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Simonetta Delle Donne
Croce di Cristo e Croce dell'uomo

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CONCLUSIONI

 

 

Le cinque opere di cristologia italiana contemporanea qui esaminate ci hanno proposto cinque percorsi di riflessione teologica incentrati sull’esperienza di Cristo, unico Salvatore del mondo e di ogni uomo nel profondo e nella globalità.

Nell’opera di Franco Ardusso, dopo aver riscoperto il vero volto di Cristo, partendo dalle scritture, specialmente dai vangeli, abbiamo analizzato il tema del Regno di Dio, tema fondamentale della predicazione del Cristo, poi quello della resurrezione alla luce del rapporto straordinario tra Dio Padre e il Figlio

Con Severino Dianich, invece, il discorso si è spostato sul nesso tra colpa e pena, archetipo umano che induce a pensare a un dio giudice che punisce, poi sul significato specifico dell’espiazione del Cristo crocifisso, che paga per gli uomini il prezzo della loro libertà, perduta nel Paradiso terrestre. Di Cristo l’autore sottolinea in particolare l’ubbidienza cieca a Dio, l’umiltà caritatevole e speranzosa, la fede nel progetto divino, che dovrebbero caratterizzare ogni cristiano.

In Bruno Forte Cristo è soprattutto l’uomo libero perché povero, non condizionato dal mondo politico religioso che lo circonda e dalla tradizione religiosa d’Israele. Gesù però è anche l’Uomo dei dolori, che sperimenta la condizione umana fino in fondo, accettando le croci quotidiane. La Chiesa meditando sul comportamento di Cristo dovrebbe essere più libera ed aperta per adempiere completamente alla sua missione.

Con Giovanni Moioli Cristo è soprattutto l’uomo singolare e irripetibile, che fa nella storia un’esperienza singolare e irripetibile. E proprio nel momento pasquale, che è il momento operativo per eccellenza della salvezza, si manifesta l’unicità del rapporto filiale di Gesù con Dio e la sua solidarietà con l’uomo.

Mario Serenthà colloca il mistero della salvezza della croce all’interno del mistero trinitario e invita ad arrendersi incondizionatamente alla volontà divina, quindi anche ad ogni croce, con l’ausilio delle Scritture e dei sacramenticondividendo il dolore dei fratelli.

 

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In sintesi, mentre l’opera di Ardusso è concentrata sulla figura di Gesù, come quella di Dianich e quella di Moioli, invece, Forte e Serenthà tendono a spostare l’attenzione sull’uomo che soffre e che deve essere aiutato dal singolo credente e dalla Chiesa, animata dallo Spirito di Carità, donato da Cristo dopo la risurrezione: in particolare Forte sottolinea la necessità che la Chiesa cambi stile per imitare meglio il Maestro e raggiungere anche i lontani.

Forte e Moioli insistono molto sulla libertà di Cristo, che come uomo vive libero da ogni condizionamento umano e come Salvatore del mondo libera l’umanità da ogni schiavitù

Nelle singole opere, alcuni concetti sembrano molto simili, sebbene vengano usati termini differenti: così la «conversione» dell’uomo nell’opera di Ardusso, ha le stesse caratteristiche della «restaurazione» dell’uomo in Dianich e della «guarigione» in Serenthà.

Anche alla luce dell’analisi compiuta nel capitolo sesto, si può ben dire che le sfide dell’illustre teologo tedesco sono state accolte da tutti gli autori delle opere esaminate in questa tesi: questi scrittori, infatti, hanno approfondito alcuni aspetti della teoria di Moltmann sintetizzati nella sua mistica della croce e, in particolare, hanno accolto l’invito alla responsabilizzazione per le sofferenze del prossimo e all’impegno dell’uomo per l’uomo, sebbene non venga esplicitato sempre il campo d’azione, che è preferibilmente la politica, per il grande teologo sassone

 

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Ogni giorno dobbiamo sopportare le nostre croci: le nostre piccole morti quotidiane, le nostre debolezze, i nostri peccati, gli ostacoli e le ricorrenti frustrazioni, finché arriverà quel momento che ci sembrerà della morte definitiva, e invece costituirà il passaggio verso la Casa del Padre e la resurrezione finale, così i cristiani saranno quell’umanità nuova, anima mundi, che con gioia e serenità compiranno il pellegrinaggio della vita.

Cristo, infatti, non è morto inutilmente duemila anni fa’ lasciando l’uomo nella sua condizione primigenia, ma ha voluto insegnare una strada “la Via” su cui possiamo seguirlo per essere completamente liberati dalle nostre limitatezze e dalle paure che queste ci inducono, infatti, i cristiani sono chiamati a guardare ogni momento della loro vita nell’ottica della Sua Croce, l’unica che da significato a tutte le croci umane.

Perfino la morte, affrontata nella fede, acquista il volto rasserenante di un passaggio alla vita eterna, in attesa della risurrezione della carne. Si può da ciò concludere quanto ricca e profonda sia la salvezza portata da Cristo. Egli è venuto a salvare non solo tutti gli uomini, ma anche tutto l'uomo.

La morte umana non è più la stessa perché con la fede si può apprezzare l’evento incredibile che è entrato nella storia, cioè Cristo che ha vinto la morte ingoiandola: così sono stati superati i limiti dell’uomo (natura, peccato e morte) che impedivano alla creatura di godere appieno dell’amore del suo Creatore240. Anche noi passeremo attraverso il varco aperto dalla risurrezione di Gesù, attraverso le porte della gloria che, ormai spalancate, accolgono i salvati. Avremo in pienezza e sperimenteremo in totalità quello che ora è oggetto della nostra speranza: la nostra libertà troverà il pieno e sovrabbondante compimento di ogni desiderio in un'esistenza veramente glorificata da Dio.

Usando una terminologia tipicamente giubilare, Gesù essendo la “via” della salvezza ne è la “porta” così può dire a ragione: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6) poi ancora “Io sono la porta” (Gv 10,7). In Lui e per Lui c’è salvezza, verità e nutrimento di vita. C’è un solo accesso che spalanca l’ingresso nella vita di comunione con Dio: questo accesso è Gesù, unica e assoluta via di salvezza. Solo a Lui si può applicare con piena verità la parola del Salmista: “E’ questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti” (Sal 118 [117], 20). Il simbolo cristologico della porta, di origine biblica e patristica, sottolinea dunque il fatto che il Giubileo è un tempo sia di uscita dalla nostra terra angusta, dalle nostre miserie umane, dai nostri orizzonti egoistici, sia di «passaggio» che di «entrata» nella terra santa di Gesù. E’ proprio questo il tema centrale del Giubileo, la riscoperta di Gesù come Salvatore, oltre che come Maestro, centro e fine dell’uomo, nonché di tutta la storia umana. Non si tratta soltanto di conoscenza di Gesù. Come cristiani siamo chiamati a ricentrare la vita e la totalità delle scelte esistenziali e vocazionale, etiche sull’assoluto che è Cristo.

E quando il dolore porta allo sterile ripiegamento su sé stessi, obnubila la coscienza psicologica e rende confuse le facoltà dell’anima, allora, in quei momenti, non rimane altro da fare che accettare questo stato di spogliamento estremo, questa nudità ontologica, questa kenosi, affidandosi alle cure di Dio Padre Nostro Creatore.

Nella morte (Lc 23, 44-47) Gesù si manifesta proprio quale modello del martire, che muore pregando nella totale fiducia in Dio241. Il martire è proprio l’espressione compiuta della fedeltà a Gesù di Nazaret, crocifisso, resuscitato, vivente, che verrà a giudicare i vivi e i morti, rivelazione del Padre.

E come Gesù invoca costantemente il Padre nella preghiera, dal Getsemani al Golgota, preghiera che segna le tappe della sua vita specialmente nei momenti estremi, quando la fede deve diventare perseveranza (Lc 11, 1-13; 12, 35-48; 21, 14-19; 22,31), così anche per noi questa diventi la compagna fedele nel dolore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Preghiera di abbandono (di  Ch.de Foucauld)

Padre, mi affido alle tue mani,

disponi di me secondo la tua volontà

qualunque essa sia.

Io ti ringrazio. Sono disposto a tutto.

Accetto tutto, purché la tua volontà

si compia in me

e in tutte le tue creature.

Non desidero nient’altro, Padre.

Ti affido la mia anima, te la dono

con tutto l’amore di cui sono capace,

perché ti amo e sento il bisogno

di donarmi a te, di rimettermi fra le

tue mani, senza limiti,

senza misura con una fiducia infinita

perché tu sei mio Padre.

 




240 Cfr.Cantalamessa R., Sorella morte, Milano, Ancora, 19922, pag.19.



241 Cfr.Ratzinger J., Guardare al crocefisso, Milano, Jaka Book, 19921, pag.25: “..la teologia dei santi, la quale è teologia nell’esperienza. Tutti i reali progressi nella conoscenza teologica hanno la loro origine nell’occhio dell’amore e nella sua facoltà visiva.”






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