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| Simonetta Delle Donne Croce di Cristo e Croce dell'uomo IntraText CT - Lettura del testo |
5. “SOFFERENZA UMANA” di MARIO SERENTHÀ
5.1. Note sull’autore: MARIO SERENTHÀ
Mario Serenthà211 è nato a Monza (MI) nel 1945 si è laureato in teologia. Attualmente insegna cristologia e teologia trinitaria nel Seminario di Milano e all’Istituto Religioso di Scienze Religiose della diocesi ambrosiana. Collabora con continuità a numerose riviste scientifiche di teologia.
5.2. LINEE GENERALI DELL’OPERA
La riflessione teologico-cristologica di Mario Serenthà procede in modo ordinato seguendo un percorso logico, che prende avvio da una meditazione sulla sofferenza dell’uomo, dove vengono usati indifferentemente, come sinonimi, tutti i termini afferenti il soffrire umano.
Assunto il dolore come dato di fatto, ineludibilmente connesso con la limitatezza umana, soprattutto col peccato, Mario Serenthà scagiona Dio da ogni condanna in merito: infatti, è l’uomo che, creato a Sua immagine e somiglianza, gode di una libertà che lo rende unico nella creazione e capace quindi anche di opporsi al Creatore.
Nella seconda parte dello studio, l’autore mette a confronto l’esperienza umana e quella del Cristo e proprio sulla base della testimonianza del Maestro invita a sopportare il dolore mai a cercarlo, se possibile a combatterlo e, comunque, sempre a comprenderlo alla luce della Croce di Cristo. Vengono esaminati concetti complessi quali onnipotenza e giustizia divina, proprio in queste pagine, in cui l’esperienza umiliante della morte del Figlio diventa garanzia e conferma della presenza e dell’azione del Padre, che gratuitamente e continuamente dona il suo Amore rispettando il patto stabilito con l’umanità.
Serenthà colloca il mistero della salvezza della croce all’interno del mistero trinitario, tant’è che i riferimenti alla S.S.Trinità si moltiplicano sino a giungere nella terza parte ad una dissertazione sul ruolo dello Spirito Consolatore nella vita dell’uomo: infatti, solo grazie alle virtù teologali (fede-speranza-carità), doni divini che l’uomo riceve dall’alto con la preghiera, l’uomo riesce a sopportare il dolore anche e soprattutto quando è innocente.
La resa incondizionata alla volontà divina, con l’ausilio delle Scritture e dei sacramenti (in particolare l’Eucarestia), deve però portare il cristiano a condividere il dolore dei fratelli, almeno con la presenza silenziosa, qualora sia inefficace qualsiasi altro intervento.
Perché la riflessione teologica non fosse avulsa dalla quotidianità, Serenthà pubblica in fondo al volume alcune lettere rivolte agli ammalati, dove vengono ripresi alcuni dei temi trattati nelle pagine precedenti.
Resa al dolore ma vicinanza ai sofferenti sembra essere il messaggio principale che l’autore intende trasmette al lettore di queste 133 pagine.
5.3. AFFERMAZIONI DELL’OPERA SUL TEMA DELLA TESI
Per rispondere alla domanda senza-tempo sulla presenza della sofferenza, del dolore e della morte nel mondo, sono stati scritti i primi capitoli della Genesi, in cui viene presentata un’immagine idilliaca del paradiso terrestre, cui si contrappone una descrizione particolarmente pesante dell’esistenza dopo il peccato originale. In pratica pone una correlazione tra il peccato, la sofferenza e la morte, sebbene non sia facile specificare la natura di tale collegamento.
“In ogni caso, un’interpretazione radicalmente fuorviante del legame sofferenza-peccato dell’uomo sarebbe quella che lo leggesse così: «La sofferenza è il castigo di Dio per i peccati degli uomini». Diciamo fuorviante perché il rapporto sofferenza-peccato vuole precisamente escludere che l’origine del dolore sia da ricercare in Dio … .“212
Nel libro di Giobbe, poi, viene messa in discussione quella “visione rigidamente retribuzionista” secondo cui la fortuna sulla terra è indice della benevolenza divina per il giusto, al contrario, infatti, avrebbe ripagato con altra moneta il peccato.
Nella sofferenza c’è anche un aspetto di inevitabilità ben espresso nelle parole di Gesù: “Bisogna infatti che ciò avvenga” (Mt 18,7; Mc 13,7). Si pensi solo alla fatica quotidiana del lavoro che anche i progenitori descritti nel Libro della Genesi conobbero solo dopo il peccato originale, perché prima l’attività giornaliera non comportava dolore e sofferenza: essi godevano quindi di una sorta di immunità213.
Il tema della salvezza evoca e suppone la miseria e la grandezza dell'uomo: é una miseria grande, tragica, ineludibile, che però contiene già in se stessa le vestigia e le testimonianze della nobiltà e del valore unico dell'uomo tra tutte le creature, in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio, cosciente e libero.
“Sul versante …. della libertà dell’uomo, questa è, da un lato, una libertà imperfetta, limitata: non riesce ad arrivare a tutto. Il creato nel quale viviamo, creato affidato alla libertà umana, è un creato in evoluzione; non è quindi, nella sua configurazione attuale, del tutto compiuto, «ordinato», bensì è segnato da limitatezze, imperfezioni anche notevoli. In altre parole, anche in simile prospettiva, l’ «ordine» perfetto non è un dato presente, di esperienza. D’altro lato (e soprattutto), quella dell’uomo è una libertà che può essere (e di fatto spesso viene) usata male, introducendo quindi nella realtà esistente ulteriori pesanti elementi di disordine, di disintegrazione. Queste sono senz’altro alcune delle ragioni di fondo per cui (oltre ad altri aspetti) non tutto ciò che esiste o accade può essere immediatamente riferito alla volontà di Dio, alla sua provvidenza sovranamente ordinatrice, al suo imperscrutabile disegno di perfezione.”214
Spesso l’uomo usando male della sua libertà diviene “problema a se stesso”215, infatti, vari tipi di croci sono riconducibili a peccaminosità e limitatezze umane.
La condizione del cristiano, poi, é quella di essere esposto non soltanto alle tentazioni, ma radicalmente alla tentazione cioè quella di perdere la fede in Cristo e nella sua opera. Perché la sofferenza intacca l’integrità della persona, disgrega l’uomo e lo dissocia da se stesso, blocca la sua attività, mette a dura prova le capacità psicologiche e la fede, complica le relazioni familiari e sociali. Particolarmente penose sono le sofferenze che si prolungano, quelle che provocano un deterioramento progressivo e quelle causate da violenze ingiuste e assurde che portano all’odio e alla disperazione, soprattutto di fronte a certe calamità naturali.
“La grandezza del creato, che parlerebbe eloquentemente e immediatamente della grandezza del creatore, si trasforma a volte nella grandezza di un pericolo incombente: slavine, inondazioni, straripamenti di fiumi e di mari…La natura diventa ostile, e non amica nei confronti dell’uomo.” 216
L’uomo è un essere vivente bisognoso, quindi, di essere salvato: innanzitutto dal male, cioè dall’indegnità morale che contamina i suoi desideri; poi dalla morte e dalla paura della morte217, perché il solo pensiero ammala ogni sogno umano; inoltre, dall’assurdità e dall’insignificanza di tutto che spesso si insinua nella vita umana infondendo solo disperazione.
Senza Cristo gli uomini sono collocati in una condizione di oggettiva tristezza, che essi potranno magari anche sopportare con l'aiuto della grazia diffusa in tutti dallo Spinto Santo, ma che resta nondimeno in contrasto con le aspirazioni più profonde del loro cuore e con la loro dignità di creature consapevoli.
La Croce di Cristo, allora, ci salva, perché è il segno della pienezza dell'amore, perché chi ama il prossimo non può non morire per lui, come chi si dona può farlo solo totalmente218.
“Dopo che Dio stesso, sulla croce, ha incontrato la sofferenza, questa non è una realtà a lui estranea, ma viene a collocarsi al suo stesso interno; allora l’esperienza del soffrire può non costituire più un’obiezione nei confronti della realtà divina, bensì può diventare una via per incontrarla. …… Sullo sfondo della croce si intuisce che il dolore umano non è senza significato; la storia dell’uomo, con tutto il suo carico di sofferenza e di morte, è nelle mani di un Dio solidale, non nelle mani del fato, o di un crudele destino. L’aiuto credente dato ai sofferenti è sorretto dalla convinzione che quel dolore non è senza senso, anche se drammaticamente inspiegabile. Sullo sfondo della croce nessuna sofferenza appare inutile, insensata.”219
La sorprendente potenza di Dio, secondo quanto Paolo ci testimonia per averlo provato personalmente, è compresa e accolta a partire dalla esperienza della malattia e della sofferenza. “Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12, 9): risponde il Signore dopo le insistenti richieste dell’Apostolo di allontanare la «spina nella carne» che lo tormentava.
“Di fronte alla sofferenza, allora, l’uomo non deve disperarsi: non è ineluttabile castigo divino. Non deve rassegnarsi: il soffrire non è manifestazione di un insuperabile «principio del male», bensì deve impegnarsi a togliere il più possibile il dolore che c’è e a usare bene della propria libertà, per non contribuire a incrementarlo.”220
Gesù Crocifisso, infatti, ci salva e ci dona il Suo Spirito di Carità, perché essere cristiani autentici comporta sempre una testimonianza visibile all’esterno221.
Ciò che darà senso alla nostra vita non sarà tanto quello che avremo fatto, quanto ciò che avremo donato sia ai nostri fratelli nell’amore e nel servizio, sia a Dio nell’offerta totale della nostra vita, insieme a quella di Suo Figlio Gesù, esercitando anche quella missionarietà che altri non è che infondere speranza agli altri.
Il sacrificio della Croce, ci inserisce nel mistero della predilezione del Padre per i piccoli, siano essi poveri, malati, emarginati, comunque diversi; e gesti, simboli, luoghi e persone diventano l’appello di Dio, una Sua manifestazione concreta .
“..chi fa l’esperienza del soffrire è vicino a capire l’essenziale. Va aiutato a capire l’essenziale. Può aiutare gli altri a capire l’essenziale.”222
Tutto il Vangelo è ricco di esortazioni che ci richiamano al dovere della carità verso i sofferenti. E' Gesù stesso che ce ne dà personalmente l'esempio: “Andava attorno per tutte le città e i villaggi insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. Vedendo le folle ne sentì compassione... “(Mt. 9,35-36).
Dolore e peccato sono strettamente connessi, a tal punto che uno dei modi per combattere il peccato è proprio quello di combattere la sofferenza, cioè di alleviarla, imparare a servire il prossimo come nella parabola del Buon Samaritano.
La parabola del Buon Samaritano si conclude con un preciso comando: “Va' e anche tu fa' lo stesso” (Lc 10,37). L'attenzione verso l'uomo assalito da ogni forma di male è risposta al preciso comando di Gesù di amarci come lui ci ha amato, perché farsi prossimo di ogni uomo e avere compassione di ciascuno è il senso stesso della Incarnazione del Figlio di Dio: è lui che ha superato l'infinita distanza che separa la creatura dal creatore, la vita dalla morte, e si è caricato delle nostre infermità portandole sul legno della Croce. La compassione di Gesù per l'uomo e con l'uomo è totale, perché espressione della sua identità: vero Dio eterno con il Padre, vero uomo sottoposto alla morte per noi peccatori.
Sulla Croce Cristo manifesta contemporaneamente l’impotenza di Dio e l’onnipotenza di Dio, infatti, la glorificazione si compie in almeno quattro momenti: discesa agli inferi, risurrezione, ascensione e pentecoste223.
“..proprio il fatto che la croce sbocchi sulla risurrezione.. dice che l’onnipotenza divina é una onnipotenza che anche dalla morte sa far scaturire la vita. In altre parole, nessuna situazione, anche di dolore e di sofferenza, è assolutamente disperata o insuperabile: si aprono, per azione di Dio, prospettive anche là dove l’uomo (soprattutto l’uomo sofferente) non le vede in alcun modo. Non nel senso della bacchetta magica, ma nel senso della speranza, della responsabilità che non si accascia, dell’impegno.”224
Rifiutando di cadere nella rassegnazione e rinunciando alla ribellione, vicoli ciechi che conducono lontano da Dio, il cristiano può diventare capace di una “sofferenza attiva” grazie al Crocifisso225. Ognuno, infatti, è chiamato a collaborare per realizzare la salvezza eterna fin da oggi cercando di migliorare il mondo, perché Cristo ha salvato tutte le componenti umane, quella “corporea” e quella “spirituale”226.
“..guardando il Crocifisso con gli occhi della fede e della speranza, ci si accorge che il dolore non può essere affrontato in altro modo da come l’ha affrontato lui, cioè precisamente mediante la carità, nella carità. Innanzitutto, quindi, non nella recriminazione o nella disperazione. L’amore del Figlio crocifisso ha obiettivamente trasformato il dolore: la croce non è più segno della lontananza, della dimenticanza, della «maledizione» da parte di Dio («maledetto chiunque è appeso ad un legno»: Gal 3,13), bensì diventa segno della vicinanza, della presenza, della condivisione divina.”227
“L’attività guaritrice di Gesù copre l’intero arco del suo apostolato...”228 Nella Bibbia, infatti, si legge in più pagine che Gesù trattava la malattia come un nemico e che guariva chiunque andasse da Lui. Gesù desidera guarire mediante la Sua Chiesa. Una teoria diffusa negli Stati Uniti ribadisce che, per mandato di Cristo, le vocazioni principali della Chiesa sono la predicazione e la guarigione insieme, inscindibilmente unite nel Nuovo Testamento. I carismatici in tutto il mondo cercano di diffondere praticando la preghiera di guarigione questa fede in Gesù guaritore229.
Sono innumerevoli i miracoli di guarigione. Gesù guarisce dalla febbre la suocera di Pietro con un gesto di grande affetto: le «toccò la mano e la febbre scomparve» (Mt 8,15). Risana il paralitico al quale rimette anche i peccati (Mt 9,1-8). Ridona la salute alla donna, che da dodici anni soffriva perdite di sangue (Mt 9,20-22). Restituisce la vista ai ciechi (Mt 9,27-31; 20, 29-34; Mc 8,22-26): straordinario il caso del giovane, cieco fin dalla nascita, che, guarito da Gesù, riempì di grande meraviglia non solo la folla ma gli stessi genitori (Gv 9,1-41). Ridona l'udito e la parola a un sordomuto (Mc 7,31-37) e l'uso dell'articolazione a un uomo dalla mano inaridita (Mt 12-9-14). Risana un epilettico (Mt 17,14-21), un idropico (Lc 14,1-6) e una donna curva, inferma da diciotto anni (Lc 13,10-17).
Gesù vince il peccato e le malattie e libera gli uomini posseduti dal maligno: “Gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati” (Mt 8,16). Risanò i due indemoniati furiosi di Gadara (Mt 8,28-34; Mc 5,1-20; Lc 8,26-39), l'indemoniato di Cafarnao (Mc 1,21-28; Lc 4,31-37), un indemoniato muto (Mt 12,22-24), un altro cieco e muto (Mt 12,22-24).
Gli ebrei del tempo di Cristo ritenevano che le disgrazie individuali dovessero essere direttamente attribuite a Dio. Ma Gesù in molti casi ha negato che l’evento o la condizione fosse un atto deliberato di punizione diretto a un particolare individuo (Lc 13,1-2; 13,4; 13,16; Gv 9,3 ), così disturbi, alterazioni funzionali e malattie come l'epilessia erano considerate conseguenze di possessioni diaboliche. Nella lotta con gli indemoniati, però, Gesù si trova davanti non solo a delle persone malate, ma all'avversario del bene, al tentatore e seduttore dell'uomo. E lo vince. Il potere di Gesù è superiore a quello di Satana. Negli esorcismi Gesù non solo guarisce una malattia, ma espelle colui che è avversario del regno di Dio. Nella lotta tra il bene e il male Gesù è il vincitore di Satana230.
Cristo risorto come “principio di salvezza per tutti gli uomini, esercita il suo dominio su tutta la realtà” cioè sulla creazione nel suo complesso231. Tutto l’Antico Testamento “corre” verso la risurrezione gloriosa che occupa un posto centrale nella storia della salvezza232.
“In Cristo, in particolare nella sua Pasqua, Dio ha definitivamente realizzato la sua promessa salvifica; in questo senso nella croce si manifesta massimamente la giustizia di Dio e si rivela definitivamente di che tipo è tale giustizia.”233
Parlare di storia della salvezza dell’umanità vuol dire collocare il mistero salvifico nel mistero trinitario, infatti, Cristo porta a compimento il progetto di liberazione di Dio Padre Creatore, morendo in croce, risorgendo e donando agli apostoli lo Spirito Santo234.
“lo stesso mistero trinitario è il mistero di un Dio che, fattosi uomo nel Figlio e donata la vita per noi nella Pasqua, rimane perennemente presente in mezzo a noi mediante lo Spirito, come Spirito, con il dono dello Spirito. È anche per questo che noi ora muoviamo la nostra attenzione in direzione più propriamente pneumatologica.”235
“La vita cristiana, frutto dello Spirito, trova una delle sue componenti più tipiche nella preghiera, preghiera che è espressione di fede, prassi di speranza, alimento e sostegno della carità.”236
Così la preghiera come “il vero ambito” dell’esistenza di Gesù, “sfondo” ai suoi giorni e alle sue opere, ha segnato le tappe più importanti della sua vita terrena237: Gesù orante esprime la sua vera realtà umana e divina insieme immersa nel mistero trinitario238, nella totale umiltà239.
Cristologia , Ancora, 1996
Gesù Cristo ieri oggi e sempre, Elledici, 1991
Gesù Cristo ieri e oggi , Centro Ambrosiano, 1981