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1. In quarto luogo, infine,
quando nella Congregazione che ha affrontato la correzione dell’Eucologio, nel
giorno 5 settembre 1745 fu proposta la questione se si dovesse abolire o
emendare il Rito dell’Introito Maggiore, del quale abbiamo parlato fino ad ora,
dopo l’esame e la discussione di tutti gli argomenti, si decise finalmente che
non si dovesse introdurre innovazione alcuna, e questa deliberazione fu subito
confermata dalla Nostra approvazione. Né certo diversa fu la sentenza delle
Congregazioni che sotto Urbano VIII esaminarono questa stessa questione.
Incontrò favore tuttavia un parere suggerito con prudenza : invitare i Vescovi
e coloro che hanno cura d’anime (e dei quali questa è la riflessione) di non smettere
d’insegnare al popolo impreparato che mentre con Rito solenne sono trasferiti
dalla Prothesis all’Altar Maggiore i sacri doni non ancora consacrati,
in nessun modo esistono sotto le loro specie il Corpo e il Sangue di Nostro
Signore Gesù Cristo, in quanto essi saranno presenti dopo il compimento della
Consacrazione. Pertanto quegli atti esteriori, che vengono compiuti in segno di
venerazione verso i predetti doni non ancora consacrati, non sono ispirati dal
motivo di prestare il culto di latria dovuto al solo Dio, ma si manifestano
sotto forma di culto esteriore, il cui oggetto è la futura transustanziazione
degli stessi doni nel Corpo e nel Sangue del Signore. Un metodo non dissimile
adottarono i Padri del Concilio Tridentino quando si discusse sulla venerazione
e sul culto delle Sacre Immagini; si decise appunto che, immutata restando in
argomento l’antica disciplina della Chiesa, fosse compito dei Vescovi e di
coloro cui è demendato l’incarico dell’insegnamento di informare il popolo
cristiano circa le regole da praticare e da rispettare in relazione a tale
culto, come si può desumere dal predetto Concilio (sess. 25, Decretum de invocatione et
veneratione et reliquiis Sanctorum et Sacris Imaginibus).
2. Per quanto riguarda più da
vicino la nostra questione, Goario, nel passo più sopra citato, diede un parere
analogo, cioè che non si doveva affatto abrogare il Rito dell’Introito
Maggiore, ma, allo scopo di istruire il popolo con opportuni avvertimenti,
"bisogna coltivare la fede di quel rustico popolo; non lasciare che si
spenga la sua devozione o che sia represso il suo culto esteriore".
Similmente Padre Filippo di Carboneano (In: Appendice ad Tract. P.
Antoine, De Eucharistia, § 3) così conclude: "Nulla vi è da rimproverare
in ciò, ma resta solo il dovere di istruire quella gente incolta perché non
veneri quei doni come Corpo e Sangue di Cristo". Se terrete tale
condotta, Venerabili Fratelli, diletti Figli (e confidiamo che appunto così vi
comporterete) allontanerete da voi l’accusa che Arcudio (De concordia,
lib. 3, cap. 19) rivolge ai Vescovi Greci del suo tempo, dicendo che il popolo
allora si trovava immerso nella più totale ignoranza, ma che i Vescovi potevano
facilmente, con appropriati insegnamenti, portare rimedio alla sua cecità,
salvo che per rispetto umano non si fossero astenuti dall’adempiere un simile
impegno: "Potrebbero, e dovrebbero, i Vescovi di Grecia, ammonire con
zelo il popolo per trarne assieme grande profitto; ma poiché anch’essi sono
afflitti dallo stesso morbo e cadono nello stesso errore per ignoranza, come se
nessuno scorgesse la verità, i pochi temono i più, temono di perdere la gloria
terrena e gli umani favori; temono che il loro nome sia disprezzato dal volgo
come quello degli eretici; perciò essi, almeno nell’atteggiamento esterno,
imitano egregiamente l’altrui errore e con rigoroso silenzio trascurano tutto e
dissimulano; così i ciechi guidano i ciechi, e tutti finiscono per cadere in una
fossa".
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