
§ II. - Nelle processioni i più alti in dignità stanno dietro e vanno avanti gli altri.
§ III. - A tavola il Superiore sta in capo, attorno a lui i Consiglieri e gli altri Superiori per ordine; gli ospiti; i sacerdoti secondo l'anzianità di professione; gli altri religiosi con l'ordine già indicato; ognuno al posto determinato.
§ IV. - Nell'uscire di Chiesa e dal refettorio precede il Superiore, quindi gli altri per ordine. La preghiera avanti e dopo i cibi viene incominciata dal Superiore della Casa; in sua mancanza dal Vicario, o da un altro Superiore per ordine. Non si incominci la preghiera prima che arrivi il Maestro, quando non si presume che sia assente. Anche nei trattenimenti, si cedano i posti nell'ordine di precedenza: è segno di rispetto, di buona educazione, di pietà.
§ V. - La precedenza è a servizio del buon ordine; perciò se specialmente dai Maestri di reparto questo16 esige la loro presenza, si sia solleciti a correre tra i piccoli, più che coltivare la precedenza con danno dei reparti e degli alunni.
Alba, 2 nov. '46
Art. 12. - Delle cose che sono da osservarsi e da evitarsi nell'esercizio delle precedenze.
§ I. - La precedenza cammina vestita di semplicità esteriore ed interiore; la precedenza nulla aggiunge e nulla toglie di autorità nel governo; la precedenza non influisce sugli uffici che ciascuno occupa nelle case.
§ II. - Vigilino i Superiori e i maestri di cerimonie che le precedenze siano osservate; ma che nello stesso tempo non vi siano ammirazioni vane o sdegno sciocco in chi precede, e non vi siano disgusti e rammarico in chi segue; ognuno al proprio posto per onore al Re Divino.
§ III. - Non si veda nella precedenza, che è ordine nell'unità, un elemento di divisione; un motivo di indipendenza, una causa di malcontento; ne si pretenda un materiale allineamento delle persone professe, che costituirebbe disordine.
§ IV. - Chi precede sia servo di chi segue, nelle cose in cui ne dovesse dipendere; e chi segue veda di buon occhio, come gloria sua, il decoro di chi precede.
Art. 14.- Sull'abito dei Discepoli nelle Librerie.
§ I. - L'abito dei Discepoli nelle librerie deve essere sempre l'abito religioso.
§ II. - Non è conveniente invece che sia l'abito talare. Per questo i Discepoli nelle librerie non portino abito borghese; ma portino abito nero, a forma secolare, con calzoni lunghi, giubba aperta, colletto liturgico, come da modello approvato in capitolo, e da usarsi fedelissimamente uguale per tutti.
§ III. - I Discepoli che fanno commissioni in città, portano i carretti, usano la bicicletta, rivestano una bluse o una tuta.
§ IV. - È pure usanza da noi che i chierici e i sacerdoti portino in casa e nell'apostolato una vestaglia nera, che ricopra tutta la persona, sopra l'abito talare; o anche una tuta.
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