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La paterna carità con la
quale abbracciamo tutte le componenti del gregge del Signore è tale, per la sua
forza e per la sua natura, che risentiamo, come in un’intima e costante
comunione di sentimenti, tutto ciò che accade di propizio o di avverso nel
mondo cristiano. Pertanto, come un grande e continuo dolore si era impadronito
del Nostro cuore per il fatto che un certo numero di Armeni, principalmente
nella città di Costantinopoli, si era separato dalla vostra fraterna società,
così sentiamo ora una gioia tutta speciale e ardentemente desiderata nel vedere
che tale discordia si è, grazie a Dio, felicemente sedata. Ma mentre Ci
rallegriamo della concordia e della pace che vi sono restituite, non possiamo
fare a meno di esortarvi a conservare con cura e a sforzarvi anche di
accrescere questo grande beneficio della bontà divina. Per ottenere questo, cioè
intendere la stessa dottrina e provare gli stessi sentimenti in ciò che
concerne la religione, bisogna che restiate tutti costanti, come lo siete,
nell’obbedienza a questa Sede Apostolica; e quanto a Voi, cari Figli, dovete
essere fedelmente sottomessi è obbedienti al vostro Patriarca e agli altri
Vescovi che hanno il diritto di dirigervi.
Ora, siccome per scuotere
questa religiosa concordia spesso viene l’occasione sia di contrasti negli
affari pubblici, sia di contestazioni nelle cose private, dovete scongiurare i
primi con quel rispetto e quella sudditanza che così lodevolmente manifestate
verso il supremo Principe dell’Impero Ottomano, di cui Noi conosciamo bene lo
spirito di giustizia, lo zelo per conservare la pace, e le eccellenti
disposizioni a Nostro riguardo dimostrate da brillanti testimonianze.
Quanto alle contestazioni e
alle rivalità, ne sarete agevolmente liberati se imprimerete profondamente nel
cuor vostro e terrete presenti nella vostra condotta i precetti che San Paolo,
l’Apostolo delle genti, dà a proposito della perfetta carità, la quale "è
paziente e benigna; non è invidiosa, non agisce inconsideratamente, non si
gonfia d’orgoglio, non è ambiziosa, non cerca i propri interessi, non si adira,
non pensa al male".1 Inoltre questa eccellente e perfetta
concordia degli animi vi assicurerà un altro beneficio, perché per merito suo
potrete accrescere, come abbiamo detto, e fare sviluppare sempre più i
risultati della pace e della restituita concordia. Infatti essa farà rivolgere
su di Voi gli sguardi e i cuori di coloro che, pur avendo in comune con Voi la
razza e la nazionalità, tuttavia sono ancora separati da Voi e da Noi, e non si
trovano nel sacro ovile, di cui Noi abbiamo la custodia. Vedendo l’esempio
della vostra concordia e della vostra carità, essi si persuaderanno facilmente
che lo spirito di Cristo vige fra Voi, perché Egli solo può unire i suoi a se
stesso in modo tale da formare un solo corpo. Voglia Iddio che essi riconoscano
ciò e decidano di ritornare a quell’unità da cui i loro antenati si sono separati!
Certamente accadrebbe loro
d’essere inondati da una indicibile gioia vedendo che, per mezzo della loro
unione a Noi e a Voi, sarebbero anche uniti a tutti gli altri fedeli che, nel
mondo intero, appartengono al cattolicesimo; comprenderebbero allora che essi
si troverebbero negli abitacoli della mistica Sionne, alla quale sola è stato
dato, secondo i divini oracoli, di rizzare dovunque le sue tende e stendere su
tutta la terra i veli dei suoi tabernacoli.
Per altro sta
principalmente a Voi, Venerabili Fratelli, posti alla testa della Diocesi
d’Armenia, operare affinché questo auspicato ritorno si realizzi; a Voi, cui
non manca, lo sappiamo bene, né lo zelo per esortare, né la dottrina per
persuadere. Noi vogliamo pure che i dissidenti siano richiamati da Voi a nome
Nostro e sulla Nostra parola; infatti, lungi dall’averne vergogna, conviene
grandemente ricondurre alla casa paterna i figli che se ne sono allontanati e
che sono aspettati da lungo tempo; anzi, bisogna andar loro incontro e aprire
le braccia per stringerli al loro ritorno. Né crediamo che le vostre parole e
le vostre esortazioni cadranno nel nulla. Infatti la speranza nel desiderato
effetto Ci viene prima dall’immensa misericordia di Dio sparsa fra tutte le genti,
e poi dalla docilità e dalle qualità naturali dello stesso popolo Armeno.
Numerosi documenti storici attestano quanto esso sia incline ad abbracciare la
verità, una volta che l’abbia conosciuta, e quanto sia disposto a ritornarvi se
si accorge d’avere deviato.
Quegli stessi che sono
separati da Voi nel loro culto si gloriano che il popolo Armeno sia stato
istruito nella fede di Cristo da quel Gregorio, uomo santissimo soprannominato
l’Illuminatore, che essi venerano in modo particolare come loro padre e loro
patrono. Fra loro è rimasto pure memorabile il viaggio che egli fece alla volta
di Roma per testimoniare la sua fedeltà e il suo rispetto verso il Romano
Pontefice San Silvestro.
Si dice anche che egli sia
stato ricevuto con l’accoglienza più benevola, e che ne ottenesse parecchi
privilegi. In seguito questi stessi sentimenti di Gregorio verso la Sede
Apostolica furono condivisi da molti altri di coloro che ressero le Chiese
Armene, come risulta dai loro scritti, dai loro pellegrinaggi a Roma e,
principalmente, dai decreti sinodali. È ben degno davvero di essere rammentato,
a conferma, ciò che i Padri Armeni, riuniti in Sinodo a Sis l’anno 1307,
proclamarono sul dovere di obbedire a questa Sede Apostolica: "Come è
proprio del corpo essere sottomesso alla testa, così la Chiesa universale (che
è il corpo di Cristo) deve obbedire a colui che da Cristo Signore è stato
costituito capo di tutta la Chiesa". Questo fu confermato e sviluppato ancora
più chiaramente nel Concilio di Adana, nel sedicesimo anno del medesimo secolo.
Senza parlare di cose di
minore importanza, vi è ben noto ciò che fu fatto nel Concilio di Firenze. I
delegati del Patriarca Costantino V, essendosi recati colà per venerare come
Vicario di Cristo Eugenio IV Nostro Predecessore, dichiararono di essere venuti
a lui che era il capo, il pastore e il fondamento della Chiesa, pregandolo che
il capo avesse pietà delle membra, che il pastore riunisse il gregge e confermasse
la Chiesa quale fondamento . E presentandogli il simbolo della loro fede, lo
supplicavano in questi termini: "Se manca qualche cosa, faccelo
conoscere".
Allora fu pubblicata dal
Pontefice la Costituzione conciliare Exultate Deo, con la quale Egli li
istruì su tutto quello che giudicava necessario conoscere della dottrina
cattolica. I delegati, ricevendo questa Costituzione, affermarono a nome
proprio, del loro Patriarca e di tutta la nazione Armena, di aderirvi
pienamente e di sottomettersi con cuore docile e devoto, "dichiarando a
nome dei suddetti, e come veri figli della obbedienza, di ottemperare
fedelmente agli ordini e alle prescrizioni della Sede Apostolica". Perciò
il Patriarca di Cilicia, Azaria, nella sua lettera a Gregorio XIII, Nostro
Predecessore, in data 10 aprile 1585, poté scrivere con tutta verità:
"Ecco che noi abbiamo trovato i documenti dei nostri antenati
sull’obbedienza dei cattolici e dei nostri Patriarchi al Pontefice di Roma; nel
modo in cui San Gregorio l’Illuminatore fu obbediente al Papa San
Silvestro". È per questo che la nazione Armena ricevette con grandi onori
i legati di ritorno dalla Santa Sede, e si fece un dovere di osservare
fedelmente i precetti della stessa.
Noi nutriamo veramente la
fiducia che questi ricordi saranno efficacissimi per indurre parecchi di coloro
che sono ancora separati da Noi a ricercare l’unione. In verità, se la causa
della loro indecisione o della loro esitazione fosse il timore di trovare meno
sollecitudine a loro riguardo presso la Sede Apostolica, o di essere accolti da
Noi con minore affetto di quanto essi vorrebbero, invitateli, Venerabili
Fratelli, a rammentarsi ciò che hanno fatto i Pontefici Romani, Nostri
Predecessori, i quali non si sono mai trovati in difetto di testimonianze circa
la loro carità paterna verso gli Armeni. Essi hanno sempre ricevuto con
benevolenza quelli di loro che sono venuti in pellegrinaggio a Roma o che qui
si rifugiarono; essi hanno anche voluto che fossero aperte per loro case
d’ospitalità. Gregorio XIII, come è noto, aveva concepito il disegno di fondare
un istituto per l’opportuna istruzione dei giovani Armeni, e se fu impedito
dalla morte di mettere in esecuzione questo disegno, Urbano VIII lo realizzò in
parte accogliendo, con gli altri allievi stranieri, anche gli Armeni nel
vastissimo Collegio da lui istituito per la propagazione della fede.
Quanto a Noi, malgrado la
malvagità dei tempi, abbiamo potuto, grazie a Dio, eseguire più largamente il
disegno concepito da Gregorio XIII, e abbiamo assegnato agli alunni Armeni un
fabbricato assai vasto presso San Nicola da Tolentino, istituendovi, nelle
forme volute, il loro Collegio. Questo è stato fatto perché si rispettasse,
doverosamente, la liturgia e la lingua dell’Armenia, così commendabile per
l’antichità, l’eleganza e il gran numero d’insigni scrittori; e molto più
perché un Vescovo del vostro rito dimorasse costantemente a Roma per iniziare
alle cose sante tutti gli alunni che il Signore chiamasse al suo particolare
servizio. A tale effetto era stata fondata da lungo tempo anche una scuola nel
Collegio Urbaniano per l’insegnamento della lingua Armena, e Pio IX, Nostro
Predecessore, aveva provveduto a che nel ginnasio del Seminario pontificio
romano vi fosse un professore per insegnare agli alunni del paese la lingua, la
letteratura e la storia della nazione Armena.
Del resto la sollecitudine
dei Pontefici Romani verso gli Armeni non è restata circoscritta entro i
confini di questa città, perché nulla è stato loro più a cuore che di togliere
la vostra Chiesa dalle difficoltà in cui si trovava, e di riparare i mali che
essa ebbe a subire per la perversità dei tempi. Nessuno ignora con quale cura
Benedetto XIV si sforzò di proteggere e di conservare intatta la vostra
liturgia, come quella delle altre Chiese orientali, e di fare in modo che la
successione dei Patriarchi cattolici d’Armenia fosse reintegrata in favore
della Sede di Sis. Voi sapete pure che Leone XII e Pio VIII dedicarono le loro
cure affinché nella capitale stessa dell’Impero Ottomano gli Armeni avessero un
prefetto della loro nazione per gli affari civili, come le altre comunità che
appartengono a detto Impero.
Infine è vivo il ricordo
degli atti compiuti da Gregorio XVI e da Pio IX per accrescere nel vostro paese
il numero delle sedi episcopali, e perché il Prelato armeno di Costantinopoli
primeggiasse in onore e dignità. Questo fu fatto, prima istituendo a
Costantinopoli la Sede Arcivescovile e Primaziale, e poi decretandone l’unione
con il Patriarcato della Cilicia, a condizione che la residenza del Patriarca fosse
stabilita nella capitale dell’Impero. E per impedire che la distanza venisse ad
indebolire la stretta unione dei fedeli Armeni con la Chiesa Romana, fu
saggiamente provveduto a che il Delegato apostolico risieda nella medesima
città, per rappresentare il Pontefice Romano. Voi stessi potete dunque essere
testimoni della sollecitudine che abbiamo avuto per la vostra nazione, e Noi lo
siamo a Nostra volta dell’attaccamento che professate verso di Noi, e del quale
abbiamo spesso avuto la dimostrazione.
Quindi, poiché da una parte
le qualità del vostro popolo, la pratica degli antenati e tutta la storia dei
secoli passati sono fatti per attirare verso questa roccaforte della verità gli
Armeni che sono separati da Voi, e con efficacia così grande che non saprebbero
essere trattenuti da un più lungo indugio, e dall’altra la Sede Apostolica si è
sempre sforzata di avere strettamente unita a sé la vostra nazione, e di
richiamarla all’antica unione se qualche volta se ne allontanava, ne conseguono
evidentemente validissime ragioni perché Voi, Venerabili Fratelli, vi
consigliate, e perché Noi a Nostra volta abbiamo la buona speranza che sia
pienamente ristabilita l’antica unione. Ciò tornerà certamente a profitto di
tutta la nazione, non solamente per la salute eterna delle anime, ma anche per
quella prosperità e quella gloria che si possono legittimamente desiderare
sulla terra. La storia attesta infatti che fra i sacri Pastori dell’Armenia
hanno brillato di più vivo splendore, come fulgide stelle, coloro che sono
stati più strettamente uniti alla Chiesa Romana, e che la gloria della vostra
nazione ha toccato il suo apogeo nei secoli in cui la religione cattolica vi ha
prosperato più largamente.
Dio solo, moderatore di
tutte le cose, può concedere che questo avvenga secondo i Nostri voti e i
Nostri desideri, Lui solo, che "chiama coloro che vuole onorare e ispira
sentimenti religiosi a chi vuole" . Con Noi fate salire verso di Lui
supplichevoli preghiere, Venerabili Fratelli e diletti Figli, affinché, mossi
dalla sua grazia trionfatrice, tutti coloro della vostra nazione che per il
battesimo sono entrati nella società della vita cristiana e che tuttavia sono
separati dalla Nostra comunione, Ci ricolmino d’una gioia intera ritornando a
Noi, "professando la medesima dottrina, avendo la medesima carità e
nutrendo tutti i medesimi sentimenti".2 Sforzatevi d’avere per
ausiliatrice presso il trono della grazia "la gloriosa, benedetta, santa,
sempre Vergine Maria, Madre di Dio, Madre di Cristo" perché Ella offra
"le nostre preghiere al Suo Figlio, nostro Dio" . Impiegate altresì
come intercessore con Lei l’illustre martire Gregorio l’Illuminatore, affinché,
quale ministro della grazia divina, compia e consolidi l’opera che egli ha
cominciata a prezzo delle sue fatiche e della sua invincibile pazienza nei
tormenti. Domandate infine, a imitazione della Nostra preghiera, che la
docilità degli Armeni e il loro ritorno all’unità cattolica servano di esempio
e di stimolo a tutti quelli che adorano Cristo ma sono separati dalla Chiesa
Romana, affinché essi ritornino là donde sono partiti, e vi siano un solo ovile
ed un solo Pastore.
Mentre a ciò dedichiamo i Nostri voti e la
Nostra speranza, accordiamo, nell’effusione della carità e come pegno della
bontà divina, la Benedizione Apostolica a Voi, Venerabili Fratelli, e a Voi
tutti diletti Figli.
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