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| Simonetta Delle Donne Croce di Cristo e Croce dell'uomo IntraText CT - Lettura del testo |
2. “il messia sconfitto” di SEVERINO DIANICH
2.1. Note sull’autore: SEVERINO DIANICH
Severino Dianich63, nato a Fiume nel 1934, ordinato sacerdote nel 1958, laureato in teologia alla gregoriana con la tesi: L’opzione fondamentale nel pensiero di San Tommaso, Brescia, 1968.
È sacerdote della diocesi di Pisa, parroco a Caprona e incaricato della pastorale della cultura e dell’università. È professore in diverse facoltà teologiche italiane e docente di teologia sistematica nello Studio Teologico di Firenze ed è vicepresidente dell’Associazione Teologica Italiana. Si dedica alla ricerca teologica, soprattutto nel campo dell’ecclesiologia.
2.2. linee genErali dell’opera
In quest’opera scritta in modo scorrevole, Dianich cerca di rispondere agli interrogativi suscitati dalla morte del Messia in ventisei capitoli monotematici, già suddivisi complessivamente in centocinquantanove paragrafi.
Pur essendo un testo di cristologia il taglio è quasi giornalistico e la morte di Gesù viene esaminata come un fatto di cronaca nera.
La riflessione parte col paradosso di un salvatore onnipotente morto con infamia il cui strumento di tortura diventa in pochi secoli simbolo di gloria.
L’autore rileva sulla morte di Cristo alcuni aspetti ancora oscuri che contrastano con i costumi del tempo: non sono chiari i capi d’accusa ed è assai discutibile la scelta della crocifissione invece della lapidazione.
Comunque sia la notizia della morte di un giovane ebreo sulla croce sarebbe passata inosservata e non avrebbe invaso il mediterraneo, se Cristo non fosse risorto.
Dopo questi primi tre capitoli introduttivi l’autore incomincia l’esame dettagliato di tutti quegli argomenti che presentano un nesso con la morte di Gesù.
Nel quarto capitolo infatti si affronta il primo enigma cioè il rapporto tra il disegno di Dio e la morte del Figlio e ci si interroga su quanto giustizia e onniscienza divina abbiano condizionato la storia.
Quando però l’autore cerca di individuare il vero colpevole, assolve solo le donne, che sono vicine a Gesù sempre anche nel dolore e nella gloria, infatti appare loro dopo la risurrezione.
Certamente il comportamento di Gesù aveva inviso le gerarchie religiose che sulla pedissequa osservanza dei riti antichi aveva fondato il proprio potere: soprattutto, il desiderio manifestato da Gesù più volte, di ubbidire alla legge mosaica e nello stesso tempo la rilettura nuova che ne fa’, reinterpretando i testi.
Si tratta senz’altro di un giovane giudicato assai pericoloso per i potenti che si vedono minacciati dal suo messaggio rivoluzionario, in cui gli ultimi saranno i primi in questo nuovo Regno che deve venire, ma che è anche già incominciato.
I capitoli undici e dodici sono dedicati al processo mentre nei successivi Dianich indaga il modo di sentire di Gesù di fronte alla sua morte e la reazione dei discepoli.
Il capitolo sedici è una sorta di cerniera che consente di raggiungere la parte più teologica dell’opera introducendo così la lettura cristologica della morte di Gesù.
Riflettendo sul nesso tra colpa e pena, archetipo umano che induce a pensare a un dio giudice che punisce, si arriva alla figura di Giobbe, che viene punito pur essendo giusto.
Seguono poi alcune pagine, riprese nel paragrafo successivo, in cui l’autore tratta in modo specifico del significato simbolico di espiazione della crocifissione del Cristo che paga per gli uomini il prezzo della loro libertà, perduta a seguito del peccato originale, descritto nel Libro della Genesi.
Poi in tre capitoli Dianich sospende quasi il discorso parlando di come il crocifisso è entrato nella storia dell’uomo e ne è diventato memoria: “memoria sovversiva” in quanto ispiratore di teologie politiche, “memoria speculativa” come tema di fondo nell’esegesi e nell’esperienza mistica, “memoria devota” poiché onnipresente nella tradizione cristiana dei riti e delle preghiere e nell’esperienza dei martiri.
I capitoli venti e venticinque contengono le risposte che l’autore sintetizza per rispondere alle domande suscitate da questa crocifissione.
Ubbidienza cieca a Dio, umiltà caritatevole e speranzosa, fede nel progetto divino: questi sono i motivi per cui Cristo è salito sulla croce su cui deve salire anche il cristiano.
L’opera ha il pregio, a mio avviso, di sollevare molti dubbi e indurre alla riflessione il lettore, anche quello di poca fede, in quanto le domande che suscita raramente hanno origine da una riflessione religiosa, più spesso sono frutto della logica umana.
2.3. AFFERMAZIONI DELL’OPERA SUL TEMA DELLA TESI
La consapevolezza di avere commesso un peccato e il rapporto con Dio sono in relazione strettissima: il peccato infatti produce un vero e proprio iato nell’armonia che vi è tra il Creatore e la creatura, così nella Bibbia, Dio viene descritto come un essere umano che prova sensazioni e sentimenti di rabbia, di indignazione fino alla collera che prelude al castigo.
“Dietro la sconcertante metafora della collera divina sta la convinzione che la malvagità umana deve essere punita e che questo appello raggiunge la soglia dell’Eterno, cui spetta far da garante della giustizia e del bene. Ma è inevitabile domandarsi che senso abbia questo bisogno di punizione. Esso, a dire il vero sembra essere, sembra essere tanto profondamente sentito quanto razionalmente infondato. C’è una convinzione profondamente radicata nelle culture antiche, ma ancora oggi vigorosa nell’opinione comune, e cioè che chi ha commesso una colpa resta sottoposto ad una condanna che gli proviene da una sentenza trascendente gli stessi tribunali umani, fino a che non abbia pagato il prezzo di una sofferenza proporzionata alla gravità della colpa. Dover patire per il male commesso: questo è l’espiazione. Il senso incombente di un’espiazione fatale ed incommensurabile viene esorcizzato dalla società con la istituzione di una disciplina penale e dei tribunali destinati ad applicarla, determinando per il colpevole la qualità, la quantità e la durata di una misura di sofferenza proporzionata alla misura del reato commesso. In molte tradizioni religiose, invece, poiché il male commesso ha una sua dimensione verticale e coinvolge il mondo del divino, un’espiazione vera e propria è sentita come impossibile all’interno delle pure dimensioni umane ed allora la pena a cui dovrebbe essere sottoposto l’uomo viene ritualizzata e scaricata simbolicamente su di un a vittima: in genere è un animale, che viene ucciso e quindi offerto alla divinità, in modo che si possa ritenere appagata la giustizia divina, espiato il peccato e placata la collera del dio.”64
Il peccato non è uno sbaglio casuale, ma un tradimento dell’amore.
Il peccato ha dentro il nostro cuore radici profonde che restano in noi anche dopo la conversione. Si tratta di tendenze ed abitudini cattive, dalla suggestione esercitata dal male o dalle difficoltà a percepire e a desiderare il bene: è il campo di una lotta che dura tutta la vita.
Il peccato è una realtà devastante che mette radici profonde nell’uomo; non cambia solo lo stato delle cose intorno all’uomo, ma cambia colui che lo compie, ne degrada i sentimenti e gli affetti, instaura abitudini persistenti, devia le tendenze più profonde, ottunde l’intelligenza della verità e del bene e indebolisce la padronanza di sé.
La nostra cultura tende ad addormentare il senso di responsabilità di singoli e gruppi: la gente non riesce più a riconoscere quanto il destino proprio e altrui sia legato alla bontà o peccaminosità delle proprie azioni.
Il peccato è per l’uomo soprattutto un male morale, cioè il male dell’uomo in quanto uomo, la distruzione della sua umanità; un male cui egli dà origine dall’interno della sua libertà, rifiutandosi di diventare sé stesso e tradendo la verità di cui è fatto.
La legge divina che il peccato viola non è un’imposizione arbitraria o l’affermazione di un dominio padronale, ma la segnaletica della vera felicità umana, offerta all’uomo da un amore premuroso, che vuole per l’uomo la pienezza di vita e di felicità.
Il peccato ferisce Dio nel suo amore per l’uomo. Dio vuole intessere con l’uomo un rapporto di amore, una comunione di vita che lo appaghi pienamente. Il peccato è rifiuto colpevole di questa comunione e della logica esigente dell’amore di Dio.
Nel caso del credente, il peccato sviluppa anche un’altra negatività oggettiva: il cristiano non è soltanto, come ogni altro uomo, partner di un dialogo con Dio; egli è anche membro della Chiesa, Corpo di Cristo e abitazione vivente dello Spirito. Il suo peccato ferisce la Chiesa, le reca un vero e proprio danno. Il cristiano sta davanti a Dio come membro della Chiesa; la sua vita deve contribuire a renderne visibile la santità, ad annunciare e testimoniare al mondo la salvezza operata da Dio in Cristo. Ma con il peccato il credente viene meno a questo compito: egli contraddice in modo radicale la sua qualità di membro della Chiesa santa e per quanto dipende da lui, rende peccatrice la Chiesa stessa. La dimensione ecclesiale del peccato spiega il ruolo sacramentale della Chiesa nel processo della riconciliazione con Dio65.
Cristo Crocifisso ci salva perdonandoci infatti la croce di Gesù è soprattutto un “altare di propiziazione e di perdono.”66. Come nella parabola del padre misericordioso o figlio prodigo (Lc 15, 11-32) è Dio Padre che cerca l’uomo peccatore suscitando in lui la nostalgia, il desiderio e la decisione di ritornare a casa, così l’amore di Dio si rivela nella sua pienezza come amore materno e paterno insieme. Gesù che accoglie i peccatori e mangia con loro è la luminosa rivelazione dell’amore di Dio che perdona: praticamente tutta la vita di Gesù è la vera parabola del Padre misericordioso messa in atto67.
Gesù è morto nel rispetto dell’uomo ancora irriconciliato con Dio e la creazione68 e per dirla con le parole di Pascal: “Gesù, mentre i suoi dormivano, ha realizzato la loro salvezza”69.
Per Gesù la guarigione del corpo e dell’anima erano strettamente connessi, infatti al paralitico dice subito “Ti sono rimessi i tuoi peccati” poi lo risana nella carne. Cristo mediante il perdono opera una vera e propria “restaurazione dell’uomo” cioè mutando la sua condizione miserevole in condizione onorevole (Lc 25,17-26)70. Questo produce nell’uomo consapevole un’intensa esperienza anche sul piano emozionale, si giustificano così le lacrime della peccatrice che con le lacrime lava i piedi a Gesù poi glieli asciuga con i propri capelli: questo comportamento è incompreso dai farisei che non hanno fatto l’esperienza della donna (Lc 7, 36-38). Il perdono dei peccati avviene sempre in un contesto di convivialità o comunque fa scaturire un’atmosfera di questo tipo almeno tra Gesù e il perdonato, che con il Maestro si sente quindi in pace, “a casa sua”71.
“Se riflettiamo un po’ più a fondo sulle immagini bibliche della collera divina, della inesorabilità della pena per la colpa, del condono dei debiti e dell’espiazione, con i suoi riti sia giuridici che liturgici, e pensiamo che ci troviamo di fronte ad un apparato linguistico carico di suggestive immagini da applicare a Dio, non è difficile percepire che questo complesso antropomorfico con cui rivestiamo la figura divina deve essere ribaltato completamente sull’uomo per essere compreso. Non è Dio che è in collera, ma è l’uomo che peccando si mette in una condizione davanti a Dio, per la quale non può più sentirlo come amico ma lo coglie come ostile. Se uno è tormentato dal rimorso per le sue colpe, non è Dio che lo condanna a soffrire per essere poi libero dal rimorso, ma è lui che percepisce ogni sofferenza che incontra come un’occasione per sdebitarsi con Dio, accettandola con amore senza ribellarsi. Quando si dice che Dio ci perdona non è lui che cambia, cessando di essere arrabbiato e tornando ad essere benevolo con noi: siamo noi che cambiamo, perché egli ci trasforma l’anima con la sua grazia ci riporta attraverso la conversione ad un felice rapporto con lui La stessa conturbante dottrina dell’inferno non può essere pensata nei termini di un Dio che, senza pietà, condanna ad una specie di ergastolo infinito il peccatore, perché giustizia sia fatta. E’ l’uomo in realtà che, con il suo rifiuto di Dio, si pone nella condizione di non poter vivere in lui: e la vita senza Dio, nella dimensione dell’eterno, è l’inferno.”72
La dannazione non va perciò attribuita all’iniziativa di Dio, poiché nel suo amore misericordioso egli non può volere che la salvezza degli esseri da lui creati. In realtà è la creatura che si chiude al suo amore. La dannazione consiste proprio nella definitiva lontananza da Dio liberamente scelta dall’uomo e confermata con la morte che sigilla per sempre quell’opzione. La sentenza di Dio ratifica questo stato. Anche l’Apocalisse raffigura plasticamente in uno “stagno di fuoco” coloro che si sottraggono al libro della vita, andando così incontro alla “seconda morte” (Ap 20,13s.). Chi dunque si ostina a non aprirsi al Vangelo si predispone a “una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza” (2 Ts 1,9).
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In un’epoca in cui procurarsi e procurare dolore e morte può anche far parte di un gioco crudele o di uno stile di vita, è difficile impostare un discorso equilibrato; d’altro canto aspettarsi di vivere in un mondo senza dolore e senza l’irrequietudine vuol dire non avere il coraggio di vivere il presente73.
Il dolore in tutte le sue forme è un esperienza che l’uomo impara a conoscere bene nel suo cammino: ad ogni incontro con la sofferenza l’uomo si interroga sulle cause e da principio pensa alla possibilità di essere lui il motivo principale: molti perché però rimangono senza risposte, soprattutto quando non si rintracciano colpe nel proprio comportamento. E’ la storia di Giobbe, mirabilmente narrata nella Bibbia nel Libro che di lui prende il nome; si tratta di una riflessione compiuta sulla sofferenza umana senza colpa, perché “il dolore non ha bisogno di giustificazione” e Giobbe, che rappresenta ogni uomo che cerca Dio, con onestà e innocenza, è un eroe al contrario che arriva a smettere di parlare per contemplare in silenzio il suo Creatore. Ma per arrivare a questo punto sperimenta una grande lotta interiore: si sente schiavo della vita che vive, come se fosse un soldato esposto a tanti rischi, compresa la morte (Gb 7,1): si sente abbandonato da Dio (Gb 3,20-23)74, prova dolori giorno e notte (Gb 30, 16-17). Così Dio educa l’uomo mediante la medicina amara della sofferenza (Gb 5,17-18)75. Si legge in un romanzo di Josef Roth, che porta proprio il nome di “Giobbe”, queste poche parole nel capitolo di apertura ”Il dolore lo farà saggio, la deformità buono, l’amarezza mite e la malattia forte”76.
“Si potrebbe fare l’ipotesi che non sia tanto l’idea di pena a derivare da quella di colpa, bensì il contrario. È la sofferenza dell’uomo, infatti, che gli fa problema, prima di tutto, prima ancora che egli sia colpevole di una qualche colpa. E il dolore umano tanto più appare assurdo, quanto più l’uomo vive davanti a Dio, dal quale, ovviamente, egli si attende il dono di una vita buona. Questa semplice osservazione spiegherebbe il fatto che l’uomo, quando è colpito dal dolore, spontaneamente si interroga se non debba cercare in se stesso la causa di ciò che gli sta accadendo. Se non dubita di Dio, della sua bontà e della sua giustizia, è alla propria colpa che egli sembra dover attribuire i suoi mali. Sofferenza e morte gli risultano sempre talmente incongrue, che egli non riesce a farsene una ragione, se non ricorrendo all’idea che si tratti di una pena per una colpa. La violazione dell’ordine e dell’armonia dei rapporti fra l’uomo, i suoi simili, le cose e Dio lo colloca in una situazione esistenziale misteriosa ed oscura, nelle cui tenebre la sofferenza, che contraddice l’aspirazione radicale ad esistere e ad esistere felicemente, si sposa alla coscienza della colpa e diventa pena. Così colpa e pena si allacciano fra di loro, perché sia il peccato che la morte affondano le loro radici nel mistero più profondo dell’uomo che, a differenza di altri essere, ha bisogno di trovare in se stesso e nel suo rapporto libero e drammatico con il mondo e con Dio le ragioni delle condizioni della sua vita.”77
Gesù, da giusto, giusto per eccellenza, accettando la condizione ed il destino dell'uomo, vince il peccato e la morte e risorgendo trasforma la Croce da albero di morte in albero di vita. E' il Dio con noi, Cristo è il Dio con noi, l'Emmanuele, venuto a condividere tutta la nostra esistenza. Non ci lascia soli sulla croce. Gesù è l'Amore fedele che non abbandona e che sa trasformare le notti in albe di speranza. Se la Croce, infatti, viene accolta, essa genera salvezza e procura serenità. Senza Dio, la Croce ci schiaccia; con Dio, essa ci redime e ci salva.
“Qui ogni riflessione sul senso della morte di Gesù ha bisogno di richiamare, prendendoli molto sul serio, i due dogmi fondamentali del patrimonio della fede cristiana, senza i quali è impossibile comprendere alcunché: la concezione trinitaria di Dio e la verità dell’incarnazione del Figlio nell’uomo Gesù. Non potremmo infatti comprendere niente del rapporto che Gesù vive con Dio di fronte alla sua morte se, prima di tutto non pensassimo questa sua decisiva esperienza di vita come un’esperienza totalmente umana. Né molto di più ci sarebbe dato di capire se non prendessimo sul serio la distinzione delle persone in Dio, per cui il Figlio, nonostante viva nell’assoluta unità dell’unico Dio, è realmente di fronte al Padre in un vero rapporto interpersonale”
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Gesù è stato ragazzo e adolescente che “cresceva in sapienza, età e grazia, davanti a Dio e davanti agli uomini” (Lc 2, 52). Questa crescita ha avuto una valenza religiosa: come ogni uomo Gesù non é nato adulto, neppure sul piano morale, anche Lui ha provato difficoltà, incertezze, fatica. Affrontando queste difficoltà, si è temprato nella lotta contro il male che culmina nella vittoria della croce.
Gesù ha sperimentato davvero la tentazione del peccato per tutta la vita, perciò ne può parlare con competenza pari alla solidarietà che vuole avere con noi. Gesù infatti che conosce la nostra fragilità inserisce nel padre Nostro anche queste parole “e non ci indurre in tentazione”(Mt 6,13).
Gesù ha sperimentato davvero la morte, non sfugge alla nostra limitatezza e alle nostre sofferenze, ma tocca i nostri dolori guarendo e salvando: l’inizio della guarigione sta proprio nella solidarietà in questo dolore: per alleviare il dolore occorre condividerlo79.
Salvezza è quindi salvezza con Gesù, in Gesù, ma come dono da Dio, nella nostra storia quotidiana per vincere ciò che è limitazione, alienazione e impotenza e che caratterizza l’uomo senza Dio: cosicché “viene redento quel caduco stesso che siamo noi”. Ci incontra in un modo umano perché solo così possiamo trovarlo80.
Dio ha voluto rendersi familiare all'uomo, con tenerezza, come suo compagno di cammino verso il destino per cui l'ha creato, redimendone le debolezze, anche le più sproporzionate all'ideale.
Questo avvenimento implica la fondamentale assunzione della promessa fatta profeticamente al popolo ebraico, e suo adempimento, cioè il compiersi della profezia come fatto della storia.
Cristo Salvatore risponde “adeguatamente” a tutte le aspirazioni e i bisogni dell’uomo perché è Dio, quindi ne ha il potere, ma è anche uomo, quindi conosce bene l’essere umano.
Cristo era profondamente uomo ma aveva il coraggio di rifiutare il potere economico, politico e religioso; era un uomo, ma dotato di poteri straordinari; era un uomo ma con serenità andava incontro consapevolmente al suo doloroso epilogo. Egli infatti aveva compreso che la sua missione avrebbe comportato tale fine, ma voleva portare a compimento la sua missione tra gli Ebrei, cioè quella di essere il Messia del suo popolo tanto agognato e tanto atteso81.
“In ogni modo, ciò che senz’altro fu inteso e voluto da Gesù è il netto rifiuto di realizzare la sua missione attraverso una affermazione di potenza, di qualsiasi genere, vuoi politica vuoi religiosa. E su questa strada di un messianismo umile e dimesso, affidato alla radicalità della dedizione più che all’ostentazione della potenza, egli intendeva condurre i suoi discepoli. Nella cena pasquale, che fu il suo ultimo incontro con loro, prima della sua fine, egli esaltò il senso e il valore della sua morte, facendone il suggello finale di tutta la sua opera e il principio della salvezza del mondo. Invece che una teoria sulla sua opera messianica egli lasciò loro, in quel suo gesto del pane spezzato e del calice offerto ai discepoli, che essi avrebbero dovuto ripetere in seguito; un semplice e modesto rituale. Sarà questo il culto fondamentale del cristianesimo, nel quale la comunità futura simbolizzerà tutta la sua speranza di poter vivere nella libertà dal peccato e nell’amicizia con Dio, in forza del sangue versato sulla croce dal suo messia. Sarà soprattutto nel ripetere questo gesto che la chiesa rivivrà la vicenda della morte di Gesù come un principio e non come una fine, come un evento salvifico e non come un’evenienza sfortunata.”82
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I sociologi concordano sul fatto che in tutte le culture esiste il valore del sacrificio come mezzo per offrire, donare, ottenere, scambiare83: così anche la morte di Gesù viene subito collegata all’immagine e al simbolismo del sacrificio pasquale dell’agnello, come anche l’apostolo Giovanni indica nei suoi scritti84. “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29)85.
La morte di Gesù può essere letta come espiazione o come debito da saldare. Taluno afferma però che si tratta di figure ben distinte che sovrapposte non coincidono, infatti, mentre la prima è incentrata sulla sofferenza del colpevole, che non porta nessun vantaggio al danneggiato, nel caso del recupero di un credito il beneficiario è proprio chi ha subito il danno.
“Queste due figure, quella dell’espiazione e quella del debito da saldare non si sovrappongono esattamente. La prima infatti ha al suo centro una sofferenza del colpevole, la quale non porta nessun vantaggio al danneggiato dalla sua colpa. Anche nella giustizia penale sancita dai tribunali, quando si commina una condanna a morte o la pena della detenzione, non si offre con questo nessuna reale e concreta riparazione né all’offeso né al corpo sociale. Cosa invece che avviene quando viene restituito quanto era stato rubato o quando viene saldato un debito o riparato un danno. Inoltre in questo caso non è la sofferenza del debitore che conta:: essa non ha nessuna rilevanza nella riparazione che si sta realizzando. Quindi, mentre la figura del pagamento del debito e della riparazione del danno ha una sua intrinseca razionalità, l’idea di espiazione, nella sua almeno apparente radicale irrazionalità, sembra contenere dentro di sé unicamente il profondo senso di mistero in cui è avvolta l’esperienza della colpa. Ogni colpa, anche quella le cui conseguenze sono rimediabili riparando il danno fatto, sembra portare dentro di sé una dimensione trascendente e quindi irrimediabile. ”86
La caratteristica del sacrificio per espiazione, presente nei riti di molte religioni, ha innegabilmente una dimensione trascendente quindi religiosa in sé per il suo carattere di gratuità che comunque è inutile perché non porta nessun beneficio alla parte lesa.
La morte di Gesù ha un innegabile valore espiativo in quanto a fronte di una colpa occorre pagare una pena e Gesù che è il nostro avvocato presso Dio, giudice supremo, paga il prezzo necessario con l’esperienza del dolore in tutte le sue forme fino alla morte e alla discesa negli inferi, quindi il massimo allontanamento da Dio Padre87. Viene anche chiamata la teoria della soddisfazione quella per cui Cristo, proprio “mentre soffre”, paga in modo incommensurabile, il debito dell’umanità88.
Sacrificio di Cristo come “sacrificio di alleanza”, “sacrificio di olocausto”, “sacrificio pro peccato del Servo”, “sacrificio rituale pro peccato o…. di espiazione”89.
“..carattere spirituale del sacrificio offerto da Cristo” e “sacrificio di Cristo come attuazione della salvezza”90. “Gesù innocente si sostituisce a noi peccatori (sostituzione penale), fa le nostre veci (sostituzione vicaria), diventa olocausto, capro espiatorio”91.
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Altra funzione di Gesù è quella sacerdotale in quanto si offre per salvare l’umanità e collegata a questa la funzione di mediazione tra cielo e terra, cioè tra Dio e l’uomo, già e ancora, peccatore92.
Quando durante l’Ultima Cena Gesù offre al mondo Corpo e Sangue offre anche l’interpretazione più profonda della sua morte, collocandola nel contesto dei sacrifici veterotestamentari dell’esodo. Proprio grazie al sangue versato da Cristo crocifisso, la Chiesa continua a sperare di godere appieno, nella libertà dal peccato, dell’amicizia con Dio93.
Il realismo della presenza di Cristo assume nel tempo la forma di una compagnia che si motiva interamente come fede in Lui. Lui è la verità e la vita. È la Chiesa, segno in cui c'è la presenza personale Sua, metafisicamente “corpo mistico” e nella storia popolo, segno comunitario e storico, la Sua presenza in noi in ogni momento del tempo.
Fine della storia è lo svelarsi del valore assoluto della Sua presenza, contingente nella Palestina, e coestesa per energia dello Spirito a tutto il tempo della Chiesa.
Il sacrificio espiatorio si svolgeva solo all’interno del recinto sacro del tempio e solo da parte del sacerdote, in questo caso invece, Gesù, che non è sacerdote secondo la legge degli Ebrei muore crocifisso, quindi si immola come sacrificio fuori dalle mura (“fuori della porta”) di Gerusalemme, indossando “la vergogna della croce” al posto dei paramenti sacri94.
“..il sacrificio espiatorio si celebrava solo nel recinto sacro del tempio, e dentro il tempio, tutto avveniva solo nello spazio riservato ai sacerdoti; dentro lo spazio sacerdotale, poi alcuni particolari avvenivano solo all’interno del santuario e, infine, dentro il santuario il vertice della celebrazione era il misterioso e solenne ingresso del sommo sacerdote nel Santo dei Santi. Per la fede dei discepoli di Gesù, invece, la vera grande opera della riconciliazione con Dio si è compiuta per l’opera di uno che non era sacerdote secondo la legge di Israele. Egli non poteva penetrare nel recinto sacro, non era autorizzato ad entrare nel santuario, né tanto meno nel Santo dei Santi. Ma egli ha offerto a Dio il sacrificio decisivo per tutta la storia umana, immolando se stesso fuori delle mura della città santa. La sua divisa non furono sacri paramenti, ma l’ «obbrobrio», cioè la vergogna della croce.”95
Il sangue di Cristo redime i peccatori, cioè “compra” le anime, secondo il significato primigenio del termine “redenzione” che aveva un’accezione esclusivamente commerciale, così quando si legge nell’Apocalisse “Tu hai comperato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni razza e lingua e popolo e nazione !” i credenti si percepiscono come proprietà di un padrone che vengono riscattati da Gesù crocifisso per essere offerti a Dio Padre96.
Nel Nuovo Testamento Cristo è presentato come l'intercessore, che assume in sé le funzioni del sommo sacerdote nel giorno dell'espiazione (Eb 5,7; 7,25). Ma in lui il sacerdozio presenta una configurazione nuova e definitiva. Egli entra una sola volta nel santuario celeste allo scopo d'intercedere al cospetto di Dio in nostro favore (Eb 9,23-26, spec. 24).
Gesù Crocifisso ci salva come Servo fidente, umile, povero, mite, ubbidiente, orante che diventa oggetto e soggetto di “culto sacrificale-espiatorio”97.
“La figura del messia, che risalta nei canti di Isaia, è quella del profeta che accetta di soffrire e di morire per il suo popolo” oppure secondo tesi recenti si tratterebbe di una comunità, come Israele in esilio, considerata come una persona sola98.
Cristo grazie all’incarnazione e a causa di questa sperimenta la discesa agli inferi che secondo diverse interpretazioni significa sia che Gesù è effettivamente morto ed è stato sepolto sperimentando così la separatezza tra il mondo dei vivi e quello dei morti, sia che dal momento della morte abbia glorificato e santificato tutti i giusti già deceduti99. Egli sperimentò davvero l’inferno nella carne100.
Gesù, come il grande intercessore che espia per noi, si rivelerà pienamente alla fine della nostra vita, quando si esprimerà con l'offerta di misericordia ma anche con l'inevitabile giudizio per chi rifiuta l'amore e il perdono del Padre.
L'offerta della misericordia non esclude il dovere di presentarci puri ed integri al cospetto di Dio, ricchi di quella carità, che Paolo chiama "vincolo di perfezione" (Col 3,14).
Supportato dallo Spirito, “che sostiene il suo ufficio sacerdotale”101, Egli svolge insieme il ruolo di Sacerdote e di "vittima di espiazione" per i peccati di tutto il mondo (1Gv 2,2)102.
“Il Nuovo Testamento…con una certa fantasia, parla della morte di Gesù come di un evento che “toglie” i peccati, quasi che si trattasse di spostare dei macigni posti sulla strada della salvezza dell’uomo, o di cancellare delle macchie che ne deturpano la coscienza, o di abrogare le scritture della sua condanna, o di strappare l’elenco dei debiti che egli dovrebbe pagare. In realtà sotto le figure c’è l’idea della restaurazione dell’uomo in un suo armonioso rapporto con Dio. È questo che il peccato ha distrutto ed è questo che Gesù viene a ricostruire. Questa visione serena e gioiosa del rapporto di Gesù con gli uomini sembra però venir turbata dalla grazia del perdono al fatto che Gesù è morto in croce. Non sembra che la prima lettera di Giovanni pensi alla gioia dei banchetti di Gesù con i peccatori, ma a qualcosa di estremamente drammatico, quando dice che Gesù è il nostro avvocato presso il Padre. Quasi che Dio sia un giudice implacabile, di fronte al quale possiamo sperare qualcosa solo se abbiamo un potente difensore, che sarebbe Gesù. E l’apostolo carica ancor di più il discorso quando aggiunge che egli è hilasmós, cioè l’atto espiatorio posto sui nostri peccati, anzi su quelli di tutto il mondo. Gesù avrebbe il potere di difenderci solo perché con la sua sofferenza ha espiato per noi. Dopo alcune pagine si ritorna sull’argomento con parole bellissime e consolanti che esprimono l’umiltà del peccatore e la certezza di potersi salvare, perché «in questo consiste l’amore, non che noi abbiamo amato Dio ma che egli ha amato noi e ha mandato il suo figlio». Ma anche qui si aggiunge che egli è stato mandato per espiare. Ora, espiare significa subire una pena per onorare la giustizia. E sembra quasi che Dio stesso, nonostante la sua benevolenza per l’uomo peccatore, così amabilmente rivelatasi nella vita di Gesù, debba sottostare ad una regola inesorabile, che incombe anche su di lui, e cioè che la colpa debba essere pagata con una sofferenza. Da qui un frequente richiamo nel Nuovo Testamento al gran prezzo della nostra salvezza, che sarebbe il sangue stesso di Cristo. L’Apocalisse immaginando il peccato come una macchia dello spirito, dirà che siamo stati «lavati nel sangue» di Gesù”103
Cristo è l’Ultimo Adamo104 anzi, la “controfigura di Adamo”105, è l’uomo nuovo, ubbidiente a Dio Padre.
“il problema dell’obbedienza a Dio…..per la fede biblica presa nel suo complesso, non è uno dei tanti problemi del comportamento morale dell’uomo, ma il baricentro dell’esistenza di tutta l’umanità. Basti pensare a quel paradigma della vita e della morte che è nella Genesi il racconto della vicenda di Adamo. Nessuno poi potrebbe dimenticare, a questo proposito, il caso di Abramo al quale Dio lanciò la ben nota incredibile sfida: bisognerà vedere cosa ne sarà della sua fede, quando Dio, dopo avergli promesso una prosperità e avergli donato Isacco, nato per miracolo a garanzia di ciò che Dio stesso gli aveva promesso, gli chiederà l’assurdità di immolare in sacrificio quel suo figlio destinato a realizzare il compimento della promessa divina. C’è qui l’esigenza di un’obbedienza assolutamente al limite, se non al di là del limite, di ogni plausibilità umana: è, appunto, il paradosso della fede…. È su questo punto cruciale che Paolo imposta tutta la sua spiegazione del valore salvifico della morte di Gesù: «Come per la disobbedienza di un solo uomo gli uomini in tutta la loro moltitudine sono stati resi peccatori, così per l’obbedienza di uno solo gli uomini in tutta la loro moltitudine saranno resi giusti». Obbedienza è collocarsi nell’esistenza accettando che solo Dio sia dio. Disobbedienza è fare di altre cose il proprio dio o fare di sé stessi il dio di sé stessi. La disobbedienza di Adamo, quindi, non è un peccato, violazione di un precetto; è il peccato, cioè la pretesa dell’uomo di impossessarsi della scienza del bene e del male, cioè di essere lui il criterio del bene e del male, rifiutando che lo sia Dio e Dio solo.”106
Se il peccato è disobbedienza, la morte di Cristo è l’antipeccato per eccellenza, infatti sulla Croce il Figlio di Dio risponde liberamente e fiducioso all’amore infinito del Padre con un atto di perfetta obbedienza e abbandono totale107.
Fidarsi di Dio vuol dire credere in Lui anche nella sventura, vuol dire che una soluzione esiste se Dio è coinvolto (Gb 2,10)108.
Per un cristiano la partecipazione ai sacramenti significa compartecipazione all’autodonazione di Cristo sulla croce. Come Gesù si affida arrendevolmente al Padre sicuro di essere accettato da Chi gli ha donato tutto, così anche noi nella fede ci apriamo al mistero salvifico109.
“Penso che la ragione più ampia e chiara del senso che può avere il nesso della morte di Cristo con la salvezza dell’uomo sta proprio nel nuovo rapporto dell’uomo con Dio, che egli realizza nella sua morte. Ma non solo nella sua morte, bensì in tutto quell’orientamento della sua vita, che lo condusse in realtà alla morte. È quanto San Paolo ci spiega presentandocelo come il nuovo Adamo, l’Adamo dell’obbedienza contro l’Adamo della disobbedienza. Non nel senso che Dio avesse comandato a Gesù di morire e che egli avesse dovuto obbedire, ma nel senso che nella vita e nella morte ciò che salva l’uomo è il restare nell’obbedienza a Dio. Naturalmente in tutto questo discorso…..obbedienza e disobbedienza non hanno il significato banale di osservanza o trasgressione di una norma, ma indicano l’atteggiamento complessivo e fondamentale che l’uomo assume, come responsabilità della sua esistenza, davanti a Dio.”110
Il Signore Gesù non è solo venuto a salvarci dalla sofferenza, ma a salvarci nella sofferenza. L'evento salvifico trova il suo cuore e il suo vertice nel sacrificio del Calvario, nel quale si consuma la predilezione del Padre per il Figlio Gesù, nella morte, dolorosamente ma incondizionatamente abbandonandosi al Padre, ne sperimenta la vicinanza più intima, per la quale non vedrà la corruzione. Cristo non sale sulla Croce costretto: egli si dona nella pienezza del suo consenso alla volontà divina, che è il senso stesso della sua venuta nel mondo.
Il grido di Gesù in croce esprime il suo affidamento totale e incondizionato a Dio visto come Padre. E’ la ripresa e il compimento della preghiera del Getsemani. Gesù è veramente il modello nella prova suprema, perché confida in Dio ciecamente, anche quando sperimenta la sensazione di essere stato abbandonato proprio da Lui, Suo Padre.
Il peccato viene spesso presentato come una disubbidienza alla legge di Dio quindi come una ribellione all’universale signoria divina sul creato. Il pareggiamento dei conti tra il Creatore e la creatura esigerebbe il pagamento di un debito111: all’interno di questa logica legalistica la stessa redenzione di Cristo è interpretata come espiazione vicaria. Cristo paga per tutti il debito del peccato, con un prezzo di sofferenza e di morte, cui la sua divinità conferisce valore infinito. Il perdono di Dio raggiunge il peccatore sotto forma di remissione, nel senso di condono di un debito112. Così il messaggio della croce, che si traduce nel soffrire per il prossimo e che è l’unico privilegio dell’uomo113, é un sacrificio umano e divino insieme che genera subitanee conversioni: il buon ladrone, un pagano, un centurione romano, la folla.
Alcune pubblicazioni del medesimo autore:
La Chiesa. Risposta alle domande più provocatorie , San Paolo, 1998
Introdurre gli adulti alla fede. La logica catecumenale nella pastorale ordinaria, Ancora, 1997
La religione implicita. Sociologi e teologi a confronto , EDB, 1994
Ecclesiologia. Questioni di metodo e una proposta , San Paolo, 1993
Teologia del ministero ordinato. Una interpretazione ecclesiologica, San Paolo, 1993
La chiesa mistero di comunione , Marietti, 1990
Una chiesa per vivere , San Paolo, 1990
Chiesa in missione , San Paolo, 1987
Dossier sui laici , Queriniana, 1987
Venti anni dal Concilio Vaticano II, Borla, 1985
Una chiesa per vivere , Marietti, 1984
La chiesa mistero di comunione , Torino, 1975 (19814)
L’opzione fondamentale nel pensiero di San Tommaso, Brescia, 1968