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| Giuseppe Timoteo Giaccardo, SSP Il libro di una filiale memoria IntraText CT - Lettura del testo |
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Capo X - [CURA DELLA SALUTE E DEGLI INFERMI] Roma, 21.VIII.'47 Art. 225. - La cura della salute. § I. - La buona salute si stimi come un prezioso dono di Dio; e un prezioso e speciale mezzo di apostolato e di merito nella Pia Società. § II. - La cura della buona salute prudente, temperata e pia, è molto da lodarsi e da raccomandarsi: perché con più buona salute, più e meglio si può attendere al divino servizio. § III. - La cura della salute non esclude perciò il sacrificio, la mortificazione, il servizio di Dio sereno e pronto e generoso. Esclude invece l'ansietà, la preoccupazione, il timore della propria salute, del benessere corporale, del cibo e del clima, come se uno fosse nato a servizio del corpo, la qual cosa è riprovevole. § IV. - I piccoli incomodi, i piccoli disturbi, le piccoli febbri si sappiano sopportare in pace: sono necessarie indisposizioni inerenti al corpo umano, necessarie dolorabilità per la sua conservazione e purificazione e santificazione. § V. - I mali veri, i principi di gravi mali si espongano candidamente al Superiore, con umiltà e fiducia; si tratta infatti di cosa che alla Congregazione molto interessa. § VI. - Il Superiore della Casa, che ha in cura le persone prima delle cose, che ha in consegna la salute dell'anima e del corpo dei suoi religiosi, vigili paternamente sulla salute della Comunità e di ognuno; accolga chi viene a consegnare i suoi mali, e ne sia il primo conforto e il primo sollievo; provveda al cibo sano e abbondante, al riposo, al cambiamento d'aria, quando il dovere esige e la povertà consente: non sia tutto sì, non si chiuda nel no. Albano, 22 agosto '47 Art. 227. - 226. - La cura sanitaria degli infermi. § I. - La cura degli infermi pesa in modo speciale sopra il Superiore della Casa. § II. - Il Maestro della casa provveda che l'infermo abbia cura speciale, per camera, pulizia, servizio, cibo, assistenza. Il Maestro della casa visiti ogni giorno i suoi infermi, e si fermi alquanto con loro: segua la visita e le prescrizioni mediche, ma non faccia il medico; vigili sopra la diligenza dell'infermiere, ma lo lasci libero e gli dia fiducia; consoli il malato, ma non lo costituisca padrone. Se però il Maestro della Casa, per doveri gravi e urgenti, deve assentarsi da casa, lo faccia senza titubanza, preoccupazioni o timori; e lo sostituisca chi fa le sue veci. § III. - Le cure all'infermo siano prestate con decisione, sollecitudine ed amore grande: visite, consulti, radioscopie, medicine, interventi chirurgici, degenze, etc. Il giudizio sulle necessità, l'opportunità, il modo d'eseguire le singole cure non deve prendersi dal malato: questi amorevolmente si persuada a seguire il Medico e i Superiori; tale giudizio o decisione spetta al medico dell'Istituto o al medico curante e ai Superiori. § IV. - Gli infermi siano curati secondo le loro condizione. I fanciulli postulanti a spese della famiglia: i professi a spese della Congregazione. Siano divisi i professi dai non professi: i sacerdoti siano anche posti a parte. Tutti siano curati paternamente; ma per professi perpetui, specie se anziani, la gratitudine richiede particolare riguardo, e ai Sacerdoti particolare rispetto. § V. - Le cure sanitarie siano abbondanti, generose, delicate; ma ragionevoli, ordinate, e ordinarie, secondo richiede lo stato di povertà religiosa. Si aiutino gli infermi ad elevarsi in questo stato di spiritualità meritoria ed anche eroica. § VI. - Quanto è possibile, i nostri malati, i quali esercitano l'utilissimo apostolato della sofferenza, si curino in casa, nel caldo dell'affetto fraterno, e non fuori casa, dove possono incontrare pericoli notevoli. § VII. - Perciò ogni casa abbia la sua infermeria, sacra come un tempio; bene esposta, bene arieggiata, bene illuminata, comoda per cucina e servizi, costruita o adattata entro e fuori, per ambienti e cortile, appositamente, sapientemente, con immenso amore. Quanto è possibile nelle case maggiori l'infermeria sia dotata di lampade termogene, di sala operatoria, di servizio di Raggi X. § VIII. - A dirigere l'infermeria sia destinato un Sacerdote maturo, prudente, pio, di grande comprensione e sacrificio; abbia in aiuto un Discepolo patentato infermiere; e si affidi a lui, sotto il Superiore, la vigilanza della salute nella casa. L'infermiere180 consideri il suo apostolato, come un servizio a Gesù appassionato: la sua carità arrivi perciò dove deve arrivare, anche all'eroismo. L'infermiere sia oculato, pazientissimo, di bel tratto sempre, sia l'Angelo visibile dell'infermo; infatti molto la salute dell'infermo è nelle sue mani. Arrivi a tempo, provveda ai cibi adatti, dia l'impressione della continuità della sua presenza, anche se deve assentarsi. Curi moltissimo la pulizia dell'infermo, del letto, della camera, delle stoviglie e la sua persona, curi la temperatura, il cambiamento d'aria. L'Infermiere sia anche apostolo per il suo malato, lo elevi, lo sorregga; gli renda l'infermità meritoria con la sua fede e la sua pietà. § IX. - Attorno ai malati è preziosissima l'assistenza e il servizio delle Pie Discepole: il pio affetto, la retta intenzione, la coscienza di servire il Divin Maestro, le tutelano e le innalzano a dedizione e religione. Non si perda nulla di tempo. § X. - L'infermeria abbia il suo orario per l'ambulatorio quotidiano, per le visite agli infermi, per la disciplina dei malati, per le pratiche di pietà, per il cibo e il riposo. Roma, 23.VIII.'47 Art. 228. - 229. - La cura spirituale degli infermi. § I. - L'infermità fisica indebolisce le virtù e accresce i difetti; addensa il dubbio e abbassa la luce; diminuisce il coraggio e avvolge di angoscia; talora l'infermo piange per nonnulla e si commuove; anche la preghiera affatica e la compagnia annoia: il Superiore, sollecito per la salute corporale, sia immensamente più amorevole per alleviare e sollevare lo stato morale degli infermi. La sua visita, il suo sostare, il suo sorriso, la sua benedizione, la sua promessa di ritornare, qualche confidenza, fa animo. § II. - Ma il medico e la medicina dell'infermo è il Divin Maestro: veda il Superiore, e in caso lo suggerisca o lodi la diligenza, che il Direttore degli infermi chiami a visitarli il Confessore, onde possano agevolmente fare la confessione settimanale e anche più se lo richiedono. § III. - Per la S. Comunione: preghiamo il Direttore degli infermi ad assecondare i loro desideri, quando l'infermo è degente nell'infermeria o nella carnera propria. Passi prima a chiedere se desiderano la S.Comunione, e se la desiderano gliela porti volentieri o provveda con altri. È bene non attendere che l'infermo chieda di sua iniziativa, egli può non arrivarvi; gli si faccia perciò la domanda. Non usiamo, di regola, portare la Comunione in camerata, per casi individuali. § IV. - Per l'amministrazione della S. Comunione, si osservi devotamente il rituale, tenendo preparato il libro o il suo estratto. Nelle camere o nell'infermeria, dove entra Gesù per comunicarsi all'infermo: si ordini il letto del malato, ogni volta; si faccia pulizia in camera; si prepari un tavolino con lino bianco, corporale, estratto del rituale, due candele, acqua benedetta, acqua per abluzione e purificatoio. Le Pie Discepole avranno questa cura di pietà. § V. - L'infermo che giace da un mese, e non ha speranza di presto alzarsi, dietro il giudizio del confessore, può fare due volte la settimana la Comunione, anche se ha preso qualcosa per modo di bevanda. Se l'infermo può stare digiuno, stia, e gli si porti la Comunione possibilmente di buon mattino. Se non può, si interpreti il privilegio, largamente; se occorre, secondo i particolari casi, si chieda alla S. Sede una dispensa. § VI. - È molto bene che il Direttore degli infermi o l'Infermiere, o la Suora, aiutino l'infermo nel ringraziamento, anche se anziano e Sacerdote; il ringraziamento sia breve, direttivo, fervoroso; poi si lasci l'infermo solo. Albano, 24.VIII.'47 Art. 230. - 231. - L'assistenza dei moribondi. § I. - Il passaggio del religioso alla vita eterna sia reso festoso: nessuno però passi di vita senza penitenza, per non illudersi. La morte non ha l'ultima vittoria; essa è soddisfazione, espiazione, riparazione; ma anche natalizio, porta santa, chiave d'oro, consumazione del divino servizio. § II. - Il diritto dei supremi riti religiosi è proprio del Superiore, quale padre, maestro, guida delle sue anime a Dio. Questo diritto egli lo eserciti per i Sacerdoti e i professi perpetui. Per i professi temporanei e gli alunni lo lasci ai singoli Maestri. Visiti però l'infermo. § III. - Quando il male s'è fatto grave e la vita del religioso è in pericolo, il Maestro della casa ne avverta il suo infermo con parole di fede e di speranza ed ecciti il suo amore. Procuri quindi che si confessi. Non si attenda quando ogni speranza è svanita, ma si faccia questo quando il male è grave e pericoloso per la vita dell'infermo, e c'è ancora speranza di risanamento. § IV. - Si disponga quindi il fratello religioso a ricevere gli ultimi Sacramenti . Il Viatico si porti solennemente, con il maggiore accompagnamento di religiosi. Il Viatico lo amministra il Superiore. Prima di ricevere il Santo Viatico, il Religioso rinnova nelle mani del Superiore la sua professione religiosa. Dopo ricevuto il Santo Viatico, si amministra l'Olio Santo, alla presenza e tra le preghiere dei religiosi presenti. Il Superiore cambia stola e compie il pio rito consumativo. Sarebbe desiderabile, se il malato fosse in condizioni, vestirlo, indossargli la cotta e anche la stola se è Sacerdote: portare in camera fiori e anche segni di penitenza. § V. - Perdurando il pericolo grave del male è lecito e conveniente portare all'infermo, anche non digiuno, in giorni distinti, la Comunione, sotto forma di Viatico, in modo privato. In caso di vecchiaia avanzata e pericolosa anche senza malattie in atto, è lecito e conveniente, con bel rito, amministrare l'Olio Santo. § VI. - Il moribondo non sia abbandonato; ma in un secondo tempo, se il pericolo s'aggrava, si dia per lui la benedizione d'agonia in chiesa, gli si impartisca la benedizione papale, gli si recitino le orazioni dei moribondi, lo si aiuti con atti di pentimento e di amore, di umiltà e di fiducia, di fede e di speranza. Quanto è possibile, il Superiore torni sovente al capezzale del morente, gli rinnovi assoluzioni e benedizioni; sia presente al suo spirare e ne consegni l'anima a Dio, e lo segni col segno della croce. |
180 Il testo da questo punto fino al termine del paragrafo VIII si trova aggiunto a mano, nel dattiloscritto, in margine alla pagina. Anche se la grafia manuale è del Revisore, il contenuto e lo stile sembrano da attribuirsi allo stesso Giaccardo: forse è stato desunto da qualche altro suo scritto inedito. |
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