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| Simonetta Delle Donne Croce di Cristo e Croce dell'uomo IntraText CT - Lettura del testo |
nella croce è la difesa dal nemico;
nella croce è il dono soprannaturale delle dolcezze del cielo;
nella croce sta la forza della mente e la letizia dello spirito;
nella croce si assommano le virtù e si fa perfetta la santità.
Soltanto nella croce si ha la salvezza dell’anima e la speranza della vita eterna.
……..
E perché mai tu vai cercando una via diversa da questa via maestra,
che è quella della santa croce ?
Tutta la vita di Cristo fu croce e martirio e tu cerchi per te riposo e gioia ?
……..
Ché, se ci fosse qualcosa di meglio e di più utile per la salvezza degli uomini,
Cristo ce lo avrebbe certamente indicato, con la parola e con l’esempio.
(da “L’imitazione di Cristo”, libro II, cap.XII)
Vivere alle soglie di un nuovo millennio, quando anche un papa sente la necessità di scrivere libri ed incidere musicassette per rinvigorire la speranza dei suoi fedeli, vuol dire senz’altro vivere un momento storico importante che riporta la riflessione della Chiesa sui temi fondamentali e fondanti la fede cristiana: ciò comporta innanzitutto una naturale riflessione sul dolore dell’uomo alla luce del progetto di salvezza di Dio, cioè il tema della sequela di Cristo sulla via della croce.
La Bibbia fa discendere ogni male dal peccato dell’uomo superbo che voleva essere dio per se stesso, cioè autosufficiente e indifferente all’offerta di amore divino. E’ dimostrato dall’esegesi biblica degli ultimi cinquant’anni che il racconto della Genesi del peccato originale non è altri che la descrizione simbolica del peccato umano in genere, specialmente del peccato di idolatria (cioè l’ateismo e la secolarizzazione), così il Pentateuco cerca di dare significato al dolore e alla morte.
La categoria del dolore accomuna tutti gli uomini di tutte le epoche in tutto il mondo: la storia dell’uomo con tutto il suo carico di lacrime è nelle mani di un Dio solidale, del fato o di un destino crudele ? È Dio che ha abbandonato l’uomo sulla croce o è l’uomo che ha abbandonato Dio sulla Sua Croce?
Secondo alcuni Dio non può essere insieme buono e onnipotente, perché di fronte al male imperversante Egli o può sopprimerlo, ma non vuole o vuole sopprimerlo, ma non può. Visto che sembra impossibile mettere in discussione la bontà di Dio, non resta che negarne o limitarne l’onnipotenza.
Gli atei pensano che l’unico alibi di Dio sia il non esistere: il male deriva per loro dal caso e dalla sfortuna, come il bene dal caso e dalla fortuna: così l’ateismo tragico arriva a sopprimere Dio di fronte alla sofferenza e alle domande che questa suscita.
Anche per molti credenti, il male è un mistero insolubile che accettano, però, con fede cieca nella giustizia e bontà di Dio, pur soffrendo la tentazione di perdere la fede quando le croci quotidiane prevalgono oppure il dolore e la morte irrompono stravolgendo gli affetti più cari.
In questo mondo scoraggiato che attende un nuovo Salvatore per dare un senso alla vita dell’uomo, Gesù, è la risposta congrua e soddisfacente, Colui che tutti aspettano; ma come ha disatteso le speranze dei suoi contemporanei presentando un’immagine purificata dagli interessi, politici, economici e religiosi, così delude anche oggi chi cerca il successo evitando la croce.
Di fronte all’immagine più rasserenante di altri dei (es. Buddha), la crocifissione sconcerta per la sua brutalità, ma colpisce oggi come ieri anche l’interpretazione che Cristo fa della sua morte come strumento di salvezza (Gv 15,13). Per gli Ebrei la Croce di Cristo fu motivo di grande scandalo, infatti, Essi rifiutavano e rifiutano tuttora questo messia così poco credibile, amante dei poveri e dei peccatori, che invece di cambiare la condizione umana ha abbandonato apparentemente l’uomo nella sua miseria primigenia.
Gesù annuncia il suo sacrificio prima dell'entrata trionfale a Gerusalemme, qualificandosi come offerta redentrice: “Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45; Mt 20,28).
La critica costante sulla singolarità di Gesù sottolinea l’assurdità di un uomo situato nel tempo e nello spazio, che pretende di essere la manifestazione di Dio, il Salvatore, il punto di riferimento di tutta l’esistenza e della storia universale.
Dopo la povertà di Betlemme e la vita semplice di Nazaret, dopo aver calcato le strade senza “una pietra su cui posare il capo”, dopo l’ingresso trionfale a Gerusalemme cavalcando un asino, come la gente semplice, alla fine perde tutto: tradito, abbandonato, spogliato delle vesti e inchiodato su una croce, alla cui sommità il titolo di re scritto su una tavola era solo canzonatorio1. Gesù é povero fin nelle fibre più profonde del suo essere, così può sentirsi davvero fratello di tutti gli infelici e di tutti gli uomini privati di ogni diritto in ogni tempo e in ogni luogo e con loro gridare: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato ?” (Sal 22,1).
Ogni momento della vita di Cristo non può essere estrapolato e studiato a parte, ma solo alla luce di tutta la storia della salvezza, perché tutta la storia di Gesù riveste valore salvifico ed è orientata alla Croce e quindi non può essere compresa senza la Croce, come non si capisce la Croce senza il cammino che porta ad essa.
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Inizialmente, a causa delle persecuzioni, pani, pesci e l’immagine del buon pastore identificavano i primi cristiani, secondo i dipinti ritrovati nelle catacombe, più tardi, a dispetto dello scandalo provocato tra i contemporanei da Gesù inchiodato sulla croce, proprio questa divenne il simbolo per eccellenza della nuova fede religiosa, soprattutto a partire dal processo di inculturazione e cristianizzazione realizzato da Costantino.
Le varie interpretazioni teologiche che si avvicendano nei secoli condizionano le scelte artistiche, così alla solennità e vitalità di Gesù, che caratterizzano la prima iconografia sul crocifisso, si arriva ai modelli tedeschi del IX secolo, dove gli artisti ritraggono Cristo come l’uomo dei dolori, poi, successivamente come un qualsiasi uomo già morto, coi tratti e i colori cadaverici. Dal XV al XIX secolo, invece, se da un lato sotto l’influenza del radicalismo protestante le forme artistiche diventano estremamente stilizzate, dall’altro all’opposto alcuni artisti esprimono un gusto del particolare eccessivamente truculento2.
Forse perché la comunità cristiana ha dimenticato il valore comunicativo dell’arte o forse perché le mode influenzano anche il costume religioso, alcuni dei segni più sacri sono diventati semplici distintitivi: è successo anche per il crocifisso, che non riesce più a interrogare l’uomo e a consolarlo. Stranamente questo non accade per la Sacra Sindone, che può essere considerata l’icona contemporanea del crocifisso, in cui l’immagine impressa misteriosamente su un lenzuolo di lino, viene identificata dalla tradizione cattolica con quella di Cristo, vivo e morto insieme3.
La croce evoca, però, anche un gesto religioso, rituale e convenzionale insieme, commemorativo e dimostrativo allo stesso tempo, ricchissimo nonostante la sua brevità, che da ciò prende il nome: il segno di croce. Da duemila anni, come benedizione, i cristiani tracciano una croce sul proprio corpo, sulle persone care e sugli oggetti che amano, pronunciando una breve formula convenzionale, “Nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Amen”, con cui il cristiano proclama la veridicità dei tre misteri fondanti la religione cristiana (S.S.Trinità, incarnazione di Gesù e redenzione umana per mezzo suo) e da il suo assenso incondizionato.
Sin dai tempi di Sant’Afra nel 3044 così si evocava passione e morte di Cristo e contemporaneamente si proclamava l’appartenenza volontaria a una fede religiosa cui ci si consacrava: è, quindi, un vero e proprio marchio che, nel nome della S.S.Trinità, distingue e qualifica chi si incammina alla sequela di Gesù5. Fin dai tempi apostolici i cristiani tracciano una piccola croce sulla fronte, che nei tempi successivi si estende anche sul petto e sulle labbra, fino all’VIII secolo quando il segno di croce diventa unico ed ampio; nel X secolo, in Spagna si diffuse anche il rito del “casco di Cristo”, cioè il modo di segnarsi dei cavalieri soltanto sul capo, come a disegnare un elmo6.
Il tema della croce è assai presente anche nelle pagine dei mistici ed è il fondamento degli esorcismi, cioè quei comandi rivolti al demonio perché lasci libere le persone già salvate dal sangue dell’Agnello7.
La Chiesa Cattolica riconosce in questo gesto un simbolo di gloria acquistata col sangue, pertanto lo avvalora come mezzo potente per vincere le tentazioni quotidiane del Maligno. Recita il Catechismo della Chiesa Cattolica al n.1235: “Il segno della croce, all’inizio della celebrazione, esprime il sigillo di Cristo su colui che sta per appartenergli e significa la grazia della redenzione che Cristo ci ha acquistata per mezzo della sua croce.”8.
Leggendo la Bibbia si scopre che il termine croce aveva significati pregnanti in Palestina già prima di Gesù: presso gli Ebrei, infatti, veniva utilizzata come prescrizione rituale, ad esempio nel Libro dell’Esodo, in cui come segno di protezione doveva essere impressa sulle case col sangue dell’agnello pasquale (Es 12,7), poi ancora nell’episodio del serpente di bronzo di Mosé, prefigurazione del Cristo crocifisso e innalzato per attirare e guarire tutta l’umanità sofferente (Num 21, 4-9 e Gv 3,14-15), da ultimo, il tau (lettera t che nell’antica scrittura aveva la forma di una croce) impresso dall’uomo di Dio sulla fronte degli uomini (Ez.9,4), tema ripreso poi nell’Apocalisse in cui il sigillo contraddistingue gli eletti.
Quando la croce diventa strumento di morte, perde ogni accezione positiva eccetto quella punitiva. La morte in croce, infatti, al tempo di Gesù era considerata una morte ignominiosa, che veniva riservata agli schiavi (Fil. 2, 8 e Ebr 12, 2 e 13, 13) e, secondo il diritto romano, per punire i reati politici. Paolo, da cittadino romano ed ebreo osservante, fu più sconvolto degli altri discepoli per la morte infamante di Cristo (Gal 3, 14): egli pose le basi della teologia della croce, dopo aver compreso che proprio mediante la debolezza dell’uomo si manifesta la grandezza e la forza di Dio e che le Scritture avevano previsto la morte di un innocente in croce (1Cor 15, 3).
La Chiesa celebra la morte di Cristo il Venerdì Santo, all’interno del Triduo pasquale, che segna il culmine dell’Anno Liturgico. Non si tratta di un giorno di lutto, sebbene si celebri una teologia della croce ispirata all’apostolo Giovanni: l’umiliazione del legno su cui Cristo è morto è inscindibilmente connesso alla glorificazione della vittoria sulla morte grazie alla resurrezione del Figlio di Dio9.
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La prospettiva moderna della teologia mette proprio al centro il mistero salvifico di Cristo e costruisce una struttura di pensiero e di riflessione tipicamente cristologica e cristocentrica: così tutta la realtà viene pensata come un articolazione o un momento di Cristo, quindi giudicata da una prospettiva esclusivamente cristica10.
Chi si cimenta su un tema attinente la “Croce di Cristo”, il suo significato attuale e le conseguenze per l’umanità intera, non può che confrontarsi con le pagine di un importante volume e raccogliere le sfide che l’autore propone.
Pietra miliare nel panorama della cristologia europea degli ultimi decenni è, senz’ombra di dubbio, Il Dio crocifisso, opera di un illustre teologo di origine tedesca, Jürgen Moltmann11.
Sin dal tardo medioevo l’immedesimazione dei fedeli con la sofferenza di Cristo veniva interpretata come una garanzia di salvezza. E successivamente la pietà popolare, consacrando questa mistica della croce con celebrazioni (es. la via crucis) e canti (es. black spirituals), rivelava il volto di Dio povero e abbandonato nel Cristo Crocifisso, prendendo spunto dall’esperienza del dolore quotidiano degli emarginati.
La mistica della passione, strumentalizzata nei secoli dal potere politico e religioso, per garantire benefici e risorse finanziarie, ha alimentato spesso nelle fasce sociali più deboli la rassegnazione, la commiserazione e l’apatia.
Ma non ci può essere un dio dei ricchi, signore vincente, e un dio dei poveri, sconfitto e ucciso: occorre una rilettura dal basso, una «ripresentazione» della figura del Crocifisso, che porti ad accettare lo scandalo e le contraddizioni della croce, che liberi i singoli fedeli e la Chiesa tutta da ogni schiavitù, che infonda il coraggio di intraprendere una sequela attiva, anche in campo socio-politico. Infatti, solo contemplando Gesù sulla croce l’uomo scopre in fondo le proprie miserie e impara a diventare povero, cioè ad alienare (nel senso di impegnare) sé stesso a favore degli altri.
Il presente studio, incentrato sulla Croce di Cristo in relazione alla vita dell’uomo, con le sue croci, si inquadra in un contesto più ampio che è quello della cristologia contemporanea europea (specialmente italiana), dove per cristologia si intende la teologia relativa alla persona di Cristo Salvatore.
In particolare si cercherà di comprendere se i teologi negli ultimi decenni abbiano accolto o rifiutato la critica di Moltmann alla vecchia impostazione teologica, che giustificava da un lato l’oppressione dei governi, che si garantivano degli schiavi rassegnati, e dall’altro l’apatia e l’inerzia dei cristiani che veniva erroneamente considerata la vera attualizzazione della sequela del Cristo Crocifisso, dove ogni sconfitta era letta come mezzo sicuro per conseguire la salvezza. L’impostazione che Moltmann critica ha segnato e condizionato per secoli la vita della Chiesa, che spesso ha riconosciuto pregi e difetti, ha elevato a modelli o condannato, giudicando la santità esclusivamente con il metro del dolore sperimentato nella carne, mediante una sofferenza fisica e visibile, perché proprio questo tipo di dolore per molto tempo fu considerato il dolore maggiore provato da Gesù e quindi la via privilegiata per imitarlo e salvarsi.
Sin dall’inizio della storia della Chiesa i teologi hanno sviluppato varie cristologie. Dopo la crisi modernista, negli anni ’50 riprese la riflessione sul Gesù storico. In campo cattolico l’attenzione si spostò sulla sua psicologia, con Galtier che sosteneva la presenza in Cristo di due coscienze distinte, mentre Parente ne sosteneva l’unicità. Negli anni ’40 – ’50, alcuni Cattolici, tra cui Rahner e Welte, scrissero saggi importanti sul Gesù storico: poi, negli anni seguenti, ‘60-’70, Rahner giudicando incompiuta la riflessione cristologica tradizionale, diede l’avvio ad un vero e proprio processo di rinnovamento della cristologia. Successivamente Schoonenberg condusse ricerche importanti sulla concezione del Verbo, mentre Küng approfondì la figura del Cristo provocatore12.
Dalla metà degli anni ’70 fino ad oggi la cristologia ha fatto grandi passi anche grazie ai nuovi documenti a disposizione e ai movimenti culturali e religiosi, che hanno nutrito la Chiesa dall’interno, denominati “old Quest”, “new Quest”, “third Quest” (quest’ultimo specialmente negli anni novanta)13. La Cristologia contemporanea, poi, raggiunse un maggiore equilibrio e una maggiore sistematizzazione con l’ausilio di illustri teologi come Kasper, Galot, Moioli, Serenthà, Bouyer, Forte, Bordoni, Amato, per citare solo alcuni degli autori più prestigiosi14.
La vasta bibliografia a chiusura della presente tesi testimonia l’abbondanza di scritti contenenti riflessioni di stampo cristologico. Tra le opere più significative della cristologia contemporanea italiana alcune, quivi elencate, saranno oggetto di analisi per approfondire alla luce delle considerazioni di illustri studiosi il rapporto tra la Croce di Cristo e la croce dell’uomo:
Ardusso F., Gesù Cristo, Cinisello Balsamo, San Paolo, 19963
Dianich S., Il Messia sconfitto, Casale Monferrato, PIEMME, 19971
Forte B., Gesù di Nazaret, Simbolica ecclesiale vol.3, Cinisello Balsamo, San Paolo, 19978
Moioli G., Cristologia, Milano, Glossa, 19952
Serenthà M., Sofferenza umana, Cinisello Balsamo, Paoline, 19931
Nei cinque capitoli monotematici che seguono verranno messe in evidenza le peculiarità di ogni opera e le caratteristiche principali dei loro autori. Il sesto capitolo, invece, sarà incentrato sul confronto tra le tesi più importanti contenute nei singoli volumi e la «mistica della croce» di Moltmann.
L’obiettivo principale del presente scritto, infatti, è proprio quello di verificare come la cristologia italiana degli anni ’90 si ponga in rapporto con questo testo fondamentale della letteratura religiosa, in quale modo accetti o rifiuti la sfida del teologo tedesco, quali accordi e disaccordi manifesti.