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| Simonetta Delle Donne Croce di Cristo e Croce dell'uomo IntraText CT - Lettura del testo |
1. “GESÚ CRISTO” di FRANCO ARDUSSO
1.1. Note sull’autore: FRANCO ARDUSSO
Franco Ardusso15 è nato a Carignano (TO) nel 1935. Laureato in teologia e licenziato in scienze bibliche, docente di teologia fondamentale e dogmatica presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, sezione di Torino, il suo campo di ricerca è la teologia fondamentale, l’ecclesiologia e la letteratura teologica contemporanea. Riconfermato più volte nel consiglio di presidenza dell’Associazione Teologica italiana, collabora stabilmente alle riviste del Gruppo Periodici San Paolo. Tra le sue opere più recenti si segnala Magistero ecclesiale, pubblicato nel 1998, che si distingue particolarmente nel panorama della produzione teologica recente in lingua italiana sul Magistero, per la trattazione globale e sistematica dell’argomento con grande competenza.
1.2. LINEE GENERALI DELL’OPERA
Se essere cristiani significa conoscere, credere, professare e seguire il Cristo occorre approfondire la figura del Maestro.
Nei primi tre capitoli l’autore dipinge alcuni ritratti di Gesù sì da vedere come questo giovane ebreo di duemila anni fa’ presenta molteplici volti secondo gli aspetti messi in luce dalle culture e dai tempi storici che l’hanno giudicato.
Movimenti ed etnie, partiti politici e religioni si sono appropriate di ogni aspetto di Gesù ed esaltandolo per garantire al mondo la veridicità di teorie ed assunti hanno così dato una lettura parziale del messaggio cristiano: in questo modo Gesù è diventato il proto-rivoluzionario marxista o il proto-psichiatra ecc…. Anche la Chiesa nel corso della storia ha offerto immagini diverse del Redentore anche perché la sensibilità nel tempo è mutata ed ora ad esempio c’è un maggiore interesse per l’uomo-Gesù.
Occorre pertanto ripartire dal dato storico, cioè dal Cristo descritto dalle fonti cristiane e non, soprattutto da ciò che emerge dai vangeli la cui fondatezza viene scandagliata applicando i tre criteri che stanno alla base della ricerca storica: “il criterio della differenza”, “il criterio della coerenza” e “il criterio della molteplice testimonianza”.
Scremando così l’immagine del Figlio di Dio togliendo i contributi del pensiero umano accumulatisi in secoli, si giunge al motivo dominante della sua predicazione, il Regno di Dio.
Egli, infatti, proclama la venuta di un Regno, che è offerta di salvezza universale: Regno che è già presente ed operante nella sua persona e nei miracoli che fa come anticipazione del trionfo della risurrezione sul dolore.
Non promette ai credenti potere e ricchezze, ma invita tutti alla conversione del cuore come conditio sine qua non per ottenere quel Regno.
Nelle pagine seguenti Cristo viene ritratto come il vero Salvatore del mondo inviato da Dio Padre con cui aveva un rapporto filiale straordinario ed irripetibile.
Ardusso sottolinea il fatto che Gesù rimane per tutte le generazioni e le culture contemporaneamente sia pietra di paragone sia scandalo inaccettabile.
Il capitolo undicesimo è il capitolo fondamentale dell’opera in cui l’autore tratta il tema della risurrezione, che sebbene sia l’esperienza meno verificabile di tutte quelle di Gesù è senz’altro il mezzo scelto da Dio per manifestare la sua gloria e proclamare il rapporto filiale che lo lega al Cristo.
Solo perché Gesù, Figlio di Dio, dopo la morte è risorto anche noi possiamo sperare e continuare a vivere il nostro presente, anche doloroso, sull’esempio dei primi cristiani.
Ardusso nell’opera approfondisce lo studio della relazione filiale tra Padre e Figlio e ne ricava un’immagine del Cristo più libera dai condizionamenti culturali del passato.
1.3. AFFERMAZIONI DELL’OPERA SUL TEMA DELLA TESI
Sulla croce Cristo attira tutti a sé e riconcilia tutti gli uomini con sé e tra loro, così la croce diventa una cerniera tra Vecchio e Nuovo Testamento16.
Il fascino e l’obbrobrio del crocifisso travalica Israele e la sua storia: anche il Talmud babilonese (Sann. 43) menziona la crocifissione di Gesù e la sua magia17.
Gesù entra in scena nella storia come “la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14,6) e fin dall’inizio si inserisce nel cammino dell’umanità e del suo popolo unendosi ad ogni uomo. Il suo ministero pubblico, che si svolge per le vie della sua patria, lentamente si configura come un pellegrinaggio verso Gerusalemme, che soprattutto Luca delinea nel cuore del suo vangelo come un grande viaggio che ha per meta non solo la croce, ma anche la gloria della Pasqua e dell’Ascensione. Per Marco il percorso verso la croce del Golgota è costantemente marcato da verbi e parole di movimento e dal simbolo della “Via”18. Il pellegrinaggio terreno di Gesù sconfina nell’infinito e nel mistero di Dio, oltre la morte19. (Il pellegrinaggio evoca il cammino personale del credente sulle orme del Redentore: è esercizio di ascesi operosa, di pentimento per le umane debolezze, di costante vigilanza sulla propria fragilità, di preparazione interiore alla riforma del cuore.Così il fedele, mediante la veglia, il digiuno, la preghiera, avanza come un pellegrino sulla strada della perfezione cristiana sforzandosi di giungere col sostegno della grazia di Dio alla perfezione e alla maturità spirituale.)
Per approfondire la figura del Cristo occorre partire dalle pagine della Bibbia20: Gesù attua le Scritture e vi si conforma appieno, aderisce con impegno a tutti i dettami, versetto per versetto “recita” la sua parte: sulla croce chiede addirittura da bere per completare il “copione”21.
“Volendo semplificare, potremmo dire che .Marco presenta Gesù come il Messia sofferente e nascosto, che solo al momento della crocifissione è perfettamente rivelato come Figlio di Dio; Matteo indica Gesù come il Maestro, il nuovo Mosè, il nuovo Legislatore del suo popolo, mentre Luca lo presenta come l’amico dei poveri, dei peccatori, degli emarginati; Giovanni, infine, a sua volta evidenzia più di ogni altro evangelista che Gesù è il Figlio di Dio, la sua Parola, il rivelatore del Padre. San Paolo poi concentra la sua attenzione sul Cristo crocifisso, risuscitato dai morti, che libera gli uomini dal potere del peccato, della legge, della morte, e dona loro la libertà dei figli di Dio. L’ultimo scritto del Nuovo Testamento, l’Apocalisse, contempla Gesù come l’Agnello immolato e vittorioso, il Signore della storia della Chiesa, colui che verrà presto.”22
Sul piano storico la vita di Gesù è stato un catastrofico insuccesso23, ma Gesù era conscio della sua vocazione24 e del “valore salvifico della sua morte.”25 .
Di fronte ai problemi e agli insuccessi incontrati, già i primi cristiani interpretavano la croce come “l’elemento che caratterizza l’attività dell’apostolo”: l’ora per la quale Gesù è venuto (Gv 12,27)26.
Dice l’evangelista Matteo: “chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” e ancora “…Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 10,38 e 16,24).
Non vi è sequela di Gesù se non si carica la propria croce sulle spalle accogliendo l’invito esplicito nei vangeli: la croce diventa così il passaggio obbligato per ogni cristiano, senza la quale non c’è vita coerente27. Ognuno naturalmente identifica le proprie croci nella fatica di sopportare sé e gli altri di accettare gli sbagli e le debolezze, il cadere così frequente che non deve scandalizzare e costringerci ad abbandonare ogni sforzo ulteriore, ma come la debolezza che solo la grazia di Dio può aiutarci a sconfiggere e che la Croce di Gesù redime nonostante tutto.
Prendere la propria croce è anche rendersi conto di quelle che ingiustamente gravano sulle spalle del nostro prossimo e che spesso derivano anche dal nostro comportamento: riconoscere la sofferenza che ci circonda, e ci affratella nell’unica Croce di Cristo, unica salvezza.
Certamente dolore, peccato e morte costituiscono la riprova all’uomo della sua finitudine, ma possono essere occasione di incontro con l’alterità, quindi consentono all’uomo di fare un’esperienza nuova di libertà aprendosi agli altri28.
Così il mistero di salvezza che si esprime soprattutto nella triade passione-morte-risurrezione di Cristo, coronato dal mistero dell’Ascensione, esprime anche la “divinizzazione della sofferenza”29.
Per rispondere alla richiesta di salvezza, iscritta oggettivamente in ogni cuore umano, e che l’uomo non avrebbe potuto soddisfare da solo, Dio ha risposto donando Cristo: Questi è infatti l’evento centrale che da senso all’universo e a tutta la storia umana. Solo alla luce di Cristo l’anelito universale che caratterizza l’umanità può essere adeguatamente compreso.
Il messaggio di Gesù è stato spesso letto e interpretato con categorie morali, quasi esclusivamente come un insegnamento su ciò che è bene e male dire, fare ecc…Gesù quindi in quest’ottica appariva come un maestro, ma solo come un maestro di vita. Il messaggio autentico deve essere cercato altrove.
“Innanzitutto Gesù fa del Regno di Dio il motivo dominante del suo messaggio e della sua azione. Il giudaismo contemporaneo non ignorava questo tema, ma lo spazio che gli riservava era piuttosto ristretto. Gesù invece attribuisce al tema del regno di Dio una importanza che non ha paragoni. Le stesse azioni che Gesù compie, quali le guarigioni, il perdono dei peccati, il suo rivolgersi alle persone che non contano, sono manifestazioni del regno di Dio che già irrompe nella storia.”30
“Il regno di Dio non indica, nella predicazione di Gesù, la signoria di Dio sul mondo a partire dalla creazione e neppure la signoria di Dio su Israele, a partire dall’elezione. Indica, invece, la sovranità universale di Dio alla fine dei tempi, quando avrà luogo la sua vittoria su tutte le potenze del male, la riconciliazione perfetta tra Dio e gli uomini, la salvezza piena che deve raggiungere l’uomo nell’aspetto spirituale e corporale, personale e sociale. Lo esprime bene la preghiera del Padre nostro, una preghiera tipicamente escatologica, che chiede a Dio i beni del regno. Il regno di Dio è quello in cui il suo nome viene santificato, il suo disegno di salvezza si realizza (volontà di Dio), c’è abbondanza per tutti, la colpa viene perdonata e gli uomini sono liberati dal male e dal maligno…”31
“Gesù usa sempre nuove immagini per dire che adesso il tempo della salvezza ha inizio e che l’aurora del Regno di Dio è già spuntata: appare la luce (Mt 4,21; 5,14), è l’ora della messe (Mt 9,37), il fico mette le foglie annunciando la bella stagione (Mc 13,28 ss), è portato il vino nuovo, simbolo dei nuovi tempi (Mc 2,22), viene indossato l’abito della festa (Lc 15,22), il pane della vita è distribuito ai figli (mc 7,24-30), la pace, cioè la pienezza di tutti i tempi, viene offerta agli uomini (Mt 10,13). Anche i miracoli di Gesù vogliono significare…che il regno di Dio già irrompe nella storia umana.”32
Il tempo pasquale è il tempo della Croce gloriosa, luminosa. Il Vittorioso passa tra le nostre vie e porta grazia e consolazione. È il tempo della lode e del Ringraziamento della festa attorno alla Croce perché la morte è stata sconfitta e la croce genera vita33. Si sperimenta così la Verità della Parola evangelica: “Quando sarò innalzato attirerò tutti a me”. Nella Pentecoste poi si contempla il dono dello Spirito come dono del Crocifisso: Gesù muore donando lo Spirito. Lo Spirito è la vita sprigionata dall’amore totale, è amore liberato perché generato da un cuore aperto.
La Croce nella Pentecoste dice l’unità del Mistero pasquale e regala luce e fuoco ai giorni degli uomini.
Parlare di Regno di Dio oggi non è facile. C’è una difficoltà di linguaggio: la parola Paradiso, ad esempio, evoca in molti più un mondo di favola, di cui si è sentito parlare nell’infanzia, che una realtà di fede. Ma sotto il problema del linguaggio c’è una questione ben più radicale: il clima culturale in cui viviamo propone un modello di uomo completamente terreno, che trova la sua realizzazione nel progresso tecnico e nella produzione di un sempre maggiore benessere materiale per una felicità, subito, quaggiù.
Una vita quindi dotata di ogni comfort pare la meta verso cui corre l’uomo moderno, ciò a cui orienta i suoi sforzi e le sue fatiche. Eppure, nonostante queste ed altre difficoltà, l’annuncio della vita eterna rimane un compito irrinunciabile e urgente della predicazione cristiana. Dire quindi Regno di Dio vuol significare innanzitutto la comunione piena ed eterna con Gesù Cristo, la partecipazione alla sua risurrezione.
I miracoli sono già segni potenti dell’opera salvifica di Cristo ed appartengono alla “dimensione intrinseca del regno di Dio che viene.”34. I miracoli sono anche “un poderoso sostentamento e rafforzamento delle forze della natura”, la natura viene quindi “potenziata”, “restituita all’integrità”35.
Noi creature umane, davanti al Padre, siamo colpevoli, in quanto inadempienti alla sua volontà e quindi a lui debitori. Tutti i figli di Adamo sono debitori di Dio, incapaci di saldare il conto con lui, vi è un assoluto bisogno di condono-perdono anche e soprattutto in vista del giudizio finale. La preghiera del Padre nostro è memoria inquietante, è la storia del peccato che possiamo emblematicamente ritrovare nella storia del popolo di Dio (Ger 2, Ez 16 e 20, Mt 11, 20-24). Noi abbiamo bisogno del perdono di Dio, dello scioglimento del debito che abbiamo con Lui, altrimenti non arriviamo al Regno. E’ il senso dell’invito pressante alla conversione in bocca ai profeti, al Battista, a Gesù (Ger 3,11-13, Mt 3, 1-12, Lc 19, 1-10). E tale perdono Dio ha pienamente concesso con l’avvento del Regno, per cui Gesù ne è il supremo testimone e garante. Noi siamo chiamati ad adempiere una duplice condizione per avere il perdono del padre: pregarlo con assoluta sincerità e fiducia, perché il perdono è puro dono, e imitarlo nel perdonare i debiti di quanti hanno mancato nei nostri confronti, perché ai suoi occhi siamo tutti fratelli.
Perdonare per essere perdonati, infatti solo perdonando riconosco davvero la verità della mia condizione di peccatore36, confesso di aver bisogno di perdono e perciò proprio come il pubblicano della parabola, mi ritrovo giustificato. Entrare nella sfera del perdono è venire iniziati a un segreto divino: è scoprire la vera natura di Dio, il perdonante, e divenirne partecipi.
Anche nella parabola del Figlio Prodigo il perdono del padre crea il figlio e il peccatore, infatti “..è stata la gioia paterna a far emergere il figlio e il peccatore.”37. Quando si dice che Dio ci perdona non è lui che muta atteggiamento nei nostri confronti, ma siamo noi che cambiano il nostro.
Perdono di Dio e conversione dell’uomo vanno insieme e la vita cristiana è accettazione di questo perdono nella risoluzione di vivere d’ora in avanti una vita il più possibile santa.
Dio ci perdona continuamente perché l’uomo ne ha continuamente bisogno: il cristiano infatti in ogni momento può rinnegare l’impegno assunto con il sacramento del battesimo, inoltre, anche se si rimane sostanzialmente fedeli a Dio il peccato ha radici profonde e trova sempre molte complicità. Il progresso cristiano consiste nel lasciarci prendere totalmente e far penitenza vuol dire, allora, aprire a Cristo tutte le porte della nostra esistenza38.
Il perdono di Dio è un atto di amore, ancora più generoso e gratuito di quello con cui Dio ci ha creati, un amore altrettanto efficacemente creativo, un atto datore di vita. Il perdono quindi è una nuova nascita, che fa dell’uomo una creatura nuova, un miracolo di grazia che solo Dio può operare. La realtà del perdono trova il suo avvio nell’iniziativa preveniente dell’amore misericordioso di Dio. E’ questo amore a rendere possibile ciò che la logica del peccato rende impossibile alle sole forze umane, cioè una ripresa di contatto con la vita stessa di Dio. E’ il suo amore a farmi prendere coscienza della negatività del peccato e a chiamarmi al pentimento. E’ il suo amore a suscitare in me la nostalgia invincibile di lui e della sua amicizia che riesce a vincere la suggestione del peccato, a farmi rientrare in me per dire “tornerò da mio Padre”.
Il cambiamento prodotto dal perdono di Dio va nella direzione di una crescita della fede, della maturità morale della persona, cioè di una vera e propria educazione.
La relazione che Dio vuole instaurare con noi è fatta di armonia, d’integrità, di onestà, di pienezza di vita, ma anche di misericordia e di perdono: in una parola, “giustizia”, è la chiave che esprime tutti gli aspetti della corrente di vita che ci viene da Dio.
Proprio in Cristo, Agnello senza macchia, offerto per i nostri peccati (1 Pt 1,19; Ap 5,6; 12,11) si concentra la riconciliazione che proviene dal Padre39. Gesù Cristo è non solo il Riconciliatore, ma la Riconciliazione stessa. Come insegna san Paolo, il nostro diventare creatura nuova, rinnovata dallo Spirito, “viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione” (2 Cor 5,18-19).
Cristo, fine e compimento escatologico della storia dell’uomo, giunge per amore alla sua missione, a chiedere al Padre di allontanare il calice di dolore, per dare ad Israele un’ulteriore occasione di ravvedimento40.
Proprio attraverso il mistero della Croce di nostro Signore Gesù Cristo si supera il dramma della divisione esistente tra l’uomo e Dio. Con la Pasqua, infatti, il mistero dell’infinita misericordia del Padre penetra nelle radici più oscure dell’iniquità dell’essere umano. Là si attua un movimento di grazia che, se accolto con libero consenso, conduce ad assaporare la dolcezza di una piena riconciliazione.
“Convertirsi vuol dire imprimere un nuovo orientamento radicale alla propria vita nella prospettiva del regno, cercare innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, riconoscere la propria miseria e impotenza, ritornare alla casa del Padre. Lo illustra bene la parabola del figliol prodigo di Lc 15, 11-24, oppure il detto di Gesù: «Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3).”41
“Il nuovo rapporto con Dio deriva dal fatto che, annunciando il regno, Gesù ha indicato la vicinanza agli uomini. La signoria di Dio è, per Gesù, quella che si manifesta nell’amore. Per questo, al centro della buona novella di Gesù, sta l’affermazione che Dio è padre.”42
Cristo è il Salvatore perché diventa la risposta totale al senso della nostra vita, anche nella sofferenza43. All'inizio dell'incontro con Cristo c'è "un'epifania"44, cioè non la mia ricerca ma il suo apparire45.
Quando si parla di risurrezione si tende a trascurare quello che è il vero centro del mistero pasquale, ovvero la glorificazione del Signore, il suo ingresso in una condizione di vita assolutamente nuove ed irriducibile all’esperienza terrena. E’ opportuno che pertanto prendiamo in considerazione il mistero pasquale nella sua globalità, cogliendolo nell’essenzialità del suo duplice significato di vittoria sulla morte e di ingresso nella Gloria. Il primo e più immediato aspetto della risurrezione di Gesù è la sua vittoria sulla morte: il sepolcro non è la sua prigione, la morte che pure lo colpisce come la più inerme delle creature trova in lui l’unico avversario capace di sconfiggerla. E il segno è la tomba vuota: “Non è qui!”46. Il suo corpo non subisce lo scacco della decomposizione, ma conosce un nuovo vivere. Questa verità è espressa molto efficacemente dai termini greci eghéiro, risorgere, e anàstasis, risurrezione, che significano un risollevarsi immediatamente, un rimettersi in piedi e suggeriscono l’idea dell’affermazione dopo una caduta, della ripresa da una perdita. La risurrezione infatti è proprio questo che la potenza più negativa e più ostile all’uomo viene definitivamente sconfitta. Parlare di vittoria sulla morte è però guardare alla risurrezione soltanto al negativo, cioè come superamento di una situazione di sconfitta e di annientamento. Più importante è invece cogliere il versante positivo di questo mistero, ovvero precisare non solo che cosa Gesù ha superato (la morte), ma anche e soprattutto che cosa ha acquistato con la sua Pasqua. La risurrezione di Gesù, infatti, è qualcosa di profondamente diverso dal ritorno alla vita terrena di Lazzaro o dalla figlia di Giairo, o dal figlio della vedova di Nain. Gesù risorto non è semplicemente tornato a vivere, ma ha inaugurato una condizione assolutamente nuova e inedita. E’ ciò di cui la Scrittura parla attraverso le categorie dell’esaltazione dell’Ascensione, dell’assidersi alla destra del Padre.. Ben più che la rianimazione di un corpo morto, la risurrezione di Gesù è pertanto lo straordinario compimento della sua vicenda umana: nella sua umanità risplende la Gloria del Padre, colui che era appeso al patibolo è incoronato re dell’universo. L’umanità viene portata alla statura di Dio.
“La risurrezione è così rivelazione di Dio che sta dalla parte del debole e di chi fa della sua vita un totale dono d’amore agli altri. Con la risurrezione, Dio riabilita pubblicamente Gesù e la sua opera…….Nasce allora l’interesse per la storia di Gesù di Nazaret, per la sua passione….per tutto ciò che egli disse e fece durante la sua vita terrena. Se Dio, risuscitando Gesù da morte, lo approva in tutto, occorre sapere di più su di lui. Sarà questo interesse a far sì che il messaggio e l’attività di Gesù vengano raccolti e narrati nei vangeli. Tutte le testimonianze su Gesù saranno filtrate attraverso l’avvenimento della risurrezione. È essa, infatti, che conferisce profondità di significato e validità perenne al parlare, all’agire, al vivere e al morire del Gesù storico.”47
La vittoria sulla morte significa che anche per noi la risurrezione sarà un vero trionfo della vita, sia per il nostro spirito che per il nostro corpo. Anche la materia del nostro corpo, infatti, sarà rivestita di immensa bellezza e trasfigurata a immagine e somiglianza del corpo del Risorto. Sotto tutti i punti di vista, anche quello dell’identità corporea, saremo proprio noi , per quanto trasformati, a entrare nella comunione eterna con Dio. Nulla di noi andrà perduto. Anche la nostra materia fisica, che pure conoscerà la corruzione del sepolcro, parteciperà alla fine dei tempi alla pienezza della vita.
La morte fa parte del ciclo vitale dell’essere umano, ma Cristo ci dimostra che oltre ad essere un limite può diventare anche una possibilità reale e ineludibile per ogni vivente e la Bibbia ci spiega il modo di affrontarla48.
La morte del Cristo va’ senz’altro considerata in modo misterico o pasquale, pertanto si ha una morte mistagoga perché introduce ed è parte del mistero stesso49.
Tutto questo è possibile, grazie al sacramento del Battesimo, che ci unisce intimamente a Cristo, morto e risorto, che ci dona lo Spirito Santo, lo Spirito dell'Amore, scaturito dal mistero pasquale ed effuso in abbondanza su quanti confermano il loro Battesimo col successivo sacramento della Cresima. E vivere il Battesimo quindi significa accogliere la Croce con fede ed amore, non soltanto nel suo valore di prova, ma anche nella sua inseparabile dimensione di salvezza e di risurrezione.
La salvezza che Dio ci ha preparato, comunque, non è soltanto la salvezza dell’anima, ma di tutto l’essere umano, individuo e società in cui vive: la salvezza cristiana infatti attiene anche alla sfera ecologica, sociale e politica50.
Si tratta di un potere che libera gli uomini attraverso un’apparente impotenza51 e che sconfigge anche Satana52. Cristo, infatti, con magnanimità, grandezza e umiltà lo costringe in catene dicendogli, secondo un testo apocrifo: “Per tutti i secoli hai fatto tanti mali non ti sei arrestato in alcun modo. Oggi ti affido al fuoco eterno.”53.
L'espressione "Salvatore del mondo" - desunta dal quarto Vangelo (Gv 4,42) ribadisce l'universalità e la necessità dell'azione redentrice del Signore Gesù a vantaggio dell'umanità intera. È però innegabile che il termine "cosmos" ha una portata più ampia: l'intero universo è qui indicato come destinatario dell'opera rinnovatrice del Risorto. La ragione di questa dimensione cosmica della salvezza sta nella verità rivelataci che «tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1,16): "di lui", cioè del «Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione» (Col 1, I 314). Il Verbo incarnato nel disegno di Dio è preesistente alla creazione e fonda la bontà e l'orientamento a lui dell'intero universo.
Appartiene dunque alla visione cristiana la positività di giudizio circa le realtà terrene e l'atteggiamento di fiducia e di stima con cui vanno guardate: se è vero che sono state squassate e deturpate dal peccato, è anche vero che «per mezzo di lui tutte le cose sono state riconciliate» (Col 1,20).
La missione di Gesù è quella di portare la salvezza agli uomini, la liberazione dal peccato e la restaurazione di un rapporto di familiarità con Dio: questo è appunto il regno che viene a inaugurare.
“La risurrezione di Gesù è pertanto il punto di partenza di ogni professione di fede cristologica. Senza risurrezione, non c’è fede in Cristo.”54
Dio risponde al Figlio con la resurrezione, così in Cristo morto e risorto si attua l’eterno progetto di Dio Padre e il destino a cui dall’eternità ha chiamato l’uomo nella sua miseria e limitatezza.
La fede, in un mondo privo di certezze, da un senso al dolore e alla morte: “Nessuno di noi vive per sé stesso e muore per sé stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore…..per questo infatti Cristo è morto ed è tornato alla vita, per essere il Signore dei morti e dei vivi” (Rm 14, 7-8). La fede è uno strumento critico per demistificare gli idoli che continuamente fabbrichiamo.
Per quanti si trovano in condizione di apertura a Dio, ma in un modo imperfetto, il cammino verso la piena beatitudine richiede una purificazione, che la fede della Chiesa illustra attraverso la dottrina del "Purgatorio"55.
Nella Sacra Scrittura si possono cogliere alcuni elementi che aiutano a comprendere il senso di questa dottrina, pur non enunciata in modo formale. Essi esprimono il convincimento che non si possa accedere a Dio senza passare attraverso una qualche purificazione.
Secondo la legislazione religiosa dell'Antico Testamento, ciò che è destinato a Dio deve essere perfetto. In conseguenza, l'integrità anche fisica è particolarmente richiesta per le realtà che vengono a contatto con Dio sul piano sacrificale, come per esempio gli animali da immolare (Lv 22,22) o su quello istituzionale, come nel caso dei sacerdoti, ministri del culto (Lv 21,17-23). A questa integrità fisica deve corrispondere una dedizione totale, dei singoli e della collettività (1Re 8,61), al Dio dell'alleanza nella linea dei grandi insegnamenti del Deuteronomio (6,5). Si tratta di amare Dio con tutto il proprio essere, con purezza di cuore e con testimonianza di opere (Dt 10,12s).
Il cielo e la terra formano la totalità dell’universo creato dove la volontà di Dio, il disegno di salvezza del Regno intendono esprimersi (Mt 6,19; 11,25; 16,19; 23,9; 24,35; 28,18). Il regno di Dio è già incominciato perché irrompe nell’oggi colmo dei beni futuri56.
L’uomo, creato a immagine di Cristo, è già orientato a Dio e ad avere con il Creatore un rapporto “non è puramente creaturale” infatti Dio lo stima “degno di collaborare alla salvezza”57 e lo salva nella storia, nel suo tempo58.
“La risurrezione di Cristo riguarda innanzitutto lui. Ma riguarda anche noi e tutta la vicenda umana. Ciò che è avvenuto in Cristo risorto è per noi un segno anticipatore. Nel Risorto intravediamo la meta del nostro cammino. E chi intravede la meta finale è in grado di leggere anche il significato della vicenda umana, personale, collettiva, storica…. la morte e la sofferenza umana cessano di essere un assurdo, pur continuando a essere un mistero.”59
“Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8). Queste parole della lettera agli Ebrei ci insegnano quanto siano forti e tipici i rapporti del Signore Gesù con la storia. Con il suo intervento e anzi con la sua stessa realtà egli aggancia la storia, così volubile e peritura, al Regno che non tramonta mai. Addirittura, come osserva Giovanni Paolo Il “in Gesù Cristo, Verbo incarnato, il tempo diventa una dimensione di Dio, che in se stesso è eterno”60.
Così anche la storia è salvata. E salvata dall'insignificanza61, perché in Cristo ogni accadimento viene alla ribalta non per dissolversi poi nel nulla, ma per segnare di sé e costruire la vita eterna. È salvata dall'assurdità, perché in Cristo essa non è più senza traguardo e senza scopo, ma ha un approdo finale da cui tutta la vicenda umana, oggi così oscura, sarà illuminata. È salvata dall'ingiustizia perché, con l'avvento del Figlio dell'uomo come giudice, tutti i conti, che oggi non tornano mai, saranno finalmente pareggiati. La controprova di tutto questo è lo scacco evidente che ha sempre umiliato ogni filosofia della storia, idealista o marxista, che abbia pensato di trovare qualche razionalità nel susseguirsi dei fatti, indipendentemente da colui che ne è il senso e il Signore. (Ove “Signore” è il titolo che manifesta l’ “elevazione di Gesù alla destra di Dio”62.)
Alcune pubblicazioni del medesimo autore:
La fede. Risposta alle domande più provocatorie , San Paolo, 1999
Comprendi ciò che leggi? Guida alla lettura e alla meditazione del testo biblico , Paoline Editoriale Libri, 1999
Perché la Bibbia è parola di Dio. Canone, ispirazione, ermeneutica, metodi di lettura, San Paolo, 1998
Magistero ecclesiale. Il servizio della parola, San Paolo, 1997
Gesù Cristo. Figlio del Dio vivente , San Paolo, 1992
Imparare a credere. Le ragioni della fede cristiana, San Paolo, 1992
Che cosa significa dire 'Credo', Elledici, 1988
Gesù di Nazaret è figlio di Dio?, Marietti
Il credo. Spiegazione e documenti della fede dei cristiani, Elledici