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Rodolfo Palieri
La Fede vince la sfiducia

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E’ l’ultimo pellegrinaggio d’ottobre. Chiove a zuffunno da tre giorni. Il cielo ha cominciato a scaricare sulla terra fiumi di lacrime gelide quando i “Treni bianchi” dell’UNITALSI romana-laziale, carichi di sofferenza e speranza,  sono entrati in Toscana. La pioggia battente ci ha inseguito lungo la costa azzurra italiana e francese fino a Marsiglia e poi a Tolosa, a Tarbes, ove la tramontana che spira fra le gelide gole dei Pirenei ha trasformato l’acqua in neve. Le cime della cornice montuosa di Lourdes sono imbiancate. Mentre la pioggia dilava pini, abeti, platani ed ippocastani e filtra nella Grotta, ai piedi della Vergine, il Nord-Italia subisce la più grande alluvione dopo quella del ’51, (la tremenda valanga d’acqua che, descritta da Guareschi, ispirò un film della serie “Peppone e Don Camillo”).

E’ solo il 15 ottobre e l’aria pungente mi fa pensare al gran freddo che l’11 febbraio del 1858 spinse la piccola Bernadette Soubirus a raccogliere legna nel mondezzaio di Massabielle, rovistando tra i rifiuti prediletti dai maiali. Allora tutta la sua famiglia, con le angustie e le ansie seguite all’umiliante sfratto dal Mulino, viveva nell’unica stanza dell’ex carcere, le Cachot.

  

Il 17 ottobre il cielo è ancora plumbeo, ma finalmente cessa di piovere. Le foglie secche dei platani, trasognato ricordo del fulgore estivo, sono spiaccicate sull’asfalto, mani imploranti un’impossibile salvezza. Ormai staccate dalle fradice braccia degli alberi finiscono sotto i piedi dei pellegrini. La preghiera rivolta al cielo dalle scheletrite cime dei rami appare più vana in una Lourdes che vedo per la prima volta annegare in una tristezza profonda.

 

Lascio alle spalle l’Esplanade e, nella deserta ora del pranzo, raggiungo la Grotta, solitaria e silenziosa. Pochi ceri ancora accesi. Un gruppo d’ignari contadini del Midì francese attraversa vociando quel luogo ove tutti i credenti del Mondo s’impongono un silenzio reverenziale.

“Ma dov’è ‘sta grotta?” dice un contadino nello sguaiato dialetto dell’entroterra marsigliese, mentre, ridendo e fumando, passa inconsapevole dinanzi alla venerata Statua della Madonna, ora ignorata. Mi riconfermo nell’idea che la forma è sostanza. Occorre tanta concentrazione per creare un’atmosfera spirituale, ma basta poco per distruggerla. “Perché i  severissimi bracadiers francesi, ammalati di formalismo, non fanno - mi dico - un piccolo turno di guardia alla Grotta, nell’ora del pranzo?” Almeno per far capire ai pellegrini loro conterranei dove si trovano?

 

La tramontana spazza via le foglie già asciutte e disperde, con le nubi, il ricordo dei pellegrinaggi giubilari, intensamente vissuti da tanti credenti. Il 19 ottobre, ripartirà il nostro, l’ultimo della stagione, del secolo e del millennio, organizzato dalla Sezione Romana-laziale, guidata dal Presidente Enrico del Gallo e dall’Assistente spirituale, Don Gianni Toni, coadiuvati dai direttori dei quattro treni e dai capi barellieri coordinati da quell’istituzione unitalsiana che è ormai Maurizio Tassi. Lourdes resterà deserta fino al primo pellegrinaggio del 2001, data che segnerà l’inizio della nuova interminabile serie di treni bianchi del nuovo millennio. Se è vero che il male prolifica anche il bene non scherza.

 

Qui, come a Loreto, ho sempre avuto l’animo lieto di chi presta un servizio gradito a Dio. Ma sono lontani i tempi delle giacche bagnate di sudore, quando agilmente salivo sul malagevole predellino del treno con un fratello in braccio! La schiena fiaccata m’ha convinto ad accettare il ruolo del “Capo Albergo”, doveroso omaggio al “barelliere in disarmo”. E per la prima volta mia moglie, anni addietro ammirata dalle colleghe francesi per l’efficiente servizio alle piscine, non mi ha potuto accompagnare. Penso che il nostro tempo sta finendo ed allora è più forte il desiderio di avere vicino a me la mia amica e compagna. Perché l’ho lasciata sola? Sola come mia madre, che non mi riconosce e nell’abbracciarmi è guidata solo dall’istinto che trafigge le spesse nebbie della mente. Mi perdonerà il Signore per aver scelto Lourdes? Non credo. A volte proseguiamo entusiasticamente su una strada  che esclude la compassione per chi sta ai suoi margini. Come il sacerdote passato prima del Buon Samaritano accanto al fratello ferito. Era convinto, ottuso presbitero, di avere un incarico più importante. Forse mi salverà – raro atto di altruismo – l’aver dedicato questo Pellegrinaggio ad una persona cara malata?.

 

Anche gli altri anni, in ottobre, la natura annunciava il gelido inverno pirenaico ed a volte la Grotta era abbandonata. Diversi sono soltanto i miei occhi. Penso ai milioni di pellegrini, malati nel corpo o nello spirito, passati qui, alle loro speranze, al modo umanamente egocentrico col quale vivono la sventura e, poi, a quanti sono riusciti a ridare un senso alla loro vita grazie alla luce dello Spirito. Ma un colpo di vento agita i rami che sembrano sollecitare, impazienti ed irosi, l’intervento liberatore di Dio. Inutile tentare di spiegare il dolore, che a volte sovrasta le nostre povere menti.

 

Quanti sofferenti hanno implorato Maria e sono giunti alla Grotta passando sotto questi alberi? Settantunomilaottocentoventisei, per 350.000 giornate di presenze, solo quelli dell’UNITALSI, riferisce con sorprendente precisione Emanuele Boero, Direttore della nostra organizzazione a Lourdes.

- E calcolando quelli di tutte le altre organizzazioni del mondo?

- Un milione di persone per cinque milioni di giornate!

Bene! Tanta, tanta gente che viene qui, a Fatima, a Loreto, a Medjugorje in Terra Santa a Santiago de Compostela, raggiunge i grandi santuari internazionali o i luoghi resi famosi dai grandi protagonisti della fede, da S. Francesco a S. Antonio a S. Rita; o si reca a vedere la Sindone, o rende omaggio a Padre Pio ed ai santi o beati che hanno fatto grande la Chiesa cattolica.

Eppoi la moltitudine di credenti che ogni giorno visita il Santissimo nelle più lontane chiese del Mondo, rivolge un pensiero all’Onnipotente nelle cappelle disperse fra i boschi o s’inginocchia dinanzi alle croci piantate in cima alle montagne. Dio benedica tutti costoro. E’ una moltitudine infinita di persone che rivela il crescente bisogno di Te, o Signore. Con la loro umile ricerca, a volte sofferta e non priva di cadute, ma instancabile, essi ti muoveranno a manifestarti più spesso. La nostra misera mente, che a volte orgogliosamente rifiuta ciò che non riesce a padroneggiare, ha un bisogno disperato della tua voce tonante. Non t’indignare per la maggioranza che segue falsi idoli, perdona quelli che vengono in pellegrinaggio e poi seguono il costume del tempo, abbi pietà di noi uomini, afflitti da un’ignoranza di Te che genera disperazione e presunzione. Noi desideriamo crescere nella Fede e, se non è possibile capire il senso del Mondo, almeno vorremmo poter vedere lucidamente qual è la strada da percorrere. Poiché l’inganno più sporco di Satana è quello di creare il dubbio sulla “opportunità” e ragionevolezza di condurre una vita retta.

 

Scelta la via, fa che non inganniamo noi stessi. Fa che non cadiamo nel peccato nascondendo narcisistici interessi dietro obiettivi falsamente “buoni”. E’ un errore ricorrente in quanti, passando dall’indifferenza per la fede allo zelo religioso, lasciano riemergere sotto forme più insidiose il demone del successo. Insomma aiutaci ad onorare,   almeno nelle più intime intenzioni, i tuoi insegnamenti.

 

“Quando c’è la salute… c’è tutto”? Il Vescovo di Porto e S. Rufina, Antonio Buoncristiani cita questo adagio per contestarlo: “Non è vero: quando c’è la fede c’è tutto! La salute prima o poi finisce, mentre la fede ti può dare serenità anche quando stai male ed offri la tua sofferenza al Signore”.

Mentre torno di nuovo verso l’Esplanade nel cielo ormai terzo si rincorrono le ultime esili nubi. L’aria, addolcita da un sole improvvisamente caldo, apre il cuore alla speranza. Ricordo un’altra sollecitazione del Vescovo, lanciata al termine della S. Messa nella Chiesa di S. Bernadette: “ora prendete il Corpo di Cristo, Lui sarà radicato in voi e voi dovrete essere Cristo nel mondo”.

Messaggio forte, in un certo senso preoccupante. Straordinariamente ambizioso per chi avesse l’illusione di prenderlo alla lettera. Ma capace di dare un alto significato alla nostra vita e di imprimerci l’umiltà necessaria per avviarci al cristianesimo vissuto.

Essere investiti del compito di rappresentare Cristo fra gli uomini! Quale  straordinario messaggio! Con l’obbligo di chiederci, nelle difficoltà mondane, “ora Lui cosa farebbe al mio posto?” E quindi lottare per non eludere la risposta che sale dalla coscienza! Anche se volessimo emulare una piccola parte delle doti di Gesù non riusciremmo a seguirne le orme per un lungo tratto.

Irrompono altre parole del Vescovo: “credere significa fidarsi di Dio. Significa essere certi che la Sua Parola viene prima di qualsiasi altra sicurezza umana... dobbiamo lottare contro l’incredulità e il dubbio e leggere gli avvenimenti della vita come segni di Dio”. Si, quante volte l’accettazione di amare contrarietà è stata ripagata da Lui con generosità? E quante volte taluni inevitabili dolori, legati all’esistenza umana, ci hanno aiutato a capire ed a crescere? I più robusti progressi li abbiamo compiuti nelle difficoltà, mentre le crisi peggiori sono nate sull’onda del successo. Quali rozzi marinai abbiamo affinato le virtù e temperato il carattere nella bufera, derogando però da ogni regola dopo l’approdo sicuro.

Infine anche lavarsi la coscienza pubblicamente crea le premesse per riprendere il cammino. Se tornerò a Lourdes nell’ottobre del 2001 lo farò insieme a mia moglie ed alla persona cui ho dedicato il Pellegrinaggio. Ma chiederò di essere destinato  al servizio dei malati più gravi. Perché il solo modo per dare ormai un senso al mio peregrinare è di alleviare la sofferenza. L’altro, ricorda il Vescovo Buoncristiani, è di fare di tutta la vita un Pellegrinaggio evitando, una volta a casa, di tornare più cattivi di prima.

 

Rodolfo Palieri

 

 





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