| Capitolo XXIX
1. Già poco prima parlammo
del Trisagio, del modo meraviglioso con cui il suo canto fu introdotto nelle
Sacre Liturgie della Chiesa Greca. Avendo tuttavia Pietro Fullo soprannominato
Gnafeo, fautore dell’eresia degli Apollinaristi che si chiamano Teopasciti,
osato aggiungere al Trisagio queste parole "Che fu crocifisso per noi",
come ampiamente ricorda Teodoro Lettore68 ed avendo alcune Chiese
Orientali, soprattutto Siriache e Armene, per opera di certo Giacomo Siro,
secondo la testimonianza di Niceforo69 accolto questa aggiunta; i
Romani Pontefici, con quella vigile cura e sollecitudine che in casi simili
furono soliti avere, non tralasciarono di opporsi al nascente errore e di
interdire l’aggiunta fatta al Trisagio, respingendo l’interpretazione per la
quale, riferendosi il Trisagio alla sola persona del Figlio, non alle tre
Divine persone, si provvedeva a che fosse eliminato qualsiasi sospetto di
eresia, sia perché restava sempre il pericolo di aderire al dogma eretico, sia
perché la presunzione della mente umana non poteva riferire al solo Cristo
l’inno cantato dagli Angeli in onore della Santissima Trinità. Il Lupo
giustamente - dopo che aveva riferito che da Felice III e dal Concilio Romano
era stata condannata l’aggiunta fatta al Trisagio - così dice: "L’inno
cantato dagli Angeli sempre Santi alla sola Divina Trinità, affidato alla
Chiesa da Dio stesso e dagli stessi Santi Angeli attraverso il sullodato
fanciullo, confermato dall’allontanamento delle sciagure incombenti sulla Regia
Città e inteso nel medesimo senso e ragione da tutto il Sinodo Calcedonese (parla
sia dei Vescovi adunati nel predetto Concilio, sia degli altri contrari
all’aggiunta fatta al Trisagio), tutto ciò attesta costantemente che per
umana presunzione non poteva riferirsi al solo Cristo".70 San
Gregorio VII, con lo stesso zelo religioso, riprovò quell’aggiunta nella sua
prima lettera del libro 8 scritta all’Arcivescovo, ossia al Patriarca degli
Armeni. Lo stesso sostenne Gregorio XIII in alcune sue lettere scritte in forma
di Breve al Patriarca dei Maroniti il 14 febbraio 1577. Il 30 gennaio 1635,
essendo poi stata sottoposta all’esame della Congregazione di Propaganda Fide
la Liturgia degli Armeni, ed essendo stato, fra l’altro, oggetto di più
accurata discussione se l’aggiunta fatta al Trisagio poteva essere tollerata,
per il motivo che sembrava potesse essere riferita alla sola persona del
Figlio, fu risposto che ciò non si doveva permettere e che l’aggiunta doveva
essere assolutamente eliminata. Il Sommo Pontefice Gelasio, nella sua lettera
nona ai Vescovi della Lucania, cap. 26, riprovò la cattiva consuetudine, già
entrata, secondo la quale le donne servivano la Messa al Sacerdote celebrante;
ed essendo passato lo stesso abuso ai Greci, Innocenzo IV nella lettera che
scrisse al Vescovo di Tuscolo lo condannò severamente: "Le donne non
osino servire all’altare, ma siano inesorabilmente allontanate da questo
ministero". Con le stesse parole viene proibito da Noi nella nostra
Costituzione citata più volte Etsi Pastoralis.71 Il Giovedì
Santo, a venerare il ricordo dell’Ultima Cena, si fa una funzione sacra nella
quale si consacra il pane che si conserva per un anno intero perché con esso
vengano ristorati i candidati alla morte, che chiedono per sé la Sacra
Comunione in forma di Viatico, e talora al pane consacrato si aggiunge una
piccola parte di vino consacrato. Siffatto Rito è descritto da Leone
Allazio.72 Il Sommo Pontefice Innocenzo IV, nella citata lettera al
Vescovo di Tuscolo, interdisse tale Rito ai Greci con queste parole: "Non
conservino l’Eucaristia consacrata il Giovedì Santo per un anno col pretesto
degli infermi per comunicare con essa se stessi" e aggiunse che
avrebbero sempre l’Eucaristia preparata per gli infermi, ma da rinnovare ogni
quindici giorni. Arcudio73 non tralasciò di indicare le assurdità che
derivavano da quel Rito, supplicando i Romani Pontefici perché lo abrogassero
definitivamente. Decise questo Clemente VIII nella sua Istruzione e anche Noi
ci prestammo nella nostra Costituzione Etsi Pastoralis.74 Nel
Concilio di Zamoscia, esaminato da due Congregazioni, cioè del Concilio e di
Propaganda Fide75 si legge che se in qualche luogo vige ancora il Rito
di consacrare l’Eucaristia il Giovedì Santo e di bagnarla con qualche goccia di
Sangue e di conservarla per gli infermi per un anno intero, in seguito non lo
si faccia più; ma i Parroci conservino l’Eucaristia per gli infermi,
rinnovandola ogni otto o quindici giorni. La stessa via percorsero i Padri del
Concilio Libanese, da Noi approvati.76 Da questi esempi viene provato
che la Sede Apostolica mai trascurò di proibire ai Greci alcuni Riti -
quantunque da molto tempo durassero presso di loro - tutte le volte che essi
erano perniciosi e cattivi.
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