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Benedictus PP. XIV
Ex quo primum

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  • Capitolo XII
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Capitolo XII

1. Ma qualunque sia lo svolgimento di questo controverso capitolo di erudizione ecclesiastica, a Noi basta poter affermare che la citazione del Romano Pontefice durante la Messa e le preghiere recitate per lui nel corso del Sacrificio vanno ritenute, e sono, un esplicito segno col quale il Pontefice viene riconosciuto Capo della Chiesa, Vicario di Cristo, Successore di San Pietro, e si fa professione di cuore e di volontà saldamente ancorata all’unità Cattolica. Ciò esattamente avverte Cristiano Lupo, scrivendo nella sua opera sui Concilii (tomo 4, edizione di Bruxelles, p. 422): "Questa citazione è la massima e più ragguardevole immagine della comunione".

2. Né questo si prova soltanto con l’autorità di Ivo Flaviniacense che scrive: "Sappia che è separato dalla comunione di tutto il mondo chiunque, per qualsiasi dissenso, non avrà letto nel Canone il nome dell’Apostolico" (Chronico, p. 228), o con l’autorità del famoso Alcuino che così si esprime: "È noto che sono separati dalla comunione di tutto il mondo, come insegna il Beato Pelagio, coloro che per qualsiasi dissenso non ripetono, durante la celebrazione dei Sacri Misteri, secondo la consuetudine, il nome dell’Apostolico Pontefice" (libro I del De Divinis Officiis, cap. 12).

3. Con più severo giudizio Pelagio II, che nel sesto secolo della Chiesa diresse la Cattedra Apostolica, nelle sue lettere riportate nella Collezione Labbeana dei Concilii (tomo 5, colonna 794 e segg, colonna 810), così scrisse a proposito di questa materia: "La vostra separazione dalla Chiesa, che non posso tollerare, mi sconcerta. Infatti, il Santissimo Agostino, memore della volontà del Signore che pose la base della Chiesa nella Sede Apostolica, afferma che è scismatico chiunque si dissocia dalla comunione e dall’autorità dei Presuli delle Sedi stesse e dichiara apertamente che non c’è altra Chiesa se non quella che è consolidata nelle radici pontificali delle Sedi Apostoliche. In questo modo, come potete credere che non siete separati dalla comunione di tutto il mondo se tacete il mio nome, secondo la consuetudine, durante la celebrazione dei Sacri Misteri? Nel mio nome, quantunque indegno, risiede la forza della Sede Apostolica, che attraverso la successione episcopale è giunta fino al tempo presente". Di questa lettera di Pelagio si servì anche il grande Arcivescovo di Lione, Sant’Agobardo, nel suo trattato De comparatione utriusque regiminis, che si trova stampato nella Magna Bibliotheca Patrum (edita a Lione, tomo 14, p. 315, n. 21). Essa fu ristampata da Baluzio fra altre Opere dello stesso Santo (tomo 2, p. 49).




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