| Capitolo XLVII
1. Resta da parlare
dell’ultimo quesito, cioè del digiuno. I Siri e gli Armeni cattolici, secondo
il loro Rito, in tempo di digiuno si astengono dal mangiar pesci: ma vedendo
che i Latini li mangiano ed è impossibile o almeno difficilissimo che si
possano astenere dai pesci, che vedono i Latini mangiare, perciò si propone
come conforme a ragione che si dia ai Missionari la facoltà di dispensare: ma
prudentemente, ed escluso ogni scandalo, e surrogando con qualche buona azione
l’astinenza dai pesci. Questa sarebbe un’occasione adattissima per discutere
della vetustà del digiuno presso gli Orientali e della sua legge, sia pure più
severa, tuttavia sempre osservata: ma per non diffonderci più del necessario
diciamo solo che la Sede Apostolica si oppose ai Patriarchi tutte le volte in
cui vollero attenuare l’antico rigore del digiuno prescritto ai propri sudditi.
Pietro, Patriarca dei Maroniti, concesse agli Arcivescovi e Vescovi a lui
soggetti di nutrirsi di carne come i Laici, quantunque secondo l’antica
disciplina si astenessero dalle carni; e permise a tutto il popolo, in tempo di
Quaresima, di mangiar pesci e bere vino, quantunque ciò fosse ad essi proibito.
Ma il Papa Paolo V, spedendo una lettera in forma di Breve al Patriarca
successore di Pietro il 9 marzo 1610, comandò che, abrogato ciò che Pietro
aveva concesso, le cose venissero rimesse nella primitiva condizione. Durante
il nostro Pontificato furono chiamate all’esame l’eccessiva facilità e
indulgenza di Eutimio, Arcivescovo di Tiro e Sidone, e di Cirillo, Patriarca
Antiocheno presso i Greci Melchiti; e furono disapprovate, come appare dalla
nostra Costituzione Demandatam:121 "Noi, con la
nostra autorità, espressamente revochiamo l’innovazione e l’attenuazione delle astinenze,
giudicando che si dimostrano di eccessivo detrimento all’antica disciplina
delle Chiese Greche, quantunque altrove, venendo meno l’autorità della Sede
Apostolica, vengano ritenute di nessuna importanza, e comandiamo che non
abbiano alcun effetto in futuro e che ad esse non si dia esecuzione, ma in
tutto il territorio del Patriarcato Antiocheno sia conservata la lodevole
consuetudine derivata dagli antenati di astenersi ogni Mercoledì e venerdì
dell’anno dal consumare pesce, come viene scrupolosamente osservato anche dagli
altri popoli confinanti, dello stesso Rito Greco". È assurdo asserire
che si deve dare la dispensa o piuttosto una facoltà generale di dispensare
perché gli Orientali, vedendo che i Latini si nutrono di pesci in tempo di
digiuno, siano spinti facilmente non per un certo disprezzo, ma vinti
dall’umana fragilità, a mangiare pesce in giorno di digiuno. Con questo
argomento, se valesse qualcosa, prima di tutto nascerebbe una gran confusione
di Riti; poi a seguire questa linea, ne conseguirebbe che i Latini vedendo i
Greci vivere con particolari istituzioni, che non sono permesse ai Latini (sono
anzi proibite) potrebbero chiedere la dispensa, perché fosse lecito a loro fare
quello che vedono fare i Greci, dichiarando che essi riconoscono il Rito
Latino, ma per la fragilità della natura non lo possono più a lungo praticare.
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