| Capitolo XXVIII
1. Nella Liturgia Latina e
Greca si recita il Simbolo; la sua recitazione nella Messa, stabilita prima
nella Chiesa Orientale, venne poi trasferita in quella Occidentale, come
risulta dal terzo Concilio di Toledo del 589, che letteralmente dice: "In
tutte le Chiese della Spagna o della Galizia, secondo la norma delle Chiese
Orientali, del Concilio di Costantinopoli, cioè di centocinquanta Vescovi, si
reciti il Simbolo della Fede, in modo che prima di dire l’Orazione Domenicale,
sia recitato a chiara voce dal popolo".56 Per cui, dal momento
che i Padri del Concilio di Toledo, stabilendo l’ordine di recitare il Simbolo
nella Messa, si sono riferiti al Rito Orientale, è lecito riconoscere che
questa disciplina, istituita per prima in Oriente, si era poi diffusa in
Occidente: come dicono il Cardinale Bona57 e il Giorgio.58 Ma,
continuando l’argomento, Amalario,59 dopo che, fondandosi sull’autorità
di San Paolino nella Lettera a Severo, riferì che nella Chiesa di Gerusalemme
solo al Venerdì Santo vigeva la consuetudine di esporre al popolo, da adorare, la
Croce dalla quale pendette Cristo, attribuisce a questa abitudine greca
l’adorazione della Croce, che nell’Ufficio del Venerdì Santo si fa tutt’oggi in
ogni Chiesa Latina. Il Trisagio Sanctus Deus, Sanctus Fortis, Sanctus
Immortalis, miserere nobis è una pia e frequentissima preghiera nella
Liturgia greca, come giustamente annota Goario nelle postille all’Eucologio
nella Messa di San Giovanni Crisostomo.60 L’origine di questa
invocazione si trae dal miracolo che a metà del secolo quinto accadde nella
città di Costantinopoli. Mentre l’imperatore Teodosio, il patriarca Proclo e
tutto il popolo pregavano Dio all’aperto, per essere liberati dalla prossima
sciagura che li sovrastava a causa del violento terremoto, si vide un fanciullo
che all’improvviso fu rapito in cielo; egli, poi, rimandato a terra riferì di
aver udito gli Angeli cantare il suddetto Trisagio: per cui - poiché tutto il
popolo per ordine del Patriarca Proclo cantava devotamente detto Trisagio - la
terra si calmò dal terribile terremoto da cui era scossa, come narra
Niceforo61 e correttamente prosegue il Sommo Pontefice Felice III nella
terza Epistola a Pietro Fullone, che si ha nella Collezione del
Labbe.62 Lo stesso Trisagio al Venerdì Santo si canta nella Chiesa
Occidentale in Greco e in Latino come puntualmente avverte il Cardinale
Bona.63 La benedizione dell’acqua alla vigilia dell’Epifania deriva dal
Rito della Chiesa Greca, come diffusamente dimostra Goario nell’Eucologio,
ovvero Rituale Greco; ora si fa questa funzione nello stesso giorno anche nella
Chiesa Greca di Roma, come è ricordato nella nostra citata Costituzione
57,64 e contemporaneamente si concede che i fedeli siano aspersi della
stessa acqua benedetta. Sul passaggio di questo Rito dalla Chiesa Orientale ad
alcune Chiese Occidentali si può vedere quello che raccolse l’erudito
Martene65 e ciò che si asserisce nella dissertazione di Padre
Sebastiano Paolo della Congregazione della Madre di Dio, stampata a Napoli nel
1719 e il cui titolo è De ritu Ecclesiae Neritinae exorcizandi aquam in
Epiphania, dove, fra l’altro66 opportunamente avverte i Vescovi,
nelle cui diocesi da gran tempo si introdussero Riti derivanti dalla Chiesa
Greca, che non si diano troppo da fare per eliminarli, affinché il popolo non
si agiti e perché non sembrino disapprovare il modo d’agire della Sede
Apostolica la quale, com’è stata al corrente di quei Riti, permise tuttavia di
conservarli e di frequentarli. Egli cita anche a p. 203 la lettera del
Cardinale Santoro del titolo di Santa Severina, del 1580, scritta a Fornario,
Vescovo di Neritino, su questo stesso argomento e sulla benedizione dell’acqua
per l’Epifania, che si fa in quella Diocesi. Del pari è Greco il Rito di
spogliare e lavare l’altare il Giovedì Santo. Di questo Rito si può trovare
traccia nel secolo quinto; di esso parla San Saba nel suo Typico, ossia
dell’ordine di recitare l’Ufficio Ecclesiastico per tutto l’anno. Egli, secondo
la testimonianza di Leone Allazio,67 morì nel 451. Se si potesse
affermare che l’Ordine Romano edito da Ittorpio fu composto per disposizione
del Pontefice San Gelasio, il Rito di lavare gli altari il Giovedì Santo
sarebbe quasi coevo nella Chiesa Latina alla consuetudine dei Greci, dacché il
Papa San Gelasio morì nel 496. Ma essendo incerto se l’Ordine Romano pubblicato
da Ittorpio sia eminente per così grande antichità e poiché, dopo di lui, lo
spagnolo Sant’Isidoro fu il primo tra i Latini che parlò di questo Rito, e lo
stesso Sant’Isidoro morì nel 636, è lecito che questo Rito dell’Oriente sia
venuto in Occidente. Fino ai nostri tempi esso è osservato in alcune Chiese
Latine, con l’approvazione dei Romani Pontefici, e nella Basilica Vaticana ogni
anno si compie con grande solennità. Il Suarez, Vescovo di Vasione e Vicario
della stessa Basilica, e Giovanni Crisostomo Battello, Arcivescovo di Amaseno,
che era elencato tra i beneficiati minori di quella Basilica, pubblicarono due
sofisticatissime dissertazioni, nelle quali illustrarono il Rito predetto.
Stando così le cose, dagli esempi e dai fatti si evince chiaramente ciò che
poco prima abbiamo detto, cioè che la Sede Apostolica non tralasciò, tutte le
volte che lo trovò conforme a ragione, o di estendere a tutta la Chiesa Latina
Riti che appartenevano alla Chiesa Greca, o di permettere che alcuni Riti
importanti, che derivarono dalla Chiesa Greca, in alcune Chiese Latine fossero
osservati.
|