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| Simonetta Delle Donne Croce di Cristo e Croce dell'uomo IntraText CT - Lettura del testo |
3. “Gesù di Nazaret” di Bruno Forte
3.1. Note sull’autore: Bruno Forte
Bruno Forte114 nato nel 1949 a Napoli, ordinato sacerdote nel 1973, dottore in teologia nel 1974 e in filosofia nel 1977, è ordinario di teologia dogmatica nella Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Ha trascorso lunghi periodi di ricerca a Tubinga e a Parigi. È impegnato attivamente nella ricerca e nell’azione ecumenica ed è responsabile per il sud Italia dell’Associazione Teologica Italiana. È stato il primo relatore al Convegno della Chiesa Italiana a Loreto (1985) e all’Assemblea delle Chiese Europee a Erfurt (1988).
E’ consultore del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani. Ha tenuto lezioni e conferenze in molte università europee e americane e corsi di aggiornamento e di esercizi spirituali nei vari continenti. Ha scritto numerosi articoli in dizionari e riviste italiane e straniere e molte delle sue opere sono apparse finora in sei lingue.
Per commemorare il venticinquesimo anno del proprio sacerdozio, Bruno Forte ha ricostruito sinteticamente tutti gli aspetti più salienti degli ultimi anni di Tommaso d’Aquino nel volume intitolato Il silenzio di Tommaso (pubblicato nel 1998 con l’editore Piemme) cercando di dare qualche risposta alle domande di tanti biografi che si sono interrogati sul comportamento dell’Aquinate nell’ultimo anno di vita in cui smise di scrivere e lasciò incompleta la Summa theologica.
3.2. LINEE GENERALI DELL’OPERA
Il volume è uno studio approfondito sui fondamenti della cristologia, dottrina teologica tutta incentrata sulla persona e sull’operato di Gesù come coscienza critica della fede della Chiesa nel Figlio di Dio.
Con quest’opera Bruno Forte intende rispondere alla domanda sul senso del parlare di Cristo oggigiorno.
L’uomo chiede libertà dai propri limiti, dalle oppressioni, dal dolore che contrassegna le tappe della vita; Dio d’altro canto è nascosto e sembra che abbia abbandonato l’uomo.
L’autore riflette sul fatto che occorre saper parlare all’uomo contemporaneo superando impostazioni metafisiche e astratte troppo lontane dalla vita quotidiana, che quindi necessita di una riflessione cristologica più esistenziale e dinamica.
Nella seconda e nella terza parte Forte affronta in modo sistematico la storia della cristologia a partire dalla promessa del Dio d’Israele al kerygma della Chiesa, poi indaga l’esperienza dell’incarnazione come mistero e relazione tra il Dio Padre e il Crocifisso-Risorto Figlio.
I temi fondamentali dell’opera vengono scanditi nei capitoli nove, dieci undici e dodici, dove dopo aver dimostrato con le Scritture che Cristo aveva piena coscienza della sua missione e della sua futura imminente morte, l’autore analizza aspetti importanti dell’esperienza di Gesù Uomo-Dio. Innanzitutto Cristo è libero perché povero, non condizionato dal mondo politico religioso che lo circonda e dalla tradizione religiosa d’Israele. Poi è anche l’Uomo dei dolori, che sperimenta la condizione umana fino in fondo, accettando le croci quotidiane fino a consegnarsi nelle mani di chi gli procura la morte115. Negli ultimi due capitoli Gesù viene nominato e studiato come l’Unto dello Spirito e il Vivente nello Spirito, a riprova della singolarità e straordinarietà della sua esperienza, che continua nell’attualità del presente in quanto Cristo era ed è ancora via, verità e vita, per questo ha significato conoscerlo anche oggi.
3.3. AFFERMAZIONI DELL’OPERA SUL TEMA DELLA TESI
“Croce significa solitudine, disprezzo, fallimento, dolore e morte senza apparente futuro. Croce è non senso, contestazione di ogni pretesa, ultima agonia del povero dalla cui parte non si è schierato nessuno. Non c’è uomo che ami la vita e abbia anche il coraggio di esistere, che possa amare contemporaneamente la croce in se stessa, gustare il dolore assurdo del negativo. La tremenda angoscia del Getsemani è la prova che anche Gesù non ha potuto amare la croce in se stessa. La croce è la somma e la rappresentazione fedele di ogni dolore umano, il trionfo del male, la vittoria della morte: mai come in essa la terra è lontana dal cielo, con tutta la pesante oscurità che la caratterizza. Sulla croce muore l’uomo, schiacciato dal peso dell’ingiustizia e dell’odio: ma muore anche Dio, perché sembra non esserci più speranza né amore che salva.”116
Gesù Crocifisso ci salva come Dio incarnato, sperimentando l’umanità fino in fondo eccetto il peccato.
Senza enfatizzare, poiché la croce non è uno scopo né una vocazione117, si può dire che la Croce è il centro della redenzione, perché sofferenza e amore sono aspetti inscindibili118.
Gesù non si è limitato, infatti, a prendere posizioni e atteggiamenti di fronte al dolore, ma ha aderito pienamente all’esperienza del dolore, si è lasciato per così “ingoiare e digerire” dal dolore morale e fisico fino alla morte119. Il soffrire umano può essere iconograficamente reinterpretato immaginando di scorrere la vita di Cristo dalla lavanda dei piedi alla croce (si pensi al mirabile pontile dei Campionesi nel duomo di Modena)120.
L’esperienza del dolore e della morte di Gesù, come atti di amore essenzialmente personali121, provano l’estremo realismo della sua incarnazione. Egli infatti ricapitola e sintetizza l’intera realtà umana “essendo diventato da invisibile visibile, da impassibile passibile, da Dio immortale uomo mortale.”122 S’intende che Cristo ha veramente sofferto nella sua natura umana, mentre la natura divina è sempre stata impassibile.
La sua sofferenza coinvolse, comunque, tutta la sua persona, le sue facoltà sensibili, l’intelligenza e la volontà123. Gesù ha sofferto in modo unico e irripetibile proprio perché ha vissuto la solitudine rispetto a Colui, cioè Dio Padre, col quale era veramente uno nell’amore. Il dolore morale è stata la sofferenza più gravosa dell’Uomo-Dio.
La croce su cui Cristo è stato inchiodato giustifica l’audacia di proclamare l’assurdo, cioè che Dio soffre. Il dolore della croce è la kenosi dell’amore trinitario di Dio124 è l’ “annichilimento” e insieme lo “svuotamento di sé”125. Gesù “nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte, e fu esaudito per la sua pietà” (Eb 5,7). Esaudito in quanto aiutato ad affrontare e completare l’olocausto redentivo.
Gesù vive una “passione segreta” nel Getzemani e una “passione pubblica” sul Calvario126.
In Marco e in Matteo il grido di Gesù è rivolto a Elì (non abba) e risuona dell’angoscia del dolore universale della storia di tutto il creato in comunione con tutti i sofferenti della terra e contemporaneamente in oblazione fiduciosa al Padre: dal giorno della morte del Cristo l’uomo sa che la storia delle sue croci è anche la storia di Dio127.
Nei testi paolini la croce “ha sempre e soltanto una dimensione cristologica”128. “Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10).
La vita di ogni uomo è nelle mani di Dio ed anche quella di Gesù lo era: credere vuol dire fidarsi di una volontà che non si conosce.
La fede cristiana è la risposta personale dell’uomo alla proposta salvifica di Dio. E’ l’obbedienza con la quale l’uomo si abbandona a Dio tutto intero, liberamente, prestandogli il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà (Dei Verbum, 5).
Deve essere così importante impostare la vita in relazione al volere di Dio che Gesù ne ha fatto una consegna nella sua preghiera, il Padre Nostro,. E proprio a metà di esso, tra le petizioni che facciamo a Dio per il suo onore e quelle che facciamo a lui per i nostri bisogni. Lo stesso pane quotidiano è buono perché rientra nella volontà di Dio.
La volontà di Dio va dunque ben oltre la volontà manifestata nei dieci comandamenti: significa la totalità dei doni e delle esigenze di Dio rese visibili nella persona e nell’opera di Gesù. Fare la volontà di Dio è credere in Gesù per vivere come lui. Basti accennare a due momenti della sua vita particolarmente espressivi che illustrano la piena accettazione della volontà di Dio: il momento del successo “Ti rendo lode, o Padre…..Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te” (Lc 10, 17-22); il momento della sconfitta “Sia fatta la tua volontà” (Lc 22, 31-42). Gesù può dire a ragione “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato“ (Gv 4, 34).
Il Regno di Dio si fa nell’accettazione dei comandamenti di Gesù, anzi accettando Gesù come comandamento. In Gesù si è manifestato il Regno perché in lui si è veramente fatta la volontà di Dio, nel doppio senso che il Padre l’ha in lui realizzata e Gesù il Figlio l’ha pienamente accolta (Gv 1, 10-17; 3, 16-17; 5,30; 7,17).
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L'ingresso dell'eternità nel tempo attraverso il mistero dell'Incarnazione rende l'intera vita di Cristo sulla terra un periodo eccezionale. L'arco di questa vita costituisce un tempo unico, tempo della pienezza della Rivelazione, in cui il Dio eterno ci parla nel suo Verbo incarnato attraverso il velo della sua esistenza umana. È il tempo che rimarrà per sempre come punto di riferimento normativo: il tempo del Vangelo. Tutti i cristiani lo riconoscono come il tempo dal quale prende avvio la loro fede. È il tempo di una vita umana che ha cambiato tutte le vite umane. Una vita, quella di Cristo, piuttosto breve; ma l'intensità e il valore di questa vita sono incomparabili. Siamo di fronte alla più grande ricchezza per la storia dell'umanità. Ricchezza inesauribile, perché è la ricchezza dell'eternità e della divinità.
L’incarnazione si inserisce e si giustifica in un contesto triangolare ove l’amore del Padre del Figlio e dello Spirito per così dire si dilata129. Il Verbo è incarnato ma tutte le tre persone sono “incarnanti”130.
“..triplice amore di Cristo: dell’amore divino che lo lega, come Figlio, al padre; dell’amore umano spirituale, e infine, dell’amore umano sensibile”131 .
La storia di Israele è come un continuo dialogo sempre nuovo tra Dio e il suo popolo ove il Primo mantiene inalterato il suo comportamento fedele sempre al patto d’alleanza stipulato: infatti, anche la traduzione veritiera del suo nome “Io sono colui che sono”, ma “Io sono colui che è per voi”132: Gesù Cristo si inserisce in questa storia come uomo e come Dio 133.
I popoli antichi vedevano la divinità come potenza che governa il mondo punendo i malvagi e premiando i giusti già in questa vita. La rivelazione è stata una vera rivoluzione, suggerendo l’idea fondamentale dell’umiltà di Dio. Infatti la potenza divina si manifesta raramente con eccezioni clamorose alle leggi di natura, invece opera continuamente nel cuore dei credenti, con quelle forme nascoste, che sono la fiducia, la pazienza, la lotta instancabile contro le avversità e la solidarietà verso il sofferente. Manifestarsi come umile, come alleato del vinto, del povero, del perseguitato, significa proprio non rientrare nell’ordine. L’umiltà disturba totalmente.
Fra tutti i miracoli e le opere straordinarie compiute dal Figlio di Dio, ve n'è una che trascende l'intelletto umano e che la fragilità dell'intelligenza mortale non riesce a concepire né a comprendere: cioè, il modo in cui l'infinita potenza della maestà divina, vale a dire il Verbo del Padre e la sapienza stessa di Dio, nella quale sono state create tutte le cose visibili ed invisibili, si debba credere racchiusa nei limiti di quell'uomo che apparve in Giudea. La sapienza di Dio, pertanto, entrò nel ventre di una donna, nacque come un fanciullo ed emise i suoi vagiti, al pari degli altri bimbi quando piangono. Gesù, altresì, imparò a conoscere le circostanze del suo destino doloroso gradualmente, cioè mediante l’esperienza giornaliera, quasi come qualsiasi uomo134.
Infatti, Gesù Crocifisso ci salva come Servo fidente, umile, povero, mite, ubbidiente, orante
L’esperienza di Gesù in terra manifesta un chiaro intento di nascondimento, nel senso che sperimenta una sorta di “abbassamento” del Verbo che non vuole svelarsi completamente all’uomo e non vuole lasciar trapelare la gloria e la potenza divina135 fino al catastrofico insuccesso umano136. Gesù è Colui che si è svuotato, è Colui che non ha conservato la propria condizione divina che lo rendeva uguale a Dio; ma si è svuotato, è divenuto piccolo, è divenuto un bambino, un uomo crocifisso, rifiutato; è divenuto povero137.
La spoliazione di Gesù sulla croce è totale. Egli mostra fino a quale profondità arriva la sua povertà interiore. Gesù è povero in spirito, povero di Dio, il che implica un atteggiamento di trasparenza, di umiltà e di dolcezza davanti a Dio e agli uomini. E’ del resto così che Gesù presenta sé stesso: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11, 29-30). E’ per mezzo della dolcezza che Gesù evangelizza.
Cristo è anche l’uomo nuovo e totalmente libero che “..non aveva assolutamente la possibilità di peccare” perché ciò avrebbe limitato proprio la sua libertà138. L’Amore che salva, donato da Dio all’umanità, può essere rifiutato dall’uomo, che, in certo qual modo, esercitando il libero arbitrio, é l’unico potenziale “nemico” di Dio139. Nel momento della decisione Adamo, come qualsiasi uomo creato per amare ed essere amato, ha esercitato il suo libero arbitrio e ha detto un no che ha sconvolto il mondo delle relazioni in cui era inserito. Il peccato tocca, infatti, la persona nel profondo la ripiega su sé stessa impedendole di aprirsi alla vita: vengono conseguentemente alterati i rapporti spazio temporali e le relazioni interpersonali con gli altri140.
Gesù, inoltre, meditava a lungo sulle Scritture infatti riusciva sempre a “cogliere il senso profondo dei testi. Il rimando più frequente è al decalogo, ai salmi e a Isaia….egli esprime il senso della propria missione e il mistero della propria personalità alla luce del piano salvifico” delineato nella Bibbia141. Il Cristo attua le Scritture, anzi vi si conforma, aderisce con impegno142, nonostante gli scandali che il suo ministero provocava sia in campo religioso che politico143.
Gesù accoglie la morte come dono del Padre144, che non ha risparmiato il proprio Figlio consegnandolo alla morte per tutti noi (Rm 8,32)145 e Lui si è lasciato consegnare146. Anche nell’ora del trionfo, Cristo non cambia, resta il re mite che cavalca un’asina, libero da qualsiasi condizionamento, sia persone che cose147.
Come la mitezza è senz’altro la chiave di lettura per tutte le beatitudine, così Gesù è il mite per eccellenza cioè colui che si piega di fronte a Dio e oppone sempre a qualsiasi violenza la potenza della mansuetudine148. Dio agisce abitualmente non in modo spettacolare, ma nella semplicità del quotidiano, della fede, della speranza, della carità operante.
Siamo chiamati a riconoscere che esiste una volontà di Dio. Cercare la volontà di Dio, impegnarsi a conoscerla e ad accoglierla è atto e segno della più grande sapienza cristiana. La volontà di Dio è che venga il suo Regno, dunque, tutto ciò che si muove in direzione del suo Regno di verità, di giustizia, di pace e di amore, che lo fa crescere, in noi e attraverso di noi, corrisponde alla volontà del Padre. Dalle parole e dallo stile di vita di Gesù appare con chiarezza che il volere di Dio collegato al Regno si manifesta nei due criteri molto concreti tipici della sua venuta: la lotta contro il male-maligno e l’amore di Dio, ricevuto e donato. Prolungare l’amore del Padre verso il prossimo è essere certamente dentro il volere di Dio, è collaborare con Dio alla venuta del Regno. Gesù ci assicura che la volontà di Dio nei nostri confronti è sempre quella di un Padre che “sa quello di cui ha bisogno” (Mt 6, 32) Nulla di quanto avviene Egli lo vuole contro di noi. Anzi la stessa sofferenza Egli la trasforma in grazia.
La risurrezione è l’ “evento cristologico plenario” e la realizzazione della “speranza trascendentale” dell’uomo149.
Proprio meditando sulla risurrezione, la Chiesa apostolica ha scoperto il misterioso e inscindibile nesso tra Cristo Servo e la sofferenza espiatoria del Figlio di Dio150.
“Il volto del Cristo si rivela in pienezza nel ricongiungimento inaudito della sua morte ignominiosa e della sua risurrezione: la Croce senza la Risurrezione sarebbe l’ennesima confessione dell’impotenza umana; illuminata dalla risurrezione, è la Croce del Figlio di Dio, che muore al nostro posto e per noi, nella solidarietà alla sofferenza del mondo. La Resurrezione senza la Croce sarebbe la proclamazione di una vittoria di cui non si conosce il nemico, l’annuncio di una potenza tanto grande, da essere inumana; rapportata alla Croce, è la Risurrezione dai morti del Crocifisso e la resurrezione dei morti in lui, la proclamazione della vittoria di Dio a questa terra di morti e di crocefissori, che è la nostra terra. La Risurrezione è il sì di Dio: la Croce dice a Chi questo sì viene detto. Senza la Risurrezione, la Croce sarebbe cieca, senza futuro e senza speranza; ma senza la Croce, la Resurrezione sarebbe vuota, senza passato e senza concretezza.”151
Per i cristiani Gesù Cristo e il suo messaggio costituiscono il principio della speranza152.
“Contro la mentalità statica greco-occidentale, che vede la speranza come segno di una carenza, come speranza passiva, subita per la povertà dell’essere umano di fronte alla passione del mondo, la speranza del Dio cristiano non nasce dalla privazione, ma dalla pienezza dell’amore: è speranza attiva, accondiscendenza e comunione del Dio trinitario con la sua creatura. Dalla speranza del Figlio di essere glorificato nell’umanità assunta, abbracciante tutte le attese umane, e dalla speranza del Padre di glorificare il Figlio, e in Lui l’umanità in attesa, promana lo Spirito della speranza, il Consolatore di ogni vera speranza. L’evento di Pasqua si presenta così – per la «pretesa» cristiana – come storia della speranza trinitaria di Dio. Nello Spirito ogni speranza umana viene assunta dal Dio cristiano: dovunque un uomo spera, la Trinità è presente a sostenere l’impegno vigile della speranza che cambia la vita.”153
“….la comunità credente annuncia che le piaghe degli uomini, assunte dal suo Dio crocifisso, sono state da lui offerte al Padre: il senso del «soffrire» di Gesù Cristo sta esattamente nel suo «offrirsi» per amore a colui che lo ha preceduto sulla via dolorosa a nostro favore. Il Dio cristiano è il Padre che accoglie l’offerta e le dà valore, facendo di ogni sofferenza, finanche la più umile e nascosta, un mezzo potente di redenzione, recuperando così il valore di ogni vita, finanche di quelle considerate «inutili» agli occhi del mondo. Nello stesso tempo, la chiesa annuncia il Risorto come Colui che garantisce il futuro assoluto dell’uomo come futuro di bene, sostenendo la speranza umana e vagliando le tante speranze nel confronto con la speranza più grande. Il Dio dei cristiani si offre così come il Totalmente Altro, Colui cioè che accoglie e valorizza il dolore trasformato in amore, ed insieme assicura che la vocazione del mondo non è la morte, ma la vita. La chiesa di Gesù Cristo, di conseguenza, dovrà essere testimone del Padre, che accoglie e salva, e testimone della speranza più grande, che conforta e contesta le speranze dell’uomo. Una chiesa impegnata nella testimonianza, voce del Padre e voce della vera speranza, contestazione e critica di tutte le miopi realizzazioni delle speranze dell’uomo.”154
Giovanni Paolo II scrive che ogni fedele che cerca la salvezza deve sostare di fronte al crocifisso, perché “Non c’è santità cristiana senza devozione alla Passione”. Sempre in queste pagine il Papa afferma che Cristo è venuto perché avessimo vita in abbondanza (Gv 10,10), pertanto, il cristianesimo non può che essere una religione soteriologica, che si esprime nella vita sacramentale della Chiesa155.
Nella soteriologia giovannea la salvezza viene presentata con immagini diverse: luce e verità per gli uomini, rivelazione di Dio Padre, gloria divina, e l’accettazione di tutto ciò implementa la salvezza156.
Per i Padri dell’Oriente la salvezza è la divinizzazione dell’uomo157.
Gesù Crocifisso ci salva nella Chiesa, infatti, i cristiani chiama Dio Padre e scoprono di avere dei fratelli con cui costituiscono una comunità158.
Nei segni eucaristici che la Chiesa tramanda e rivive di secolo in secolo Cristo con la sua morte e risurrezione è presente e continua la sua missione di Salvatore dell’umanità159.
Gesù si unisce sacramentalmente ai suoi discepoli perché vivano come Lui ha vissuto, amino il Padre e i fratelli come Lui li ha amati, anche i lontani, con una apertura solidale verso l’umanità intera.
Gesù prima della sua morte consegna agli apostoli sé stesso nell’Ultima Cena e insieme un impegno missionario per salvare il mondo. I discepoli da subito predicarono il Cristo morto e risorto (At 2,22 – 24,36): “la Croce del risorto era il luogo per eccellenza in cui la comunità delle origini viveva l’esperienza esaltante e gioiosa del perdono del peccato (Gv 20, 20-21; Rm 6, 16-18) e quella della universale riconciliazione del cosmo e dei popoli (Col 1,20).”160.
Cristo gratuitamente consegna alla Chiesa il Suo Corpo e il Suo Sangue per tutte le generazioni, questa è la sostanza dell’amore supremo progettato da Dio.
Nel cuore della Messa, dopo la consacrazione, la comunità cristiana professa la sua fede nella presenza di Cristo nel segno del pane e del vino annunciando il mistero della sua morte e della risurrezione.
Gesù salva nella Chiesa e con la Chiesa, infatti, la fede in Cristo comporta l’accettazione della mediazione della Chiesa, si può dire in altre parole che tra Gesù e il mondo c’è un rapporto “mediatizzato dalla Chiesa”161, che è la “struttura di comunione” cristiana per eccellenza162.
Afferrati da Cristo, guidati dalla sua voce, sorretti dalla sua mano, confortati dalla sua grazia, divennero segni di Cristo nel mondo.
La fede ci indica la necessità di riconoscere a Dio il primo posto, di riscoprire attraverso lo splendore dei santi segni, il senso autentico della liturgia cattolica, di ricordare che essa deve esprimere il mistero, in quanto nella celebrazione succede qualche cosa che noi tutti insieme non possiamo fare.
Gesù viene a cercarci e nella Chiesa continua a farci capire che non possiamo fare a meno di Lui. E’ un legame d’amore con Lui e con i fratelli che dobbiamo costruire ogni giorno anche attraverso i gesti che compiamo nelle celebrazioni.
Nella Chiesa il mio “io credo” diventa condivisa confessione di fede. Cristo si dà a noi in pienezza, non in un riferimento solo ideale o astratto, o individuale, ma in una comunione ininterrotta nel tempo e nello spazio, ci introduce nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica “che è il suo corpo” (Ef 1, 23)163.
Proprio dalla Croce del Figlio scaturisce lo Spirito Santo come “estasi personale” della comunione di Dio Padre con Cristo164. E nella Chiesa lo Spirito Santo, con il battesimo, ha fatto di noi tutti il popolo santo di Dio.
La Chiesa, popolo di Dio, corpo di Cristo, tempio dello Spirito Santo, non esiste per sé stessa, ma per il suo Salvatore, di cui è malgrado i peccati, la Sposa bella (Ap 22, 17) e per tutti gli uomini a cui è mandata (Mt 28,19; Mc 16,15; 1Tm 2,4) quale annunciatrice del Vangelo, così come il Padre ha mandato il Figlio (Gv 20,21) . la fede è data per essere comunicata.
L'incorporazione in Cristo di ogni battezzato nel nome della Santa Trinità costituisce l'unico Corpo di Cristo, una realtà misteriosa di grazia che nessuna divergenza sopraggiunta può cancellare o far ignorare. Il Direttorio per l'applicazione dei principi delle norme sull'ecumenismo (1993) raccogliendo l'orientamento conciliare e il senso delle realizzazioni post-conciliari invita a considerare il battezzato come una persona veramente incorporata a Cristo e alla sua Chiesa, rigenerata per partecipare alla vita divina. Il battesimo costituisce quindi il vincolo sacramentale dell'unità tra tutti quelli che, per suo mezzo, sono rinati165. Ed è proprio sul sacramento del battesimo si fonda la comunione di vita dei fedeli. Questo è quindi anche un invito sollecito alla sequela vera del Nazareno che deve concretizzarsi anche nelle opere.
“..la sequela del Nazareno, a partire dalla storia della sua coscienza, esige per la chiesa uno stile di incarnazione. Questa significa entrare nel tempo e nello spazio delle situazioni umane. Come il dialogo eterno dei Tre è entrato nella fatica e nella progressività del tempo, così – a fortiori – il dialogo nella chiesa, segno e mezzo della sua comunione radicata nel Dio trino, dovrà svilupparsi nella fatica e nell’evoluzione graduale proprie della vicenda umana. I tempi di Dio si sono rivelati nella storia della coscienza di Gesù come tempi di una pazienza attiva e speranzosa. Tali devono essere anche i tempi dei cristiani, che vogliono vivere e crescere in comunione. La chiesa si scopre allora priva di una fissa dimora in questo mondo, pellegrina verso la luce più grande, non presuntuosamente arroccata nelle sue certezze, ma povera e serva, affamata e assetata del suo futuro promessole. I cristiani sentono di dover essere uomini aperti all’avvenire, seguaci di Colui che ha creduto e sperato contro ogni speranza e li ha preceduti nel combattimento della fede.”166
Le nostre comunità, spesso avvilite dal triste spettacolo del mondo senza Cristo, del mondo, secondo la parola di san Paolo, “senza senno, senza costanza, senza amore, senza misericordia” (Rm 1,3 1) devono rendersi conto del carattere fondamentale e primario di questa attenzione alla redenzione sempre in atto, che già ci sorregge, ci rianima, ci arricchisce spiritualmente, quali che siano gli squallori mondani da cui siamo circondati. Occorre riscoprire il senso di libertà che Gesù ci ha insegnato con la sua vita e la vera obbedienza a Dio Padre che l’ha portato alla morte e alla risurrezione. A modello la Chiesa aveva ed ha tuttora Maria, la Madre del Salvatore, la prima corredentrice, la prima martire, la prima cristiana.
“Il Dio cristiano è stato così libero, da essere perfino libero dalla propria libertà e consegnarla nelle mani dei peccatori. La libertà ha fatto di lui il Povero, che risponde anche al rifiuto dell’amore con l’audacia di chi dona tutto, l’Umile, che continua a piegarsi sulla sua creatura per riportarla alla comunione con sé, il Fedele , la cui promessa non muta nel tempo. Il Dio della libertà rispetta fino a tal punto la libertà della sua creatura ! Egli conosce e accetta il rischio della libertà, perché libertà è soltanto l’altro nome del suo amore: «In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi…» (1Gv 4,9-10). La storia della libertà di Gesù, rivelandoci che Dio è libertà, ci rivela che Dio è amore…Che cosa esige dalla chiesa una simile rivelazione della libertà del suo Dio ? La sequela della libertà dell’amore assoluto, quale si è rivelato nella storia del Nazareno, richiede che la comunità e il singolo cristiano siano liberi e liberanti: la sequela di Gesù Cristo è «sequela libertatis ». Una chiesa libera vuol dire anzitutto, su di un piano analogo a quello che nella persona si realizza nell’opzione fondamentale, una comunità che vive nella radicale obbedienza alla Parola di Dio: la sua forza e la sua ricchezza stanno nella incondizionata dedizione al Suo Signore. Ogni altro motivo di sicurezza e di vanto sarebbe bestemmia e scandalo. La chiesa cristiana è il popolo della Parola, umile vergine dell’ascolto, come Maria, che si lascia sempre nuovamente coprire dall’ombra dello Spirito per rendere presente il Cristo nella storia.”167
Poiché la regalità del Figlio di Dio si manifesta “anche nella chiesa nella forma del servizio, dell’umiltà e dell’amore” allora la Chiesa alla luce del Crocifisso, mentre brama la realizzazione perfetta del Regno di Dio, aiuta i sofferenti a portare le loro croci quotidiane combattendo quelle inique168.
La Chiesa quindi sulle orme del Servo di Dio renderà presente il Cristo nella storia di ogni uomo sofferente.
Alcune pubblicazioni del medesimo autore:
Il racconto del presepe. In appendice le canzoncine natalizie e l'inventario di un presepe , 1999
Teologia in dialogo. Per chi vuol saperne di più e
anche per chi non ne vuole sapere , 1999
La porta della bellezza. Per un'estetica teologica , Morcelliana, 1999
Ritornare al Padre. Spiritualità del p. Simpliciano della Natività ofm , Edizioni Dehoniane, 1999
Perché bisogna andare a messa la domenica? , Edizioni del Deserto, 1998
Via crucis del 'Secolo breve' , San Paolo, 1998
Il silenzio di Tommaso. 6 dicembre 1273: il santo teologo sceglie di non parlare più fino alla morte , Piemme, 1998
Dire Cristo ai giovani in un tempo di crisi, Paoline Editoriale, 1998
Avvolti nel mistero della trasfigurazione. Un itinerario verso il giubileo , Lipa, 1997
Filosofia e cristianesimo. Dialogo sull'inizio e la fine della storia , Parresia, 1997
Fare teologia dopo Kierkegaard , Morcelliana, 1997
La parola della fede. Introduzione alla simbolica ecclesiale , San Paolo, 1996
Piccola introduzione alla vita cristiana , San Paolo, 1995
Di te ricordo quando , Piemme, 1995
La Chiesa icona della Trinità. Breve ecclesiologia , Queriniana, 1995
La Chiesa della Trinità. Saggio sul mistero della Chiesa, comunione e missione , San Paolo, 1995, 19952
Confessio theologi ai filosofi, Cronopio, 1995
Gesù di Nazaret, storia di Dio, Dio della storia. Saggio di una cristologia come storia , San Paolo, 1994
Piccola introduzione ai sacramenti, San Paolo, 1994
Piccola introduzione alla fede , San Paolo, 1993
Trinità come storia. Saggio sul Dio cristiano , San Paolo, 1993
L'eternità nel tempo. Saggio di antropologia ed etica sacramentale , San Paolo, 1993
Una parrocchia legge il suo territorio. Contributo di teologia e sociologia pastorale , Le Mura Grazia, 1993
Ci vorrebbe un amico , In Dialogo, 1993
Nella memoria del Salvatore. Esercizi spirituali , San Paolo, 1992
Teologia della storia. Saggio sulla rivelazione, l'inizio e il compimento, San Paolo Edizioni, 1991
Camminando nel presepe. I personaggi e la vita del presepe del Settecento , 1989
Sul sacerdozio ministeriale. Due meditazioni teologiche , San Paolo Edizioni, 1989
Maria, la donna icona del mistero. Saggio di mariologia simbolico-narrativa , San Paolo Edizioni, 1989, 19963
La teologia come compagnia, memoria e profezia. 1987, 19962
Laicato e laicità , Marietti, 1986
Cristologie del Novecento, Brescia, 1985
La chiesa icona della Trinità, Brescia, 1985
Trinità come storia,1985, 19976
La chiesa nell’eucarestia, Napoli, 1975
La geografia nella scuola elementare , La Scuola
Delle cose ultime e penultime , Mondadori