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1. In tale occasione si
procede con rito solenne attraverso la Chiesa, mentre il Diacono reca sopra il
capo la sacra Pisside in cui è contenuto il Sacramento sotto le specie del
Pane, e il Sacerdote regge con le mani il Calice con vino misto ad acqua, non
ancora consacrato ma soltanto benedetto. E poiché non sempre il Sacerdote
celebra la Messa con l’assistenza del Diacono, se celebra da solo, egli stesso
con la mano sinistra porta la Pisside sopra il capo mentre con la destra
sostiene il Calice; e così procede dall’Altare Minore all’Altare Maggiore, come
attesta Arcudio nell’Opera citata (lib. 3, cap. 58): "I Greci, nelle
Presantificate Liturgie, prima di cominciare il Rito, sono soliti riporre il
Sacramento contenuto nella Patena sopra un piccolo Altare di presentazione e
versano il vino nel Calice senza alcuna preghiera. Di poi, a metà della funzione
sacra, il Sacerdote, se celebra da solo, solleva la Patena sul capo, prende il
Calice con la mano destra e si trasferisce all’Altare Maggiore. Se poi il
Sacerdote celebra quel rito con l’assistenza di un Diacono, allora suole
affidare la Patena con il Sacramento al Diacono, e questi la riceve
innalzandola sul capo. Egli stesso poi, portando con sé il Calice, esce e segue
il Diacono".
2. Allora poi la folla dei
fedeli non tralascia di piegare le ginocchia, di battersi il petto e, con altri
appropriati gesti, di adorare il Pane consacrato, trasportato indifferentemente
dal Sacerdote o dal Diacono, come abbiamo detto sopra. In proposito ci si
domanda come mai il popolo presti simile venerazione durante la funzione dell’Introito
Maggiore, quando si portano per la Chiesa, nel rito della Supplica, il pane e
il vino non ancora consacrati, ma che verranno consacrati in seguito. Questo è
il problema che ha sollevato difficoltà contro l’Introito Maggiore.
3. Nicola Cabasilas (In
expositione Liturgiae, cap. 24) così scrisse: "Se vi sono taluni
che si prosternano al suolo quando il Sacerdote entra con i doni, e adorano e
invocano tali doni come fossero il Corpo e il Sangue di Cristo, ebbene costoro
sono tratti in inganno dall’ingresso dei doni Presantificati, ignorando la
differenza di questo e di quel Sacrificio. Il primo, infatti, nel momento
dell’Entrata, reca doni non ancora santificati e perfetti; il secondo invece li
reca perfetti e santificati, in quanto Corpo e Sangue di Cristo".
4. Dopo di lui, Arcudio così
prosegue nella stessa opera citata (lib. 3, cap. 19): "Pertanto il
popolo, ignorando la distinzione tra l’una e l’altra Liturgia, si comporta allo
stesso modo sia nel Rito ordinario, sia in quello Presantificato. Perciò erra
gravemente, poiché nella Presantificazione il Sacerdote reca nella Patena il
vero Corpo di Cristo e giustamente il popolo si prosterna a terra in atto di
adorazione; negli altri Sacrifici, quando si fa questa offerta prima della
consacrazione, occorre che si comporti in modo molto differente".
5. Lo stesso Arcudio, nei
successivi capitoli del medesimo libro, smentisce Gabriele, Arcivescovo di
Filadelfia, che diffusamente aveva scritto per difendere un Rito siffatto.
Invece Goario, nel passo sopra citato, ritenne necessario, a difesa di quel
Rito, proporre alcuni opportuni argomenti. Nella più recente edizione
dell’opera intitolata Perpetuitas Fidei Catholicae de Sacramento
Eucharistiae, adversus Claudium vindicata (p. 68), si legge che i Greci
sono ben lontani dal non adorare il Sacramento dell’Eucaristia, ma desiderano
piuttosto mostrare che intendono purificarsi, in modo di non andare oltre i
limiti del giusto; né si comportano nei confronti del pane e del vino non
ancora consacrati con gli stessi atti di adorazione con i quali li venerano
dopo la consacrazione. Il Padre Le Brun non esitò ad affermare che il Rito è di
tale natura da meritare di essere in qualche modo riformato. Tournefort (tomo
2, p. 411 e ss.) quando riferisce di aver visto coi propri occhi che gli Armeni
seguivano questo stesso rituale, ne parla con una certa indignazione. Chardon,
citato più sopra, riferisce in proposito gli scritti di Tournefort e di Padre
Le Brun, ma lascia impregiudicato il nodo della questione. Pertanto i Padri del
Concilio di Zamoscia (tenuto nell’anno 1720, nel decreto De celebratione
Missarum, § 4), non dubitarono di vietare che ci si genufletta o si chini
il capo mentre il pane e il vino, non ancora consacrati, vengono trasferiti da
un piccolo Altare ad uno maggiore. "Il Sinodo proibisce di
genuflettersi o di piegare il capo, mentre il pane del Sacrificio è trasferito
dal minore all’Altare maggiore per la Consacrazione nel momento
dell’Offertorio; ordina ai parroci di comunicare al popolo tale precetto,
affinché non sia esposto al pericolo dell’idolatria". Forse i Padri
ebbero davanti agli occhi ciò che viene riportato nel Sacro Testo dei Re
(lib. 4, cap. 18) a proposito del Re di Giuda, Ezechia, che ruppe un serpente
di bronzo fuso da Mosè poiché i figli d’Israele fino a quel giorno avevano
bruciato incenso in suo onore.
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